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Riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità: ottimo il dibattito che si sta avviando, ma andiamo oltre i formalismi tecnici
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Editoriale di Alessandro Pedone
19 novembre 2019 15:50
 
 In questi giorni si sta sviluppando un dibattito, ancora piuttosto confinato fra gli addetti ai lavori, sul tema della Riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità. Oltre alle prese di posizione più tecniche, recentemente, si stanno pronunciando anche politici come Matteo Salvini, il quale ieri ha paventato fantomatiche firme “all’oscuro del Popolo".
Il tema è uno di quelli veramente centrali per il futuro dell’Europa e dell’Italia. Sarebbe fortemente auspicabile un dibattito comprensibile ai cittadini che rifugga sia dai tecnicismi sia dalle strumentalizzazioni politiche.

Che cos’è il MES in parole molto semplici
Partiamo da un concetto di base. I titoli di stato dei Paesi economicamente più sviluppati dovrebbero essere - in astratto - dei titoli privi di rischio. Questo accade per nazioni come Stati Uniti d’America, Giappone, Regno Unito, Canada, Australia, ecc.
Queste nazioni hanno una banca centrale la quale agisce da “prestatore di ultima istanza”.
Nel caso in cui il Governo non avesse disponibilità sufficienti prelevate dalla tasse dei cittadini, la banca centrale può “stampare moneta” (semplificando) e far fronte agli impegni dello Stato.
Questo “stampare moneta”, ovviamente, non può essere fatto “all’infinito”, esistono dei limiti che sono legati alla solidità economica della nazione.
In particolare a tre fattori: il tasso di crescita, la dinamica dell’inflazione e la bilancia commerciale (cioè l’equilibrio fra merci importate e merci esportate con l’estero).
Una nazione come l’Argentina o la Turchia non hanno un’economia sufficientemente forte da reggere iniezioni forti di “nuova moneta”. Il cambio della propria valuta con l’estero può schizzare a livelli insostenibili molto più facilmente di quanto questo possa accadere con potenze economiche come quelle che abbiamo citato.
Nazioni come Germania, Francia, Italia e Spagna hanno solidità simili a quelle del Regno Unito, Canada o Australia ma la grande differenza è che la Banca Centrale Europea non può fare da prestatore di ultima istanza.
Per la Germania, fino ad oggi, grazie alla solidità economica, la mancanza del prestatore di ultima istanza non ha creato problemi di sorta. Lo stesso, anche se in misura inferiore, vale per la Francia. Non vale, invece per l’Italia che ha un tasso di crescita dell’economia troppo poco elevato. La Spagna ha dovuto essere “salvata” durante la bufera della crisi del debito sovrano europeo.
Fatta questa premessa, possiamo capire meglio cosa sia questo Meccanismo Europeo di Stabilità.
In sostanza è un ente intergovernativo (istituito nel 2012 con un trattato tra 19 nazioni europee) che dovrebbe “mettere una pezza” alla mancanza nella zona Euro del prestatore di ultima istanza.
Non potendolo fare la BCE, è stato creato un organismo che abbia la possibilità di prestare soldi direttamente agli Stati.

Un minimo di storia ed i tempi della riforma
Senza entrare troppo nei dettagli, il MEF (questa è la sigla in italiano, in Inglese è ESM – European Stability Mechanism) è stato istituito a seguito delle famose parole di Mario Draghi “Whatever it takes”. Precedentemente era stato istituito un organismo “simile” che si chiamava “European Financial Stability Facility” e che prese i primi provvedimenti nel momento più caldo della crisi dell’Euro assistendo la Grecia, l’Irlanda ed il Portogallo. Ricordo questo perché il problema di questa istituzione era che il mercato non si fidava del fatto che avesse sufficiente risorse economiche e capacità decisionale per definitivamente il problema. Il “Whatever it takes” di Draghi, al di là dei meccanismi, è stata anche la spinta per trasformare l’EFSF nell’ESM rendendo quest’ultimo molto più capitalizzato. Da qui comprendiamo l'importanza dell'aspetto pscologico. Non si devono solo fare le cose sufficienti, ma anche cose che veganano considerate sufficienti, altrimenti si rischia - come successe durante la crisi dell'Euro - di ingigantire inutilmente il problema. 
Nel 2017 ha preso avvio un processo di riforma di questo ente con l’intento dichiarato di renderlo più efficace e – in un secondo momento – parte integrante delle istituzioni europee.
Nel 2018 c’è stata una accelerazione del dibattito preparatorio per la riforma che ha portato nel Giugno scorso ad una bozza di intesa che dovrebbe essere la base per un accordo politico da raggiungere, secondo gli auspici di Mario Centeno – presidente dell’Eurogruppo – entro dicembre.
Successivamente l’accordo dovrà essere ratificato dai parlamenti e si auspica che entri in vigore nel 2022. C’è quindi ancora tempo per un dibattito su questo tema. E’ auspicabile che la questione sia discussa fra i cittadini per aumentare la consapevolezza sulle dinamiche dell’economia e sul futuro dell’Europa.

Il dibattito in corso
Quattro giorni fa, il dibattito sul tema si alzato di livello quando il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco avrebbe detto, secondo l’agenzia stampa Reuters che: “La riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Esm) deve essere gestita con attenzione perché comporta potenzialmente «rischi enormi».”. Il termine “rischi enormi” sarebbe poi stato mitigato su richiesta della stessa Banca d’Italia.
Precedentemente, l’economista vicino al PD, Giampaolo Galli, vicepresidente dell’Osservatorio sui Conti pubblici della Cattolica di Milano, aveva fatto un’audizione alle commissioni V e XIV della Camera sul tema nella quale parlava di elementi di “criticità per il nostro Paese”. La voce più critica – fra quelle accademiche e ben documentate – è sicuramente quella di Luciano Barra Caracciolo il quale ha una posizione estremamente critica su tutti i trattati europei.

