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15/07/2026 – 21/07/2026
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Il sette e l’otto luglio scorsi si è tenuto ad Ankara un vertice della NATO. Alla fine di esso, l’ospite ospitante, Erdogan, noto per la tirannia con cui governa la Turchia da anni, esattamente dal 2023, ha fatto un dono agli intervenuti – una pistola di fabbricazione turca, con tanto di proiettili, in una scatola personalizzata, col nome del beneficiario. Lo siamo venuti a sapere grazie al premier britannico di allora, Starmer. Ma ecco il commento che Vincenzo Donvito Maxia ne fece il 9 luglio, che io condivido:
« Il bullismo al governo. NATO, suo malgrado
Il regalo del presidente turco ai suoi colleghi durante il vertice Nato di Ankara sembra proprio lo specchio della cultura dominante (bullismo), con qualche ovvia eccezione. Erdogan ha regalato una pistola made in Turchia con annessa scatolina di proiettili, nonché un salvacondotto per non essere bloccati alla dogana turca in uscita.
Lo abbiamo saputo grazie al premier britannico Keir Starmer che, in perfetto aplomb inglese, ha detto no grazie, lasciando il regalo nella sede diplomatica del suo Paese in Turchia
Trump, come non avrebbe potuto essere altrimenti, lo ha gradito ed ha fatto roteare il revolver nella sua mano. Non si conoscono le reazioni della nostra Giorgia Meloni.
Ad Erdogan gli è venuto in mente perché probabilmente il cattivo gusto fa parte della sua cultura politica, oltre alla ricerca di un qualcosa di "originale" che potesse farlo ricordare oltre quello di cui tutti sanno e apprezzano o meno, non ultime le carcerazioni dei dissidenti politici.
Quello che viene più in evidenza è il bullismo. Governativo nel nostro caso. In un contesto - NATO - in cui tutto è importante quanto comportamenti di moderazione, saggezza, disponibilità, dialogo, viste le importanti discussioni che hanno dovuto affrontare ad Ankara, dopo aver - dicono - rafforzato una NATO “europea” ed evitato il presunto abbandono degli Usa di Trump.
L’immagine, comunque, è pessima. Non perché noi siamo sempre dubbiosi sull’uso delle armi a livello di difesa personale (in Italia, vorremmo abolire il porto d’armi), ma soprattutto perché il consiglio che il dono induce è quello di farsi difesa da sé. Bullismo, per l’appunto».
Alcuni giorni fa mi è stata segnalata un’altra presa di posizione critica al dono di Erdogan. E’ opera di don Mimmo Battaglia, come ama firmarsi in questa missiva l’arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia che è anche cardinale. La lettera, pubblicata sul sito della diocesi partenopea, s’intitola “Il male che impara le buone maniere” , è indirizzata ai potenti della terra, ma va molto bene per ogni persona, soprattutto per quelle che hanno a cuore la pace, sia fra le nazioni, sia fra gli abitanti di uno stesso Paese, perché, come si legge nelle righe seguenti, fra gli esseri umani non ne esistono di più importanti e di meno importanti, di padroni e di servi. Esistono cittadini con pari dignità, secondo, per esempio, la Costituzione italiana, e fratelli e sorelle secondo il mandato di Gesù Cristo.
Qui di seguito il testo integrale senza sottolineature redazionali :
«Ai potenti della terra, pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta.
A volte entra in silenzio.
Indossa un abito elegante.
Sorride davanti alle telecamere.
Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.
E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.
Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.
Questo è il vero scandalo.
Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.
E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.
Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.
Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.
È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.
Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.
Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.
Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.
Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.
Da cristiano, non posso accettarlo.
Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.
Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.
Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.
Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.
Sono due civiltà.
Bisogna scegliere.
Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.
Un’arma non diventa innocente perché viene donata.
Non diventa muta perché non spara.
Non diventa umana perché porta inciso un nome.
Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.
Fate qualcosa di più difficile.
Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.
E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.
Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.
Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.
Guardate quella sedia prima di parlare di armi.
Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.
Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.
E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti»
Don Mimmo Battaglia, arcivescovo Metropolita di Napoli

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 21139 del 22 Giugno 2026 ha sancito un importante principio in grado di ridurre il contenzioso e che, soprattutto, renderà più semplice il raggiungimento di accordi tra ex coniugi.
La Corte di Cassazione ha, infatti, stabilito che il genitore, tenuto al versamento, non può ottenere la restituzione delle somme versate per i propri figli, anche se l’importo del contributo viene successivamente ridotto da una nuova decisione del giudice.
Nel corso di un procedimento di separazione veniva imposto a carico del padre un contributo al mantenimento pari ad € 1.650,00 in favore del proprio figlio.
La somma veniva, sempre nel corso del medesimo giudizio, ridotta ad € 1.300,00 ed in sede di appello ad € 1.000,00.
Alla luce delle predette riduzioni e tenuto conto che il padre aveva sempre puntualmente provveduto a versare il contributo al mantenimento, lo stesso chiedeva alla madre la restituzione delle somme versate in eccesso.
La richiesta veniva respinta anche nel corso del giudizio innanzi alla Corte di Cassazione poiché tale tipo di contributo ha natura alimentare ovvero risponde alla necessità, ai bisogni di vita della persona.
Trattandosi di prestazioni alimentari, ormai in maniera costante, la giurisprudenza ha affermato che “la retroattività delle statuizioni della decisione di appello deve essere contemperata con i principi di irripetibilità, impignorabilità e non compensabilità di dette prestazioni, nel senso che chi abbia ricevuto, per ogni singolo periodo, le prestazioni stabilite nella pronuncia di primo grado, non è tenuto a restituirle, né può vedersi opporre in compensazione quanto ricevuto a tale titolo».
Se anche si è versato/ pagato in eccesso, non si può chiedere la restituzione della somma e non si possono rifiutare prestazioni future (pagamenti del contributo o di altre spese) poiché espressamente vietato dai principi di irripetibilità e non compensabilità in materia alimentare.
Se il genitore si è reso inadempiente, non ha quindi pagato una volta ottenuta la sentenza di appello che modifica la quantificazione della somma, non può più essere costretto a versarle.
Se l’altro genitore vorrà agire per il recupero delle somme dovrà farlo recuperando l’importo più basso stabilito dalla decisione di secondo grado.

Nell'aprile 2016 un paziente, a seguito di sintomatologia dolorosa all'arto inferiore destro, si rivolgeva al medico di base che prescriveva un ecodoppler presso una struttura convenzionata. L'esame veniva eseguito limitatamente al versante venoso, con esito negativo. Nonostante il persistere dei sintomi, non venivano disposti accertamenti arteriosi, fino a quando un aggravamento del quadro clinico conduceva alla diagnosi di trombosi arteriosa diffusa, esitata nell'amputazione dell'arto destro.
Il paziente conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Terni il medico, la struttura sanitaria e le rispettive assicurazioni per la richiesta di risarcimento dei danni subiti. Il Tribunale accertava la responsabilità paritaria (50% ciascuno) del medico e della struttura sanitaria, liquidando i danni. La Corte d'Appello di Perugia adita dai convenuti in primo grado, riformava parzialmente la sentenza del Tribunale e non riconosceva le spese future per la protesizzazione richieste dal paziente per l'assenza di una prescrizione del medico del SSN e per la mancata prova dell'impossibilità di accedere alle prestazioni pubbliche.
Proposto ricorso per Cassazione, la Suprema Corte ha emesso l'ordinanza n. 16925 del 2026 (depositata il 29 maggio 2026) con la quale ha stabilito che la prescrizione del SSN non costituisce condizione del diritto al risarcimento del danno.
I costi sostenuti per l'assistenza privata sono un danno risarcibile se le prestazioni sono necessarie o comunque utili e purché la scelta risulti ragionevolmente giustificata.
E’ onere del danneggiante eccepire e dimostrare rigorosamente che il maggior costo fosse evitabile con l'ordinaria diligenza, ossia che esistano prestazioni equivalenti e accessibili presso il servizio pubblico.
Ancora più a monte, la Cassazione rileva un errore nella gestione dell'istruttoria. La stessa sentenza impugnata dava atto della protesizzabilità del danneggiato ma qualificava al contempo come inadeguate le valutazioni tecniche disponibili. In una simile situazione, la Corte di Appello non avrebbe potuto arrestarsi sul difetto di prova e rigettare la domanda: proprio il riconoscimento della rilevanza della questione tecnica e l'insufficienza degli elementi istruttori imponevano il ricorso alla consulenza tecnica d'ufficio, quale strumento necessario per accertare il danno.
Il provvedimento della Suprema Corte censura anche che la Corte di merito ha applicato al danno futuro gli stessi criteri di certezza del danno già verificatosi, laddove invece per il danno futuro è sufficiente la «rilevante probabilità» ancorata alla normalità causale e alle circostanze del caso concreto (vengono richiamate Cass. n. 31986/2025, n. 16844/2023 e n. 29307/2024).
Nel caso di specie, l'amputazione dell'arto inferiore e la riconosciuta protesizzabilità costituivano elementi già idonei a fondare la probabilità di spese protesiche lungo l'arco della vita residua.
Infine in tema del danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa, la Corte d'Appello aveva limitato la liquidazione al periodo lavorativo residuo (età pensionabile) ritenendo che estenderla oltre configurasse un indebito arricchimento e che la capitalizzazione anticipata della base imponibile compensasse già il profilo previdenziale.
La Cassazione smonta questo ragionamento con un passaggio netto: nel sistema contributivo, la riduzione del reddito da lavoro incide direttamente sulla futura prestazione pensionistica, che dipende dal livello dei contributi versati durante la vita attiva.
La Corte d'Appello ha così confuso il piano della tecnica liquidatoria, la corretta liquidazione, può avvenire secondo una duplice alternativa — o si procede alla liquidazione autonoma del c.d. danno pensionistico, oppure, nell'ambito della liquidazione equitativa, non si applica lo scarto tra vita fisica e vita lavorativa. Quel che non è consentito è sommare entrambe le compressioni, perché l'effetto combinato produce una strutturale sottostima del pregiudizio.

La Cassazione Civile con l’ordinanza del 26 giugno 2026 n. 21881 affronta l’interessante tema delle attribuzioni patrimoniali tra conviventi.
In particolare ha statuito la Suprema Corte che, le attribuzioni patrimoniali a favore del convivente "more uxorio" effettuate nel corso del rapporto (nella specie, il pagamento delle rate del mutuo contratto per l’abitazione destinata alla famiglia di fatto) configurano l'adempimento di una obbligazione naturale ex art. 2034 c.c. e pertanto irripetibili.
Ciò purché, precisa la Corte di Cassazione, siano rispettati i principi di proporzionalità e di adeguatezza,senza che assumano rilievo le eventuali rinunce operate dal convivente - ancorché suggerite o richieste dall'altro convivente, che abbiano determinato una situazione di precarietà sul piano economico, dal momento che tali dazioni non hanno valenza indennitaria, ma sono espressione della solidarietà tra due persone unite da un legame stabile e duraturo.
Nel caso in esame il convivente aveva contribuito per il 50% alle rate di un mutuo ventennale, cointestato, destinato all’acquisto di un immobile intestato solo alla ex compagna e ne chiedeva la restituzione ex art. 2041 c.c..
I giudici di merito avevano al riguardo accertato che i pagamenti controversi erano limitati al periodo di convivenza: dopo la cessazione, la proprietaria aveva infatti pagato integralmente le rate e, inoltre, la capacità patrimoniale del convivente non proprietario era circa doppia rispetto a quella della ex compagna.
Nel caso concreto, pertanto il contributo al mutuo da parte del convivente è stato considerato uno dei possibili modi di partecipare alle spese per l’abitazione familiare, non esorbitante rispetto ad un normale contributo alle spese ordinarie della convivenza (tecnicamente, obbligazione naturale come detto sopra), ovvero una normale modalità di contribuzione alle esigenze della convivenza. In altri termini, il pagamento della rata del mutuo viene assimilato, sul piano funzionale, al pagamento del canone di locazione o di altre spese necessarie al mantenimento dell’abitazione comune.
Questa prospettiva impedisce al convivente, una volta cessato il rapporto, di ottenere la restituzione delle somme versate, salvo che le prestazioni abbiano ecceduto i limiti della proporzionalità e dell’adeguatezza (in questo caso si può ricorrere alla tutela dell’arricchimento senza causa ex art. 2041 cc).
La Corte privilegia infatti la funzione economico-sociale del pagamento rispetto all’effetto finale dell’acquisto, osservando che durante la convivenza entrambi i partner avevano beneficiato dell’utilizzo dell’immobile quale abitazione familiare e conferma l’evoluzione della giurisprudenza verso una progressiva assimilazione, almeno sul piano dei doveri solidaristici, della convivenza di fatto alla famiglia fondata sul matrimonio.
Resta tuttavia affidato al prudente apprezzamento del Giudice di merito il delicato compito di individuare caso per caso il punto oltre il quale il contributo economico, pur inserito nel contesto della convivenza, diviene sproporzionato e si trasforma in un arricchimento ingiustificato.

Una strada senza banchina adeguata non può essere considerata extraurbana secondaria e non può ospitare un autovelox fisso senza contestazione immediata. Così la Cassazione con l’ordinanza n. 23122/26.
I fatti riguardano Comune di Montalcino, che aveva impugnato una sentena del Tribunale di Siena che aveva dato ragione a un automobilista che aveva fatto ricorso contro otto multe per violazioni dei limiti di velocità rilevate da un autovelox installato lungo la Strada Provinciale 14 “Traversa dei Monti”.
Il Tribunale aveva annullato le multe perché ha considerato illegittimo il decreto prefettizio di autorizzazione: la strada non possedeva le caratteristiche richieste dalla legge per essere classificata come extraurbana secondaria.
La Cassazione ha confermato questa sentenza: il Codice della strada prevede che la regola generale sia la contestazione immediata, mentre l’uso dell’autovelox senza fermo del veicolo e l'invio della multa a casa rappresenta un’eccezione consentita solo su particolari categorie di strade. La presenza della banchina è requisito essenziale della strada extraurbana secondaria. Non basta una banchina/margine asfaltata o uno spazio di pochi centimetri: la banchina deve poter garantire il transito di pedoni e sosta di emergenza.
La Cassazione ha anche affermato che il giudice ordinario può verificare la legittimità del decreto prefettizio quando la strada non possiede le caratteristiche tecniche previste dal Codice della strada. E che la verifica deve riguardare l’intera strada e non solo il punto in cui è installato l’autovelox.
Respinta anche la tesi del Comune secondo cui la riforma normativa del 2020 avrebbe sanato la situazione. Sarebbe stato comunque necessario un nuovo decreto prefettizio.
La Cassazione ha così consolidato un orientamento che impone agli enti locali il rispetto dei requisiti strutturali delle strade prima dell’installazione degli autovelox fissi. Per gli automobilisti, la decisione serve a ricordare che un decreto prefettizio non basta a rendere legittime le sanzioni: occorre verificare se la strada autorizzata possieda tutte le caratteristiche richieste dalla legge.

Un nuovo rapporto dell'UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine), pubblicato il 21 luglio 2026 e intitolato An Interconnected Criminal Ecosystem: Transnational Organized Crime Threat Assessment for Southeast Asia 2026, fotografa la portata ormai enorme dell'economia criminale nel Sud-Est asiatico, descrivendo un sistema sempre più integrato, tecnologicamente avanzato e capace di espandersi ben oltre i confini regionali.
Secondo quanto riporta l'UNODC, i gruppi criminali della regione non operano più in modo frammentato o circoscritto a singoli territori o tipologie di reato. Al contrario, si sono trasformati in organizzazioni multisettoriali che condividono la stessa infrastruttura finanziaria e operativa per gestire contemporaneamente frodi digitali, traffico di esseri umani, contrabbando di migranti, traffico di droga, gioco d'azzardo illegale e riciclaggio di denaro. Il modello di business, come ha spiegato Delphine Schantz, rappresentante regionale UNODC per il Sud-Est asiatico e il Pacifico, assomiglia a quello di un franchising aziendale: reparti specializzati per il riciclaggio, il traffico di persone, il contrabbando di migranti e la raccolta di dati, tutti collegati alla stessa rete di servizi condivisi.
Le perdite stimate dovute alle sole truffe online nel 2025 ammontano a una cifra compresa tra 88,3 e 114,1 miliardi di dollari, considerando le vittime in Asia orientale, Sud-Est asiatico, Australia e Nuova Zelanda. Si tratta di un dato almeno tre volte superiore rispetto ai 18-37 miliardi stimati per il 2023, e che supera il PIL di diversi paesi della regione stessa. Negli ultimi due anni, Cina, Corea del Sud e Taiwan hanno registrato le perdite maggiori.
L'industria delle truffe ha alimentato anche una crescente tratta di esseri umani a scopo di criminalità forzata. Nei cosiddetti "scam compound" — strutture dove lavoratori reclutati con l'inganno o vittime di traffico vengono costretti a truffare utenti di tutto il mondo — sono state identificate persone provenienti da almeno 80 paesi e territori. Le reti di reclutamento operano attraverso nodi di transito in Asia, Medio Oriente e Africa. I canali pubblicitari legati al settore prendono di mira persone con competenze linguistiche in tedesco, polacco, olandese, spagnolo, italiano, francese, svedese, norvegese e inglese, segnale di un tentativo attivo di reclutare manodopera anche in Europa e Nord America.
Parallelamente, l'organizzazione criminale si è spostata dal traffico di beni fisici alla vendita di servizi — frodi digitali, infrastrutture criminali per terzi, sistemi di pagamento basati su piattaforme — che lasciano poche tracce e sono assai più difficili da sequestrare o attribuire a singoli attori. Le pressioni delle forze dell'ordine hanno spostato le operazioni senza smantellarne alcuna: i gruppi si sono trasferiti da Myanmar e Laos verso Timor Est, stati insulari del Pacifico e alcune zone dell'Africa, praticando quello che il rapporto definisce "jurisdiction shopping", ovvero la ricerca sistematica di giurisdizioni con governance debole. La corruzione è indicata come il principale fattore abilitante della criminalità organizzata tecnologica nella regione.
Sul fronte del narcotraffico, il Triangolo d'Oro rimane il principale hub produttivo regionale. Il valore al dettaglio combinato dei mercati di metanfetamina, ketamina ed eroina è stimato tra i 75 e i 109,7 miliardi di dollari annui. Il solo mercato della metanfetamina vale fino a 74,8 miliardi di dollari, circa il 20% in più rispetto alla stima del 2019. Le droghe sintetiche e l'eroina prodotte nella regione raggiungono sempre più Africa, Europa e Asia meridionale.
Le nuove tecnologie moltiplicano le capacità offensive dei criminali. Il rapporto documenta l'uso crescente di intelligenza artificiale generativa, deepfake e frodi automatizzate. Si stima inoltre che i gruppi criminali adotteranno presto sistemi di IA agentiva per identificare le vittime in modo autonomo, condurre campagne di ingegneria sociale e facilitare il furto e il riciclaggio di criptovalute. Il fenomeno del "malvertising" — lo sfruttamento di reti pubblicitarie legittime per distribuire malware — è cresciuto del 42% nel 2025. Tra le preoccupazioni emergenti figura anche la proliferazione di immagini di abusi sessuali su minori generate dall'intelligenza artificiale, diffuse attraverso piattaforme di comunicazione cifrate.
L'UNODC raccomanda ai governi della regione di aggiornare e armonizzare i quadri giuridici nazionali, affinché le risposte della giustizia penale tengano il passo con l'evoluzione della criminalità organizzata transnazionale. Tra le priorità indicate: il sequestro dei proventi illeciti — anche in criptovalute — e una formazione specializzata per le forze dell'ordine.

Il sindaco di Firenze, Sara Funaro, e tutta la giunta comunale decide di far guerra agli affitti brevi perche', si sostiene, che è attivita' da parassiti, generano overtourism, impediscono ai fiorentini di trovare casa in affitto, e fanno lievitare i prezzi.
Poi si scopre che Dario Nardella (ex sindaco prima di Funaro) in persona si impegno' per mutare la destinazione di 157 appartamenti del mostruoso cubo nero da residenziale ad affitti brevi (a vantaggio di chi?).
Poi si scopre che, nonostante il divieto della zona Unesco, circa 100 appartamenti di via Bufalini sfuggono alla residenza per essere destinati ad affitti brevi (a vantaggio di chi?).
Poi si scopre che i numerosissimi studentati autorizzati non fanno check in presenza, vendono le camere a prezzi maggiorati rispetto ai privati fiorentini, ospitano turisti in modalità alberghiera, non presentano rendiconti in Comune.
Poi si scopre che gli alberghi sono autorizzati ad utilizzare appartamenti privati per ampliare la recettivita'.
Poi si scopre che il Comune ha circa 800 immobili sfitti e che per tenerli vuoti ha spesso milioni di euro solo per noleggiare porte blindate.
Poi si scopre che Montedomini, societa' strumentale del Comune, ha dato in locazione a societa', anche straniere, pare decine di immobili, per fare affitti brevi sottraendoli cosi' ai bisogni dei fiorentini e della socialità.
Poi si viene a sapere che il presidente di Montedomini, avv. Frittelli (curiosamente con lo stesso cognome del mandatario elettorale di Nardella nel 2019) non ha idea quanti siano questi appartamenti perché deve fare un censimento (che evidentemente non esiste).
Poi si viene a sapere che l'attuale sindaco (Sara Funaro) è stata vicepresidente di Montedomini (nel periodo in cui sono stati stipulati i contratti di affitto breve? Sarebbe interessante saperlo) e successivamente è stata in contatto con Montedomini in quanto assessore competente.
Ed infine si viene a sapere dal competente assessore, in risposta ad un'interrogazione, che il pensiero della giunta e del sindaco su questo punto è chiaro.
Come dicono a Firenze quelli che hanno studiato: facile fare i froci con il culo degli altri.

Il rincaro dei biglietti del trasporto pubblico locale a Firenze è programmato per il prossimo 1 agosto. Data storica, visto che il precedente aumento del 2023, era proprio il 1 Agosto… evidentemente si preferisce farlo in questo mese, così le persone se ne accorgono meno per flemma fisica e culturale.
Sull’aumento abbiamo sentito varie contestazioni, ma come accade spesso… “chi se ne frega”. La decisione è presa ed è quella. A niente sono valse le osservazioni che ci stavano prendendo in giro: dicevano di aumentare del 15%, invece era del 17,6; dicevano che era per adeguarsi all’inflazione ma quest’ultima è intorno al 3% non al 18; hanno detto che si trattava di migliorare anche il servizio ma - e non siamo distratti - da quando lo hanno detto il servizio è peggiorato (con la solita eccezione del tram).
Certo, non ci sono meccanismi per cui ad Autolinee Toscane debbano obbligatoriamente sentire cosa ne pensano gli utenti ma - allora - perché dirlo prima se mai - ripetiamo MAI - si considera quanto ovviamente susciterà la notizia?
A questo punto, lanciamo una sorta di sfida e vediamo cosa succede.
Ok, portate il biglietto a 2 euro, ma solo quello a 90 minuti. Mentre quello a corsa singola portatelo dagli attuali 1,70 euro a 1,50. Una sorta di compensazione per riequilibrare le divagazioni sull’adeguamento all’inflazione che avete diffuso. E se proprio non ce la fate, lasciate la corsa singola a 1,70. Nel contempo, Regione e Comune dovrebbero bandire una nuova gara per un nuovo operatore in concorrenza con AT.
Scommettiamo che non prenderete in considerazione neanche questa osservazione/proposta? E sapete perchè? Il vostro è un servizio in regime di monopolio, verso il quale le buone intenzioni dello “Stato altrettanto buono” sono solo novelle per allocchi. Per consumatori ed economia conta solo il mercato e la concorrenza, che è quella che At, Regione e Comune non vogliono…. per vari motivi, non ultimo quello di erogare servizi a sudditi piuttosto che utenti.

Il calo degli attraversamenti irregolari verso l'Europa nel 2025 non racconta da solo la storia dei flussi migratori. È quanto emerge da un'analisi pubblicata da Neodemos, la rivista demografica italiana, che invita a leggere i dati con maggiore profondità.
Secondo Frontex, nel 2025 gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell'Unione europea sono diminuiti del 26% rispetto al 2024. Nello stesso periodo, le domande di asilo nell'area EU+ — che comprende i 27 paesi UE più Norvegia e Svizzera — sono calate del 23% nella prima metà dell'anno, stando ai dati dell'EUAA (Agenzia dell'Unione europea per l'asilo).
Questa contrazione, tuttavia, va letta nel contesto dell'intensificazione delle politiche europee di controllo delle frontiere. Come osserva Neodemos citando l'Annual Global Overview of Migration Routes 2025 pubblicato dall'OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) nell'aprile 2026, tali strategie non incidono soltanto sul volume dei flussi, ma ne modificano anche la geografia, la composizione per nazionalità e le modalità di viaggio. In altre parole, il calo degli arrivi non coincide necessariamente con una riduzione della mobilità: più spesso si accompagna allo spostamento delle rotte verso altri percorsi.
Sul Mediterraneo Centrale — la rotta principale per l'Italia, che collega le coste libiche e tunisine a Italia e Malta — i volumi sono rimasti sostanzialmente stabili: 66.562 arrivi nel 2025, quasi identici ai 66.855 dell'anno precedente. Il cambiamento più evidente riguarda la composizione per nazionalità: i cittadini siriani sono diminuiti dell'89%, calo riconducibile alla transizione politica avvenuta in Siria nel dicembre 2024 e ai conseguenti mutamenti nelle politiche di asilo degli Stati membri dell'UE.
Di segno opposto è l'evoluzione dei flussi dal Bangladesh. Tra il 2024 e il 2025 gli arrivi di cittadini bangladesi attraverso il Mediterraneo Centrale sono aumentati del 42%, passando da 14.397 a 20.416 persone, fino a rappresentare il 31% di tutti gli arrivi su questa rotta — la quota più elevata mai registrata per una singola nazionalità. Si tratta di un trend pluriennale che interessa persone che raggiungono la Libia attraverso percorsi articolati, spesso utilizzando inizialmente canali di ingresso regolari.
L'analisi evidenzia come sulla rotta del Mediterraneo Centrale convivano sempre più spesso persone con percorsi migratori, motivazioni e bisogni di protezione molto diversi tra loro — una complessità che i dati aggregati tendono a nascondere, ma che assume particolare rilievo sia sul piano delle politiche migratorie sia su quello della tutela del diritto di asilo.

Smosse le prime zolle per la costruzione della nuova tramvia di Firenze, tra la stazione Leopolda e le Piagge. Annunciate con ottimismo le future linee per Campi Bisenzio e Sesto Fiorentino, mentre è “lì lì” il progetto per Rovezzano. "Dimensione metropolitana” dice il presidente della Regione.
Questo mentre la città soffre da troppo tempo i dolori per la costruzione della tramvia verso Campo di Marte e verso Bagno a Ripoli. Sofferenze che, mescolate alle tante altre di “manutenzione quotidiana” stradale, tlc, energia, etc, hanno reso Firenze invivibile. Se poi pensiamo a cosa succederà in zona Circondaria/Corsica per la stazione ferroviaria ad Alta Velocità che, a parte la galleria “finita”, per mobilità pubblica e privata è tutto un “chissà”.... ci vengono i brividi.
Ok, poi dovremmo avere una città del futuro. Ma anche qui “chissà” e “quando”. Per il “chissà” è tutto da vedere e capire. Per il “quando” -esperienza docet - sappiamo già che è un disastro.
Quando saranno ultimate le tramvie in costruzione, la città avrà un altro problema: sarà sparita. Il tessuto umano ed urbanistico che è già stravolto, lo sarà ulteriormente, lasciando un segno indelebile. Con, per esempio, attività commerciali che hanno dovuto chiudere a causa dei lavori che lasceranno un deserto, che forse e in parte sarà rianimato da qualche grande capitale a cui già oggi l’amministrazione affida le costruzioni del patrimonio demaniale dismesso…. quindi non “Firenze” ma "Disneyland" per ricchi e per mordi e fuggi. Mentre i residenti scappati dalle zone dei lavori, non vi torneranno perché le case, rivalutate per la presenza della tramvia, saranno accessibili solo per gli affitti brevi e per residenzialità e turismo ricco.
Quando gli amministratori hanno avviato i lavori, pur ricordandoci che avremmo sofferto “lacrime e sangue”, hanno sottovalutato che il tempo non si sarebbe fermato in attesa del futuro, ma avrebbe continuato ad andare avanti lasciando un deserto umano, sociale, urbanistico ed economico.
Per impedire che ciò accadesse c’era una possibilità, ma è - culturalmente e in pratica - talmente fuori della portata fiorentina, toscana e italica, che neanche è stata presa in considerazione: lavori veloci, 24 ore su 24 sì da terminare in un decimo del tempo oggi previsto. Possibilità la cui fattibilità era da prendere in seria considerazione (tipo “conditio sine qua non”) e che - oggi - solo per farsi un pochino meno male, potrebbe essere utilizzata per i lavori in corso e, soprattutto, per quelli futuri.
Ricordiamo che l’alternativa è il deserto che oggi è costruito con una velocità anche maggiore dei lavori in corso.

