Venerdì 9 ottobre 2026
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Illusione della crescita e deserto industriale. Italia al bivio: liberalizzazioni o monopoli

Editoriale · Vincenzo Donvito Maxia ·

Mentre i bollettini ufficiali tentano di mascherare la fragilità strutturale del Paese celebrando rimbalzi congiunturali o stagioni turistiche record, la realtà produttiva italiana racconta una storia ben diversa. La produzione industriale è in costante affanno e continua a registrare segnali negativi, con una sola grande eccezione a tenere a galla le statistiche: il comparto energetico. Un’eccezione che non è sintomo di vitalità, ma il mero riflesso del costo dell'energia su cui l'Italia non ha nessun controllo e di dinamiche tariffarie che gravano, anziché beneficiare, sul resto della catena del valore.

In questo scenario, l’inflazione torna a mordere, erode il potere d’acquisto delle famiglie e mette sotto pressione i bilanci aziendali. In un sistema sano, il manifatturiero, fonte di stabilità e creazione di valore aggiunto nel lungo periodo cresce in modo marginale.

 

La chimera del turismo come "petrolio d'Italia"

Per colmare la narrazione del declino, si ricorre spesso al mantra del turismo come “petrolio della nostra economia”. Si tratta di una visione miope e rischiosa per diversi motivi:

  • Volatilità geopolitica: Il turismo non dipende unicamente dall'attrattività del patrimonio culturale o paesaggistico locale, ma è fortemente condizionato dai contesti internazionali, dai conflitti geoeconomici, dalle crisi sanitarie e dalle politiche dei vettori aerei globali.

  • Valore aggiunto e occupazione: Pur essendo un settore importante, il turismo offre una qualità dell'occupazione spesso stagionale e con livelli salariali mediamente più bassi rispetto al manifatturiero avanzato.

  • Impossibilità di sostituzione: Un Paese industriale del G7 non può convertire la propria struttura produttiva nei soli servizi di accoglienza senza impoverire il proprio tessuto tecnologico e di ricerca.

 

Un'agenda politica di omissioni e occasioni perdute

La crisi della produzione industriale non è una fatalità meteorologica, ma il risultato di decisioni strategiche mai prese o costantemente rinviate. Diversi nodi irrisolti testimoniano la mancanza di una visione industriale organica:

  1. La vertenza ex Ilva: Quella che un tempo era la perla dell'acciaio europeo versa in un limbo infinito tra amministrazioni straordinarie, incertezze ambientali e assenza di una politica siderurgica nazionale. Senza una produzione primaria di acciaio, l'intera filiera meccatronica e manifatturiera italiana perde indipendenza e competitività.

  2. Ipoteca energetica e rinnovabili: Nonostante i proclami sulla transizione ecologica, la burocrazia continua a strozzare l'installazione di impianti a fonti rinnovabili. Le imprese pagano l'energia a prezzi significativamente più alti rispetto ai competitor europei, penalizzando la produzione locale.

  3. Il settore immobiliare e la crisi abitativa: Il mercato immobiliare è stato lasciato a se stesso proprio mentre le grandi città e i distretti produttivi affrontano una drammatica crisi dell'alloggio. L'assenza di piani trasversali per l'abitare sociale (social housing) e la rigenerazione urbana priva l'economia di uno dei suoi storici volani interni e ostacola la mobilità dei lavoratori.

  4. Trasporti e logistica bloccati: I mercati dei trasporti pubblici e della logistica integrata continuano a soffrire di un’impronta statale o para-statale rigida che spesso frena la concorrenza, l'efficienza e l'ingresso di investimenti privati capaci di modernizzare le reti.

  5. Telecomunicazioni e accentramento: Nel settore delle telecomunicazioni e delle infrastrutture digitali assistiamo a un costante ritornello di interventi statali e operazioni di ri-nazionalizzazione o controllo direttivo (come nelle vicende che coinvolgono i grandi player nazionali), invece di favorire un mercato dinamico fondato su investimenti in fibra e reti di nuova generazione.

  6. L'abbandono delle Piccole e Medie Imprese (PMI): Le micro e piccole imprese manifatturiere — da sempre fiore all'occhiello ed elemento distintivo del Made in Italy nel mondo — continuano a essere soffocate da una pressione fiscale sproporzionata e da un labirinto burocratico imponente. Mancano misure strutturali di detassazione del lavoro e sburocratizzazione capaci di premiare l'innovazione e la crescita dimensionale.

 

Serve un cambio di rotta strutturale

Senza una politica industriale di ampio respiro che rimetta al centro la produzione manifatturiera, la semplificazione burocratica e la competitività energetica, con forti iniezioni di destatalizzazione e liberalizzazione, il rischio è quello di scivolare verso una deindustrializzazione irreversibile. Affidarsi all'illusione che il terziario turistico possa da solo sorreggere l'impalcatura socio-economica di una grande nazione europea significa rassegnarsi a un futuro di maggiore fragilità e dipendenza economica da fatti e situazioni verso i quali possiamo solo essere remissivi.

 

Qui il video sul canale YouTube di Aduc

 

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