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Riduzione del danno. Spunti metodologici perche' l'attuale regime possa fare meno male
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Editoriale di Vincenzo Donvito
14 gennaio 2014 14:42
 
Per chi e' un addentro alla materia, la frase “riduzione del danno” viene associata alle droghe pesanti oggi illegali: e' una politica, sanitaria e sociale, che prende in considerazione la messa a disposizione di luoghi, sanitariamente ineccepibili e con assistenza di personale specializzato in grado anche di controllare le sostanze, in cui i tossicodipendenti possono recarsi per consumare le stesse (essenzialmente eroina) con una certa sicurezza. Sono narcosale presenti in Spagna, Germania, Belgio, Portogallo, Gran Bretagna, Francia, Svizzera e tanti altri Paesi.
Il concetto alla base della “riduzione del danno” e' la presa d'atto che esiste un danno (la tossicodipendenza, nella fattispecie) a cui non si puo'/riesce trovare un rimedio, e rispetto al quale le politiche applicate fino ad oggi hanno fallito. L'attuale “riduzione del danno”, per esempio, ha vantaggi solo sull'aspetto socio-sanitario, visto che viene applicata in Paesi in cui il commercio delle droghe e' e continua ad essere illegale: le sostanze continuano ad essere disponibili solo su un mercato nero in mano alle varie delinquenze organizzate. Nonostante questo, li' dove si applica la “riduzione del danno”, i vantaggi sanitari ci sono: calo drastico di morti e malattie dovute all'uso di siringhe non sterili.
Fatta questa premessa, ci poniamo una domanda. Potrebbe esistere una politica di “riduzione del danno” che prenda in considerazione i vari aspetti della nostra vita civica, economica ed amministrativa? Cioe' una presa d'atto che il danno che il nostro sistema economico e politico ci provoca, non e' estirpabile ma che, con una certa disponibilita' delle parti in gioco, potrebbe anche farci meno male. In pratica e' quello che gia' oggi, un'associazione come la nostra fa in tutti i propri ambiti di competenza, utenze e consumi: una quotidiana attivita' per cercare di aiutare i cittadini a non farsi mettere i piedi in testa, trovando le strade possibili e legali per avere meno danni da un regime che non sembra fatto a misura del cittadino ma per il mantenimento di se stesso. La “riduzione del danno” parte da un inversione delle priorita': al primo posto il cittadino malato, per il quale vanno trovati rimedi per farlo sopravvivere in un regime -essenzialmente fiscale ed economico- che non e' fatto per lui.
Abbiamo gia' risposto alla nostra domanda? Non del tutto. Noi siamo un'associazione di interessi particolari (cosi' come e' particolare la piu' nota “riduzione del danno” per i tossicodipendenti), e la “riduzione del danno” gia' la applichiamo, mentre la risposta al nostro quesito la pensavamo estesa a tutti gli ambiti sociali, civici ed economici. Aduc puo' essere un esempio perche' altri e diversi possano fare altrettanto?
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