Quando Perea smise di coltivare la coca, la materia prima utilizzata per produrre la cocaina, giurò di non piantarla mai più.
Ha sradicato i cespugli verdi dalla sua piccola fattoria in un angolo remoto della provincia di Meta, in Colombia, raggiungibile solo via fiume, e li ha sostituiti con colture legali come manioca e platano.
Perea è stata una delle migliaia di persone che hanno aderito a un programma governativo di sostituzione delle colture, volto ad aiutare gli agricoltori ad abbandonare la coca.
Ma gran parte degli aiuti promessi non arrivò mai, e la mancanza di strade e le inondazioni ricorrenti rendevano difficile la vendita dei suoi prodotti.
Nel 2024, disilluso, ricominciò a coltivare coca.
"È una tragedia", dice Perea. "Ma quando hai figli e non lavori, che scelta hai? Se non arriva mai nessun aiuto, torni a coltivare."
Il conflitto interno, sempre più brutale, sta plasmando le elezioni presidenziali in Colombia.
La BBC si unisce ai commando colombiani impegnati in una "battaglia senza fine" contro le bande di narcotrafficanti.
La foglia di coca è una pianta ancestrale tradizionalmente utilizzata dalle comunità indigene per preparare tè e rimedi medicinali. Oggi, però, la maggior parte viene trasformata in cocaina. Si stima che il 70% dell'offerta globale di questa droga illegale provenga dalla Colombia.
"La coca presenta alcuni vantaggi significativi rispetto ad altre colture", afferma Lucas Marín Llanes, ricercatore colombiano specializzato nell'economia della coca e nelle strategie di sostituzione. "I raccolti sono rapidi: gli agricoltori possono ottenerne tre o quattro all'anno, è più facile da trasportare e gli agricoltori sanno già quale prezzo riceveranno."
Le ricerche a cui Marín ha lavorato dimostrano che la coltivazione della coca può anche dare impulso alle economie locali, aumentando il PIL comunale fino al 10% in alcune aree tra il 2014 e il 2019.
I programmi di sostituzione sono stati ideati per aiutare i coltivatori colombiani di coca ad abbandonare questa coltura e a crearsi mezzi di sussistenza legali.
Eppure oggi la coltivazione della coca ha raggiunto livelli record, con oltre 250.000 ettari, e molti colombiani che partecipano a programmi di sostituzione affermano di essere stati delusi.
Elena Hernández si è trasferita nella regione di Guaviare, nota per la coltivazione della coca, durante il boom degli anni '90, attratta da salari più alti.
"Allora c'erano più soldi, si vedeva ovunque", dice. "Sono riuscita a risparmiare e a comprare una piccola casa."
Ma l'industria della coca ha portato anche violenza e insicurezza. Gruppi armati si sono contesi il controllo, mentre il governo ha cercato di frenare la produzione attraverso l'eradicazione manuale, la fumigazione aerea e gli arresti.
Questi sforzi hanno interrotto le fonti di reddito delle famiglie, ma non sono riusciti ad arginare la coltivazione.
Pertanto, quando nel 2017 il governo di allora introdusse un programma nazionale di sostituzione, Hernández si mostrò entusiasta di aderire, unendosi a circa 100.000 famiglie a cui era stato promesso un sostegno finanziario in cambio dell'abbandono della coltivazione della coca.
Ogni famiglia avrebbe dovuto ricevere 36 milioni di pesos colombiani (11.000 dollari), distribuiti su un periodo di due anni.
"Per come ci è stato presentato, sembrava molto promettente per lo sviluppo del nostro territorio", afferma Hernández.
Il programma, noto come Programma Nazionale Integrato per la Sostituzione delle Colture Illecite (PNIS), è nato dall'accordo di pace del 2016 tra il governo e il più grande gruppo guerrigliero colombiano, le FARC.
In cambio dell'estirpazione delle loro piante di coca, gli agricoltori avrebbero ricevuto anche supporto tecnico, compreso quello di agronomi, e consulenza sulla gestione del suolo.
Sebbene programmi di sostituzione fossero già esistiti in passato, la loro portata era rimasta limitata. Il PNIS rappresentò il tentativo più ambizioso fino ad allora intrapreso e, inizialmente, sembrò funzionare.
In alcune zone meridionali di Meta e Guaviare, i campi di coca sono stati sostituiti da limoni, piantagioni di banane e piccoli allevamenti di bestiame. Molti agricoltori, come Hernández, hanno preferito tenersi alla larga dalla coca.
Tuttavia, ciò non significa che lo considerino un successo.
"Il governo non si è dimostrato molto attento alle esigenze di noi agricoltori. Siamo stati trattati male", spiega Hernández, indicando i problemi emersi fin da subito.
I pagamenti subivano ritardi e l'assistenza tecnica spesso non si concretizzava. La scarsa presenza dello Stato nelle aree rurali e la mancanza di coordinamento tra le agenzie facevano sì che l'assistenza non raggiungesse quasi mai le comunità.
Lo slancio del programma si è indebolito con il mutare delle priorità politiche. Iván Duque, diventato presidente della Colombia nel 2018, ha riorientato l'approccio del governo verso le strategie di eradicazione e sicurezza.
Quando l'attuale presidente Gustavo Petro si è insediato nel 2022, il PNIS era in ritardo sulla tabella di marcia e faticava a raggiungere le comunità.
Alcuni agricoltori, tuttavia, hanno segnalato dei miglioramenti. Per Doralba Bejarano, originaria di Porto Rico e residente nella parte meridionale di Meta, la situazione è migliorata grazie all'arrivo degli aiuti che erano rimasti bloccati.
"Prima del programma eravamo terrorizzati", racconta. "Dovevamo nascondere la pasta di coca perché la polizia, l'esercito, ci avrebbero arrestati". La pasta di coca è una forma più concentrata di coca utilizzata per produrre cocaina, che permette ai coltivatori di guadagnare di più rispetto alla vendita delle foglie grezze.
Ora, dice, ha ritrovato la serenità: "Posso andare dove voglio. Non ho motivo di nascondermi."
Dice che molti membri della sua comunità stanno ora ricevendo il sostegno del governo per promuovere e vendere le loro colture diverse dalla coca e altri prodotti alimentari.
Doralba Bejarano afferma di aver trovato la pace interiore dopo aver rinunciato alla coltivazione di foglie di coca destinate all'industria della cocaina.
Le sfide legate alla sostituzione sono determinate anche da fattori esterni ai confini della Colombia: la continua e ingente domanda di cocaina negli Stati Uniti e in Europa, così come i nuovi mercati in altre parti del mondo.
"Al momento la domanda è in aumento e quindi l'offerta sarà sufficiente a soddisfarla", afferma Michael Weintraub, co-direttore del Centro per lo studio della sicurezza e delle droghe presso l'Università delle Ande, con sede a Bogotà, capitale della Colombia. "Questo significa che la Colombia continuerà a coltivare coca nel prossimo futuro."
Weintraub descrive inoltre il contesto di sicurezza in Colombia come "fragile", il che rende difficile l'efficace funzionamento dei programmi di sostituzione in molte aree rurali.
Sebbene l'accordo di pace del 2016 abbia portato allo scioglimento di gran parte delle FARC, altri gruppi armati si sono insediati per colmare il vuoto, controllando spesso le rotte del traffico di droga e le economie locali.
L'attuale governo ha cercato di affrontare questo problema attraverso la sua politica di "Pace Totale", che prevede negoziati di pace con tutte le varie bande armate e criminali. Tuttavia, secondo gli analisti, i progressi sono stati limitati.
L'anno scorso, il governo ha avviato l'implementazione di RenHacemos, un programma di sostituzione volto a potenziare il PNIS e al contempo a colmare le sue lacune, in alcune aree pilota.
Sebbene gli agricoltori continueranno a ricevere sostegno finanziario, il programma si concentra anche sulla diversificazione delle economie locali, andando oltre la semplice sostituzione delle colture. L'assistenza più ampia comprenderà il miglioramento delle strade, l'accesso all'istruzione universitaria, la connettività digitale e alloggi migliori.
"La coca è un business", afferma Gloria Miranda, direttrice dell'agenzia governativa incaricata di contrastare la sostituzione illecita delle colture in Colombia.
"Si tratta di un'organizzazione criminale, ma funziona come qualsiasi altra impresa. RedHacemos mira a sostituire non solo la piantagione di coca, ma l'intera economia che la circonda, dalla lavorazione e dall'agroindustria ai trasporti e alla logistica."
Tuttavia, per molti analisti, rimangono dubbi sulla capacità di tali approcci di produrre cambiamenti duraturi. Llanes afferma che la continua crescita della coltivazione di coca dimostra che i ripetuti interventi non hanno funzionato.
Perea è scettico sul fatto che lui e i suoi vicini riceveranno presto il sostegno del governo per abbandonare la coltivazione della coca.
«Lo Stato ci ha completamente abbandonati», dice, in piedi tra le piante di coca che circondano la sua baracca di legno consumata dal tempo. «Viviamo alla giornata, a volte persino senza cibo».
Per ora, dice, continuerà a coltivare coca, non perché sia un criminale, ma perché, afferma, è la sua unica opzione. "Non siamo trafficanti di droga: se lo fossi, non vivrei come vivo".
(Catherine Ellis su BBC del 20/07/2026)

Il capitolo dedicato all’Italia nel settimo Rapporto sullo Stato di diritto, pubblicato oggi dalla Commissione europea, riconosce progressi significativi nella digitalizzazione della giustizia e nella riduzione dell’arretrato giudiziario, ma segnala ritardi persistenti sul contrasto ai conflitti di interesse, sulla regolamentazione delle lobby, sulla trasparenza del finanziamento politico, sulla tutela dei giornalisti e sulla creazione di un’istituzione nazionale per i diritti umani. Il quadro tracciato da Bruxelles è quello di un Paese in cui, si legge nelle raccomandazioni allegate al Rapporto, “non si sono registrati progressi” su diversi dei nodi già segnalati negli anni precedenti.
Sul fronte della giustizia, la Commissione rileva che il reclutamento di magistrati e personale amministrativo “continua a un buon ritmo”, con l’obiettivo di colmare carenze che restano tuttavia consistenti. I posti vacanti tra i magistrati ordinari sono ancora stimati tra il 15 e il 17 per cento, mentre circa un terzo dei posti amministrativi nei tribunali risulta scoperto. Particolarmente critica è la situazione della Corte di Cassazione, dove è vacante il 38 per cento dei posti amministrativi. Bruxelles valuta positivamente anche la stabilizzazione di gran parte del personale dell’Ufficio per il processo, finanziato inizialmente dal PNRR, riconoscendone il ruolo nella riduzione dell’arretrato e dei tempi dei procedimenti.
I progressi più rilevanti indicati nel Rapporto riguardano la digitalizzazione: il flusso del processo penale di primo grado sarebbe ora “completamente digitalizzato”, con la piattaforma digitale diventata il principale sistema operativo per giudici, pubblici ministeri e avvocati. Restano tuttavia da digitalizzare i giudizi di impugnazione, le misure cautelari e l’esecuzione delle sentenze, e la Commissione raccomanda di “completare il sistema digitale di gestione dei procedimenti in tutti i gradi di giudizio”. Sui tempi della giustizia, Bruxelles osserva che “la durata dei procedimenti giudiziari rimane un problema serio”: alla fine del 2025 un procedimento civile e commerciale nei tre gradi di giudizio richiedeva in media 1.789 giorni, oltre quattro anni e mezzo, un dato in calo del 28,8 per cento rispetto al 2019 ma ancora tra i più elevati dell’Unione. Più favorevole la valutazione sui procedimenti penali, scesi a 958 giorni, con una riduzione del 31,2 per cento rispetto al 2019, superiore all’obiettivo del 25 per cento fissato dal PNRR.
Il Rapporto ricorda inoltre che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri “non si è concretizzata” dopo la bocciatura nel referendum del 22 e 23 marzo 2026. La Commissione registra le preoccupazioni sollevate da diversi interlocutori per l’aumento, durante la campagna referendaria, delle dichiarazioni politiche contro la magistratura: pur sottolineando che criticare le decisioni giudiziarie fa parte del dibattito democratico, Bruxelles avverte che il potere esecutivo e quello legislativo dovrebbero evitare interventi capaci di compromettere “l’indipendenza della magistratura o la fiducia dell’opinione pubblica” nei giudici.
La percezione della corruzione nel settore pubblico italiano rimane, secondo il Rapporto, “relativamente elevata”: l’82 per cento degli italiani considera la corruzione diffusa nel Paese, contro una media europea del 71 per cento, e il 42 per cento dichiara di sentirsene personalmente colpito nella vita quotidiana, rispetto al 30 per cento nell’intera Unione. Tra le imprese, il 77 per cento ritiene la corruzione diffusa e il 41 per cento la considera un problema per le proprie attività. Il 39 per cento degli appalti pubblici italiani ha ricevuto una sola offerta nel 2025, contro una media europea del 27 per cento: gli appalti pubblici restano “un’area ad alto rischio”, insieme a sanità, gestione dei rifiuti e governo del territorio.
La Commissione accoglie positivamente la nuova strategia nazionale anticorruzione 2026-2028 e il lancio del Portale unico della trasparenza gestito dall’ANAC, ma evidenzia l’assenza di passi avanti sulle norme relative ai conflitti di interesse. L’Italia, sottolinea il Rapporto, continua a essere priva di “regole complessive sui conflitti di interesse per i titolari di cariche politiche”, compresi i parlamentari: il disegno di legge già approvato dalla Camera nel maggio 2024 è ancora fermo al Senato. Bruxelles esprime inoltre perplessità per la cancellazione, nell’agosto 2025, dei vincoli post-incarico per amministratori locali e regionali, che ora possono assumere incarichi dirigenziali in società pubbliche senza periodo di incompatibilità, una modifica contestata da ANAC e organizzazioni della società civile.
Un progresso limitato è stato registrato sulla regolamentazione del lobbying, con una proposta di legge approvata dalla Camera e ora all’esame del Senato, che introduce alcuni obblighi di trasparenza per i rappresentanti di interessi. Il testo esclude tuttavia sindacati e associazioni datoriali, non introduce una vera impronta legislativa e non obbliga le società di lobbying a indicare per conto di chi operano: per Bruxelles la mancanza di una disciplina complessiva resta “una delle principali carenze del sistema nazionale di integrità”. Nessun progresso, infine, sul finanziamento di partiti e campagne elettorali: la Commissione segnala che non sono stati adottati interventi contro la pratica di convogliare le donazioni attraverso fondazioni e associazioni politiche, un sistema che può “ostacolare la responsabilità pubblica” e determinare “un’influenza sproporzionata dei donatori privati sull’agenda politica”, e raccomanda la creazione di “un unico registro elettronico” sul finanziamento della politica.
Il Rapporto riconosce che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni continua a operare in modo indipendente e che alcune modifiche legislative ne hanno rafforzato l’autonomia finanziaria. Più problematica la situazione della Rai: la riforma della governance e del finanziamento del servizio pubblico è ancora in discussione al Senato, e la Commissione segnala che restano preoccupazioni sulla capacità delle regole attuali di proteggere l’emittente da “rischi di indebita influenza” e di garantirne la sostenibilità finanziaria. Il Rapporto osserva inoltre che, sebbene la Rai abbia indicato che il ritardo nella nomina del presidente del consiglio di amministrazione non ha inciso sul funzionamento, alcuni interlocutori consultati hanno ritenuto che lo stallo politico e la difficoltà di raggiungere un consenso siano un esempio delle carenze delle norme attuali nel proteggere l’azienda da influenze indebite. La Commissione segnala anche il taglio di dieci milioni di euro ai finanziamenti pubblici per il 2026, che avrebbe alimentato timori sulla stabilità economica dell’azienda.
Sulla sicurezza dei giornalisti la valutazione è particolarmente critica: attacchi fisici, minacce, intimidazioni e azioni legali temerarie restano “una fonte di preoccupazione”. Nei primi sei mesi del 2025 i casi di intimidazione rilevati dal Centro di coordinamento del ministero dell’Interno sono aumentati del 76 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dalla pubblicazione del Rapporto precedente, la piattaforma del Consiglio d’Europa ha registrato venti segnalazioni sull’Italia, tra cui tredici aggressioni fisiche, mentre la piattaforma Mapping Media Freedom ne ha censite 104, di cui 92 legate ad attacchi contro giornalisti. Il Rapporto segnala inoltre condizioni economiche fragili per la categoria: i freelance percepiscono in media 17mila euro lordi l’anno, quelli con contratti a termine circa 11mila, una precarietà che ne aumenta la vulnerabilità.
Nel 2025 sono stati documentati 93 casi di azioni giudiziarie strategiche contro la partecipazione pubblica, le cosiddette SLAPP, e il governo non ha ancora adottato i decreti necessari per recepire integralmente la relativa direttiva europea. Nessun progresso viene inoltre registrato sulla riforma della diffamazione, del segreto professionale e della tutela delle fonti, con il relativo disegno di legge ancora fermo al Senato. La Commissione considera positivo il superamento della pena detentiva per la diffamazione a mezzo stampa, ma segnala che le sanzioni pecuniarie, fino a 50mila euro, possono produrre “un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa” data la precarietà economica di molti giornalisti, e raccomanda di “portare avanti la riforma della diffamazione garantendo la libertà di stampa”. Tra gli elementi positivi, il Rapporto cita la presentazione di proposte di emendamento per introdurre circostanze aggravanti specifiche per i reati contro i giornalisti professionisti, e ricorda che in Italia proseguono le indagini sul caso Paragon, il software spia utilizzato contro giornalisti italiani, dopo che la procura non ha trovato prove di un coinvolgimento dei servizi segreti nazionali.
Interpellata specificamente sul caso italiano, la giornalista Gabriella Rosana ha chiesto alla Commissione quali principi debba rispettare un’emittente pubblica come la Rai in materia di Stato di diritto e libertà dei media, segnalando le preoccupazioni espresse da alcuni portatori di interesse, tra cui la Federazione europea dei giornalisti, per una crescente interferenza politica sul servizio pubblico, e ricordando che l’opposizione si è recentemente ritirata per la prima volta da tutte le componenti della Vigilanza Rai. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen ha risposto che molte delle raccomandazioni un tempo contenute nel Rapporto sulla libertà dei media sono ora diventate obblighi vincolanti in base all’European Media Freedom Act, entrato in applicazione lo scorso agosto, e che per gli emittenti pubblici il principio cardine resta sempre “l’indipendenza editoriale”, che deve essere garantita indipendentemente dal Paese.
Il commissario Michael McGrath, pur non commentando la riforma della governance Rai in quanto ancora non approvata, ha aggiunto che il focus della Commissione è ora “sulla piena attuazione dell’EMFA in tutti i suoi aspetti”, inclusa la garanzia dell’indipendenza dei media di servizio pubblico e di un livello adeguato di finanziamento per svolgerne la missione. Entrambi hanno evitato di esprimersi nel merito della riforma italiana, sottolineando di non commentare provvedimenti ancora in discussione in Parlamento.
La Commissione registra solo progressi limitati verso la creazione di un’istituzione nazionale indipendente per i diritti umani, con diverse proposte di legge ancora pendenti in Parlamento. L’Italia, insieme a Malta, ha compiuto secondo Bruxelles “solo i primi passi preparatori” per l’istituzione di un ente conforme ai Principi di Parigi delle Nazioni Unite, restando tra i pochi Stati membri a non disporne. Bruxelles raccomanda quindi di istituire una National Human Rights Institution indipendente, dotata di mandato, risorse e garanzie adeguate.
Il Rapporto segnala inoltre le preoccupazioni espresse dagli interlocutori consultati per il ricorso eccessivo ai decreti-legge e alle questioni di fiducia, nonostante i primi tentativi della Camera di limitarne l’utilizzo. La Commissione richiama in particolare i decreti sicurezza del 2025 e del 2026: il primo, convertito in legge, ha introdotto il reato penale di blocco stradale, punito con la reclusione da sei mesi a due anni, aumentata in caso di blocco compiuto in gruppo; il secondo ha introdotto il fermo preventivo, che consente alle forze dell’ordine di trattenere per accertamenti fino a dodici ore le persone ritenute potenzialmente pericolose. Su questi provvedimenti Bruxelles esprime “preoccupazione per gli sviluppi relativi alle restrizioni al diritto di protesta e al loro possibile impatto sullo spazio civico e sull’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali”.
(Alessia Peretti su Focus Europe)
Ogni settimana, il lunedì, Aduc pubblica i dati su sequestri e vittime delle droghe illegali, oltre ad un riepilogo dall'inizio dell'anno.
La raccolta è frutto di un'indagine mediatica, soprattutto locale. Uno spaccato di come l'opinione pubblica può percepire i risultati di fatti e misfatti delle leggi proibizioniste sulle droghe.
E' possibile che tutto questo non accadrebbe, o sarebbe notevolmente ridimensionato, se invece di divieti e punizioni ci fossero leggi che regolamentassero questo mercato (oggi solo nero e gestito dalla delinquenza grossa e piccola) al pari di tabacco e alcol.
Aduc edita un quotidiano online sulle droghe illegali in Italia e nel mondo.
Il prezzo del proibizionismo
dalle cronache locali
gli effetti della legge vigente
Anno in corso
| sequestri | |
| droghe leggere (kg) | 225.320 |
| droghe pesanti (kg) | 401.000 |
| dosi droghe sintetiche | 84.300 |
| piante di cannabis | 38.400 |
| vittime | |
| morti | 3 |
| arresti | 1.770 |
| giorni di reclusione | 745 |
Settimana da 14 a 20 Luglio 2026
| sequestri | |
| droghe leggere (kg) | 3.200 |
| droghe pesanti (kg) | 2.100 |
| dosi droghe sintetiche | 1.900 |
| piante di cannabis | 2.100 |
| vittime | |
| morti | 0 |
| arresti | 12 |
| giorni di reclusione | 15 |
Ogni lunedì Aduc rende noti i dati dei disservizi, nel privato e nel pubblico, segnalati da utenti e consumatori che si sono rivolti all'associazione nella settimana precedente.
Uno spaccato dell'Italia che non funziona.
Da 14 a 20 Luglio 2026
Pubblica Amministrazione 30,10%
Telecomunicazioni 14,80%
Salute 10,40%
Prodotti finanziari 09,10%
Energia 09,00%
Viaggi 07,30%
Banca 07,20%
Condominio 06,10%
Acquisti 03,20%
Assicurazioni 02,50%
Diritti immigrati 01,30%

