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SPERIMENTAZIONE PILLOLA ABORTIVA RU486
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Comunicato 
1 febbraio 2003 0:00
 
PARTONO I SILURI PER BLOCCARLA: DAL MINISTERO DELLA SALUTE E DALLA CHIESA CATTOLICA ROMANA

Firenze, 1 Febbraio 2003. L'Italia e' uno dei pochi Paesi che nella Ue non consente di interrompere la gravidanza con l'uso della pillola RU486. Vari i motivi, ma sicuramente quello principale risiede nel prezzo che governanti e politici italiani, pur in presenza di una legge che disciplina l'aborto piu' volte confermata da referendum, vogliono pagare ai loro rapporti con il Vaticano. Ma, quest'ultimo fa giustamente la sua parte, in quanto, contrario all'aborto, cerca di contrastarne la sua applicazione? Se cosi' fosse a livello delle coscienze individuali, saremmo in prima fila -come siamo- a garantire questo diritto. Diverso il discorso nel momento in cui, dalle coscienze, si passa alle istituzioni.
Ed e' quello che sta facendo.
E' proprio di oggi un invito dell'arcivescovo metropolita di Potenza alla Regione Basilicata di non procedere alla sperimentazione, nell'ospedale San Carlo del capoluogo della Basilicata, della pillola RU486. Nei giorni scorsi l'assessore alla Sicurezza Sociale di quella Regione, aveva chiesto all'azienda sanitaria se vi fossero le condizioni per effettuarla. Un'autorita' religiosa, in quanto tale, ha chiesto ad una Istituzione Amministrativa dello Stato di non prendere iniziativa in nome di alcuni suoi specifici principi. Non si e' limitata, come hanno fatto alcune associazioni cattoliche della Basilicata invitando il personale sanitario all'obiezione di coscienza, a fare appello, per l'appunto, alle coscienze degli individui (la legge sull'aborto consente questa obiezione, per cui ben venga chi chiede di far valere alcuni diritti sanciti), ma ha fatto un passo ufficiale: da istituzione a istituzione.
Nel contempo, l'ufficio legislativo del ministero della Salute, sta cercando di impedire la sperimentazione gia' decisa nell'ospedale Sant'Anna di Torino, perche' non potrebbero essere garantite le condizioni che, per l'aborto, la legge prevede (la sua pratica in ospedale). Al ministero non gli basta che la somministrazione avvenga sotto il controllo medico durante le fasi della somministrazione del farmaco a pochi giorni di distanza l'una dall'altra (dodici complessivi), perche' il "momento abortivo", di per se', avverrebbe fuori della struttura ospedaliera, che si limiterebbe al controllo che tutto abbia funzionato, ed eventualmente intervenire in caso di non-risultato (l'aborto farmacologico e' una mestruazione forzata con le conseguenza soggettive che cio' provoca in ogni donna, che ci convive facendo le cose di tutti i giorni. Se dovesse stare in ospedale per 12 giorni ad aspettare questa mestruazione, chi lo farebbe, e, soprattutto, quanto costerebbe alla sanita' pubblica? Verrebbero meno tutti i vantaggi dell'uso di questa pillola).
Si tratta di due siluri lanciati da due soggetti apparentemente diversi ma con l'unico obiettivo di impedire la semplificazione e l'economicita' di un intervento abortivo consentito dalla legge.
E se al primo tentativo (quello ecclesiale) occorre ricordare -denunciandolo come facciamo in questo momento- che sono proprio i principi istitutivi della nostra comunita' civile che stabiliscono la liberta' di culto come quella sanitaria (nell'ambito delle leggi), al secondo tentativo (quello ministeriale) replichiamo ricordando che quando la legge sull'aborto fu fatta, non si pensava minimamente all'aborto farmacologico, percio' la norma non lo prevede esplicitamente, ma non vietandolo altrettanto esplicitamente, puo' questa incertezza essere motivo per impedire la sperimentazione di un prodotto e una pratica cosi' semplice e ampiamente usata in tutta Europa? Siamo proprio sicuri che non ci siano altri motivi come quello dell'arcivescovo?
A questo indirizzo, oltre a firmare una petizione per l'introduzione della RU486, si possono acquisire tutte le informazioni legislative e sanitarie del caso: clicca qui
Vincenzo Donvito, presidente Aduc
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