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L'ipocrisia. Italico esercizio di antica fattura. I danni nel nostro quotidiano
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Editoriale di Vincenzo Donvito
2 dicembre 2009 8:00
 
Una delle caratteristiche che al di fuori del nostro Paese serve a meglio identificare gli italiani, e' la doppiezza, l'ipocrisia e, di conseguenza, l'inaffidabilita'. Ogni tanto sembra che questa caratteristica sia dovuta ad un pregiudizio, ma i fatti travolgono sempre questo tentativo di dire che non siamo proprio cosi' e ci riportano alla nostra peculiarita'. Non siamo soli al mondo e c'e' anche chi ci supera, ma, nell'ambito dei cosiddetti Paesi occidentali, sembra che non abbiamo nessuno con cui competere. Le radici, a differenza di tanti altri Paesi in cui questa caratteristica e' diventata “virtu' per necessita'” (essenzialmente furbizia e sotterfugi per sopravvivere), da noi sono essenzialmente culturali: e' la base del cattolicesimo romano, quella base che lo contraddistingue da altre confessioni cristiane e non solo. Ovviamente sto semplificando. Ma il pentimento come forma di riaccettazione tra i buoni fedeli, al di fuori dell'ambito strettamente confessionale, e proprio perche' e' un ambito in cui la chiesa cattolica romana “e' di casa”, fa si' che divenga metodo di vita civica e umana. Quale altro motivo, per esempio, al fatto che al 100% i contribuenti evadono il Fisco, i legislatori lo sanno e fanno sempre leggi che consentono di evadere premiando anche gli evasori (condoni)? Un metodo che ha diversi risvolti, tra cui il piu' popolare e' “si fa ma non si dice”, in privato e in pubblico.
Un comportamento che -abbiamo gia' detto del Fisco- ha risvolti negativi su diversi ambiti della vita civica, essenzialmente facendo soffrire i piu' deboli e premiando i gia' forti e chi -da debole- si genuflette anche rinunciando a se stesso.
Per meglio capire la dimensione e come si puo' ramificare, ci riferiamo a quanto detto oggi 1 dicembre a Bologna dall'arcivescovo di questa citta', Carlo Cafarra. Secondo il nostro, la norma che la Regione Emilia-Romagna sta per introdurre con la legge di bilancio, che equipara i conviventi alle famiglie fondate sul matrimonio per l'accesso ai servizi pubblici e al welfare regionale, avrebbe “effetti devastanti sul nostro tessuto sociale” e sarebbe “un attentato alle clausole fondamentali del patto di cittadinanza”. Chi non riconosce la soggettivita' incomparabile del matrimonio della famiglia -ha detto- ha gia' insidiato il patto di cittadinanza nelle sue clausole fondamentali. “Parlare di discriminazione in caso di non approvazione di questa norma, non ha senso. Con l'approvazione di questo comma dareste (ndr: si rivolge al presidente della Regione) un contributo alla credenza falsa e socialmente distruttiva che il matrimonio sia una mera convenzione sociale”. “Vi possono essere leggi gravemente ingiuste che non meritano di essere rispettate. Dio vi giudichera', anche chi non crede alla sua esistenza, se date a Cesare cio' che e' di Dio stesso”.
Ripetiamo: “se date a Cesare cio' che e' di Dio stesso”. Stiamo parlando del diritto di singoli cittadini che, indipendentemente da come decidono di vivere il loro amore, si auspica che continui ad essere limitato per l'accesso ai servizi pubblici e al welfare, non equiparandolo a quello di chi -maschio e femmina- contrae matrimonio.
Non abbiamo altro da aggiungere.
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