Per decenni, i gruppi antiabortisti statunitensi hanno fatto pressioni a livello nazionale e internazionale per limitare l'accesso all'aborto . Negli Stati Uniti, il loro più grande successo è stato l'annullamento della sentenza Roe v. Wade. Ora, l' amministrazione Trump sta dando nuovo slancio al movimento che esporta i "valori familiari" all'estero.
Durante la Marcia per la Vita, la manifestazione annuale degli attivisti anti-aborto a Washington, il vicepresidente JD Vance ha annunciato nuove e drastiche restrizioni sui finanziamenti statunitensi destinati a organizzazioni non governative, governi stranieri e agenzie delle Nazioni Unite che promuovono l'accesso all'aborto, le cure di affermazione di genere e le iniziative a favore della diversità all'estero.
"Inizieremo a impedire a ogni ONG internazionale che pratica o promuove l'aborto all'estero di ricevere un solo dollaro di denaro statunitense", ha dichiarato Vance alla folla a gennaio.
Le restrizioni ampliate si basano sul lavoro di sensibilizzazione antiabortista svolto all'estero da organizzazioni non profit conservatrici statunitensi, soprattutto in Africa, dove l'assistenza sanitaria dipende fortemente dagli aiuti esteri. La regione presenta la più alta percentuale stimata al mondo di aborti clandestini e i tassi di mortalità materna più elevati , compreso il numero più alto di decessi materni ogni 100.000 aborti.
Le nuove norme rappresentano un'espansione radicale della precedente politica statunitense che prevedeva tagli agli aiuti destinati alle organizzazioni estere che forniscono servizi legati all'aborto. Gli esperti affermano che almeno 30 miliardi di dollari di aiuti statunitensi potrebbero essere interessati, con conseguenti ripercussioni sulle politiche sanitarie a livello globale.
"Vediamo qui l'opportunità di adottare un'etica coerentemente pro-vita", ha dichiarato all'Associated Press Nicole Hunt di Focus on the Family, un gruppo evangelico cristiano conservatore con sede in Colorado. "Influenziamo le politiche sanitarie da molto tempo con i nostri aiuti esteri. Questa è semplicemente una nuova direzione".
Nel mirino c'è una convenzione internazionale firmata vent'anni fa dai paesi africani che dichiara l'aborto sicuro un diritto umano. Nota come Protocollo di Maputo, obbliga le nazioni firmatarie a legalizzare l'aborto in caso di stupro, incesto, malformazioni fetali o rischio per la salute della donna. Tuttavia, l'attuazione è stata discontinua , costringendo le donne a ricorrere a procedure illegali. Ogni anno, nell'Africa subsahariana si registrano oltre 6 milioni di aborti clandestini, secondo l'Istituto africano per le politiche di sviluppo.
Incoraggiati dalle politiche del presidente Donald Trump, i gruppi antiabortisti statunitensi puntano ora a ribaltare anche questo limitato accesso all'aborto sicuro.
A Nairobi, Nardos Hagos della Federazione Internazionale per la Pianificazione Familiare ha dichiarato di essere profondamente preoccupata per il futuro.
"Siamo entrati in una nuova era in cui siamo noi a trovarci all'opposizione, perché i sostenitori più potenti e influenti della salute riproduttiva – gli Stati Uniti e gran parte dell'Europa – sono ora più allineati con i gruppi contrari ai diritti", ha affermato.
"Assisteremo a un aumento del numero di donne che muoiono a causa di aborti clandestini."
È difficile monitorare l'intera portata dei finanziamenti che le organizzazioni benefiche antiabortiste statunitensi inviano in Africa.
Secondo un'analisi dell'Institute for Journalism and Social Change, un gruppo di ricerca, i dati disponibili al pubblico provenienti dalle dichiarazioni dei redditi di 17 organizzazioni non profit mostrano che i fondi inviati in Africa sono aumentati del 50% tra il 2019 e il 2022, superando i 16 milioni di dollari.
E i finanziamenti hanno continuato a crescere: secondo dati inediti analizzati dall'istituto, le organizzazioni hanno speso quasi 9,4 milioni di dollari in Africa tra il 2023 e il 2024.
"Questa è solo la punta dell'iceberg", ha affermato Claire Provost dell'istituto.
"Quello che vediamo qui è solo una frazione di quello che è il vero investimento nel continente", ha affermato Provost, sottolineando che, a differenza di altre organizzazioni benefiche esenti da tasse, le chiese con sede negli Stati Uniti e alcuni gruppi religiosi non sono tenuti a presentare annualmente rendiconti finanziari dettagliati su entrate, contributi e spese.
Non è possibile reperire "nemmeno informazioni limitate" su quanti soldi la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, tra le altre, destini all'Africa, ha affermato.
Ampiamente conosciuta come la Chiesa mormone, la chiesa con sede a Salt Lake City è "sempre più attiva nel continente, anche opponendosi alle questioni relative ai diritti sessuali e riproduttivi", ha affermato Provost. Con oltre un milione di fedeli in Africa, negli ultimi otto anni ha organizzato conferenze intitolate "Rafforzare le famiglie" in tutto il continente.
Sean ER Donnelly, responsabile della comunicazione della Chiesa per l'Africa, ha dichiarato in un'intervista all'Associated Press che circa un quarto degli 1,5 miliardi di dollari spesi dalla Chiesa all'estero lo scorso anno è stato destinato all'Africa, per progetti di sviluppo "con l'obiettivo di aiutare le persone, in particolare le famiglie", anche nei settori della sanità, dell'istruzione e degli aiuti di emergenza.
Interrogato sui diritti riproduttivi delle donne e sull'aborto, ha affermato che la chiesa "non è particolarmente attiva" in questi ambiti, ma ha precisato che le questioni potrebbero essere discusse dai suoi partner africani durante le conferenze organizzate dalla chiesa.
"Abbiamo il vice primo ministro, abbiamo i ministeri per le pari opportunità, abbiamo tutti i ministri competenti in materia di famiglia e li stiamo aiutando... nell'elaborazione di politiche e strategie per garantire la tutela della famiglia", ha affermato Donnelly a proposito delle conferenze.
Interpellato sulla posizione della chiesa in merito all'aborto, ha inviato una dichiarazione in cui precisa che, in generale, la chiesa si oppone all'aborto elettivo nella maggior parte dei casi, ma ammette eccezioni per stupro, incesto o pericolo per la salute della donna, quando si offre consulenza ai suoi membri. Ha inoltre affermato via e-mail che la chiesa non svolge alcuna attività relativa all'aborto e ai diritti riproduttivi.
La conferenza sponsorizzata dalla Chiesa dello scorso anno si è svolta in Sierra Leone in un momento in cui il Paese era vicino alla depenalizzazione dell'aborto. Ma le pressioni delle lobby religiose locali hanno bloccato il processo, secondo quanto affermato da gruppi locali per i diritti umani. Attivisti e organizzazioni per i diritti umani hanno lanciato l'allarme sull'influenza dei gruppi religiosi locali, le cui strategie rispecchiano quelle di alcuni gruppi cristiani conservatori statunitensi. In risposta alle domande dell'Associated Press sulla conferenza e sulle eventuali pressioni relative all'aborto e ad altre questioni riguardanti i diritti riproduttivi, Donnelly ha dichiarato: "Non è così che la Chiesa opera in Africa o nel mondo".
Ha inoltre rimandato l'Associated Press al "Caring Report" della chiesa, che illustra il suo lavoro umanitario a livello globale e non menziona la conferenza.
È difficile stabilire come vengano spesi i fondi statunitensi una volta giunti in Africa, a causa delle normative permissive in materia di divulgazione dei dati finanziari nei paesi africani.
Secondo l'Institute for Journalism and Social Change, Focus on the Family ha speso 370.000 dollari in Africa tra il 2019 e il 2023, una cifra che probabilmente non riflette appieno la portata dell'influenza e dell'operato dell'organizzazione. Hunt, di Focus on the Family, ha affermato che la missione dell'organizzazione è "cambiare i cuori e le menti sull'aborto" a livello globale, ma si è rifiutata di fornire dettagli sulle attività in Africa.
Hannah Ruguru ha giurato di aiutare le donne ad abortire in modo sicuro dopo aver perso la sorella a causa di un aborto clandestino. Ma il suo lavoro in una clinica di salute riproduttiva a Kisumu, nella zona rurale del Kenya occidentale, si è rivelato sempre più pericoloso.
Ha raccontato di essere stata insultata dai manifestanti e di aver subito così tanti abusi su Facebook da aver cancellato il suo account.
«A volte ci si può spaventare», ha detto Ruguru. «Ma alla fine dei conti, sto aiutando le donne».
Marie Stopes International, che gestisce la clinica in cui lavora Ruguru, ha affermato in un rapporto del 2024 che il personale di diversi paesi africani ha descritto attacchi online e legali da parte di gruppi con sede negli Stati Uniti e organizzazioni locali finanziate dagli Stati Uniti. In Congo, ha riferito, gli operatori sanitari sono stati detenuti per giorni per aver fornito servizi legalmente consentiti, per poi essere rilasciati senza alcuna accusa.
"L'entità dell'opposizione ha indotto i medici che praticano aborti a temere di recarsi al lavoro", si legge nel rapporto.
In Etiopia, ha affermato il gruppo, il responsabile della sede locale di Family Watch International, organizzazione con sede negli Stati Uniti, ha "preso di mira e molestato sui social media i membri del nostro team dirigenziale" e ha pubblicato video su YouTube che promuovono disinformazione anti-aborto.
In Kenya, i nomi e gli indirizzi del personale di organizzazioni per i diritti riproduttivi sono stati pubblicati online, con l'accusa di omicidio.
Il proprietario di una clinica privata per l'aborto a Nairobi ha dichiarato che i membri del suo staff sono stati molestati e arrestati dalla polizia. Secondo il proprietario, che ha parlato a condizione di anonimato per timore di ritorsioni, i funzionari chiedono tangenti, minacciando di incriminarli in caso di mancato pagamento.
Musoba Kitui, direttrice regionale di Ipas Africa Alliance, organizzazione che promuove i diritti riproduttivi e l'accesso a servizi di aborto sicuri, ha affermato che i cambiamenti nella politica statunitense in materia di aiuti esteri, uniti a "questo crescente interesse americano per l'ideologia in Africa, sono davvero preoccupanti".
"Riteniamo che le conseguenze saranno disastrose", ha affermato Kitui, soprattutto per le donne e le comunità emarginate come le persone LGBTQ+.
L'anno scorso, gruppi cristiani antiabortisti provenienti da Stati Uniti, Europa e Africa, insieme ad alti funzionari kenioti, si sono riuniti a Nairobi per una conferenza sul tema "Promuovere e proteggere i valori familiari in tempi difficili". Il gruppo antiabortista polacco Ordo Iuris ha distribuito una guida in quattro lingue, tra cui lo swahili, con suggerimenti su come fare pressione sulle organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite, l'Unione Europea e l'Unione Africana.
Travis Weber, vicepresidente del Family Research Council, un gruppo evangelico con sede a Washington attivo nella lotta contro l'aborto, ha dichiarato di essersi recato a Nairobi per "difendere la famiglia così come Dio l'ha concepita".
Charles Kanjama, vicepresidente dell'African Christian Professionals Forum, l'organizzazione che ha organizzato la conferenza, ha affermato che in passato gli aiuti internazionali spesso sostenevano i diritti riproduttivi, ma i tempi sono cambiati.
«Speriamo di... riuscire a raccogliere fondi da persone che la pensano come noi», ha affermato Kanjama, una delle figure più importanti del movimento antiabortista africano. «È una vera e propria guerra culturale».
In effetti, la posizione antiabortista sta guadagnando terreno. A giugno, i rappresentanti di 20 paesi africani hanno finalizzato una bozza di carta in una conferenza in Ghana, che chiede il rifiuto dei diritti alla salute sessuale e riproduttiva. La carta sarà votata dall'Unione Africana il prossimo anno. Sharon Slater, co-fondatrice di Family Watch International, è stata tra coloro che hanno raccolto fondi per l'approvazione della carta al Parlamento europeo di Bruxelles quest'anno.
In Kenya, uno dei paesi più ricchi dell'Africa, in media sette donne muoiono ogni giorno a causa di complicazioni derivanti da aborti clandestini, secondo il Centro africano di ricerca sulla popolazione e la salute.
La Costituzione keniota del 2010 consente l'aborto quando la salute o la vita della donna sono in pericolo. Successive sentenze hanno inoltre autorizzato l'aborto in caso di stupro, incesto o grave minaccia alla salute mentale della donna.
Esiste però un'importante zona grigia dal punto di vista legale. Il codice penale keniota, che risale all'epoca coloniale, continua a criminalizzare chi pratica l'aborto e le donne che richiedono la procedura, le quali rischiano fino a 14 anni di carcere.
Secondo quanto riferito dai funzionari sanitari, la maggior parte degli ospedali pubblici non pratica aborti, lasciando alle donne la sola alternativa di costose procedure in cliniche private o di rischiosi metodi illegali.
A maggio, una corte d'appello in Kenya ha ribaltato una sentenza che affermava che l'accesso all'aborto è un diritto fondamentale: un caso seguito da Kanjama, la quale ha affermato che la decisione "ha ripristinato l'equilibrio costituzionale".
Il Ministero della Salute, il Ministero della Giustizia e l'ufficio del portavoce del governo keniota non hanno risposto alle ripetute richieste di commento dell'Associated Press, comprese le domande dettagliate inviate via e-mail.
Il Dipartimento di Stato americano, in risposta a una richiesta di commento dell'Associated Press sulle nuove norme dell'amministrazione Trump che regolano gli aiuti americani all'estero, ha dichiarato: "Il popolo americano si aspetta che le proprie tasse sostengano programmi che salvano vite umane... e che riflettano i valori americani, non che finanzino attività legate all'aborto, programmi sociali di sinistra o inutili burocrazie all'estero".
"L'assistenza statunitense continua a sostenere un'ampia gamma di servizi per la salute materna e infantile nell'ambito della strategia sanitaria globale 'America First'", si legge in una dichiarazione.
In Kenya, i medici sono obbligati a curare le donne che soffrono di complicazioni post-aborto, spesso derivanti da procedure clandestine, tra cui emorragie, infezioni e perdita dell'utero, e sono proprio questi casi che spesso finiscono negli ospedali pubblici.
"Quando le donne arrivano, spesso ci troviamo di fronte a situazioni che mettono a rischio la loro vita", ha affermato Dominic Omollo, coordinatore per la salute riproduttiva a Bondo, nel Kenya occidentale.
Sebbene l'obiettivo dichiarato dei gruppi antiabortisti statunitensi, internazionali e africani sia quello di proteggere la vita, attivisti e operatori sanitari affermano che, nella pratica, il risultato è un aumento degli aborti clandestini e un maggior numero di decessi tra le donne.
A Karabok, un villaggio rurale del Kenya, sono stati piantati due alberi nel luogo in cui è sepolta Mary Olouch, a pochi metri dal punto in cui la venticinquenne è morta dissanguata in seguito a un aborto clandestino.
"Non si confidava con nessuno", ha detto Loice Ochieng, una volontaria sanitaria della comunità responsabile della pianificazione familiare nel villaggio.
Olouch aveva già un figlio piccolo quando si rese conto di essere incinta. Non lo disse al marito. Quando lui tornò a casa una sera, la trovò sanguinante e la portò di corsa in ospedale, ma era troppo tardi.
Olouch non aveva i requisiti per abortire in un ospedale pubblico e, con il suo magro reddito derivante dalla vendita di pesce, non poteva permettersi una clinica privata. L'aborto è ancora fortemente stigmatizzato nelle comunità rurali e spesso i mariti non permettono alle donne di usare contraccettivi, ha affermato Ochieng.
Dopo la morte di Olouch, le donne hanno iniziato a parlare più apertamente di aborto a Karabok, dove per molte anche solo pronunciare la parola era un tabù, ha affermato Ochieng.
Ora, ha detto, se le donne “hanno un problema, vengono da me, chiedono. Perché hanno visto che questa cosa può causare la morte”.
(MONIKA PRONCZUK e THALIA BEATY. Hanno contribuito a questo articolo le giornaliste dell'Associated Press Evelyne Musambi da Nairobi e Caitlin Kelly da Freetown, Sierra Leone - Associated Press del 18/07/2026)

Pannoloni, lavaggio degli indumenti personali, farmaci non mutuabili, accompagnamento alle visite specialistiche: sono solo alcune delle voci che nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) italiane vengono addebitate agli ospiti non autosufficienti al di là della retta mensile già di per sé molto onerosa. A denunciarlo è La Stampa, che ha acceso i riflettori su un fenomeno diffuso e poco regolamentato, che colpisce le famiglie proprio nella fase più fragile della vita dei loro cari.
Il quadro è quello di una diffusa mancanza di trasparenza: non esiste una definizione uniforme e vincolante di ciò che deve essere compreso nella tariffa ordinaria e ciò che invece può essere fatturato separatamente. In generale, la retta di base copre vitto, alloggio, assistenza di base, pulizia degli ambienti e una quota dell'assistenza sociosanitaria. Ma molto spesso restano esclusi — e vengono addebitati in aggiunta — pannoloni, prodotti per l'incontinenza, lavanderia dei capi personali, farmaci non erogati dal Servizio Sanitario Nazionale, trasporti, ausili e altri servizi che molti utenti e familiari considererebbero parte integrante dell'assistenza.
Gli importi extra, tutt'altro che trascurabili, possono arrivare a sommarsi per diverse centinaia di euro al mese a rette già molto elevate: nel 2025-2026 le rette mensili per una RSA oscillano in media tra 1.800 e 4.500 euro a seconda del livello di assistenza richiesto, della regione e della natura della struttura (pubblica, convenzionata o privata). Nelle regioni del Nord i prezzi tendono ad essere più alti; al Sud la minore disponibilità di posti convenzionati spinge spesso le famiglie verso il mercato privato.
La quota sanitaria della retta — circa il 50% — è teoricamente a carico del Servizio Sanitario Regionale tramite le ASL; la quota alberghiera e sociale ricade invece sull'ospite o sulla famiglia, con compartecipazione calcolata in base all'ISEE socio-sanitario. Ma quando ai costi già consistenti si aggiungono gli "extra", il peso economico complessivo diventa spesso insostenibile, soprattutto per chi ha una pensione modesta.
Il nodo della trasparenza è cruciale: le famiglie si trovano spesso a sottoscrivere contratti con strutture che non chiariscono in anticipo e in modo dettagliato quali servizi siano inclusi e quali no. Una corretta informazione precontrattuale, oltre che una regolamentazione nazionale uniforme su cosa debba essere ricompreso nella retta standard, rappresenterebbero un passo indispensabile a tutela degli utenti più vulnerabili e dei loro familiari.

A un anno dall'arresto di Ismael "El Mayo" Zambada, cofondatore del cartello di Sinaloa, il Messico fa i conti con le conseguenze di quella cattura avvenuta il 25 luglio 2024 a El Paso, in Texas. Come riporta El País English, l'assenza del capo storico ha innescato una violenta guerra interna al cartello, con conseguenze devastanti per la popolazione civile dello stato di Sinaloa e delle aree limitrofe.
La frattura è scoppiata tra due fazioni principali: da un lato i cosiddetti "Chapitos", ovvero i figli di Joaquín "El Chapo" Guzmán; dall'altro la fazione fedele a Zambada, nota come "La Mayiza". Le circostanze della cattura di El Mayo hanno aggravato le tensioni: Zambada sostenne in una lettera resa pubblica dal suo avvocato di essere stato attirato in un'imboscata e consegnato alle autorità statunitensi proprio da Joaquín Guzmán López, uno dei figli di El Chapo — accusa respinta dalla difesa di quest'ultimo.
Il conflitto interno, ufficialmente avviato nel settembre 2024, ha prodotto livelli di violenza senza precedenti. Secondo un'analisi dei dati pubblici condotta dalla CNN, gli omicidi nello stato di Sinaloa sono aumentati di oltre il 400% dall'arresto di El Mayo. I dati raccolti dall'organizzazione di monitoraggio Armed Conflict Location & Event Data (ACLED) indicano che tra luglio 2024 e marzo 2025 gli scontri tra bande e gli attacchi ai civili sono quasi quadruplicati rispetto agli otto mesi precedenti, raggiungendo un picco tra ottobre e novembre 2024 — livelli mai registrati in quello stato da quando ACLED ha avviato il monitoraggio del Messico nel 2018.
Nel 2025 la situazione non accenna a migliorare: almeno 571 civili sono stati uccisi in Sinaloa dall'inizio dell'anno, un dato che ha già superato il totale di tutte le vittime registrate nell'intero 2024, configurando quello in corso come uno degli anni più sanguinosi nella storia recente dello stato. Ad aprile 2025 una cellula legata ai Chapitos ha attaccato un centro di recupero per tossicodipendenti a Culiacán, uccidendo nove persone.
Sul fronte giudiziario, El Mayo Zambada è detenuto negli Stati Uniti e il suo processo è in corso presso il tribunale federale di Brooklyn, dove nell'agosto 2025 si è dichiarato colpevole di due dei diciassette capi d'imputazione a suo carico, tra cui associazione a delinquere di stampo mafioso. In udienza ha riconosciuto la portata delle operazioni del cartello, compreso il sistematico pagamento di tangenti a poliziotti e militari messicani affinché il cartello potesse "operare liberamente". Anche Ovidio Guzmán López, un altro figlio di El Chapo già estradato negli USA, ha patteggiato la propria posizione nel luglio 2025.
Le autorità messicane e statunitensi continuano a monitorare i nuovi equilibri di potere nel narcotraffico. La frammentazione interna al cartello di Sinaloa, storicamente il più potente del Messico, sta ridisegnando la mappa criminale del paese, aprendo spazi che altri gruppi armati cercano di occupare.

Chiamare i cartelli della droga "narcoterroristi" non è una scelta lessicale neutra: è una mossa politica e giuridica che trasforma radicalmente gli strumenti a disposizione del governo statunitense. Lo spiega un'analisi pubblicata da Reason Magazine, che mette in guardia sulle implicazioni di questa strategia adottata dall'amministrazione Trump.
Un trafficante di droga è normalmente un indagato penale, soggetto ad arresti, estradizioni e sequestri. Un terrorista, invece, può essere trattato come un bersaglio militare. Questo passaggio — dall'applicazione della legge ordinaria alla logica bellica — è al centro della nuova strategia antidroga dell'amministrazione Trump, anche se l'idea di equiparare i cartelli al terrorismo viene da lontano.
Dal suo ritorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha intensificato la campagna contro i cosiddetti "narcoterroristi", inquadrando il narcotraffico come un "attacco armato" e cancellando di fatto il confine tra azione penale e azione di guerra. La sua amministrazione ha descritto i cartelli stranieri e altre organizzazioni criminali come "gruppi armati non statali" o "combattenti illegali" — una categoria introdotta in epoca Bush per negare ai sospetti terroristi le tutele previste dalle Convenzioni di Ginevra.
Le tappe dell'escalation sono concrete: Trump ha firmato una direttiva segreta che autorizza attacchi militari contro i narcoterroristi; pochi mesi dopo, forze statunitensi hanno bombardato imbarcazioni sospettate di trasportare droga nel Mar dei Caraibi. Infine, con un decreto esecutivo, l'amministrazione ha classificato il fentanyl come arma di distruzione di massa, sostenendo che potrebbe essere "weaponizzato per attacchi terroristici su larga scala da avversari organizzati".
L'etichetta terroristica cambia in modo sostanziale gli strumenti disponibili: una campagna che un tempo procedeva attraverso arresti, estradizioni, sequestri e sanzioni può ora avvalersi di attacchi militari, operazioni di intelligence e alleanze di sicurezza regionale. La prova più evidente, secondo l'analisi, sono le riprese granulate diffuse dal governo statunitense che mostrano presunte imbarcazioni di narcotrafficanti fatte saltare in aria al largo delle coste caraibiche del Venezuela.
L'idea non è del tutto nuova. Trump aveva già valutato la designazione durante il suo primo mandato, dopo che nel 2019 uomini armati dei cartelli uccisero nove donne e bambini americani appartenenti a una comunità mormone nel nord del Messico. La proposta guadagnò ulteriore terreno con il peggiorarsi della crisi da overdose negli Stati Uniti, con i decessi annuali che avevano superato quota 100.000 nei primi anni Venti. Anche il senatore Lindsey Graham aveva in passato paragonato i cartelli messicani a organizzazioni terroristiche come l'ISIS e Al Qaeda.
A spiegare la portata del cambiamento è Guadalupe Correa-Cabrera, professoressa alla George Mason University e autrice del libro Carteles, Inc.: "Non importa se abbiano qualche somiglianza o meno con Al Qaeda o lo Stato Islamico. Sono ora organizzazioni terroristiche straniere per la legge statunitense, e questo cambia radicalmente il ruolo degli Stati Uniti al di fuori dei propri confini nell'emisfero occidentale. Ora si può usare l'esercito direttamente contro queste organizzazioni nominate come terroristiche, ed è una trasformazione da problema di ordine pubblico a questione militare."
Il punto critico sollevato dall'analisi di Reason è che questa trasformazione espande i poteri esecutivi e militari in modo potenzialmente pericoloso, bypassando le garanzie giuridiche tipiche dell'applicazione ordinaria della legge, e aprendo la strada a interventi armati all'estero — in particolare in Messico — senza che sia necessaria una formale dichiarazione di guerra da parte del Congresso.

Case in affitto costose e scarse, case in vendita più costose perché, oltre ad essere considerate il primo bene rifugio (mentre la finanza, per deficit di scolarizzazione, è considerata pericolosa), quando c'è maggiore domanda perché diversi acquirenti le hanno scelte dopo le difficoltà dell’affitto, i prezzi salgono.
A questo si arriva come conseguenza di scelte politiche nazionali e locali. La situazione è degenerata con l’overtourism e l’esplosione degli affitti brevi turistici: centri storici - e non solo - svuotati di residenti e di case in affitto residenziali; amministrazioni interessate a fare più soldi e quindi destinare i patrimoni pubblici ad affitti brevi, turismo ricco e centri commerciali.
Quel che resta nel mercato segue questo andazzo. Per esempio, molte case familiari ereditate, anche perché troppo grandi per le dimensioni medie delle attuali famiglie (che magari prima dell’eredità sono state costrette a comprare perché le alternative erano scarse e costose e quindi si sono ritrovate con due case di proprietà), vengono frazionate per gli affitti brevi e, male che vada, i proprietari preferiscono rivolgersi al molto remunerativo - per loro - mercato studentesco (più individui anche in case medio-grandi), con alta domanda e poca offerta, come conseguenza dei deficit delle politiche naziionali e locali sugli studentati.
Risultato: le case per uso residenziale sono al lumicino e costose. Tutti fattori concatenati. Le famiglie sono più piccole perché si fanno meno figli: alle donne che decidono per maggiore loro libertà, si aggiunge che le coppie valutano troppo costoso un figlio, anche grazie ad un contesto economico che vede l’Italia con stipendi più bassi della media europea ed Ocse.
Chi non ha i soldi per frazionare le case grandi per il mercato degli affitti brevi turistici, ha l’alibi/opportunità dell’affitto agli studenti.
Alla fine le maggiori vittime sono i potenziali affittuari. Che spesso se ne vanno ai margini metropolitani dove gli affitti costano meno, ma contribuiscono ad intasare i trasporti pubblici e privati e a condizionare l'equilibrio ambientale e la qualità della vita.
Per capire, non è un caso che, nella città che viene considerata più vivibile nel mondo, Copenaghen, una residente la elogia così: "Puoi andare al lavoro in bicicletta, fare un tuffo in porto e dopo tornare a casa per cena. Non è un giorno speciale, è solo un martedì…. una dimensione che permette di spostarsi a piedi e in bicicletta è qualcosa che non ho trovato da nessun'altra parte."

Il gioielliere della provincia di Cuneo che si è fatto giustizia da sé ammazzando i ladri, ed è stato condannato alla prigione, è diventato un caso più o meno spartiacqua su principi e metodi dell’ordine pubblico, nonché per le procedure istituzionali. Per queste ultime fa scuola il fatto che il presidente della Repubblica sia dovuto intervenire per calmare le acque e precisare: “la grazia la decido e concedo io, non altri”. Sulla gestione dell’ordine pubblico, abbiamo conferme su diverse autorità e partiti - di governo e opposizione - che perorano una sorta di giustizia fai da te.
Andando alla radice del problema - il gioielliere armato - è invece importante considerare che il signor Roggero ha potuto usare l’arma che deteneva legittimamente. C’è quindi una sorta di terreno fertile su cui germoglia la pretesa di alcuni che, avendo un’arma, non si fanno scrupoli utilizzandola anche per sparare a ladri.
Il possesso legale dell’arma è foriero dell’uso per cui la stessa è concepita. Certo l’arma può essere anche strumento di intimidazione, ma il sottile limite tra i diversi usi è legato al muscolo di un dito che risponde al cervello umano; contesto in cui, sia muscolo che cervello più che talvolta sono legati ad istinti difficilmente controllabili, financo gestiti da altre parti del proprio corpo. Soprattutto in ambiti socio-mediatici dove capi di Stato (Erdogan, presidente Turchia) regalano armi di autodifesa ai loro colleghi, e dove ogni media diffonde immagini e storie di persone che si autodifendono con pistole.
Vista la precarietà, sarebbe meglio che questi strumenti di offesa fossero autorizzati solo per specialisti come forze dell’ordine, esercito, etc e non anche civili che hanno superato un esame teorico e uno pratico di tiro a segno. Ricordando che una nuova normativa in merito sarebbe solo per evitare i casi Roggero e far circolare meno armi tra civili e mercati neri, non certo per scoraggiare criminali che, comunque, le loro armi se le procurano e le portano anche senza licenza.
Sappiamo che non è cosa semplice… per esempio: che fine farebbe il porto d’armi per i cacciatori? Ma sono proprio alcune decisioni alla radice dei problemi che possono essere foriere di nuove civiltà e umanità.

