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INFLAZIONE: TUTTI ACCUSANO TUTTI, E IL CONSUMATORE PAGA

Comunicato ·

Firenze, 29 Agosto 2003. Mentre l'Istat fa conoscere i suoi dati preliminari di agosto sul carovita, confermando i valori provenienti dalle citta' campione (+2,8%), e confermando rispetto a cio' che tutti abbiamo sotto gli occhi e soprattutto nelle tasche, la scarsa attinenza dei suoi rilievi con la quotidianita' dei consumatori, i due principali esponenti delle attivita' produttive e commerciali, si "scannano" a distanza.
Nel lessico popolare fiorentino, si dice che "cencio dice male di straccio". Stiamo parlando di Antonio D'amato, presidente di Confindustria, e Sergio Bille', presidente di Confcommercio. Il primo ha individuato la responsabilita' degli aumenti nei commercianti, mentre il secondo ha rilevato che sono gli industriali, invece, che devono fare un esame di coscienza.
Anche se ci sentiremmo di dare -in via teorica- un pochino di ragione piu' a D'Amato che a Bille', non possiamo esimerci dal rilevare che i due esponenti stanno solo facendo il gioco delle parti, per finire dando ragione e torto a tutti, e lasciando il consumatore finale a pagare per le loro politiche di benevolenza ad un sistema economico che si sta divorando da solo.
Infatti noi non siamo in grado di dire se siano piu' profittatori gli industriali di Confindustria o i commercianti di Confcommercio, ma siamo consapevolissimi che, per esempio, uno dei motori trainanti della nostra economia, la piccola e media impresa, oggi e' quasi impedito a svilupparsi grazie ad un sistema economico bloccato dallo strapotere delle aziende di Stato o mantenute dallo Stato, nonche' da un regime normativo e fiscale vessatorio. Situazione che impedisce al mercato di essere libero e di fondare le sue proposte sulla regola della domanda e dell'offerta.
E in questo contesto, cosa fanno Confindustria e Confcommercio? Si comportano come delle corporazioni che, pur di difendere i propri associati, digeriscono e razionalizzano qualunque cosa gli viene proposta, grazie ad una vista cortissima che gli impedisce di vedere che oggi, per un rilancio dell'economia, bisogna avere la vista molto lunga e scommettere sul nuovo, cioe' su quello che fino ad oggi non c'e' stato: deregulation e liberalizzazione con l'uscita dello Stato da qualunque gestione.
Ci si dira' che Confindustria e Confcommercio non sono partiti politici e non sono al Governo o in Parlamento, per cui prendono atto di cio' che il convento passa, cercando di condizionare chi decide grazie al proprio potere di lobby. Ed e' vero. Ma e' vero anche, per esempio, che tutte le industrie che hanno dei problemi mungono il latte dallo Stato, facendo pagare a quest'ultimo (consenziente) le loro incapacita' di essere sul mercato. Cosi' come e' vero che i piu' feroci difensori degli attuali assetti delle licenze commerciali e degli orari dei pubblici esercizi sono proprio in Confcommercio (con la sorella Confesercenti).
Cioe' una situazione in cui lo Stato da una parte foraggia l'esistenza di imprese decotte invece che ridurre l'imposizione fiscale, e l'amministrazione e' cinghia di trasmissione del potere di rendita e di posizione dei commercianti piuttosto che creare situazioni in cui al centro siano i consumatori (che sono tali ovunque e nell'arco delle 24 ore).
Quindi siamo consapevoli che si tratti proprio di "cencio che dice male di straccio", di un gioco delle parti animato dalle feste di partito di fine estate, ma che non si concretizzera' in scelte, richieste e politiche di lobby per quelle liberazioni strutturali e normative che sono alla base di un libero mercato, e che ci terremo quel finto e immobile mercato italiano i cui costi vengono fatti pagare solo al consumatore finale.
Vincenzo Donvito, presidente Aduc
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