Due visioni economiche che si scontrano: la vera questione alla base del problema
Come abbiamo fatto in apertura, anche qui dobbiamo partire da un concetto base: che cos’è il debito pubblico e di chi è la moneta?
Astrattamente, nel caso in cui uno Stato decida di fare spese superiori alle entrate ricavate dalle tasse, potrebbe fare una scelta: emettere debito pubblico o emettere nuova moneta. La seconda strada è stata sempre più demonizzata a causa dei pericoli d’inflazione, cioè il possibile aumento dei prezzi dei beni e servizi. L’inflazione – giustamente – è considerata una delle ”tasse” più inique, perché colpisce maggiormente coloro che hanno redditi tendenzialmente stabili.
La strada dell’emissione di moneta per finanziare le spese dello Stato è – di fatto – una strada oggi non praticata da nessuno.
Alcuni Stati emettono debito, ma questo debito è poi comprato dalle Banche Centrali le quali, in sostanza, creano moneta e quindi si ricade, indirettamente, nella seconda scelta.

La relazione fra l’emissione di nuova moneta e l’incremento dell’inflazione non è affatto così lineare come potrebbe apparire a priva vista al senso comune. La BCE, in questi anni, ha emesso una quantità enorme di denaro nell’eurozona. Alla fine dell’anno scorso, la BCE aveva in pancia circa 2.600 miliardi di titoli acquistati sul mercato a fronte di un PIL dell’eurozona di circa 13.700 miliardi.
Questa enorme liquidità è rimasta in larghissima parte nel circuito finanziario, aumentando i prezzi delle attività finanziarie, in primo luogo delle obbligazioni – portando ai rendimenti negativi – e delle azioni. I titoli di stato italiani in mano alla BCE, per mezzo della Banca d’Italia, sono di fatto una monetizzazione del debito pubblico. La BCE, alla scadenza dei titoli, potrebbe scegliere tranquillamente di rinnovarli o semplicemente di non richiederne il rimborso.
Scegliere di continuare a considerare quelle poste un debito a tutti gli effetti è una scelta politica. Politicamente si potrebbe decidere – ad esempio all’interno degli accordi di riforma del MES – di non considerare debito i titoli acquistati dalle banche centrali, poiché in ogni caso sarebbero delle partite di giro.

La visione economia ancora dominante nel mondo (ed in particolare in Europa) ritiene che l’approccio appena indicato porti a conseguenze nefaste.
Si ritiene che concedendo agli Stati di finanziare il debito pubblico con l’emissione di moneta si giungerebbe presto a raggiungere un livello insostenibile.
E’ necessario, quindi, secondo questa visione, che gli Stati siano “costretti” a tenere un buon equilibrio fra le entrate e le uscite, tenendo il debito pubblico sotto controllo.
Questa “costrizione” - in base a questa visione - arriva dai mercati finanziari i quali devono fare da “cani da guardia” scegliendo di finanziarie gli Stati con politiche di bilancio “ordinate” e di non finanziarie gli Stati “spendaccioni”.

La vera questione che sta alla base di questa discussione, quindi, è quella della possibilità o meno di monetizzare, entro limiti ragionevoli, il debito pubblico.
Chi, sotto quale forma, a quali fini, con quali controlli, dovrebbe utilizzare la leva dell’emissione della moneta?

Se non si comprende il nocciolo della questione non si può comprendere perché alcuni dettagli della riforma del Meccanismo Europeo della Stabilità siano così importanti.
Entrando un minimo nei tecnicismi, tutto ruota attorno alla questione della così detta “condizionalità”. La bozza di riforma attualmente in discussione prevede che venga fatta una “analisi sulla sostenibilità del debito pubblico” la quale potrebbe portare alla strada della “ristrutturazione” del debito stesso. Ristrutturazione del debito significa, in soldoni, non pagare una parte dei quello che lo Stato si è impegnato a pagare a chi ha acquistato le proprie obbligazioni.
Abbiamo visto una cosa del genere nel caso delle obbligazioni subordinate delle banche “salvate” in base – appunto – alla direttiva Europea BRRD approvata nel 2014 ed entrata in vigore nel 2016.
In sostanza si teme che possa accadere ciò che è successo per le banche ma con una dimensione incommensurabilmente superiore.

Perché qualcuno dovrebbe volere che accada un mezzo disastro, come sarebbe la ristrutturazione forzosa del debito pubblico di una grande nazione? Al di là delle varie ipotesi “complottiste”, la tesi economica che sta dietro è semplicemente quella sopra espressa: ci vuole una grande paura affinché chi governa uno Stato non faccia spese incontrollate.

La nostra opinione
Chi scrive ritiene che sia fondamentale assicurare che i titoli di stato delle nazioni europee siano sempre e comunque considerati degli asset privi di rischio.
Al tempo stesso è necessario prevedere dei meccanismi che impediscano agli Stati di abusare della monetizzazione.
Considerare la monetizzazione del debito un tabù, come accade in Germania, è semplicemente una questione che sfiora più gli aspetti psicologici che economici. La monetizzazione del debito è una delle leve possibili, ovvio che non se ne può abusare, ma questo non significa privarsi di uno strumento importante di politica economica.
L’Italia dovrebbe avere la forza d’imporre una discussione sul nocciolo del problema. Difficilmente questo accadrà, se non ci sarà un attento dibattito pubblico a livello dei cittadini. Il MES è un ente pleonastico: serve una riforma della BCE che gli conferisca il potere di prestatore di ultima istanza come per tutte le altre Banche Centrali.
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