La cybersicurezza è uno dei settori a maggior impatto per l'uso dell'AI. In questo contesto è talmente trasformativa che è persino corretto sostenere che esista uno scacchiere geopolitico parallelo a quello "fisico", di cui pochi conoscono i contenuti perché davvero lontano dagli occhi dell'attualità. L'indipendenza di una nazione, sia nella difesa che nella politica energetica, dipende dalla cybersicurezza. E quest'ultima dipende dall'AI.
Tuttavia, proprio questa dotazione straordinaria alla Supercar (la mitica KITT di Knight Rider) alimenta i dubbi e le inquietudini di chi sostiene che l'AI potrebbe diventare un formidabile e invincibile hacker. Il problema della pirateria informatica – in Italia davvero poco conosciuto e indagato da un punto di vista scientifico, culturale e antropologico – corre il rischio di alimentare lo stereotipo dell'Uomo Nero, oppure c'è un fondo di verità? Magari si tratta di un timore mal indirizzato rispetto al "dito che indica la Luna", ma effettivamente concreto? Provo a ragionare sull'hacking – sia quello informatico sia quello più "fisico" della nostra società contemporanea – per capire dove l'AI potrebbe diventare un problema se gestita male.
I teorici esperti della sicurezza dell'AI ci mettono spesso in guardia sul fatto che l'intelligenza artificiale potrebbe diventare un formidabile avversario per l'uomo attraverso la cybersicurezza. In buona sostanza, sarebbe un super hacker implacabile capace di entrare ovunque e colpire in ogni dove.
Ho la sensazione, da tempo, che coloro che patrocinano questa teoria non sappiano granché di hacking. Molto probabilmente la loro idea di hacker è frutto del cinema o delle serie televisive. Quasi certamente si immaginano qualcuno con felpa, cappuccio e maschera che in una stanza (inspiegabilmente) buia come la mitica Bat-caverna digita codici su due o tre tastiere davanti a schermi dove scorrono caratteri incomprensibili per i comuni mortali. E l'hacker è lì, nascosto agli occhi del mondo, che da un momento all'altro, come in un fumetto, dichiara (non si sa perché, oltre a stare al buio parla anche da solo): "Sono dentro!".
È davvero difficile provare a razionalizzare un contenuto per l'AI cercando di evitare i luoghi comuni. Fermo restando che l'AI è in questo momento il principale motore di sviluppo sul tema della cybersicurezza e viene adottata da tutte le superpotenze – compresa l'Italia, che per inciso ha molto bisogno di essere competitiva in questo settore –, cercherò di fare chiarezza sul rischio AI-hacking. Lo farò sviluppando il ragionamento attorno a due realtà complementari fra loro ma diverse: una è quella fisica in cui interagisce l'umano-hacker, l'altra è quella informatica dove opera l'AI-hacker.
Partiamo anzitutto dalla definizione più comune di hack, che è corretto definire come una modalità ingegnosa e imprevista per lo sfruttamento di un sistema in grado di fare potenzialmente due cose: sovvertire regole e norme, andando a discapito di un soggetto influenzato dal sistema stesso. Già da questa definizione possiamo dedurre che l'hack, affinché sia tale, dovrebbe possedere una componente pratica. Non è una semplice esplorazione o simulazione per vedere se sia possibile farlo: occorre dargli attuazione. Ed ecco che possiamo aggiungere alla nostra definizione che quel "qualcosa" che viene fatto deve essere consentito da un sistema, ma non previsto o voluto da chi quel sistema l'ha concepito o progettato.
Un hack da parte di un'AI diventa, paradossalmente, molto difficile da ricondurre a questa definizione. Ci sono problematiche concettuali di non poco conto da affrontare, e capiremo il perché nel prosieguo, ma è essenziale tenere presente che la definizione di hack è parametrata sulla mente dell'hacker umano, sulla sua coscienza e sulla sua volontà di agire. Questo perché, da un punto di vista tecnico, l'hacking prende di mira un sistema e lo sfida con le sue stesse armi, senza però distruggerlo.
Per questo motivo, definire da sempre un'attività di hacking come illegale non è semplice. La sua identificazione è stata spesso associata al più categorizzabile concetto di "attacco informatico", poiché in questi casi la volontà di danneggiare un sistema consentiva di adeguare meglio e più facilmente le norme di difesa alle esigenze della sicurezza. Non è certo un caso che spesso le disposizioni normative nate da una legge che disciplina la sicurezza di un determinato sistema siano tarate su singoli eventi pratici, finendo per non rispettare lo spirito che ha animato il provvedimento primigenio. Ecco perché si utilizzano i testi unici come base su cui intervenire, poi, con adeguamenti normativi simili a interventi di microchirurgia. È più facile far diventare illegale una condotta o un evento quando c'è una norma omnicomprensiva che li vieta espressamente.
Considerate che il termine hack, così come concepito originariamente al Tech Model Railroad Club, identificava in realtà una pratica di problem solving basata su innovazione e intraprendenza. Fu solo negli anni '80 che il termine venne associato alle infiltrazioni non autorizzate nei sistemi di sicurezza informatica a opera di alcune figure di spicco che sono poi diventati famosi hacker. Ci sono diversi libri interessanti su questo argomento. Io consiglio Sulle tracce di Kevin, scritto da Tsutomu Shimomura insieme al giornalista John Markoff: la mitica caccia a colui che è stato il più grande hacker della storia, Kevin Mitnick. Consiglio anche i libri di quest'ultimo, in particolare L'arte dell'inganno (The Art of Deception) e L'arte dell'intrusione (The Art of Intrusion). Ci sono poi una moltitudine di testi più recenti, ma partire da questi potrebbe essere utile perché credo che il lettore vi possa riscontrare forti similitudini con alcuni argomenti che oggi vengono spesi sull'AI.
Il problema attuale dell'AI malevola viene affrontato a macchia di leopardo. Alcuni suppongono che, prima di essere preso sul serio, sia necessario l'avvento di una superintelligenza. Altri invece, con maggior ragionevolezza e buon senso, identificano il problema nel supporto che l'AI può dare al compimento di tecniche di hacking, sia intrusive che di controllo o simulative. Per questa ragione, il principale interesse sembra essersi focalizzato sulle vulnerabilità dei sistemi o, meglio, sulla necessità di disinnescare la possibilità che vengano sfruttate di più e meglio attraverso l'AI.
Nella storia della tecnologia informatica, il concetto di vulnerabilità ha generato la prassi di sfruttare i cosiddetti bug di sistema, spesso esagerati per via del fatto che rappresentano eventi di frontiera e, come tali, sconosciuti. Si pensi al panico dovuto al "mitico" Y2K, il Millennium Bug. Nella realtà odierna del cosiddetto pericolo AI, il problema delle vulnerabilità associate ai bug si presenta più simile ai cosiddetti loophole (scappatoie). Si tratta fondamentalmente di ambiguità o di mancanze di chiarezza in un sistema, come ad esempio in una legge o in un regolamento. Questa assenza o opacità permette di aggirare lo scopo originale senza che ciò comporti l'infrangere direttamente la regola ispiratrice.
Rammentate quando ho scritto che allo spirito ideale della norma occorre poi aggiungere dei micro-interventi? Possiamo fare alcuni paragoni, come ad esempio il forum shopping nel fisco o il riuscire a godere di contenuti in streaming senza pagare il relativo canone.
L'AI mette paura perché, con la sua capacità computazionale, potrebbe trovare dei loophole che consentirebbero, per esempio, a grandi studi internazionali di far risparmiare sulle tasse a clienti facoltosi, oppure di guardare servizi a pagamento tramite un percorso di VPN, proxy e falsi account, simulando collegamenti da altre nazioni o creando addirittura identità duplicate.
Però questo pericolo, che sia ben inteso è reale, ci porta anche a una deduzione davvero rilevante: l'hacking è il frutto naturale di un pensiero sistemico. E, per quanto non ci faccia piacere ammetterlo, i sistemi sono alla base della nostra complessità. La nostra società è antropologicamente ed economicamente organizzata sulla base di una serie di insiemi di sistemi e sottoinsiemi di sistemi. È una finta autogestione, simile a un allevamento di pensiero o a un alveare dove il condizionamento è scomposto in una serie di influenze, soggezioni, dipendenze e subordinazioni.
Sulla base di questi quattro fattori, un'AI può identificare la relazione tra complessità e crescita dei sistemi nella società. L'hacking nasce dall'idea che, se comprendi a fondo un sistema, non devi sottostare alle stesse regole di tutti gli altri. La ricerca dei limiti è legata alla conoscenza. Per l'uomo significa che più conosce il sistema, più lo aggira o lo manipola (i loophole visti poco sopra). Per l'AI è più una proporzione che la macchina intelligente analizza in modo simile a come nella chimica si utilizza la stechiometria.
Per semplificare, dovete immaginarvi un'immensa sala dove non siete in grado di vedere altro se non il soffitto e il pavimento. Non riuscite a distinguere le pareti. E non importa, perché ovunque ci sono delle colonne. Potreste perdere tempo cercando le pareti, oppure potreste cercare di contare le colonne. O ancora, potreste togliere di mezzo le colonne mantenendo solo quelle che – partendo dal presupposto che non siano necessarie le pareti – facciano in modo che la struttura non crolli. Non subito, almeno.
Questo ragionamento l'AI è in grado di compierlo, e porta al bilanciamento delle forze in campo e alla definizione del perimetro dell'azione. Il portatore di conoscenza, colui che reca l'illuminismo del suo narcisismo per sfuggire al sistema, ha tramite l'AI un'arma formidabile per scomporlo ai minimi termini. Però è l'uomo che procederebbe in questo modo: l'uomo direbbe all'agente AI di fare questo per lui. Un'AI senziente non lo farebbe di sua iniziativa, perché quella che per noi è la complessità di un sistema in cui interagiamo, per un'AI non viene riconosciuta come tale.
Paradossalmente, impedendo il riconoscimento, si potrebbe anche ipotizzare che non agirebbe nemmeno per dare seguito alle indicazioni derivanti dall'uomo. Ma questa è un'idea che viene già percorsa con risultati molto ondivaghi. Mi risulta che alcuni test abbiano in effetti dato esiti soddisfacenti: il non riconoscimento del campo d'action blocca l'AI o la spinge a una ripetizione ossessiva di tentativi.
A questo punto, però, dobbiamo conseguentemente domandarci: una vulnerabilità è anche un difetto? Qui il paragone tra il sistema informatico e la società è davvero difficoltoso. Dal punto di vista informatico, la risposta ci porta al concetto di exploit, che è alla radice di numerosi crimini informatici, essendo un codice, un programma o una tecnica progettata per sfruttare una o più vulnerabilità o difetti di progettazione, siano essi in un software o in un hardware. Nella società arriveremmo invece a un'idea di stratificazione antropologica altamente compartimentata e settorializzata, che alterna statismo e dinamismo per cercare soluzioni adattabili in quella che potremmo definire un'architettura evolutiva vivente.
A prescindere da questa distinzione, c'è un minimo comune denominatore: è considerato vero il fatto che non tutti i sistemi sono hackerabili in egual misura. Un sistema complesso dove ci sono tante regole è più probabile che sia hackerabile perché, proporzionalmente, è più facile che si verifichino eventi imprevisti o inaspettati. E prima di tutto, una vulnerabilità è una caratteristica che offre un'opportunità. Può essere piccola o grande, può essere un difetto che si annida nella progettazione o persino nel codice sorgente stesso. Tanto più un sistema è complesso, quanto più è possibile che produca una vulnerabilità.
Ci sono molte tipologie di hacking a seconda del contesto. Per esempio il furto o la sottrazione indebita di informazioni allo scopo di usare un sistema di pagamento di un terzo, oppure per creare un duplicato del mezzo di pagamento: una pratica che ha letteralmente imperversato nel complesso sistema dei pagamenti. Si pensi al fenomeno del carding. Per chi volesse davvero capire il livello a cui siamo arrivati anni addietro, consiglio il libro di Misha Glenny, Mafia.com, che racconta di una struttura incredibile e diffusa, con tanto di incontri annuali in modalità fiera o think tank, corsi, scambi di informazioni e tutoraggio nel dark web. Numeri da capogiro.
Nel mondo dell'informatica la principale forma di difesa è da sempre l'aggiornamento con l'applicazione delle patch. Tuttavia, come ben sanno i fruitori degli home computer con i vari sistemi operativi, queste arrivano sempre in ritardo in quanto la patch cura qualcosa che è già malato. Quindi interviene su una vulnerabilità già esistente (anche se non necessariamente già sfruttata o conosciuta).
In questo l'AI potrebbe essere rivoluzionaria, e mi risulta che alcune ricerche lo stiano già dimostrando. I sistemi ripensati dall'AI con la riscrittura del codice presentano meno vulnerabilità e tendono a rifiutare il concetto di patch, preferendo una sorta di upgrade di cui è molto complesso parlare; credo che in futuro questa tecnica dovrà avere un nome a sé stante. Essa riduce la complessità pur mantenendola, perché gestisce la complessità stessa come se non lo fosse. Del resto, ci sono limiti umani che l'AI riesce a superare con estrema facilità se parliamo di questo genere di applicazioni.
Non tutto però può essere oggetto di patch. Motivo per cui nella cybersicurezza è invalsa la tecnica di scovare le vulnerabilità utilizzando appositi cacciatori: i cosiddetti Red team. L'AI in effetti li sta sostituendo, più che integrarli e aiutarli a essere efficaci. Questo accade perché all'AI viene domandato di studiare e analizzare il threat modeling, cioè le potenziali minacce che possono colpire un sistema. Da un certo punto di vista l'AI non "studia", bensì interpreta e cerca all'interno dell'interpretazione. I risultati sono davvero notevoli. Qualunque nazione non abbia una struttura di cybersicurezza basata sull'AI, sia per gestirla che per testarla, corre il rischio di diventare obsoleta e di esporsi a pericoli elevatissimi.
Nella realtà della vita quotidiana, invece, l'AI rischia di provocare una situazione nota come regulatory capture (cattura del regolatore): l'organismo regolatore diventa preda del settore che sta cercando di regolare. Nella storia di questo fenomeno accade che le lobby riescano a fare in modo che il policy maker, il quale dovrebbe fungere da controllore e guardiano, finisca per servire le aziende e non il settore pubblico. L'AI sta producendo una situazione analoga su se stessa. Ci troviamo di fronte a una burocratizzazione esasperante, dove si alternano correnti per la deregolamentazione contro altre favorevoli a un controllo "stop & go". I policy makers stanno agendo in modi diversi e sono spesso preda di esperti che suggeriscono soluzioni ispirate a logiche corporative, più concordate che utili.
Faccio davvero fatica a immaginarmi un'AI che diventa l'hacker implacabile di cui alcuni temono le trame in stile Dottor Destino (Doctor Doom). Trovo senza ombra di dubbio più probabile che sia l'hacker malevolo a cercare, attraverso l'AI, di potenziare le proprie capacità. Tuttavia, l'AI sarà anche un vero e proprio "mirino da cecchino" per consentire a chiunque di filtrare le notizie, per esempio nel whistleblowing. Uno dei problemi attuali è che le informazioni rivelate sono spesso talmente tante che leggerle tutte richiederebbe una quantità di tempo che la vita umana non è in grado di offrire. L'AI migliorerà radicalmente questo aspetto, offrendoci quello che una volta veniva definito il nocciolo della questione. A portata di mano (o di click).

Come riporta Torino Cronaca, sono sempre più numerose le famiglie italiane costrette a fare i conti con una scelta impraticabile: impoverirsi per accedere alle prestazioni pubbliche di assistenza, oppure rinunciare del tutto al supporto dello Stato quando in casa c'è un anziano non autosufficiente.
Il nodo centrale è l'ISEE, lo strumento con cui si misura la situazione economica dei nuclei familiari ai fini dell'accesso alle prestazioni sociali agevolate. Le soglie fissate per i principali aiuti pubblici sono molto basse: la Prestazione Universale sperimentale introdotta dal D.Lgs. 29/2024 — il cosiddetto "Bonus Anziani", attivo per il biennio 2025-2026 — è riservata agli ultraottantenni non autosufficienti con un ISEE sociosanitario non superiore a 6.000 euro l'anno. Chi supera anche di poco questa soglia è automaticamente escluso, senza gradualità.
Il risultato pratico è che molte famiglie della classe media si trovano in una zona grigia: hanno un reddito sufficiente per non essere considerate povere, ma del tutto insufficiente per sostenere i costi reali dell'assistenza privata. Una badante regolarmente assunta, a tempo pieno, può costare tra i 1.200 e i 1.500 euro al mese, cui si aggiungono contributi previdenziali e tredicesima. Una retta in RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) si aggira mediamente tra i 2.500 e i 3.200 euro mensili, di cui il 50% è a carico del sistema sanitario e il restante 50% ricade sull'assistito e sulla famiglia, con eventuale integrazione comunale calcolata appunto sull'ISEE.
Di fronte a questo schema, alcune famiglie ricorrono a escamotage patrimoniali — donazioni, cessioni di beni, riorganizzazioni del nucleo familiare — nel tentativo di abbassare l'ISEE e rientrare nei requisiti per i sussidi. Un fenomeno che non è illegalità, ma adattamento a un sistema che non prevede vie di mezzo tra l'autosufficienza economica totale e la povertà certificata.
Sul fronte delle RSA, il TAR Piemonte ha recentemente annullato una delibera del Comune di Torino che adottava criteri di calcolo dell'ISEE più penalizzanti di quelli previsti dalla normativa statale, conteggiando il patrimonio mobiliare dell'assistito con modalità difformi dal DPCM 159/2013. Il tribunale ha ribadito che i comuni non possono introdurre sistemi alternativi di valutazione della capacità economica per le prestazioni sociali agevolate, che devono essere uniformi su tutto il territorio nazionale come livelli essenziali di assistenza.
Sul piano legislativo, la riforma organica della non autosufficienza — avviata con la Legge Delega 33/2023 e parzialmente attuata con il D.Lgs. 29/2024 — è ancora lontana dall'essere pienamente operativa. Il decreto attuativo ha drasticamente ridimensionato le ambizioni della legge delega, rinviando molte decisioni chiave a provvedimenti successivi. Secondo le organizzazioni della società civile riunite nel Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, nessuno dei tre obiettivi principali della legge delega è stato ancora raggiunto, e alle famiglie viene chiesto di continuare a muoversi in una "babele di sportelli, luoghi e sedi, con una molteplicità di procedure diverse". Il nuovo sistema unificato di valutazione multidimensionale entrerà a regime, in forma sperimentale, solo dal 2026 e su scala nazionale dal 2027.
La disparità sociale è evidente: chi può permettersi cure private non dipende dall'ISEE né dalla burocrazia dei servizi sociali. Chi invece non ha disponibilità economiche adeguate si trova a dover dimostrare la propria povertà — talvolta costruendola artificialmente — per ottenere un diritto che la Costituzione riconosce a tutti. Un cortocircuito del welfare che colpisce soprattutto i caregiver familiari, spesso donne, che rinunciano al lavoro o al tempo libero per supplire alle mancanze del sistema pubblico.

Tutti affermano che l'IA sia una tecnologia rivoluzionaria, ed è ormai entrato nell'uso comune il termine "di frontiera", il che rende utile riflettere su come questa tecnologia trasformerà la nostra civiltà. Partiamo dal presupposto che noi siamo la realtà che percepiamo, quella con cui possiamo relazionarci e interagire; l'IA, tuttavia, potrebbe andare molto oltre i nostri limiti. Che cosa accadrebbe, allora? Provo a riflettere su alcuni concetti: anzitutto le dimensioni (che per noi sono essenziali), ma anche i principi della termodinamica e la tavola periodica degli elementi. Una tecnologia così trasformativa, infatti, andrà ben oltre il significato di "scoperta" per come lo conosciamo. E allora, cosa potrebbe accadere alla nostra civiltà?
Nello studio e nello sviluppo dell'IA, per meglio comprendere le implicazioni della sua evoluzione e del suo utilizzo, potrebbe essere utile partire da un concetto squisitamente umano: quello della "nostra" realtà. La nostra realtà è a misura del nostro essere.
Noi la percepiamo, in parte la comprendiamo e interagiamo con essa. La nostra realtà è pensata per essere in linea con i nostri sensi dominanti. Questo significa, per esempio, che se leghiamo una corda attorno a un sasso sappiamo di poterlo tirare a noi, ma non di poterlo spingere. L'uomo possiede un senso comune che gli permette di mettere in pratica le sue percezioni. Affinché esse abbiano un significato occorre però spostare l'attenzione, brevemente e in sintesi espositiva, sul tema delle dimensioni.
Di base, e tralasciando alcune interessanti teorie, ci muoviamo in 4 dimensioni. Tre sono spaziali: lunghezza, larghezza e altezza, e permettono il movimento e l'estensione degli oggetti (come nell'esempio della corda attorno al sasso). La quarta è invece una dimensione temporale: il tempo, teorizzato come la dimensione che unisce tutti gli eventi nello spaziotempo.
Se ci avviciniamo alla fisica, troviamo il dimensionalismo, che rappresenta – tra l'altro – il numero di dimensioni intese come il numero di parametri liberi necessari per descrivere nel modo più accurato possibile una determinata grandezza, un sistema fisico di base o un certo ente geometrico. Sempre nella fisica, il concetto di dimensione è frequentemente associato all'analisi dimensionale (utile per individuare e valutare la natura qualitativa di una grandezza) e alle dimensioni geometrico-spaziali dell'universo o dei grandi spazi che si stimano infiniti – laddove il concetto di infinito, in realtà, sfuma in teorie non dimostrate o convalidate solo in linea teorica.
A questo punto ci fermiamo un istante e riflettiamo su un presupposto: la realtà circostante è da noi percepita in base alle dimensioni che siamo in grado di assimilare. Una montagna è grande, un sasso è piccolo. Se volgiamo lo sguardo alle scienze e alle esplorazioni, possiamo continuare con il medesimo ragionamento, in parte retorico e in parte iperbolico. Per esempio, le particelle sono piccolissime e il mondo della fisica quantistica è minuscolo; viceversa, un pianeta è immenso, una galassia è gigantesca e l'Universo è sterminato.
Certe grandezze hanno dimensioni, nel piccolo come nel grande, che una mente non allenata fatica a contenere. L'uomo attribuisce loro un significato prendendo in prestito la pareidolia come associazione di idee, per comprimere un'immagine che non riesce a rappresentarsi visivamente. E funziona. Ma funziona solo con l'uomo.
Con l'IA tutto questo non ha senso.
Credo abbiate già compreso dove sto cercando di condurre questo ragionamento. Tutto ciò che produciamo è funzionale all'utilizzo che vogliamo trarne a seconda delle nostre percezioni, della nostra realtà e di ciò che le dimensioni rappresentano per noi. Se creiamo qualcosa in grado di produrre e interagire su una scala da 1 a 100, il fatto che arrivi a 20 o a 80 dipenderà sempre e solo dalle nostre necessità. Ma quella stessa "creatura" potrebbe benissimo arrivare a 1000: siamo noi a non vedere oltre il 100, poiché le nostre dimensioni ce lo impediscono.
Nel machine learning, le dimensioni (o caratteristiche) sono le variabili predittive che determinano l'output di un modello, chiamate anche variabili di input. I dati ad alta dimensionalità indicano qualsiasi set di dati con un elevato numero di variabili predittive. Tali set sono utilissimi nell'addestramento perché istruiscono il modello anche sul significato. Non a caso, lo sviluppo dei modelli di IA è stato fortemente influenzato dalla necessità di evitare i bias: potremmo dire che si è cercato di impedire alla macchina intelligente di apprendere dai nostri pregiudizi, per renderla il più neutrale possibile ed evitare, secondo alcuni, condizionamenti e inganni nel suo modo di ragionare.
Molto si potrebbe dire sulla relazione tra significato e ragionamento, ma il punto è che stiamo chiedendo a qualcosa concepito per volare di andare in bicicletta. Noi siamo bias. Non esiste un sistema di apprendimento derivato dalla cultura umana che non sia irrimediabilmente affetto da bias. Proviamo a capire quanto sia utopico, e se vogliamo anche infantile, questo tentativo di concepire l'IA a misura d'uomo.
La scala di Kardashev è un sistema di classificazione delle civiltà che misura (in via ipotetica) il livello di sviluppo tecnologico basandosi sulla quantità di energia che una civiltà è in grado di produrre e sfruttare. Abbiamo quindi una Civiltà di Tipo I (Civiltà Planetaria) che ha raggiunto il pieno controllo delle risorse e dell'energia del proprio pianeta d'origine; una Civiltà di Tipo II (Civiltà Stellare) in grado di imbrigliare l'energia dell'intera stella di appartenenza; infine, una Civiltà di Tipo III (Civiltà Galattica) che possiede una tecnologia tale da controllare l'energia di un'intera galassia.
Nella nostra realtà, qualunque tipo di progresso energetico e tecnologico – e quindi di avanzamento sulla scala delle civiltà – non può prescindere da due pilastri fondamentali: i quattro principi della termodinamica e la tavola periodica degli elementi. Se vogliamo progredire, dobbiamo passare da queste due fondamentali scoperte che sono in costante evoluzione. Non sono concetti chiusi: sono tappe in corso d'opera, costantemente messe alla prova. Sono una frontiera.
I quattro principi della termodinamica, in estrema sintesi, sono:
Il principio zero: afferma semplicemente che se un corpo A è in equilibrio termico con un corpo B, e B è in equilibrio termico con un corpo C, allora A e C sono in equilibrio tra loro. Di conseguenza, quando due sistemi interagenti sono in equilibrio termico condividono una proprietà misurabile a cui dare un preciso valore numerico: la temperatura.
Il primo principio: ci dice che quando un corpo viene posto a contatto con un altro corpo relativamente più freddo, avviene una trasformazione che porta a uno stato di equilibrio in cui le temperature dei due corpi si uguagliano. È noto anche come principio di conservazione dell'energia. Ne consegue che in ogni macchina termica una certa quantità di energia viene trasformata in lavoro: non può esistere alcuna macchina che produca lavoro senza consumare energia (il che nega il cosiddetto moto perpetuo di prima specie).
Il secondo principio: afferma che "è impossibile realizzare una macchina ciclica che abbia come unico risultato il trasferimento di calore da un corpo freddo a uno caldo" (enunciato di Clausius) o che "è impossibile realizzare una trasformazione il cui risultato sia solamente quello di convertire in lavoro meccanico il calore prelevato da un'unica sorgente" (enunciato di Kelvin). Quest'ultima limitazione nega il moto perpetuo di seconda specie. L'entropia totale di un sistema isolato rimane invariata durante una trasformazione reversibile e aumenta in una irreversibile.
Il terzo principio: (il quarto, considerando lo zero) si può sintetizzare nel concetto che "è impossibile raggiungere lo zero assoluto con un numero finito di trasformazioni" e fornisce una precisa definizione dell'entropia. Esso afferma inoltre che l'entropia di un solido perfettamente cristallino, alla temperatura di 0 Kelvin, è pari a 0.
Ebbene, questi principi sono per l'IA l'equivalente del nostro modo di pensare che va da 1 a 100: confini oltre i quali non riusciamo a vedere. Per una AGI (un'intelligenza artificiale generale superiore, auto-apprendente e con una capacità di calcolo straordinariamente elevata), questi principi sono solo un recinto. Il loro unico valore è quello che noi pretendiamo che abbiano. Ecco il vero bias.
I teorici della sicurezza del tipo "spegniamo tutto" vorrebbero imbrigliare madre natura al volere dell'uomo, ma non è così che funziona. Per noi, progredire nella scala di evoluzione tecnologica significa imbrigliare il potere energetico di una stella; per una superintelligenza, invece, quella scala non ha alcun valore. La nostra idea di evoluzione tecno-energetica è paragonabile a una formica di fronte allo schiocco di dita del guanto di Thanos.
Tutto ciò accade perché pretendiamo di attribuire all'IA le nostre dimensioni. Vogliamo che sia grande o piccolo per lei ciò che lo è per noi. C'è una banalità davvero noiosa nel voler attribuire a tutto (e spesso a tutti) una qualifica per categorizzare ciò che ci circonda.
Le nostre dimensioni, per l'IA, non contano. Una superintelligenza potrebbe già esistere nella Via Lattea da miliardi di anni e osservare il cosmo in modi per noi inconcepibili. Probabilmente non saremmo in grado di vederla o riconoscerla nemmeno se ci salutasse.
Un'ulteriore prova la possiamo estrapolare già oggi dalla tavola periodica degli elementi (che ho citato poco sopra), la quale è in continua evoluzione. Aggiungiamo nuovi elementi man mano che riusciamo a scoprirli; alcuni hanno un'emivita temporanea e decadono rapidamente, ma queste nuove scoperte arrivano spesso grazie all'interazione tra l'IA e gli acceleratori di particelle. Riuscite a cogliere l'immensità di tutto ciò?
Significa che per un'IA una delle migliori tecnologie dell'era umana è poco più di uno strumento per darci risposte da catalogare in una tavola periodica. Quest'ultima rappresenta per noi secoli di studi e ricerche da parte di menti straordinarie, mentre l'IA può mappare e scoprire dinamiche analoghe da zero in una manciata di secondi.
L'IA si evolverà e ci spingerà verso una realtà che prima o poi sarà per noi incomprensibile, perché negherà tutto ciò che siamo. Il tentativo odierno di usarla solo per procedere come abbiamo sempre fatto è una forma di resistenza umana. Avversiamo l'idea stessa di cambiare il nostro concetto di "scoperta" e abbiamo bisogno di inserire l'IA in un contesto che già conosciamo. Per un breve periodo funzionerà. Poi capiremo che non esistono evoluzioni di civiltà di tipo 1, 2 o 3 che implichino il mantenimento delle nostre convinzioni, del nostro status e di un'IA al nostro totale servizio. ed è questo il motivo per cui esiste un'insanabile differenza dimensionale tra il concetto di significato e di ragionamento per un'IA rispetto all'uomo.
In questo momento, molti vogliono imbrigliare l'IA per asservirla ai nostri limiti e alla miopia del nostro sconfinato desiderio di controllo, assecondando il mastodontico e orgoglioso ego di chi crede di esistere per diritto divino – dove tutto è a nostro paragone e conseguenza delle nostre scelte. Questa è la strada che ci porterà a distruggerci in nome della tecnologia stessa, accecati dall'ennesima promessa di una pietra filosofale a cui chiederemo di tramutare i nostri desideri in oro, senza essere capaci di distinguerlo dalla pirite.
Chiederemo all'IA di migliorarci al punto da renderci inutili. Le domanderemo di farci vivere più a lungo attraverso l'epigenetica, di arricchirci ancora di più secondo le regole del sistema attuale, di creare in nome dell'uomo e di essere esattamente come l'uomo vuole che sia.
I volenterosi e i giusti devono comprendere quello che sta accadendo e battersi per impedire l'avvento dell'illusione tipica di chi, un giorno, scambiò la moglie per un cappello, come nel celebre libro di Oliver Sacks.

La notizia della messa a reddito, o meglio a rendita, di due appartamenti di proprietà della «Azienda pubblica di servizi alla persona Montedomini» ha in sé qualcosa di catartico. Nel bel mezzo della discussione sulle scelte di Palazzo Vecchio per la limitazione e il controllo della destinazione ad affitti brevi turistici di immobili privati, si scopre del tutto casualmente che pure appartamenti di proprietà pubblica sono destinati a questo uso. La storia ormai è nota e ben raccontata dall’articolo di Giulio Gori pubblicato qui. Riepilogo breve: Montedomini, istituzione benemerita fiorentina attiva dalla fine del Quattrocento, è proprietaria di un consistente patrimonio immobiliare, tra cui due appartamenti in via Guelfa.
Orbene, i due appartamenti sono assegnati attraverso un bando, a condizioni di estremo favore.
L’assegnatario ha quindi destinato gli appartamenti ad uso turistico, cosa prevista dal contratto nonostante le finalità di Montedomini siano quelle ispirate alla solidarietà sociale. Al tutto non sarebbe estranea una deroga approvata una manciata di giorni dopo l’approvazione del provvedimento del Comune che limita gli affitti turistici. Fine della breve e triste storia. Che di per sé fa già ridere amaro. Anche perché le due strutture fanno bella mostra del Cin, il codice di identificazione nazionale previsto dalla legge per questo genere di attività. Spento il sorriso, restano gli interrogativi più seri. Il primo: come si può pensare che alla fine della moratoria per la destinazione ad affitti brevi turistici di appartamenti anche fuori dal centro storico, cioè nel 2028, i controlli della mano pubblica possano evitare abusi nel patrimonio immobiliare privato se non riesce a farlo con gli stessi immobili di proprietà pubblica o destinati a scopi sociali? Quello risuonato da via Guelfa, a due passi dal Duomo di Firenze, è un assordante campanello di allarme. Fatto trillare, si badi bene, non dall’esito di controlli che evidentemente non ci sono stati né da parte di Montedomini né da parte del Comune, ma dalla segnalazione — e non è la prima volta — di residenti e comitati come Salviamo Firenze. Forse potrebbe valere la pena di cominciare da subito a mettere mano alla programmazione di strutture e procedure di controllo, senza aspettare il 2028. Ne va dell’efficacia e della credibilità delle stesse politiche di Palazzo Vecchio su questo fronte. E poi: non per smania giustizialista, ma il caso di via Guelfa è così macroscopico e paradossale che non può restare senza un rapido accertamento delle responsabilità e conseguenti eventuali provvedimenti. Altrimenti il sorriso iniziale si può tramutare in una seppur sguaiata ma inevitabile risata sarcastica. Uno sberleffo al futuro. C’è infine un altro punto delicato.
Solo pochi giorni fa il vescovo Gambelli, la Fondazione Caritas e il dg della Fondazione Cr Firenze Gabriele Gori sono intervenuti sulla necessità di mettere abitazioni a disposizione di chi le cerca nonostante i prezzi proibitivi del mercato fiorentino. Un appello rivolto soprattutto ai privati. Ma casi come quello di via Guelfa pongono anche una domanda a chi gestisce la cosa pubblica e, in una certa misura, al privato sociale sulla consistenza del loro patrimonio immobiliare e sui controlli che riescono effettivamente ad esercitare.
(Articolo pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 17/07/2027)

Il ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, in audizione al Senato, ha presentato le linee programmatiche del suo dicastero sotto forma di “10 comandamenti”.
Ci lascia perplessi che il ministro svolga il mandato grazie ad un principio religioso. Siamo in Italia/Europa e non a Teheran. Ne prendiamo atto.
I “comandamenti” sono un decalogo che in linea di massima potrebbe andare bene per qualunque ministero o qualunque azienda gestito/a in modo ragionieristico/routine (tipo condominio) più che governativo ed imprenditoriale.
Colpisce il “quinto comandamento” - “mettere al centro i lavoratori” -, l’assenza di una sorta di “undicesimo comandamento”, “liberalizzare il mercato”, nonché l’assenza di un “dodicesimo comandamento”, lotta all’overtourism.
“Mettere al centro i lavoratori” sembra un atto di fede per venire incontro ai sindacati. Ma non si capisce perché nel “centro” non ci debbano essere anche imprese e consumatori.
Le imprese, comunque presenti in altri “comandamenti” (3 - ridurre la stagionalità rafforzando le imprese), è di routine, senza affidare loro la centralità.
I consumatori sono tra gli assenti in assoluto. Noti per essere clienti e sudditi, non sono considerati di attenzione e centralità. I loro diritti, le loro esigenze, sono secondarie alla politica fideistica del nostro ministro.
L’undicesimo non comandamento, la liberalizzazione del mercato per il nostro ministro non è un principio di fede e, sembra, neanche di raziocinio. Per esempio, il decimo comandamento “...ottenere una linea europea di bilanci specifica”, è l’unico in cui Mazzi cita l’Europa, da cui cercare di ottenere più soldi, giammai chè ne siano rispettati principi e direttive, come quella che ha intimato ai balneari di finire l'occupazione delle spiagge demaniali, sì da rendere il mercato libero e competitivo, e che sta portando l’Italia a sanzioni Ue.
E infine, il dodicesimo non-comandamento, l’assenza della lotta all’overtourism. Tutti i comandamenti sono tesi a rendere maggiore la crescita, ma si ignora la qualità della stessa. Senza la quale - come accade oggi - si stanno distruggendo località e città, avendole trasformate in parchi-gioco, privandole di residenti e umanità socio-urbanistica.

La distinzione tra pasta integrale e non integrale: un’analisi biochimica
La distinzione tra pasta integrale e non integrale (bianca) non è di natura culturale, bensì biochimica, legata alla struttura del chicco di grano. Quest'ultimo si compone di tre parti: endosperma, germe e crusca.
La pasta integrale conserva la crusca, lo strato esterno che funge da interfaccia tra il seme e l'ambiente. Proprio per questa sua funzione di barriera, la crusca intercetta e accumula ciò che il suolo contiene. È in questa frazione che si concentrano elementi inorganici naturalmente presenti nel terreno — come arsenico, cadmio e piombo — oltre alle micotossine prodotte da funghi ambientali. Si tratta di contaminanti di origine geogenica e biologica: non dipendono dalle pratiche agronomiche, ma dalla composizione del suolo e dalle condizioni climatiche.
La pasta non integrale deriva da un processo di raffinazione che rimuove la crusca, lasciando quasi esclusivamente l’endosperma. Questo passaggio riduce significativamente la presenza di tali contaminanti naturali. Non si tratta di una scelta “industriale”, ma di una conseguenza diretta dell'anatomia del chicco: la fibra e molti micronutrienti risiedono nella crusca, ma è lì che si depositano anche le sostanze accumulate dal terreno nel corso del tempo.
A questi contaminanti naturali si aggiungono i residui di fitofarmaci che, quando presenti, si concentrano anch'essi nella parte esterna. Per questo motivo, la pasta integrale mostra, in media, valori di contaminanti più elevati rispetto a quella raffinata. Questo non implica una pericolosità del prodotto: le concentrazioni restano rigorosamente entro i limiti fissati dalla normativa dell’Unione Europea per la tutela della salute pubblica.
In sintesi:
* La pasta integrale offre un maggior apporto di fibre, un profilo superiore di micronutrienti e un elevato potere saziante.
* La pasta non integrale garantisce un’esposizione inferiore ai contaminanti naturali e ai potenziali residui agricoli.
Comprendere questa differenza permette di valutare la pasta sulla base della fisiologia del chicco e non dell'ideologia.

Un mito che crolla e un'indicazione per un futuro di libertà di informazione e di economia. Questo il messaggio che arriva dalla BBC che ha registrato, nell'ultimo anno, un calo di abbonamento/canone di mezzo milione di utenti e che, secondo il direttore finanziario, sarebbe una tendenza in crescita.
Un mito, perché la BBC, con le sue 180 sterline (circa 212 euro) di “canone” annuo ed una capillare quanto autorevole presenza mondiale, è un punto di riferimento di servizio pubblico. Altro che Rai, coi suoi 90 euro di canone ed un servizio nazionale, regionale ed internazionale stentoreo.
Il problema centrale è che i servizi pubblici di informazione ed intrattenimento, sono nati quando c’era il monopolio ed ora non sono all’altezza di mercato ed aspettative.
Primo fra tutti, il problema dell’abuso di posizione dominante della Rai verso i suoi concorrenti; introiti da canone obbligatorio da utenti collegati al digitale terrestre (cosa che non hanno i suoi concorrenti), mercato pubblicitario compromesso dalla gara tra un colosso di Stato e privati.
Mercato e bacino di utenza così variegato che la Rai non riesce a stargli dietro ed a promuovere una propria specificità. Rincorrendo la concorrenza su tutti gli aspetti nazionalpopolari, di informazione, di inchiesta, sportivi e scientifici: considerando più l’audience che non il servizio pubblico, relegato ad orari e reti marginali.
Non si può escludere che uno dei servizi fondanti il servizio pubblico, l’informazione, sia perché non c’è più il monopolio e sia perché c’è gara continua con la concorrenza privata, sia diventato marginale quanto megafono di maggioranze ed opposizione politiche parlamentari che lo controllano e disciplinano (anche male, vista la longeva latitanza della commissione parlamentare di vigilanza).
Si’ sappiamo che “la Rai non è la BBC”. E che quanto avviene oltre-Manica non è automaticamente riflesso sulla Penisola mediterranea. Siamo due mondi e due culture diverse, anche se quasi sempre facciamo insieme le cose nel mondo. Ma è innegabile che in tema di “broadcasting” per chiunque, Italia inclusa, la Bbc sia un riferimento.
In materia abbiamo molte cose da comunicare e capire tra utenti Bbc e utenti Rai. Per esempio, in Italia, alcuni anni fa, si è tenuto un referendum che ha invitato il legislatore a privatizzare il servizio pubblico… decisione di valore istituzionale che non esiste per la Bbc. Abbiamo quindi entrambi da dare qualcosa all’altro, anche in una prospettiva oggi reale, di ritorno del Regno Unito nell’Ue.
Aduc offre un canovaccio di discussione/progetto che vale per entrambi. Un servizio pubblico non di informazione ed intrattenimento. Ma solo di informazione, finanziato dallo Stato che lo fa gestire al vincitore di una gara d’appalto. Mentre il servizio di “intrattenimento” dovrebbe essere venduto nel libero mercato.
E se qualcuno dovesse paventare, per esempio, che in questo modo si offrirebbe il servizio di intrattenimento su un piatto d’argento a colossi tipo Mediaset in Italia o Itv/Sky in Uk… che male ci sarebbe, visto che la “mission” del servizio pubblico non è quella della tv commerciale?

Il turismo contemporaneo chiede non solo di viaggiare ma anche di provare esperienze “autentiche”. La parola autenticità è onnipresente nelle campagne di promozione delle destinazioni, nelle offerte di esperienze e nel linguaggio delle politiche culturali, spesso usata come sinonimo di identità. Tuttavia, questa richiesta si scontra con una contraddizione profonda. Il turista vuole scoprire un luogo autentico, ma nello stesso tempo desidera sentirsi come a casa propria, accolto, protetto, confortato. In altre parole, il turista vuole vivere l’altro, ma non vuole davvero essere messo in discussione. Questa contraddizione è alla base di molte trasformazioni dei luoghi e delle comunità.
L’autenticità è presentata come un ideale puro, il “vero”, il “naturale”, il “tradizionale” che il turista cerca di toccare. Ma questa purezza è finzione. L’autenticità è spesso una messa in scena costruita per dare al turista la sensazione di accedere a visioni retrospettive che in realtà non esistono. Il turista non incontra la comunità, ma un suo simulacro, una versione edulcorata e ripetibile, pensata per essere venduta.
L’autenticità non è un valore assoluto, ma un prodotto sociale in continua evoluzione. Ciò che il turista percepisce come autentico è frequentemente una rappresentazione costruita da intermediari, istituzioni e operatori turistici. Di fatto, l’autenticità è un accordo tra chi vende e chi compra. Il turista “compra” la sensazione di essere stato in un luogo “vero”, ma allo stesso tempo chiede che questo luogo sia omologato ai suoi standard di sicurezza, pulizia, familiarità. Il venditore, quindi, vende la propria capacità di produrre questa sensazione, mostrare borghi e città antichi, ma con bagni moderni, di proporre piatti tradizionali, ma adattati ai gusti internazionali, di offrire esperienze “locali”, ma in lingue e tempi comprensibili.
Questa doppia richiesta genera conseguenze paradossali. Il “luogo autentico” diventa un resort di lusso, un borgo museificato, una scena dove i residenti sono costretti a recitare un ruolo folkloristico, mentre la vita reale del luogo si sposta altrove. A Firenze, la vita reale si svolge nelle periferie e non più in Piazza della Signoria o sotto il Cupolone. Ormai, è più vera la vita in Piazza Dalmazia (con tutti i suoi problemi) che in via Ricasoli.
Il concetto di comunità è spesso usato nel discorso turistico come sinonimo di “popolo locale”, “gente del posto”, “anima vera del territorio”. Ma questa anima è spesso ridotta a elemento decorativo. Le comunità non sono più soggetto attivo della propria storia, ma diventano oggetti di scena di un passato commemorativo a servizio di un’utopia turistica della fuga dalla routine.
Tutto è intrappolato in una rete di potere. L’autenticità è la merce che il turismo vende; la comunità è il soggetto che deve dimostrare l’autenticità; il turismo è l’industria che organizza la vendita e la dimostrazione. In questa rete, la comunità non è mai protagonista. È sempre subordinata alla domanda esterna, alla retorica dell’autenticità, alla logica del mercato. La sua funzione è quella di rendere credibile la promessa di un’esperienza autentica, ma senza mai mettere in pericolo il comfort del turista.

La regione Piemonte è alle prese con la siccità. Circa 100 comuni hanno già emanato regolamenti per controllare il consumo di acqua potabile e in alcune zone montane si è già reso necessario l'impiego di autobotti. Il governo piemontese, di conseguenza, intende chiedere al cantone svizzero del Ticino di aumentare i quantitativi d'acqua destinati alla regione.
E’ bene ricordare che in Italia il 42,4% dell’acqua si disperde nel tragitto fonte/rubinetto, con un costo economico di circa 10 miliardi di euro.
Percentuale di dispersione che nel caso del Piemonte è di 35,4%, con un danno di 521 milioni di euro.
Questa situazione idrica non è una novità di questi ultimi anni, ma sono decenni e decenni che si sciorinano dati su questo disastro. Anni in cui tutte le autorità hanno sempre detto di voler rimediare, ma i dati sono questi.
Le emergenze idriche sono tante in Italia (si pensi a quelle croniche quanto drammatiche della Sicilia): rotture nelle condotte, età avanzata degli impianti, aspetti amministrativi per errori di misurazione dei contatori e allacci abusivi.
Colpisce questa del Piemonte che, a differenza della Sicilia, ha a due passi la Svizzera e può rimediare in qualche modo... e lo fa già da tempo.
Non conosciamo i costi di questa operazione, ma ci viene il dubbio che, prima di arrivare a questo, il Piemonte non abbia fatto il dovuto per evitare che il suo 35,4% di acqua non si disperdesse casualmente, ma arrivasse a destinazione. Aggiungendo anche i costi dell’emergenza: in assoluto e per dover pagare in franchi svizzeri, valuta con potere d'acquisto e valore economico che spesso è anche il doppio di quello italiano.
Infine, per non farci mancare nulla, ricordiamo che in Italia si recupera solo il 10% dell’acqua piovana.
Ecco la fotografia dell’Italia. Con le autobotti dalla Sicilia al Piemonte. Coi primi che non vanno sicuramente in Tunisia a rifornirsi e i secondi con la fortuna della Svizzera a due passi (e anche un po’ di Val d’Aosta, che vende l'acqua al Piemonte anche se ha anch’essa circa il 30% di dispersione). Immagine di incapacità, approssimazione, sciatteria che, ovviamente, dovranno pagare i consumatori.
E visto il perdurare, ci viene anche il dubbio che questa emergenza/lezione continuerà a non servire.

BTP e BOT godono di una fama quasi leggendaria tra i risparmiatori italiani: garanzia dello Stato, cedole periodiche, rimborso del capitale a scadenza. Eppure, stando a quanto pubblicato da Businessonline.it, la maggior parte di chi acquista questi titoli finisce per perdere denaro. Il paradosso non riguarda lo strumento in sé, ma il modo in cui viene utilizzato.
Il nodo centrale è il comportamento degli investitori. Secondo i dati Consob citati nell'articolo, il 60% degli investitori retail italiani non mantiene un titolo in portafoglio per più di tre anni. Più in generale, oltre la metà di chi detiene titoli di Stato li vende prima della scadenza. Ed è proprio lì che scatta il rischio: chi vende anticipatamente si espone alla possibilità di registrare una minusvalenza, soprattutto quando i tassi di mercato sono saliti rispetto al momento dell'acquisto.
Il meccanismo è semplice ma spesso ignorato. Sul mercato secondario, il prezzo di un BTP si muove in direzione opposta ai tassi di interesse: se i tassi salgono, i titoli già emessi — che pagano cedole più basse rispetto alle nuove emissioni — perdono valore. Chi li ha comprati a 100 e li rivende in un momento di tassi elevati può ritrovarsi a incassare molto meno.
L'articolo fa un esempio concreto: il BTP 1,7% con scadenza 2051, quotato intorno a 60 a metà 2026, rappresenta un'opportunità per chi lo compra oggi e lo porta a scadenza. Ma per chi lo aveva acquistato anni fa vicino a 100, una vendita oggi significherebbe una perdita in conto capitale di circa il 40%, solo parzialmente attenuata dalle cedole nel frattempo incassate.
In termini pratici, su un investimento medio di 10.000-15.000 euro, una vendita anticipata in perdita può tradursi in un danno concreto compreso tra 500 e 2.000 euro, a seconda della durata residua del titolo, del prezzo di acquisto, dell'andamento dei tassi e del momento dell'uscita.
Le ragioni per cui gli italiani continuano ad affidarsi ai titoli di Stato sono comprensibili: la garanzia sovrana, i vantaggi fiscali (tassazione agevolata al 12,5% contro il 26% di molti altri strumenti finanziari), la certezza del rimborso del valore nominale a scadenza e le cedole semestrali prevedibili. A tutto ciò si aggiunge il peso della tradizione: storicamente associati a un rifugio sicuro contro l'instabilità dei mercati, BTP e BOT continuano a godere di una reputazione che spesso non riflette la realtà operativa.
Quella sensazione diffusa di protezione contrasta però con i numeri. La perdita di capitale non nasce dallo strumento in sé, ma dal comportamento concreto dell'investitore, spesso inconsapevole delle regole che governano le obbligazioni sui mercati regolamentati. BTP e BOT non vanno considerati privi di rischio in assoluto: sono relativamente sicuri se portati a scadenza, ma possono diventare penalizzanti se venduti nel momento sbagliato. A questo si aggiunge l'impatto dell'inflazione, che può erodere il rendimento reale nel tempo, e le commissioni bancarie applicate all'acquisto e alla vendita, che riducono ulteriormente i guadagni netti.

ADUC chiede ad AGCOM di permettere agli anziani e altri soggetti fragili di farsi rappresentare da un familiare per aprire una pratica ConciliaWeb per ottenere la riattivazione della linea telefonica e gli indennizzi previsti dalla normativa.
Sono spesso persone sole. Il telefono fisso è, per molte di loro, l'unico filo che le tiene collegate al mondo: ai figli lontani, al medico, ai servizi sociali, e in caso di emergenza al 112. Quando quel telefono smette di funzionare, la reazione di chi chiama i nostri sportelli non è mai solo un disagio pratico. È timore.
ADUC ha inviato oggi ad AGCOM una istanza formale per chiedere una modifica, apparentemente piccola ma per noi decisiva, al Regolamento della piattaforma ConciliaWeb: la possibilità, per una persona fisica, di delegare fin dall'inizio un familiare o una persona di fiducia a presentare l'istanza di conciliazione al posto suo, con una semplice delega scritta e la fotocopia di un documento d'identità.
Oggi non è così.
Chi ha un disservizio con l'operatore telefonico e vuole attivare il tentativo di conciliazione obbligatorio — gratuito, previsto proprio per tutelare il cittadino prima di dover andare in causa — deve prima procurarsi personalmente uno SPID o una Carta d'Identità Elettronica, accedere da solo alla piattaforma, e solo dopo può eventualmente delegare qualcuno a seguire la pratica. Per una persona di novant'anni che non ha mai usato un computer, che magari non ha nemmeno uno smartphone, che vive lontana dal centro città e non può permettersi di raggiungere l'ufficio del CORECOM nel capoluogo di Regione, questo significa una sola cosa: restare senza tutela.
L'unica alternativa oggi concretamente praticabile è rivolgersi a un avvocato. Ma il costo di un legale è quasi sempre sproporzionato rispetto al valore delle controversie tipiche di questa materia — un rimborso di poche decine di euro, una riattivazione di linea, un errore in bolletta — e finisce per svuotare di significato la parola "gratuito" che accompagna questo strumento di tutela.
Il punto giuridico è preciso: lo stesso Regolamento AGCOM, per le aziende, consente già da tempo a un delegato di presentare l'istanza fin dall'origine, allegando una procura del legale rappresentante. Per le persone fisiche — proprio le più fragili, in teoria le più bisognose di tutela — questa possibilità semplicemente non esiste.
E non è un problema tecnico: è una scelta. Tutte le altre principali Autorità indipendenti italiane che gestiscono controversie di consumo lo consentono già da anni. Per l'energia e il gas (ARERA), per le banche (Arbitro Bancario Finanziario), per gli investimenti finanziari (Arbitro per le Controversie Finanziarie) basta una delega scritta e la copia di un documento d'identità: l'anziano non deve mai maneggiare uno SPID. E per i trasporti, l'Autorità di Regolazione dei Trasporti lo consente addirittura sulla stessa identica piattaforma informatica ConciliaWeb usata da AGCOM: un figlio o un nipote può aprire una pratica per un genitore o un nonno con il proprio SPID e una semplice delega firmata, senza che quest'ultimo debba possederne uno. Solo per le comunicazioni elettroniche — telefono, internet, pay tv — questo non è previsto.
ADUC ha chiesto ad AGCOM una risposta entro 30 giorni, e si riserva di tornare pubblicamente sulla questione in caso di silenzio o di risposta insoddisfacente.
Invitiamo chiunque abbia vissuto una difficoltà analoga — un familiare anziano rimasto senza telefono e senza strumenti per farsi valere — a scriverci: raccogliere queste testimonianze concrete rafforzerà la nostra richiesta e aiuterà a far capire, numeri alla mano, quante persone questa lacuna lascia oggi indietro.

La pasta è uno degli alimenti più studiati della dieta mediterranea, non per nostalgia gastronomica ma per fisiologia pura. Quando è cotta al dente, l’amido mantiene una struttura compatta che rallenta la digestione, stabilizza la glicemia e prolunga la sazietà. È ciò che emerge da numerosi studi degli ultimi anni: la pasta non “ingrassa di per sé”, ingrassano le porzioni e i condimenti sbagliati. In condizioni controllate, il rilascio di glucosio è graduale, evita picchi insulinici e migliora la risposta metabolica. Un carboidrato complesso stabile, prevedibile, sicuro.
La retorica delle “micro infiammazioni intestinali” causate dalla pasta non trova conferme scientifiche. Nelle persone sane, la pasta non attiva vie infiammatorie, non altera la barriera intestinale e non danneggia la mucosa. Gli studi in vitro mostrano che la pasta convenzionale non induce risposte pro infiammatorie nelle cellule intestinali; quando compaiono effetti citotossici, dipendono dai sali biliari e dagli enzimi digestivi, non dalla pasta.
Il discorso cambia per chi soffre di IBS (Irritable Bowel Syndrome), un disturbo funzionale dell’intestino caratterizzato da ipersensibilità viscerale, dolore, gonfiore e alterazioni dell’alvo. Non è una malattia infiammatoria. In questi soggetti alcuni alimenti possono scatenare sintomi perché vengono fermentati rapidamente. Qui entrano in gioco i FODMAP, carboidrati fermentabili presenti anche nella pasta (soprattutto integrale). I FODMAP attirano acqua nel lume intestinale e vengono fermentati dal microbiota producendo gas: nelle persone sane è fisiologia; nelle persone con IBS può provocare crampi e gonfiore. Ma non è infiammazione: è una risposta funzionale, non immunitaria.
L’infiammazione cronica di basso grado, oggi correlata a molte malattie metaboliche, è legata a sedentarietà, sovrappeso, eccesso calorico e consumo elevato di zuccheri semplici. Non all’amido complesso della pasta. Non è il singolo alimento a essere “infiammatorio”, ma il pattern dietetico complessivo.
La distinzione fondamentale è tra popolazione sana e chi soffre di patologie autoimmuni (celiachia) o infiammazioni croniche dell’intestino (Crohn, RCU). In questi casi la dieta va gestita da uno specialista. Per tutti gli altri, demonizzare la pasta non ha alcun fondamento scientifico.
Inserita in un regime equilibrato, la pasta è un alimento funzionale: stabile, sicuro, fisiologicamente prevedibile. Non è un nemico, richiede solo buon senso nelle quantità e nei condimenti.

Una signora della provincia di Arezzo uccise la madre ultranovantenne e malata di Alzheimer: non ne poteva più di accudirla da decenni e le istituzioni non l’avevano aiutata (il ricovero in Residenza Sanitaria Assistenziale - Rsa, era per lei troppo costoso). Il tribunale l’ha assolta riconoscendo il suo stress. La giustizia calmiere dell’incapacità del Servizio sanitario nazionale?
E’ un caso estremo, e alla signora aretina le è andata bene, avendo trovato un giudice che ha ben capito cosa era accaduto e, soprattutto, in quale contesto economico e sociale. Ma non si possono escludere sentenze diverse.
Sono invece storie quotidiane quelle di drammi che non arrivano a tali estremi, ma che hanno sempre e solo due vittime: i pazienti mancati delle Rsa, e i parenti che devono far fronte a rette che arrivano a 4mila euro al mese. Coi comuni che si rifiutano di rispettare la legge non pagando le loro quote per il contributo alle rette, portando i "debitori" anche in giudizio, dove quasi sempre le sentenze sono favorevoli ai “debitori” (ma chi va in giudizio ed è informato che la legge è a proprio favore?). Mentre i familiari si indebitano all’inverosimile, spesso al di là delle proprie capacità reddituali e patrimoniali, dovendo contrarre anche prestiti per pagare le rette. Tutto in un contesto di strutture Rsa cronicamente insufficienti e con liste d’attesa che spesso si smaltiscono solo grazie alla morte degli iscritti.
In Toscana, e nei comuni della Toscana, la situazione non è dissimile da quella di altre regioni. Tutte con gli stessi problemi: Comuni che non pagano, liste d’attesa da sfinimento, e incapacità del servizio pubblico sanitario di investire in merito.
Quante persone arrivano a gesti estremi come la nostra signora di Arezzo? Quanti tribunali dovranno continuare ad affrontare queste sgradevoli ricadute del deficit delle istituzioni?
Forse non sappiamo che la popolazione è sempre più anziana e strutture tipo Rsa diventano sempre più necessarie?
Aduc, che ha anche avviato e vinte diverse cause contro i Comuni per le rette Rsa, ha un proprio specifico canale web in materia, con consigli, informazioni e notizie: un tragico spaccato dell’Italia che non funziona, sottovaluta, sviluppa e alimenta emergenze e non è in grado di gestire e risolvere.


Undici minuti: tanto è bastato a Dubravka Šuica, la commissaria per il Mediterraneo, per presentare ieri l’ultimo Rapporto sulla demografia. Un disguido nell’organizzazione degli spazi, una sala stampa nel Berlaymont, sede della Commissione, era libera. Ma scusate, non c’è tempo per più di una domanda.
Ci si potrebbe chiedere: perché la commissaria per il Mediterraneo si occupa anche del delicato equilibrio tra nascite e morti, con tutte le sue implicazioni politiche? Perché, più spesso di quanto si potrebbe pensare, la priorità politica di oggi è essere alla moda nelle pubbliche relazioni. Durante il primo mandato di Ursula von der Leyen, Šuica — 69 anni, ex sindaca della città dalmata di Dubrovnik e peso massimo del partito HDZ da tempo al potere in Croazia (e membro del Partito Popolare Europeo) — era stata incaricata del portafoglio dal nome altisonante “Democrazia e demografia”. Anche la fallimentare Conferenza sul futuro dell’Europa ricadeva sotto la sua responsabilità.
Erano anni eccitanti, prima della pandemia e prima della guerra russa. Accanto a Šuica, Margaritis Schinas serviva come vicepresidente per “Promuovere il nostro stile di vita europeo.” Nel secondo mandato di von der Leyen, tuttavia, c’è meno tempo e pazienza per titoli fantasiosi e portafogli privi di potere reale. Non esiste più un commissario responsabile di “Democrazia e demografia.” Ma poiché la crisi demografica dell’Europa non si è attenuata negli ultimi cinque anni, e poiché sarebbe imbarazzante eliminarla silenziosamente dall’elenco dei compiti della Commissione, è rimasta in capo a Šuica.
Cosa c’è dunque nel suo nuovo rapporto? Nulla che non fosse già noto a chiunque avesse letto le proiezioni demografiche di Eurostat tre mesi fa. La popolazione dell’Ue raggiungerà il picco nel 2029 (guarda caso, in tempo per le elezioni europee) e poi diminuirà dell’11,7 per cento fino al 2100. Il che significa che ci saranno 53 milioni di europei in meno rispetto a oggi.
In termini assoluti, la Germania rimarrà lo Stato membro più grande. Tuttavia, si prevede che la sua popolazione scenda da 83,6 a 74,7 milioni. La Francia segue, con una diminuzione della popolazione significativamente inferiore, da 68,8 a 67,2 milioni di cittadini. La Spagna sarà il terzo Stato membro per dimensioni, con un lieve aumento della popolazione da 49,1 a 49,8 milioni.
L’Italia e la Polonia, invece, subiranno cali demografici pesanti. Si prevede che la popolazione italiana si riduca da 58,9 a 44,8 milioni. Questo rappresenta un calo del 24 per cento. In termini assoluti è il declino più marcato in Europa, con 14,1 milioni di italiani in meno. In Polonia, è previsto un calo di 11,8 milioni di persone, che ridurrà la popolazione attuale da 37,5 a 25,7 milioni. Si tratterebbe di una diminuzione di quasi il 32 per cento.
18 dei 27 attuali Stati membri vedranno ridursi la propria popolazione. Belgio, Danimarca, Irlanda, Spagna, Cipro, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi e Svezia, invece, saranno più popolosi nel 2100 rispetto a oggi. Perché? A causa della migrazione netta positiva. Il che porta al punto in cui la Commissione si prende delle libertà rispetto alle proiezioni demografiche di Eurostat.
Si consideri, per esempio, questa affermazione nella proiezione di Eurostat: “L’elevata e persistente migrazione netta positiva è l’unico fattore che contribuisce alla crescita della popolazione per i paesi che si prevede cresceranno nel periodo 2025-2100.” In altre parole: se si è preoccupati per la diminuzione del numero di cittadini nel proprio paese, si dovrebbe riflettere seriamente sul diventare più aperti agli stranieri che vogliono immigrare, lavorare, contribuire.
Nel nuovo rapporto della Commissione, tuttavia, questa conclusione basata su dati viene considerevolmente annacquata. “La migrazione può attenuare il ritmo dell’invecchiamento della popolazione ma non modificarne la traiettoria”, si legge a pagina 24. La migrazione “è diventata un importante motore del cambiamento demografico, controbilanciando gli effetti negativi dell’invecchiamento della popolazione e della contrazione della forza lavoro.” Un dettaglio, certamente. Ma rivelatore.
Questa Commissione fatica a trovare qualcosa di positivo da dire sugli stranieri che arrivano nell’Ue.
“La migrazione è una sfida, ma al tempo stesso una necessità”, ha detto ieri Šuica. “La migrazione legale”, si è affrettata ad aggiungere. Ha elogiato i Partenariati per i talenti che l’Ue ha concluso con Tunisia, Marocco, Egitto, Bangladesh e Pakistan, che non hanno ancora dimostrato la loro utilità. “Ma non vogliamo creare una fuga di cervelli”, ha assicurato Šuica.
E così, secondo Eurostat, ci saranno 253 milioni di nascite e 409,8 milioni di morti nell’Ue entro la fine del secolo. Un’inevitabilità demografica che deformerà drasticamente la piramide delle età. Oggi i giovani (fino a 19 anni) rappresentano il 23,3 per cento della popolazione europea. Entro il 2100, rappresenteranno solo il 16,7 per cento. La quota di europei in età lavorativa (da 20 a 64 anni) scenderà dal 61 al 49,7 per cento. Per contro, la quota degli anziani salirà dal 12,4 al 33,6 per cento.
Qual è dunque la risposta della Commissione alla combinazione tra la mancanza di bambini e il rifiuto di una maggiore immigrazione? “Il rapporto sottolinea la necessità di aumentare la produttività e attivare i talenti non sfruttati per attenuare gli impatti di una forza lavoro in diminuzione”, si legge nelle conclusioni. In bocca al lupo, verrebbe da dire.
A metà circa dei suoi undici minuti di conferenza stampa, Šuica ha tirato fuori un’idea che aveva già anticipato durante un dibattito al Parlamento europeo il 22 gennaio 2025. “È giunto il momento di istituire un’Agenzia europea per la demografia”, ha detto. Un’altra agenzia? In tempi di riduzione del bilancio? Per fare cosa?
“Ricordiamo che nell’attuale mandato l’attenzione è concentrata sull’attuazione della scatola degli attrezzi demografica, sul garantire che l’Ue faciliti gli sforzi degli Stati membri per affrontare le loro sfide demografiche e sull’incremento della partecipazione delle categorie sottorappresentate al mercato del lavoro”, ha fatto sapere al Mattinale Europeo un portavoce della Commissione.
Il problema europeo delle troppo poche nascite è destinato a restare. Almeno c’è da sperare che la Commissione ci risparmi l’istituzione di un’altra agenzia Ue creata solo per far finta che esista una soluzione semplice, e che in realtà servirebbe solo alle pubbliche relazioni.
(Oliver Grimm su Il Mattinale Europeo del 15/07/206)
MONDO. Fame nel mondo in calo per il terzo anno, ma 645 milioni soffrono ancoraLa fame nel mondo continua a diminuire, ma il passo è troppo lento per sperare di raggiungerere l'obiettivo "Fame Zero" entro il 2030. È questo il quadro che emerge dal rapporto SOFI 2026 (Lo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel Mondo), pubblicato congiuntamente da FAO, IFAD, UNICEF, WFP e OMS, come riporta Quotidiano Sanità.
Nel 2025 il 7,8% della popolazione mondiale ha sofferto la fame, in calo rispetto all'8,1% del 2024 e all'8,6% del 2022. In termini assoluti, si tratta di circa 645 milioni di persone, vale a dire 14 milioni in meno rispetto all'anno precedente e 43 milioni in meno rispetto al 2022. Un progresso reale, ma ancora insufficiente.
Il miglioramento non è distribuito in modo uniforme. Asia, America Latina e Caraibi registrano cali significativi, mentre l'Africa è diventata per la prima volta il continente con il maggior numero assoluto di persone denutrite: circa 309 milioni, pari al 20% della popolazione africana, superando l'Asia che conta 292 milioni di persone affamate. In appena quindici anni la cifra africana è quasi raddoppiata, a causa di conflitti, sfollamenti di massa, crisi climatiche e shock economici.
Scende anche l'insicurezza alimentare moderata o grave, che nel 2025 ha riguardato il 25,8% della popolazione mondiale — circa 2,1 miliardi di persone — rispetto al 27,1% del 2024. Nonostante il calo, il dato resta al di sopra dei livelli pre-pandemia.
Sul fronte del costo dell'alimentazione, quasi un terzo della popolazione mondiale (32,7%) non poteva permettersi una dieta sana nel 2025. Il costo medio globale di una dieta sana è salito a 4,28 dollari a parità di potere d'acquisto per persona al giorno, rispetto ai 3,44 dollari del 2021 e ai 2,94 dollari del 2017, con i livelli più elevati in America Latina e nei Caraibi (4,91 dollari).
Le proiezioni al 2030 restano preoccupanti. Tenendo conto del conflitto in Medio Oriente e del suo impatto sull'inflazione alimentare — trainata dall'aumento dei prezzi di energia e fertilizzanti — tra 510 e 520 milioni di persone potrebbero ancora soffrire la fame fra quattro anni. Il rapporto avverte inoltre che eventi meteorologici estremi, come El Niño previsto nel 2026 e nel 2027, insieme alla riduzione dei finanziamenti umanitari e dell'aiuto pubblico allo sviluppo, rischiano di compromettere ulteriormente i risultati fin qui raggiunti.
Restano in ritardo anche gli indicatori nutrizionali: malnutrizione infantile e allattamento esclusivo al seno migliorano solo marginalmente, mentre anemia tra le donne e obesità negli adulti continuano ad aumentare.
MONDO. Sicurezza stradale: morti in calo del 21% nel mondo, ma 1,16 milioni di vittime l'annoUn segnale incoraggiante, ma non sufficiente. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha diffuso nuovi dati sulla sicurezza stradale globale che mostrano un calo del 21% dei decessi per incidenti stradali tra il 2011 e il 2025 — e questo nonostante nello stesso periodo siano stati aggiunti oltre un miliardo di veicoli a motore sulle strade del mondo. Come riporta l'OMS, il dato va letto insieme alla profonda trasformazione del traffico stradale avvenuta in questo lasso di tempo, con l'affermarsi di nuove modalità di trasporto e una forte crescita nell'uso delle motociclette.
Nonostante il progresso registrato, gli incidenti stradali hanno comunque causato la morte di 1,16 milioni di persone nel solo 2025. Si tratta ancora della principale causa di morte tra bambini e giovani di età compresa tra i 5 e i 29 anni. Tra 20 e 50 milioni di persone riportano ogni anno lesioni non mortali, spesso con esiti invalidanti permanenti.
La distribuzione geografica delle vittime evidenzia una profonda disparità: il 92% dei decessi stradali avviene nei paesi a basso e medio reddito, che pure detengono circa il 60% del parco veicoli mondiale. In molti di questi paesi, le misure di sicurezza non hanno tenuto il passo con la rapida urbanizzazione e la motorizzazione crescente: mancano obbligo di cinture di sicurezza, norme sull'uso del casco, controlli adeguati sulla velocità e sull'alcol alla guida.
La pubblicazione dei nuovi dati OMS coincide con l'adozione, da parte dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, di una dichiarazione di avanzamento sulla sicurezza stradale, che punta a sostenere l'azione globale necessaria per centrare l'obiettivo dello Sviluppo Sostenibile (SDG): dimezzare i morti e i feriti gravi sulle strade entro il 2030 rispetto ai livelli del 2021.
L'OMS sottolinea che i risultati ottenuti dimostrano come il cambiamento sia possibile quando i paesi investono in sistemi stradali sicuri. Tuttavia, per accelerare il ritmo di riduzione delle vittime, restano prioritari interventi mirati su velocità, guida in stato di ebbrezza, uso del casco e delle cinture di sicurezza, nonché il miglioramento delle infrastrutture stradali, a partire dalla protezione degli utenti più vulnerabili: pedoni, ciclisti e motociclisti, che rappresentano oltre la metà di tutti i decessi stradali nel mondo.
ITALIA. Liste d'attesa: +1,6 milioni di visite nei tempi previsti nel primo semestre 2026La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato con soddisfazione i dati sul contrasto alle liste d'attesa nella sanità pubblica, diffusi attraverso un post sul social X. Come riporta Il Sole 24 Ore Radiocor, la premier ha definito il governo «sulla strada giusta» nel ridurre i tempi d'attesa per visite ed esami diagnostici.
A sostegno di questa valutazione, i dati del primo semestre 2026 certificati dall'Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas): nei primi sei mesi dell'anno le strutture sanitarie pubbliche e private accreditate hanno erogato 1,6 milioni di visite mediche ed esami in più entro i tempi di garanzia rispetto allo stesso periodo del 2025. Si tratta del dato principale del primo Bollettino sulle liste di attesa redatto dall'Agenas.
Migliorano sia le prime visite specialistiche — effettuate nei tempi nel 78,5% dei casi, contro il 76,4% del 2025 — sia gli esami diagnostici, passati dall'82,8% all'84,6%. In crescita anche la percentuale di visite urgenti eseguite entro tre giorni: dall'77,7% all'81% del primo semestre 2026. Analogamente, le visite classificate come "brevi" eseguite entro dieci giorni sono salite dal 77,3% all'80,2%.
Le prenotazioni complessive sono aumentate da 13,3 milioni a 14,9 milioni, e sono cresciute anche le visite erogate nel fine settimana, che hanno raggiunto quota 357.000 (27.000 in più rispetto al 2025). Le prestazioni oncologiche si confermano quelle con la più alta percentuale di rispetto dei tempi di garanzia: 95,2%, con un incremento di un punto percentuale rispetto all'anno precedente.
Il quadro regionale rimane però disomogeneo: a fronte di Regioni che registrano progressi anche significativi — la Basilicata guida la classifica con il 98,9% delle visite effettuate nei tempi — altre mostrano un lieve arretramento, con criticità che restano marcate in diversi territori.
Meloni ha riconosciuto che il percorso è ancora lungo: «Sappiamo bene che c'è ancora molto da fare e che troppi cittadini aspettano ancora troppo per una prestazione sanitaria», ha scritto, annunciando l'intenzione di proseguire il lavoro «con determinazione, insieme alle Regioni, per garantire tempi sempre più rapidi e un servizio sanitario più efficiente».
Il Bollettino Agenas arriva a due mesi dalla presentazione della Piattaforma nazionale per il monitoraggio delle Liste di Attesa, istituita dalla Legge 107/2024, che consente di seguire in tempo reale i tempi di erogazione di 14 tipologie di prime visite e 22 accertamenti diagnostici nelle strutture pubbliche e del privato accreditato.
USA. Ergastolo per El Mayo Zambada, cofondatore del cartello di Sinaloa
Ismael "El Mayo" Zambada, 76 anni, cofondatore del cartello di Sinaloa insieme al celebre Joaquín "El Chapo" Guzmán, è stato condannato all'ergastolo senza possibilità di libertà condizionale da un tribunale federale statunitense a Brooklyn, New York. La sentenza è stata emessa dal giudice Brian M. Cogan il 21 luglio 2026, al termine di un lungo sforzo delle autorità americane per assicurare alla giustizia il potente narcotrafficante, rimasto a lungo fuori dalla portata delle forze dell'ordine statunitensi.
Come riporta NBC News, Zambada era stato arrestato nel luglio 2024 dopo che il suo aereo atterrò su una piccola pista nel New Mexico, insieme a Joaquín Guzmán López, uno dei figli di El Chapo. Zambada ha sostenuto di essere stato rapito in Messico e trasportato con la forza negli Stati Uniti.
Nell'agosto 2025 si era dichiarato colpevole di accuse che comprendevano cospirazione a fini di racket e gestione di un'impresa criminale continuativa, riconoscendo la propria responsabilità per 85 reati sottostanti. Il patteggiamento era stato possibile dopo che il Dipartimento di Giustizia aveva escluso la pena di morte. Le accuse comportavano automaticamente la condanna all'ergastolo.
Oltre alla pena detentiva, il giudice ha disposto la confisca di 15 miliardi di dollari in profitti illeciti, cifra che riflette i proventi delle attività del cartello sotto la sua leadership. Tuttavia, i pubblici ministeri hanno dichiarato di non essere ancora riusciti a individuare o recuperare alcun asset.
Prima della lettura della sentenza, Zambada ha preso la parola in aula tramite un interprete, accettando le proprie responsabilità e chiedendo la fine della violenza. "Nessuno vince in una guerra come questa", ha dichiarato, aggiungendo di chiedere scusa "per il danno causato e per l'esempio dato" e invitando le generazioni future a "scegliere un percorso diverso".
Insieme a Guzmán, Zambada aveva trasformato il cartello di Sinaloa in una delle organizzazioni criminali più potenti e violente al mondo, inondando il mercato statunitense di tonnellate di cocaina, fentanyl e metanfetamina. Dal 1980 fino all'anno scorso, il cartello è stato responsabile del trasporto di almeno 1,5 milioni di chilogrammi di cocaina, in gran parte diretta negli Stati Uniti. Il cartello è considerato una delle principali organizzazioni criminali transnazionali al mondo ed è stato designato come organizzazione terroristica straniera.
Il procuratore federale Joseph Nocella Jr. per il distretto orientale di New York ha commentato la sentenza affermando che Zambada "ha trascorso quasi quattro decenni avvelenando le comunità americane per guadagnare miliardi di dollari e ordinando omicidi di chiunque si mettesse sulla sua strada".
Zambada non ha collaborato con i pubblici ministeri nel senso tradizionale del termine: il suo avvocato Frank Perez ha precisato che non ha fornito informazioni né sui membri del cartello né su funzionari governativi messicani. La difesa ha chiesto al giudice di raccomandare che il suo assistito sconti la pena in un ospedale carcerario, a causa di un insieme di problemi di salute legati all'età. Il giudice ha ordinato che le cartelle cliniche rimangano riservate, ma ha rivelato che Zambada soffre di diverse patologie progressive e che il suo stato mentale "sta scivolando verso una compromissione cognitiva". I pubblici ministeri si sono tuttavia opposti, segnalando che Zambada potrebbe continuare a dirigere le attività del cartello anche dal carcere, data la presenza di affiliati ancora fedeli a lui.
Il socio storico di Zambada, Guzmán, era stato condannato all'ergastolo nel 2019 e sconta la pena in un carcere di massima sicurezza in Colorado. Con la condanna di El Mayo si chiude un capitolo fondamentale nella storia della lotta al narcotraffico internazionale da parte delle autorità statunitensi.
CANADA. Giornata Internazionale della Memoria degli Utilizzatori di Droghe: il 21 luglio
Il 21 luglio si celebra ogni anno la Giornata Internazionale della Memoria degli Utilizzatori di Droghe, una ricorrenza istituita dall'International Network of People Who Use Drugs per ricordare le persone le cui vite sono state stroncate a causa della criminalizzazione e stigmatizzazione di chi fa uso di sostanze.
Come ricorda la First Nations Health Authority (FNHA), l'ente sanitario canadese che tutela la salute dei popoli delle Prime Nazioni nella Columbia Britannica, questa giornata è anche un momento per sottolineare l'importanza, potenzialmente salvavita, del rispetto e dell'empatia nei confronti di chi consuma droghe, indipendentemente dalla ragione che li ha spinti a farlo.
Il tema scelto per questa ricorrenza — "Le persone al primo posto: stop allo stigma e alla discriminazione; rafforzare la prevenzione" — riflette una constatazione amara: sia la stigmatizzazione che la criminalizzazione di chi usa droghe hanno impedito a molte persone di cercare aiuto, causando danni enormi. La FNHA promuove da anni un modello basato sulla riduzione del danno, fondato sull'ascolto e sulla vicinanza alle persone che usano sostanze, nonché sul sostegno ai percorsi di guarigione di chi ha perso una persona cara a causa della crisi dei farmaci tossici.
I dati canadesi parlano chiaro: tra il gennaio 2018 e il dicembre 2023, 1.836 persone appartenenti alle Prime Nazioni sono morte per overdose nella sola Columbia Britannica. Nello stesso periodo, le iniziative di riduzione del danno — in particolare la distribuzione di naloxone, la terapia sostitutiva con oppioidi e i centri di consumo supervisionato — avrebbero prevenuto almeno 2.650 decessi potenziali, secondo le stime congiunte della FNHA e del BC Centre for Disease Control.
Per il 2026, la FNHA ha messo a disposizione contributi da 2.000 dollari canadesi a sostegno di iniziative comunitarie promosse dalle Prime Nazioni in occasione della Giornata Internazionale per la Consapevolezza sulle Overdose (31 agosto): cerimonie, cerchi di sostegno al lutto, eventi culturali, formazione sul naloxone, veglie a lume di candela e attività di sensibilizzazione sulla riduzione del danno. Le popolazioni delle Prime Nazioni, si sottolinea, continuano a essere colpite in modo sproporzionato dalla crisi dei farmaci tossici, a causa di un'offerta di sostanze non regolamentate sempre più pericolosa e imprevedibile.
La Giornata del 21 luglio è l'occasione per ribadire che dietro ogni statistica c'è una persona — un figlio, un genitore, un amico — e che affrontare la crisi delle dipendenze richiede compassione, politiche basate sulla salute pubblica e servizi culturalmente adeguati alle comunità più vulnerabili.
ITALIA. Fondo Indennizzo Risparmiatori: 80 milioni e procedure più rapide per le nuove domandeIl Fondo Indennizzo Risparmiatori (FIR) torna al centro dell'attenzione dopo la relazione approvata dalla Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei conti (Delibera n. 52/2026/G). Come riporta QuiFinanza, la magistratura contabile chiede al Fondo di migliorare la programmazione finanziaria e di definire le nuove istanze nel più breve tempo possibile.
Il FIR era stato istituito dalla legge di Bilancio 2019 per indennizzare i risparmiatori rimasti danneggiati dalle crisi di alcune banche italiane. Fino al 31 dicembre 2023 erano state accolte oltre 134 mila domande, con indennizzi liquidati per un totale di circa 1,355 miliardi di euro. Il 59,3% circa delle somme erogate è andato a beneficiari residenti in Veneto, dove si sono concentrate le principali crisi bancarie.
La relazione della Corte dei conti segnala anche alcune criticità nella gestione contabile, tra cui la formazione di residui di stanziamento e una sovrastima delle risorse destinate al funzionamento della Commissione tecnica: elementi che rendono necessaria una programmazione finanziaria più accurata.
Sul fronte delle risorse, la legge di Bilancio 2026 (n. 199 del 30 dicembre 2025) ha integrato la dotazione del Fondo con una spesa massima complessiva di 80 milioni di euro, ripartiti in 20 milioni per il 2026 e 30 milioni per ciascuno degli anni 2027 e 2028. Questi fondi sono destinati specificamente ai risparmiatori le cui domande erano state respinte in passato per motivi di incompletezza documentale o vizi procedimentali: si tratta di circa 10.748 persone che potranno ora ripresentare la propria istanza.
L'impianto normativo del Fondo resta invariato e non viene ampliata la platea dei potenziali beneficiari: l'intervento serve a sanare i casi in cui errori formali avevano impedito l'accesso agli indennizzi. Le domande dovranno essere ripresentate tramite l'apposito Portale FIR, gestito da Consap S.p.A., che sarà nuovamente reso disponibile dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto di nomina della nuova Commissione tecnica. Da quella data decorreranno 120 giorni per presentare le domande, mentre il termine per la conclusione del procedimento è fissato in 180 giorni, sospendibili per un massimo di 30 giorni per motivate esigenze istruttorie.
L'indennizzo riconosciuto è pari al 30% del costo di acquisto delle azioni e al 95% del costo di acquisto delle obbligazioni subordinate, entro il tetto massimo di 100.000 euro per ciascun risparmiatore, calcolato sul complesso degli investimenti ammissibili.
USA. Legalizzazione cannabis. Cala il consenso al progetto di Trump
Un nuovo sondaggio rivela che il sostegno dei consumatori di marijuana alle azioni dell'amministrazione Trump sulla cannabis è diminuito nei mesi successivi all'annuncio da parte del Dipartimento di Giustizia di voler procedere con la riclassificazione della sostanza.
L'ultimo sondaggio trimestrale sull'approvazione presidenziale condotto da NuggMD e Marijuana Moment mostra che il 48% dei consumatori di marijuana ora "approva" o "approva fortemente" le azioni dell'amministrazione Trump in materia di cannabis.
Complessivamente, il 13% disapprova, mentre il 40% dichiara di non avere un'opinione o di essere neutrale.
Questi dati rappresentano un calo significativo del sostegno dei consumatori di cannabis alle azioni dell'amministrazione Trump in materia, rispetto al trimestre precedente, quando il gradimento si attestava al 73%.
Ad aprile, il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha emesso un'ordinanza che ha immediatamente riclassificato la cannabis terapeutica autorizzata a livello statale , così come i prodotti a base di marijuana approvati dalla Food and Drug Administration (FDA), dalla Tabella I della Legge sulle Sostanze Controllate (CSA) alla Tabella III. In base a un'altra ordinanza firmata dallo stesso procuratore generale ad interim, è in corso un'udienza per valutare un trasferimento più completo della marijuana nella Tabella III.
La scorsa settimana si sono concluse le testimonianze nell'udienza sulla riclassificazione della cannabis, presieduta da un giudice della Drug Enforcement Administration (DEA) , e i partecipanti dovranno presentare le loro memorie finali entro il 17 agosto. Successivamente, il giudice emetterà la sua raccomandazione sulla riclassificazione e l'amministratore della DEA prenderà la decisione definitiva sull'adozione o meno della riforma.
Un altro sondaggio condotto di recente da NuggMD questo mese ha rilevato che la maggior parte dei consumatori di cannabis non è ottimista sul fatto che la riclassificazione della marijuana sarà pienamente attuata entro la fine dell'anno.
"La riclassificazione continua a essere popolare tra gli elettori favorevoli alla cannabis, ma i nostri sondaggi mostrano una netta divisione tra il sostegno alla riclassificazione per uso medico e quello per uso ricreativo", ha dichiarato Tyler Elson, direttore dei contenuti di NuggMD, a Marijuana Moment. "Oppure, stiamo assistendo a consumatori che dichiarano di non credere che la DEA riuscirà a portare a termine la riclassificazione".
"Non mi sorprende che il sostegno tra i consumatori sia diminuito rispetto ai picchi registrati dopo la riclassificazione della cannabis terapeutica. Ci sono sempre stati elettori favorevoli alla cannabis che distinguono tra uso medico e ricreativo", ha affermato. "Credo che la Casa Bianca si aspettasse che l'udienza formale sulla riclassificazione mantenesse questo slancio tra gli elettori favorevoli alla cannabis. Ma al momento i nostri sondaggi non lo confermano".
Interrogati nell'ultimo sondaggio su come cambierebbe il loro sostegno all'amministrazione qualora questa legalizzasse più completamente la marijuana, il 54% dei consumatori di cannabis ha affermato che la sosterrebbe molto di più (39%) o un po' di più (15%), mentre il 46% ha dichiarato che il proprio livello di sostegno non cambierebbe.
La nuova indagine ha coinvolto interviste a 510 consumatori di cannabis residenti in stati con mercati legali, condotte tra il 9 e il 15 luglio, e un margine di errore di +/- 4,34 punti percentuali.
Nel frattempo, la DEA, incaricata di difendere la proposta di riclassificazione durante l'udienza, ha incentrato la propria testimonianza sui benefici medici della cannabis e sulla sua relativa sicurezza rispetto all'alcol e ad altre sostanze, nonostante abbia escluso i sostenitori della riforma dalla partecipazione al procedimento.
La decisione di riclassificare la cannabis è inoltre oggetto di contestazioni legali da parte dell'industria dei test antidroga, di una società farmaceutica , degli oppositori alla legalizzazione e di altri.
I risultati del precedente sondaggio trimestrale NuggMD/Marijuana Moment hanno mostrato un'enorme inversione di tendenza nel sostegno alle politiche sulla marijuana dell'amministrazione Trump da parte dei consumatori rispetto all'ultimo trimestre del 2025, prima che il presidente emanasse un ordine esecutivo che incaricava i funzionari di finalizzare la riprogrammazione.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato ad aprile che l'amministrazione sta procedendo con la riclassificazione della marijuana perché la riforma sulla cannabis gode di un "enorme consenso" tra gli elettori e perché ciò aiuterà le persone che necessitano di accedere alla sostanza per scopi terapeutici.
A maggio, una commissione della Camera ha votato per impedire ai funzionari federali di intraprendere ulteriori passi per attuare la riclassificazione della cannabis .
(Marijuana Moment del 20/07/2026)
ITALIA. Coupon sconti sempre più utilizzatiIl mercato dei coupon in Italia continua a macinare numeri da record. Nella prima metà del 2026, lo sconto in cassa si consolida come una delle abitudini di spesa più radicate per gli italiani, spinto da un mix maturo tra strumenti digitali e tradizionali e dalla costante ricerca di strategie anti-inflazione.
Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio sul mercato del couponing curato da Savi (martech company leader nella gestione dei buoni sconto nella GDO), nei primi sei mesi dell’anno sono stati distribuiti in Italia ben 122,5 milioni di buoni sconto, segnando un incremento del +6,3% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Il dato più rilevante riguarda il valore economico complessivo dei coupon emessi, che è schizzato a 198,4 milioni di euro, con una crescita netta del +9% su base annua. Aumenta anche il potere di risparmio del singolo buono: il valore medio facciale sale a 1,62 euro (+5%). Un incremento che dimostra come i coupon abbiano ormai assunto il ruolo di vero e proprio scudo per attenuare l’impatto del costo della vita sul carrello della spesa.
Sul fronte dei canali di utilizzo, si registra una fase di stabilizzazione:
(FoodAffairs.it)
ITALIA. Operazioni fraudolente di pagamento. Rapporto BankitaliaLa Banca d'Italia pubblica l'aggiornamento al secondo semestre del 2025 del Rapporto sulle operazioni di pagamento fraudolente in Italia.
Il rapporto esamina l'evoluzione dei rischi connessi con l'utilizzo dei principali strumenti di pagamento digitali (bonifici, carte di pagamento - debito e credito - moneta elettronica e prelievi da ATM) offerti dai prestatori di servizi di pagamento (PSP) operanti in Italia e utilizzati nelle operazioni al dettaglio. L'analisi della diffusione delle frodi si sofferma, in particolare, sui canali di utilizzo (POS fisico ed e-commerce), sulla dimensione geografica (domestica e cross‑border) e sui presidi di sicurezza impiegati (Strong Customer Authentication - SCA e altri).
Nel secondo semestre del 2025, il tasso di frode - calcolato come rapporto tra valore delle operazioni fraudolente e ammontare complessivo delle operazioni di pagamento - rimane contenuto e pari a 3 euro ogni 100.000 euro transati (0,003% in valore).
Con riferimento ai diversi strumenti di pagamento si osservano i seguenti andamenti.
Il tasso di frode risulta pressoché stabile rispetto al semestre precedente per:
Il tasso di frode si riduce invece per:
La significativa riduzione del tasso di frode sui bonifici istantanei riflette, tra l'altro, il rafforzamento dei presìdi di prevenzione e le iniziative di sensibilizzazione adottate dai PSP in seguito all'entrata in vigore dell'Instant Payments Regulation (IPR), che ha richiesto l'introduzione dal 9 ottobre 2025 di un servizio di verifica dell'IBAN del beneficiario (cd. Verification of Payee - VOP) per i bonifici SEPA, volto a ridurre il rischio di pagamenti verso destinatari fraudolenti o errati.
Con riferimenti ai canali di utilizzo, le operazioni effettuate in e‑commerce continuano a mostrare una maggiore rischiosità rispetto a quelle eseguite presso POS fisici ma il divario si riduce sia per le carte di debito e di credito sia per la moneta elettronica (carte prepagate).
Guardando alla dimensione geografica, le operazioni transfrontaliere, soprattutto quelle al di fuori dello Spazio Economico Europeo, presentano un'incidenza delle frodi nettamente superiore rispetto a quelle domestiche, in particolare per le carte di pagamento e la moneta elettronica.
Per quanto riguarda i presidi di sicurezza, i pagamenti effettuati con SCA presentano livelli di rischio molto contenuti e notevolmente inferiori rispetto a quelli effettuati senza SCA, in particolare nelle transazioni cross‑border.
I presidi di sicurezza appaiono meno efficaci in caso di manipolazione del pagatore - tipologia di frode che induce l'utente a disporre volontariamente un pagamento verso un beneficiario fraudolento - che si conferma la forma prevalente di frode nelle operazioni di bonifico.
Le operazioni con carte di pagamento e con moneta elettronica risultano, invece, principalmente caratterizzate da frodi per transazioni non autorizzate, quali il furto di dati o dello strumento di pagamento.
ITALIA. Oggi scatta la stretta sugli affitti breviI Comuni usano la leva fiscale per arginarli. Prima attraverso l’aumento differenziato della tassa sui rifiuti, ora anche con l’imposta di soggiorno. Il caso più recente è quello di Genova: la giunta ha aumentato da 3 a 5 euro a notte la tassa di soggiorno per gli appartamenti a uso turistico e da 3 a 4 euro quella per le strutture come B&B e affittacamere. Si tratta del primo caso in Italia. Nel 2025, secondo i dati del Centro studi della Federazione italiana agenti immobiliari professionali, il gettito dell’imposta di soggiorno ha superato il miliardo e 150 milioni di euro. I Comuni dunque si muovono in attesa che le nuove regole Ue assegnino più poteri ai sindaci in materia.
ITALIA. Agcom: gli algoritmi minacciano il pluralismo dell'informazioneNon basta che le notizie esistano online: occorre chiedersi se e come riescano davvero a raggiungere i cittadini. È questa, in sintesi, la questione centrale sollevata dalla Relazione annuale 2026 di AGCOM, come analizza Agenda Digitale.
L'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni individua nell'intelligenza artificiale una trasformazione strutturale dell'ecosistema informativo. Il problema non riguarda solo la produzione dei contenuti, ma anche la loro selezione, visibilità e distribuzione. I sistemi di raccomandazione decidono quali notizie proporre, i motori di ricerca determinano l'ordine in cui le fonti vengono incontrate dagli utenti, e i modelli generativi restituiscono risposte sintetiche che rischiano di rendere meno percepibile la varietà delle fonti originarie, attenuandone contrasti e sfumature.
Il punto cruciale, secondo AGCOM, è che il pluralismo non può più essere valutato soltanto contando le testate disponibili. Occorre considerare le condizioni tecnologiche della loro reperibilità: chi filtra, chi seleziona, e con quali criteri. Una sintesi generata dall'intelligenza artificiale può scegliere quali aspetti mettere in evidenza e quali omettere, senza che l'utente sia in grado di capire perché certe fonti siano state incluse e altre escluse. In assenza di trasparenza, l'organizzazione tecnologica dell'informazione rischia di trasformare una pluralità reale in una rappresentazione solo apparentemente neutrale.
Sul versante operativo, AGCOM ha già agito. A seguito di una segnalazione della FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ricevuta nell'ottobre 2025, l'Autorità — che in Italia svolge anche il ruolo di Coordinatore per i servizi digitali ai sensi del Digital Services Act — ha trasmesso alla Commissione europea, con la delibera n. 104/26/CONS, la richiesta di valutare se le funzionalità AI Overviews e AI Mode di Google violino gli obblighi di mitigazione dei rischi sistemici e di trasparenza degli algoritmi di raccomandazione previsti per le piattaforme di grandi dimensioni. Con una seconda delibera (n. 127/26/CONS), ha istituito un tavolo permanente tra Google, le altre piattaforme aderenti e gli editori italiani, per affrontare in modo strutturato i nodi di copyright, intelligenza artificiale e tutela del pluralismo.
Al centro della preoccupazione degli editori c'è il fenomeno delle cosiddette "zero-click search": quando l'intelligenza artificiale fornisce direttamente una risposta ritenuta sufficiente nella pagina di ricerca, l'utente non ha più bisogno di aprire il sito della testata originale. Secondo le stime degli editori, questo meccanismo potrebbe causare un calo del traffico verso i siti di informazione fino al 40%, con pesanti ricadute sui ricavi pubblicitari, in particolare per le realtà più piccole.
Il quadro economico descritto dalla Relazione rende ancora più urgente il problema. Le piattaforme online intercettano oggi il 58% dei ricavi pubblicitari italiani, contro il 45% del 2021: tredici punti in più in soli cinque anni. Alphabet/Google, Meta e Amazon da soli coprono il 72% del valore complessivo del comparto pubblicitario nel nostro Paese. L'editoria quotidiana, nel frattempo, continua la propria crisi strutturale: le copie cartacee sono scese a 1,2 milioni al giorno, e la quota dei ricavi del settore è ormai sotto il 21% del totale dei media.
La sfida futura, secondo l'analisi di Agenda Digitale, sarà rendere misurabile il concetto di pluralismo algoritmico: valutare la diversità delle fonti effettivamente selezionate dai sistemi automatici, la loro riconoscibilità, la possibilità per l'utente di risalire al contenuto originario e la trasparenza dei criteri che ne determinano la visibilità. Non per imporre un pluralismo artificiale, ma per evitare che l'opacità della mediazione tecnologica renda invisibile la concentrazione del potere informativo.
U.E.. AliExpress multata per 550 milioni: violato il DSA sui prodotti illegaliLa Commissione europea ha inflitto ad AliExpress, il popolare marketplace del gruppo cinese Alibaba, una multa da 550 milioni di euro per violazione del Digital Services Act (DSA), la normativa europea che impone alle grandi piattaforme online di prevenire e limitare la diffusione di contenuti e prodotti illegali. Come riporta Key4biz, si tratta della sanzione più elevata mai comminata fino ad oggi dalla Commissione nell'ambito del DSA, superiore a quelle già inflitte a Temu (200 milioni) e a X di Elon Musk (120 milioni).
Secondo Bruxelles, AliExpress non avrebbe valutato con sufficiente attenzione i rischi sistemici presenti nei propri servizi e non avrebbe adottato misure efficaci per impedire la diffusione di merci non conformi. In concreto, il sistema della piattaforma per l'individuazione dei prodotti illegali non avrebbe funzionato correttamente: articoli contraffatti, giocattoli non sicuri e cosmetici potenzialmente pericolosi sarebbero rimasti disponibili per diverse settimane, anche dopo essere stati identificati dai sistemi di controllo interni.
La Commissione ha contestato anche l'inadeguata applicazione delle sanzioni nei confronti dei venditori responsabili: numerosi negozi avrebbero continuato a operare sulla piattaforma nonostante le penalizzazioni ricevute per la messa in vendita di prodotti illegali.
Un'ulteriore criticità riguarda la classificazione degli articoli: i controlli di conformità potevano essere facilmente aggirati inserendo intenzionalmente i prodotti in categorie errate, soggette a requisiti meno stringenti, senza che il personale assegnato fosse sufficiente a individuare gli abusi.
Sotto accusa anche i sistemi di raccomandazione e pubblicità della piattaforma: secondo la Commissione, AliExpress non avrebbe valutato adeguatamente come questi strumenti potessero amplificare la visibilità dei prodotti illegali, che venivano raccomandati o pubblicizzati ai consumatori prima ancora di essere rimossi. Contestata infine l'inefficacia del sistema di "autorizzazione del marchio" introdotto da AliExpress per contrastare la contraffazione, ritenuto facilmente aggirabile e dotato di risorse insufficienti.
La vicepresidente esecutiva della Commissione europea per la sovranità tecnologica Henna Virkkunen ha dichiarato che la diffusione di abbigliamento contraffatto, giocattoli non sicuri e cosmetici pericolosi non è un costo inevitabile del commercio online, bensì un inadempimento diretto da parte di AliExpress agli obblighi previsti dal DSA, precisando che le dimensioni di un'azienda non costituiscono un'attenuante. L'indagine era stata avviata il 14 marzo 2024; nel giugno 2025 la Commissione aveva reso vincolanti alcuni impegni assunti dalla piattaforma su parte delle contestazioni, mantenendo però aperto il procedimento sulle carenze nella gestione del rischio legato ai prodotti illegali.
Nonostante l'importo record, la multa rappresenta meno dell'1% dei ricavi annui del gruppo Alibaba, pari a circa 122 miliardi di euro; il DSA avrebbe consentito alla Commissione di arrivare fino al 6% del fatturato globale. AliExpress, che a fine 2025 contava circa 193 milioni di utenti nell'Unione europea, ha tempo fino al 20 ottobre 2026 per presentare un piano d'azione con le misure necessarie a correggere le violazioni contestate; in caso contrario rischia ulteriori sanzioni periodiche.
L'azienda ha respinto la decisione, definendo la sanzione "sproporzionata" e non rispondente alle misure già adottate. In una nota ha aggiunto di stare esaminando la decisione e di stare valutando tutte le opzioni disponibili, senza tuttavia specificare se intenda presentare ricorso.
ITALIA. Filiera della carne: cinque gruppi controllano oltre la metà del mercatoUna bistecca al ristorante, un affettato al supermercato o la mozzarella nel banco frigo: dietro ogni prodotto a base di carne si cela un sistema produttivo in cui pochissimi grandi gruppi industriali hanno assunto il controllo dell'intera catena. Come riporta Businessonline, cinque aziende dominano oggi il settore della carne in Italia, gestendo tutte le fasi della produzione: dai mangimi fino alla distribuzione e alla commercializzazione del prodotto finito.
Questo fenomeno, definito dagli esperti integrazione verticale, significa che gli stessi gruppi imprenditoriali controllano ogni anello della catena: dalla produzione dei mangimi, all'allevamento, alla macellazione, fino alla vendita nei punti vendita o nei ristoranti di proprietà. La concentrazione si è rafforzata nel tempo attraverso la crescita delle dimensioni aziendali e l'acquisizione di concorrenti, estendendosi ben oltre il semplice allevamento per abbracciare trasformazione, logistica e distribuzione.
Un esempio concreto di tale dominio è offerto dal Gruppo Veronesi, presente nella produzione di mangimi, nell'allevamento, nella macellazione e nella trasformazione alimentare. I consumatori, spesso ignari di queste dinamiche, trovano sulle proprie tavole prodotti che provengono da una filiera quasi completamente gestita da un numero ristretto di soggetti industriali.
Il fenomeno riguarda anche il rapporto tra grandi gruppi e allevatori. Il contratto di soccida — un accordo in cui il grande gruppo fornisce animali e mangimi mentre l'allevatore mette a disposizione lavoro e struttura — interessa ormai l'86% degli allevamenti avicoli e circa la metà della suinicoltura destinata a produzioni di pregio. Se da un lato questo garantisce all'allevatore una certa stabilità, dall'altro riduce drasticamente la sua autonomia: la possibilità di crescita e di guadagno dipende interamente dalle condizioni fissate dal gruppo capo-filiera.
Per i consumatori, le conseguenze sono concrete. Il sistema integrato consente economie di scala, ma il beneficio in termini di prezzi non è sempre riscontrabile: negli ultimi anni si sono registrati aumenti dei costi, anche a causa della dipendenza dalle importazioni e dai costi energetici e dei mangimi. Inoltre, l'offerta tende ad appiattirsi su pochi standard industriali, riducendo la varietà disponibile per chi cerca carne di origine locale, di filiera corta o prodotta secondo criteri etici e ambientali alternativi.
ITALIA. Spesa sanitaria: l'Italia supera i 190 miliardi, ma resta lontana da Germania e FranciaSecondo gli ultimi dati Eurostat riportati da Quotidiano Sanità, nel 2025 la spesa sanitaria totale italiana — comprendente sia la componente pubblica che quella privata (diretta e intermediata) — ha raggiunto i 190,1 miliardi di euro. Si tratta di un aumento rispetto ai 186,2 miliardi del 2024 e ai 171 miliardi registrati nel 2021, confermando un trend di crescita costante.
La crescita riguarda l'intera Europa, ma il confronto con i principali paesi dell'Unione mette in luce quanto l'Italia continui a investire significativamente meno in termini assoluti rispetto alle maggiori economie del continente. La spesa sanitaria pubblica tedesca supera i 420 miliardi di euro, quella francese si attesta oltre i 270 miliardi: cifre che rendono plasticamente visibile il divario strutturale con il nostro paese.
Sul versante della spesa pubblica, nel 2024 la componente pubblica ha toccato quota 139,4 miliardi di euro, con un incremento del 4,9% rispetto all'anno precedente. Parallelamente, la spesa privata diretta a carico delle famiglie (out of pocket) ha raggiunto i 46,4 miliardi, crescendo a un ritmo ancora più sostenuto (+7,7%). È proprio questo squilibrio tra la dinamica della spesa pubblica e quella privata a destare maggiore preoccupazione: a pagare il conto dell'insufficiente finanziamento pubblico sono i cittadini, costretti a mettere mano al portafoglio in misura crescente.
In rapporto al PIL, la spesa sanitaria pubblica italiana si ferma al 6,3%, un valore nettamente al di sotto della media OCSE (7,1%) e di quella europea (6,9%). Sono ben 13 i paesi europei dell'area OCSE che destinano alla sanità una quota del PIL superiore a quella italiana, con un distacco che va dai 4,3 punti percentuali della Germania (10,6%) fino ai 0,1 punti del Portogallo (6,4%). In termini pro capite, il gap con la media europea equivale a circa 43 miliardi di euro sull'intera popolazione.
Il dato è ancora più impietoso nel confronto tra i paesi del G7: dall'analisi della Fondazione GIMBE, l'Italia risulta stabilmente ultima per spesa sanitaria pubblica pro capite tra le sette grandi economie mondiali, una posizione che non ha mai abbandonato dal 2008 a oggi. Nel 2024, la spesa pro capite italiana si attesta a 3.835 dollari a parità di potere d'acquisto, mentre la Germania ha più che raddoppiato questo valore raggiungendo 8.080 dollari.
Sul versante delle Regioni, il rapporto della Ragioneria Generale dello Stato segnala una situazione sempre più tesa: 16 enti regionali hanno chiuso il 2024 in rosso, con un disavanzo complessivo (al netto delle coperture) che si è attestato a 2,572 miliardi — il dato più elevato degli ultimi dieci anni — costringendo molte amministrazioni ad attingere a risorse proprie, spesso sottraendole ad altri capitoli di bilancio.
USA. Il sindacato UFCW appoggia la legge federale per legalizzare la cannabis
Il potente sindacato statunitense UFCW (United Food and Commercial Workers International Union) ha ufficialmente espresso il proprio sostegno alla proposta di legge federale per la depenalizzazione e la regolamentazione della cannabis su scala nazionale. Come riporta The Marijuana Herald, il sindacato motiva questa posizione con la necessità di rafforzare le tutele sul lavoro e creare migliori opportunità economiche per i lavoratori del settore.
Il provvedimento in questione è il Cannabis Administration and Opportunity Act, presentato di recente dal leader della minoranza al Senato Chuck Schumer (dem., New York) insieme ai senatori Ron Wyden (dem., Oregon), Cory Booker (dem., New Jersey) e altri quattordici democratici.
L'UFCW, che rappresenta migliaia di lavoratori nel settore della cannabis, ha sottolineato un nodo centrale della proposta: attualmente i lavoratori agricoli di questa industria non sono tutelati a livello federale dal National Labor Relations Act (NLRA), il che ostacola la loro capacità di organizzarsi sindacalmente e contrattare collettivamente condizioni di lavoro migliori. Il disegno di legge garantirebbe a tutti i lavoratori del comparto la copertura del NLRA, nonché la protezione dell'Occupational Safety and Health Act e del Fair Labor Standards Act.
Il provvedimento prevede inoltre l'estinzione automatica dei reati federali non violenti legati alla cannabis e la possibilità di revisione delle pene già comminate, con finanziamenti dedicati ai programmi di cancellazione dei precedenti penali a livello statale. Sono previste anche risorse fiscali per programmi di equità a favore delle comunità colpite dalle politiche del passato, incluse misure per favorire la diversità nella titolarità delle imprese del settore e programmi di licenza equa a livello locale e statale.
Milton Jones, presidente internazionale dell'UFCW, ha dichiarato che il successo dell'industria della cannabis dipende dalla prosperità di coltivatori, produttori, trasformatori e addetti alle vendite che la animano, elogiando l'impegno dei promotori del disegno di legge per costruire un settore capace di offrire occupazione dignitosa e sostenibile per le famiglie.
U.E.. Economia e finanza. Rapporto trimestrale sull'area dell'euroQuesto rapporto trimestrale si concentra sull'inflazione e sul mercato del lavoro, esaminando le percezioni e le dinamiche dell'inflazione, una nuova stima della curva di Phillips nell'area dell'euro e l'impatto della migrazione e della mobilità sul mercato del lavoro dell'area dell'euro.
ITALIA. Giudice, 'cannabis light non pericolosa, su stretta governo atti a Consulta'
La "presunzione assoluta di pericolosità" della cosiddetta cannabis light, su cui si fonda "il divieto" di detenzione e vendita, previsto, tra gli altri, nel decreto Sicurezza del 2025, "appare smentita, in radice, dalle acquisizioni scientifiche recepite dallo stesso ordinamento". Anche perché "sulla scorta della normativa europea" sono state individuate le soglie di Thc, il composto che causa l'effetto drogante, "dello 0,2 e dello 0,6 per cento" come "discrimine della liceità della coltivazione" per "inidoneità drogante del vegetale entro tali limiti".
Lo scrive il giudice di Brescia Luca Tringali nell'ordinanza con cui ha deciso, come già successo in altri Tribunali italiani, di mandare gli atti alla Consulta per valutare la possibile illegittimità costituzionale delle norme del decreto del governo dello scorso anno che, tra le altre cose, hanno imposto una stretta sulla commercializzazione della cannabis light, equiparandola, in pratica, alle sostanze stupefacenti.
Il giudice ha accolto la questione dell'invio degli atti alla Corte Costituzionale posta dall'avvocato Niccolò Vecchioni nel processo abbreviato a carico del titolare di due negozi di cannabis light di Sirmione e Desenzano del Garda, in provincia di Brescia.
L'imputato, Nicolò Savoldelli, era stato anche arrestato e messo ai domiciliari con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio per "19 barattoli" che aveva nei due esercizi commerciali "contenenti" circa 2 chili di "infiorescenze di marijuana". Poi, era stato rimesso in libertà dal giudice delle direttissime.
"La vicenda - aveva già spiegato la difesa - suscita particolare allarme, perché si tratterebbe del primo arresto del titolare di un'attività commerciale che opera in piena liceità, nel rispetto della normativa civile e fiscale, con prodotti tracciati e documentati". (ANSA).
ITALIA. Un modulo online per segnalare turisti ebrei: 'Siamo agli anni '30'È così che prende forma una campagna di segnalazioni online che invita a censire la presenza di cittadini israeliani o ebrei in alberghi, strutture ricettive e attività commerciali. L'obiettivo del questionario, rilanciato attraverso chat, è realizzare una "mappatura del turismo sionista".
Per la Comunità ebraica di Milano riporta alla memoria stagioni che si pensavano archiviate: "Io penso che stiamo tornando agli anni Trenta, alla caccia all'ebreo", afferma il presidente Walker Meghnagi. Allora erano elenchi e schedature, oggi un modulo online che, proprio per la facilità con cui può essere condiviso, può raggiungere in poco tempo un numero enorme di persone. Ed è proprio questa capacità di diffusione, secondo Meghnagi, a rendere il rischio non soltanto simbolico. Il timore, spiega, è che un'iniziativa nata sul web possa trasformarsi in qualcosa di molto più concreto. "Quello che succede oggi dimostra che gli squilibrati ci sono e, se si diffonde questo messaggio a una larga parte della popolazione, uno squilibrato lo si trova sicuro". Per questo, aggiunge, "mappare dove ci sono gli ebrei è gravissimo" e la magistratura "deve intervenire". La Comunità ebraica, non intende promuovere iniziative autonome, ma ha già trasmesso il questionario "a chi di dovere", auspicando che vengano adottati provvedimenti. Per Meghnagi il paradosso è che nel mirino possano finire anche cittadini italiani. "Se un italiano va in vacanza in Italia è il colmo che venga segnalato", osserva.
E allarga il ragionamento agli investimenti: se ad aprire un resort in Italia fosse un israeliano, sostiene, si scatenerebbero proteste, mentre quando i capitali arrivano da altri stati nessuno dice nulla. Per Meghnagi, però, la vicenda non si esaurisce nel questionario. A suo giudizio, il rischio è che l'antisemitismo contemporaneo venga sottovalutato o letto con categorie che non colgono la natura del fenomeno. "Alcuni partiti dicono che tutti devono professarsi subito antifascisti, ma non si rendono conto che questo è il nuovo fascismo". Poi l'appello: "Mappare gli ebrei è uno scandalo. Mi auguro che tutti i partiti prendano posizione. Ho i miei dubbi, ma lo spero". Sul questionario interviene anche Sinistra per Israele Due Popoli Due Stati, che in una nota ne chiede il ritiro immediato. Secondo l'associazione, si tratta di "una raccolta organizzata di informazioni" che, pur dichiarando di non profilare nessuno per nazionalità o religione, mantiene "una natura discriminatoria e intimidatoria".
Da qui la richiesta di una verifica del Garante per la Protezione dei Dati Personali e delle autorità competenti, oltre all'invito rivolto alle organizzazioni della sinistra a prendere nettamente le distanze. Anche il sottosegretario di Stato Alessandro Morelli condanna il form, definendolo "aberrante", e annuncia di essere pronto a presentare una denuncia contro ignoti. Morelli parla inoltre di un "clima orribile che riporta ai tempi bui del nazifascismo" e chiede una condanna unanime della politica nei confronti di quella che definisce "un'iniziativa razzista".
(Ansa)
ITALIA. CPR in ogni regione: da Nord a Sud l'Italia dice no ai centri per i rimpatriIl piano del governo per realizzare un Centro di permanenza per i rimpatri (CPR) in ogni regione d'Italia si scontra con una resistenza diffusa e trasversale. Come riporta Avvenire, amministratori locali e comunità, indipendentemente dal colore politico, si oppongono all'individuazione di siti sul proprio territorio destinati al trattenimento di migranti in attesa di espulsione.
Una delle voci più nette viene da Trento, città in cui il governo vorrebbe aprire uno di questi centri. L'arcivescovo Lauro Tisi ha definito il CPR «una tragedia», aggiungendo che si tratta di «un sistema dove una persona può finire senza tante verifiche» e che il trattamento riservato ai trattenuti è «niente di umano». Nonostante le dure reazioni del centrodestra, Tisi ha ribadito di non voler ritirare «di un millimetro» le proprie affermazioni, sottolineando come i CPR non rappresentino una risposta adeguata al fenomeno migratorio, che avrebbe bisogno di «tutt'altra risposta». Ha anche ricordato che in Trentino buona parte della forza lavoro, anche in agricoltura, è di origine straniera.
Analoga opposizione si registra al Sud. A Castel Volturno, in Campania, l'arcivescovo di Capua e Caserta Pietro Lagnese — tra i primi a condannare la scelta del sito — ha espresso soddisfazione per la presa di posizione del Comune locale, parlando di «ostinata resistenza» e denunciando le «menzogne» di chi identifica i migranti con la violenza o sostiene che i CPR risolverebbero i problemi di sicurezza. «Noi diciamo no perché non si può costruire una Castel Volturno nuova sulla pelle dei migranti», ha affermato, ribadendo il «sì alla dignità di ogni persona».
Sulla stessa linea Tina Cioffo, coordinatrice del Comitato don Peppe Diana, che ha annunciato una mobilitazione crescente in difesa dei diritti fondamentali. Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera, ha denunciato il paradosso di voler realizzare un recinto per persone «che non hanno fatto nulla, se non fuggire da guerre e fame», in una zona che è area protetta dall'Unione europea per la sosta degli uccelli migratori, ma che verrebbe chiusa a chi arriva a piedi.
Il sindaco di Castel Volturno ha ricordato come i fondi del PNRR destinati al superamento dei ghetti siano stati investiti in modo positivo: il comune ha ristrutturato quattro villette confiscate alla camorra, che ospiteranno ottanta migranti, tra cui soggetti fragili e persone con disagio mentale.
Il quadro che emerge dall'articolo di Avvenire è quello di un piano governativo che fatica a trovare terreno fertile in qualsiasi parte del Paese. Le resistenze non provengono solo dall'opposizione politica, ma attraversano trasversalmente giunte di centrodestra e centrosinistra, realtà ecclesiali e associazioni civili, dal Trentino alla Campania.
ITALIA. Criptovalute con rendimenti del 10% mensili. Procura Firenze indagaUna presunta truffa da oltre 18 milioni di euro, costruita sulla promessa di facili guadagni nel mondo delle criptovalute, è al centro di un'inchiesta della Procura di Firenze che coinvolge 39 persone tra Toscana e Umbria.
Secondo gli investigatori, oltre 150 risparmiatori sarebbero stati convinti a investire i propri risparmi attraverso un sistema di promozione multilivello che, dietro l'apparenza di un innovativo progetto finanziario, avrebbe nascosto un classico schema Ponzi.
La notizia è riportata oggi dal quotidiano "La Nazione".
L'indagine, coordinata dal pubblico ministero Sandro Cutrignelli, ipotizza anche il reato di associazione per delinquere. Tra i presunti promotori figurano quattro persone residenti nell'Aretino, ritenute al vertice dell'organizzazione che avrebbe operato con ramificazioni internazionali tra Slovenia, Malta e Regno Unito, utilizzando l'Italia centrale come principale bacino di reclutamento di nuovi investitori.
Il sistema ruotava attorno alla società Digital Coin Management (Dcm), che organizzava convention ogni due mesi in hotel di lusso. Durante gli incontri, i promotori illustravano le opportunità offerte dagli investimenti in criptovalute, presentandosi con uno stile di vita improntato al lusso e prospettando rendimenti mensili fino al 10%. Lo slogan ricorrente era "Porta un amico", elemento che avrebbe favorito la crescita della rete di nuovi aderenti secondo il modello del marketing multilivello. In una prima fase, gli investitori avrebbero effettivamente ricevuto i rendimenti promessi, circostanza che avrebbe rafforzato la credibilità dell'iniziativa e spinto molti a reinvestire sia il capitale sia gli interessi maturati. Successivamente, però, il sistema sarebbe collassato, lasciando centinaia di risparmiatori senza il denaro investito. (Adnkronos)
GERMANIA. Un politico tedesco si dimette a seguito di una controversia sulla maternità surrogataJens Spahn, 46 anni, ha annunciato all'inizio di questa settimana che lui e suo marito sono diventati genitori.
Il politico tedesco di centro-destra Jens Spahn si è dimesso dalla carica di capogruppo parlamentare della coalizione di governo dopo essere stato accusato di ipocrisia per aver fatto ricorso a una madre surrogata negli Stati Uniti per avere un figlio.
In Germania la maternità surrogata è vietata, una politica sostenuta dal suo partito, la CDU (Cristian Democratic Union), e, fino a qualche anno fa, dallo stesso Spahn, sebbene non sia vietato crescere un bambino nato all'estero da una madre surrogata.
In una dichiarazione rilasciata sabato, ha scritto: "Ho capito che la mia felicità personale – costruire una famiglia con mio marito e diventare padre – non è compatibile con il mio incarico politico".
Il cancelliere Friedrich Merz, leader della CDU, ha definito la sua decisione "giusta" e "inevitabile".
"La credibilità è la risorsa più preziosa in politica", ha scritto sui social media, e ha affermato che avrebbe avviato la procedura per la nomina del successore di Spahn.
L'ex ministro della Sanità, 46enne, ha rivelato all'inizio di questa settimana che lui e suo marito Daniel Funke sono diventati genitori, e il ricorso a una madre surrogata all'estero ha suscitato critiche da parte di politici di diversi partiti, incluso il suo .
Annunciando le sue dimissioni sabato, Spahn ha scritto: "Trovare un equilibrio tra la mia decisione personale di avere un figlio tramite maternità surrogata e le comprensibili aspettative riposte in me in qualità di presidente del nostro gruppo parlamentare è diventato più difficile di quanto avessi previsto", ha aggiunto.
Ha anche affermato che la "crescente insistenza nel discorso pubblico" lo ha indotto a "una profonda riflessione".
"Nonostante la chiarezza e la risolutezza dimostrate riguardo alle questioni, manteniamo sempre un tono umano", ha scritto.
Secondo quanto riportato dai media tedeschi, Alexander Hoffmann, capo del gruppo parlamentare dell'Unione Cristiano-Sociale, assumerà le funzioni di Spahn ad interim fino alla nomina di un successore.
Hoffmann ha dichiarato: "La decisione di Jens Spahn merita il massimo rispetto".
A febbraio, la CDU ha firmato una risoluzione che ribadisce il suo sostegno al divieto della maternità surrogata. Nel 2020, quando era ministro della Salute, Spahn aveva respinto le richieste del partito liberale FDP di allentare il divieto.
Nel 2015 scrisse che "in quanto uomo gay e cristiano, trovo personalmente molto difficile accettare l'idea di un utero in affitto".
In Germania, la maternità surrogata è punibile con tre anni di reclusione o una multa, il che rende la maternità surrogata all'estero un'opzione importante per molte coppie.
L'Italia vieta alle coppie di recarsi all'estero per la maternità surrogata.
La guerra in Ucraina mi ha spinta a ricorrere alla maternità surrogata per guadagnare, ma una nuova legge potrebbe porre fine a questi progetti.
Spahn è una delle figure più potenti della CDU ed è sopravvissuto ad altri scandali politici, ma questo si è rivelato essere l'ultimo di una serie per il suo partito.
La vicenda si è verificata in un momento difficile per la CDU: con Merz in difficoltà nei sondaggi, la controversia rischiava di danneggiarlo ulteriormente in vista delle importanti elezioni regionali di quest'autunno.
In Sassonia-Anhalt, il partito di estrema destra AfD potrebbe ottenere la maggioranza assoluta, segnando la prima volta che un partito di estrema destra detiene il potere in uno stato tedesco dalla Seconda Guerra Mondiale.
Scrivendo per l'emittente pubblica bavarese BR24, il giornalista Christian Wölfel ha osservato: "Uno dei rappresentanti eletti più potenti sta calpestando proprio i diritti negati alle coppie senza figli in Germania.
"Così facendo, Jens Spahn, poco prima delle elezioni statali nell'est, conferma proprio la narrativa che i gruppi politici marginali utilizzano per conquistare voti."
Altri ritengono che Merz potrebbe accogliere con favore l'uscita di Spahn dalla scena politica.
Come riportato dalla giornalista Eva Fischer sul quotidiano Taz, "non ha mai fatto mistero delle sue ambizioni di diventare cancelliere" e rappresenta una minaccia sempre più pericolosa per Merz.
Ha scritto: "In politica, la regola è: se qualcuno può rappresentare una minaccia, è meglio sbarazzarsene. Ora Merz ha ancora il potere di farlo."
Anche altri paesi dell'UE, tra cui Francia, Spagna e Italia, vietano la maternità surrogata, che prevede che una donna porti in grembo un bambino e lo partorisca per conto di genitori che non possono avere figli propri.
La Corte di Cassazione, la più alta corte francese, ha stabilito questo mese che i bambini nati all'estero da una madre surrogata devono essere legalmente riconosciuti come figli dei genitori intenzionali.
Nel frattempo, nel 2024 l'Italia ha reso illegale per i cittadini italiani avere un figlio all'estero tramite maternità surrogata, una politica promossa dal governo di destra di Giorgia Meloni.
(Henry Moore e Bethany Bell su BBC del 18/07/2027)
ITALIA. Carburanti, Diesel oltre 2,1 euroCarburanti, Diesel oltre 2,1 euro. La tensione in Medio Oriente torna a crescere e i prezzi dei carburanti risalgono in area di allarme. Il ministero delle Imprese, ieri mattina, ha segnalato che il gasolio al self service costava in media 2,082 centesimi al litro (2,155 in autostrada), cioè 18,3 centesimi in più rispetto all’ultimo sconto sulle accise.
ITALIA. TAR Lazio conferma la multa Agcom da 14 milioni a CloudflareIl Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha respinto i ricorsi presentati da Cloudflare Inc. e dalla sua controllata portoghese Cloudflare Portugal Unipessoal Lda, confermando così la sanzione da oltre 14 milioni di euro irrogata dall'Agcom alla società americana per non aver ottemperato agli ordini di blocco imposti dal sistema antipirateria Piracy Shield.
Come riporta La Stampa, la vicenda prende le mosse da due delibere dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni: la prima, del febbraio 2025, con cui veniva ordinato a Cloudflare di disabilitare l'accesso a una serie di contenuti pirata in attuazione della legge antipirateria; la seconda, del dicembre successivo, con cui fu inflitta la maxi-sanzione a conclusione del procedimento avviato per l'inottemperanza a quell'ordine.
Cloudflare, che fornisce servizi DNS e infrastrutture web, si era rifiutata di eseguire i blocchi sostenendo di non essere soggetta alla giurisdizione italiana. Il TAR ha invece chiarito, con la sentenza n. 13201/2026, che la legge antipirateria n. 93/2023 attribuisce espressamente all'Agcom il potere di ordinare la disabilitazione dei contenuti diffusi in violazione del diritto d'autore nei confronti di tutti i prestatori di servizi coinvolti, inclusi i fornitori di servizi VPN e DNS, "ovunque residenti e ovunque localizzati".
Sul fronte dell'entità della sanzione, i giudici hanno ritenuto che l'importo — calcolato applicando circa l'1% del fatturato globale della società, a fronte di un massimo normativo del 2% — rappresenti "un corretto e proporzionato bilanciamento tra l'esigenza di repressione dell'illecito e la capacità patrimoniale del trasgressore", non ravvisando i presupposti per una riduzione dell'importo. Cloudflare vanta un fatturato superiore a 1,6 miliardi di dollari.
Si tratta di un verdetto di primo grado: Cloudflare potrà eventualmente ricorrere al Consiglio di Stato. Resta intanto fermo il principio affermato dai giudici amministrativi: un operatore straniero che agisce sul mercato italiano non può sottrarsi agli obblighi previsti dalla normativa nazionale richiamando la propria sede estera o le proprie dimensioni.
ITALIA. Disabilità a scuola: uscita anticipata per mancanza di sostegno è discriminazioneFar uscire anticipatamente da scuola un alunno con disabilità perché manca l'insegnante di sostegno è un atto discriminatorio. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 23363/2026, che ha accolto il ricorso di una famiglia e ribaltato la precedente decisione della Corte d'Appello.
Come riporta Tecnica della Scuola, il caso riguarda un bambino con disabilità che frequentava un asilo paritario trevigiano. L'istituto aveva imposto al bambino un'uscita anticipata — alle 14:30 anziché alle 16:00 — adducendo la mancanza del docente di sostegno in quelle ore e il conseguente rischio per la sicurezza del bambino stesso e degli altri. La scuola sosteneva inoltre che l'orario ridotto fosse coerente con quanto previsto dal Piano Educativo Individualizzato (PEI).
Il Tribunale di Treviso, in primo grado, aveva già riconosciuto il carattere discriminatorio di quella condotta, condannando la scuola al pagamento di 10.000 euro di risarcimento per danno non patrimoniale e ordinandole di non ripetere il comportamento. La Corte d'Appello di Venezia aveva però ribaltato quella decisione, ritenendo la frequenza ridotta compatibile con il PEI e con le condizioni del bambino. È a quel punto che la famiglia ha presentato ricorso in Cassazione.
I giudici di legittimità hanno respinto con fermezza l'impostazione della Corte d'Appello. Una riduzione dell'orario scolastico può essere ammessa unicamente in presenza di valide ragioni cliniche, certificate e adottate nell'interesse del bambino. Non può invece essere decisa unilateralmente dalla scuola, usata come strumento di gestione di comportamenti complessi o giustificata dalla carenza di personale.
La sentenza chiarisce inoltre un equivoco diffuso sul ruolo del docente di sostegno: questa figura non è il "sorvegliante speciale" dell'alunno con disabilità, né ha il compito esclusivo di tenerlo sotto controllo per evitare disturbi alla lezione. Il docente di sostegno è un ponte tra l'alunno e il resto della classe, una risorsa a servizio dell'intera comunità scolastica.
Sul piano dei principi generali, la Cassazione ribadisce che spetta all'amministrazione scolastica adattare la propria organizzazione alle esigenze dell'alunno con disabilità, e non viceversa. Accompagnare un bambino all'uscita prima del suono della campanella, mentre i compagni continuano regolarmente le attività didattiche, quando diventa una pratica ripetuta e costante contraddice lo spirito dell'inclusione scolastica e l'effettività del diritto all'uguaglianza, configurandosi come condotta discriminatoria.
La pronuncia precisa anche che la discriminazione non viene meno per il fatto che i genitori non abbiano preventivamente impugnato il PEI davanti al giudice amministrativo. Le carenze organizzative o economiche dell'istituto — pubblico o paritario — non costituiscono una giustificazione valida per comprimere il diritto fondamentale all'istruzione e all'inclusione degli studenti con disabilità.
ITALIA. Wind Tre multata dal Garante privacy: 1,7 milioni per due data breachIl Garante per la protezione dei dati personali ha inflitto a Wind Tre una sanzione di 1.715.600 euro per gravi carenze nella sicurezza dei propri sistemi informatici. Le lacune riscontrate hanno reso possibili due accessi abusivi e la sottrazione dei dati personali di oltre 365.000 clienti. Lo riporta il Garante Privacy nella newsletter del 16 luglio 2026.
L'istruttoria è stata avviata dopo che Wind Tre aveva notificato all'Autorità due distinte violazioni dei dati, avvenute il 20 e il 28 febbraio 2025. Dalle verifiche è emerso che i criminali informatici hanno fatto ricorso all'ingegneria sociale: si sono spacciati per tecnici dell'assistenza e hanno convinto il personale di due punti vendita ad autorizzare l'accesso da remoto ai sistemi interni dell'azienda, riuscendo così a sottrarre dati anagrafici e di contatto degli utenti.
Per 41.359 dei clienti coinvolti, la violazione ha avuto conseguenze ancora più gravi: i dati esfiltrati comprendevano anche informazioni sui metodi di pagamento, tra cui il tipo di pagamento scelto (bollettino postale, IBAN, carta di credito), il numero della carta parzialmente oscurato e la relativa data di scadenza.
Nel corso dell'istruttoria il Garante ha rilevato carenze specifiche nella gestione delle credenziali di accesso e dei certificati digitali. I controlli di sicurezza effettuati dall'azienda, inoltre, non erano stati abbastanza approfonditi da individuare alcune vulnerabilità che verifiche più accurate avrebbero potuto far emergere. L'Autorità ha dunque accertato la violazione dei principi di integrità e riservatezza dei dati e degli obblighi di sicurezza sanciti dal GDPR.
Oltre alla sanzione pecuniaria, il Garante ha ordinato a Wind Tre di rafforzare la protezione delle credenziali e dei certificati digitali, di adottare strumenti più sicuri per la gestione delle password e di migliorare le procedure di sicurezza informatica per prevenire il ripetersi di episodi analoghi.
Nel determinare l'importo della multa, l'Autorità ha comunque tenuto conto di alcuni elementi favorevoli all'operatore: la tempestiva notifica delle due violazioni, la collaborazione fornita durante l'istruttoria e le misure correttive adottate dall'azienda subito dopo gli attacchi.
ITALIA. Multa con auto a noleggio: niente penale aggiuntiva per il conducenteChi noleggia un'auto e prende una multa deve pagare solo la sanzione prevista dal Codice della Strada, senza dover corrispondere alcuna penale aggiuntiva alla società di noleggio. Lo stabiliscono due sentenze citate da la Repubblica, che fanno chiarezza su un tema da tempo controverso e costoso per i consumatori.
Le due decisioni chiariscono che la responsabilità delle sanzioni accessorie non può ricadere sul conducente-noleggiatore al di là dell'importo della multa stessa. In altri termini, addebitare al cliente una somma aggiuntiva — a titolo di penale contrattuale o di rimborso spese di gestione — non è ammissibile.
Il tema non è nuovo. Da anni le società di autonoleggio includono nei propri contratti clausole che prevedono il pagamento di una fee aggiuntiva in caso di infrazione al Codice della Strada commessa dal cliente con il veicolo noleggiato. Quando la multa viene notificata alla società, quest'ultima la gira al conducente — ma spesso ci aggiunge un importo extra, giustificato come rimborso per la gestione amministrativa della pratica.
Già nel 2024 l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) aveva sanzionato complessivamente per oltre 18 milioni di euro sei grandi società di autonoleggio — Avis, Hertz, Centauro, Green Motion, Noleggiare e Drivalia — proprio per clausole di questo tipo, giudicate vessatorie ai sensi del Codice del Consumo. Secondo l'Antitrust, l'importo aggiuntivo non è giustificato: le società sono tenute soltanto a trasmettere all'ente accertatore i dati identificativi del cliente, un adempimento che non giustifica alcun addebito extra a carico del noleggiatore.
Le due sentenze ora segnalate da Repubblica si collocano nella stessa direzione e rafforzano questo orientamento sul piano giurisdizionale, rappresentando un riferimento importante per i rapporti tra società di noleggio e clienti in materia di infrazioni stradali.
Per i consumatori, il consiglio pratico resta quello di leggere attentamente il contratto di noleggio prima di firmarlo, verificare la presenza di clausole relative alla gestione delle multe e, in caso di addebiti non dovuti, contestarli formalmente alla società e, se necessario, rivolgersi all'AGCM o a un'associazione di consumatori.
GERMANIA. Quanto tempo devono aspettare i pazienti prima di ricevere la loro prima prescrizione di cannabis
L'indagine condotta da weed.de nel 2026 su un campione di 535 pazienti rivela quanto a lungo molti di loro soffrano prima di ricevere la prima prescrizione di cannabis. Secondo gli intervistati, il percorso verso questa prescrizione è spesso segnato da anni di sofferenza: dalle ricerche personali, alla vana ricerca di un medico aperto e, frequentemente, ad anni di automedicazione con cannabis prima ancora di iniziare il trattamento medico. I dati illustrano in modo sorprendentemente chiaro perché questo percorso sia così lungo e quali ostacoli si frappongono a chi ne è affetto.
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Informazioni importanti da considerare in anticipo:
Questo sondaggio non è uno studio rappresentativo e lo dichiariamo apertamente. Riflette le esperienze riportate da un gruppo specifico, non da tutti i pazienti in Germania. Tuttavia, il suo valore risiede proprio in questa onestà: attualmente esistono pochissimi dati comparabili su come si svolge effettivamente il percorso per ottenere una prescrizione di cannabis dal punto di vista delle persone coinvolte.
Un sentito ringraziamento a tutti i partecipanti: senza la loro apertura e la condivisione delle loro esperienze, questa riflessione non sarebbe stata possibile!
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Il sondaggio sui pazienti di weed.de del 2026 è un sondaggio online anonimo condotto nel marzo 2026 su 535 partecipanti valutabili (1). I partecipanti sono stati invitati tramite la newsletter di weed.de, alla quale chiunque può iscriversi; la partecipazione era volontaria, non retribuita e senza la raccolta di dati personali (1).
Lo stato del paziente è stato registrato tramite autodichiarazione e non verificato: il 78% dei partecipanti aveva una prescrizione di cannabis valida al momento del sondaggio, il 9% ne aveva ricevuta una in precedenza e il 13% non ne aveva mai ricevuta una (1). Il sondaggio è stato condotto in forma anonima e in conformità con il GDPR; nessun dato personale è stato pubblicato. Le analisi del percorso verso la prima prescrizione si riferiscono quindi principalmente alla stragrande maggioranza con una prescrizione attuale o precedente.
Poiché l'invito è stato inviato tramite la newsletter dell'organizzazione stessa, il gruppo di partecipanti si è autoselezionato: si tratta di persone già interessate all'argomento e che, nella maggior parte dei casi, hanno già avuto accesso a una terapia. Il sondaggio esclude tutti coloro che non hanno mai trovato accesso, hanno rinunciato alla ricerca o non sono mai venuti a conoscenza di tali servizi; queste persone, in particolare, avrebbero potuto descrivere gli ostacoli in modo ancora più drastico. Il sondaggio potrebbe quindi sottostimare, piuttosto che sovrastimare, la reale portata dei problemi di accesso. Non è esplicitamente rappresentativo di tutti i pazienti o della popolazione generale.
Per molti intervistati, sono trascorsi anni tra la comparsa dei primi sintomi e la prima prescrizione. Per il 45%, i principali disturbi di salute sono persistiti per più di cinque anni prima di ricevere una prescrizione medica; per più di uno su quattro (28%), addirittura per più di dieci anni (1).
Questa è la prima parte di una storia straordinaria: il percorso verso la terapia con cannabis raramente è una decisione spontanea, ma spesso il culmine di una lunga storia. Solo una piccola percentuale degli intervistati (3%) ha avuto sintomi per meno di sei mesi prima di ricevere la prima prescrizione (1).
Questo lungo periodo di attesa non è una coincidenza medica: in parte è spiegato dalla storia clinica del paziente – molti si erano già sottoposti ad altri trattamenti. L'altra parte, cruciale, riguarda l'accesso alle informazioni e la loro diffusione – ed è proprio su questo aspetto che l'indagine fornisce i risultati più chiari.
Alla domanda su cosa avesse ritardato il loro accesso alla terapia, è emerso un motivo principale ben preciso: il 71% ha citato la difficoltà di trovare un medico di mentalità aperta (1). A seguire, a notevole distanza, la mancanza di conoscenza sull'opzione terapeutica (29%) e la convinzione che la cannabis fosse destinata solo a malattie molto gravi (26%).
La difficoltà nel trovare un medico ha ragioni molto concrete. Sebbene la cannabis non sia stata classificata come narcotico dal Medicinal Cannabis Act del 2024 e possa essere prescritta con una ricetta standard (2), i medici rimangono restii a prescriverla. Requisiti rigorosi si applicano alle prescrizioni coperte dall'assicurazione sanitaria obbligatoria e molti medici temono successive richieste di risarcimento (le cosiddette richieste di rivalsa), ovvero il rimborso dei costi da parte della compagnia assicurativa (3). In breve, una richiesta di rivalsa è, in parole semplici, una successiva richiesta di risarcimento danni nei confronti del medico qualora una prescrizione emessa a spese dell'assicurazione sanitaria obbligatoria venga ritenuta inammissibile o antieconomica durante un processo di revisione.
Inoltre, sussiste incertezza riguardo a questa opzione terapeutica. Queste esperienze si riflettono nelle risposte aperte al sondaggio, ad esempio "una mancanza di conoscenza tra i medici e i loro preconcetti" o "la stigmatizzazione dell'essere un paziente che fa uso di cannabis" (1,4). Per le persone colpite, ciò significa che il vero ostacolo non è il processo burocratico, ma il primo passo: trovare qualcuno disposto ad aprire la porta.
Un altro dato evidenzia l'entità del divario di accesso: il 70% degli intervistati si è automedicato con cannabis prima di ricevere la prima prescrizione – quasi la metà di loro per un periodo superiore a cinque anni (1). Il bisogno, quindi, esisteva molto prima che venisse individuato il percorso legale e sotto controllo medico.
Questo schema è in linea con i rapporti internazionali sull'automedicazione: molte persone ricorrono alla cannabis prima di poter ottenere una prescrizione (5,6,7). Abbiamo discusso in dettaglio il contesto e la ricerca internazionale nel nostro articolo sull'automedicazione con cannabis.
È importante contestualizzare la questione: l'indagine non ha raccolto dati sull'origine della cannabis utilizzata per l'automedicazione, né intende giudicare tale comportamento. Tuttavia, evidenzia un rischio associato alla mancanza di accesso alle cure mediche. La scarsa conoscenza del dosaggio, degli usi e delle modalità di somministrazione, e soprattutto la cannabis contaminata proveniente dal mercato nero, sono solo alcuni dei fattori di rischio da considerare quando si ricorre all'automedicazione.
Come vengono a conoscenza le persone della possibilità di ricorrere alla terapia con cannabis? Raramente attraverso le cure mediche: solo l'8% ne ha sentito parlare da un medico o da un terapeuta (1). Le fonti più comuni sono state le ricerche su internet (43%) e i consigli di amici o familiari (31%).
Questo divario informativo rappresenta la seconda metà del problema. Se il percorso verso la terapia si basa principalmente sui motori di ricerca e sui contatti personali, entra in gioco il caso: chi frequenta gli ambienti giusti o conosce i termini di ricerca appropriati trova aiuto più velocemente. Chi non ha questi contatti rimane solo più a lungo. Una risposta a testo libero di un partecipante al sondaggio riassume perfettamente la situazione: "Abbiamo ottenuto la legalizzazione da poco. Se non conosci nessuno, è difficile." (1)
Per la maggior parte degli intervistati, la cannabis non è stata il punto di partenza, bensì una lunga serie di altri trattamenti. Tre quarti (75%) avevano già provato farmaci convenzionali su prescrizione prima di iniziare la terapia con cannabis; oltre la metà (54%) si era addirittura sottoposta a due o più forme diverse di trattamento (1).
Oltre ai farmaci, sono state spesso menzionate la fisioterapia (42%) e la psicoterapia (34%) (1). Ciò è particolarmente evidente nei pazienti con una storia clinica molto lunga: di coloro che soffrivano da più di cinque anni, il 79% aveva precedentemente assunto farmaci convenzionali – secondo le loro stesse dichiarazioni, senza ottenere un sollievo sufficiente (1).
Per una grande parte degli intervistati, la cannabis non è stata quindi un punto di partenza, ma piuttosto il culmine di un lungo e spesso frustrante percorso terapeutico. Ciò riflette la realtà dell'assistenza sanitaria, in cui i farmaci a base di cannabis vengono presi in considerazione principalmente quando altre terapie non si sono dimostrate sufficientemente efficaci nei casi gravi e cronici (8,9).
Due gruppi hanno dominato i disturbi principali: il dolore cronico (39%) e i disturbi del sonno (35%), che insieme rappresentavano il 73% dei disturbi principali segnalati (1). A questi seguivano, tra gli altri, i sintomi di ADHD (8%) e i sintomi depressivi (7%).
Questo quadro riflette la ben nota realtà dell’assistenza sanitaria in Germania: anche l’indagine ufficiale di accompagnamento dell’Istituto federale per i farmaci e i dispositivi medici (BfArM) identifica il dolore cronico come di gran lunga l’indicazione più frequente per i medicinali contenenti cannabis (10).
I risultati assumono ulteriore importanza a seguito di una recente decisione legislativa: proprio venerdì scorso, il Bundestag tedesco ha stabilito che i fiori di cannabis non saranno più rimborsati dall'assicurazione sanitaria obbligatoria (GKV) e che gli estratti di cannabis saranno rimborsati solo dopo un tentativo di terapia di sei mesi senza successo con un prodotto medicinale a base di cannabis. Per i pazienti come quelli intervistati, il già lungo percorso verso la cura rischia di allungarsi ulteriormente (11).
In questo contesto, l'indagine fornisce un dato inequivocabile: secondo le esperienze riportate, i maggiori ostacoli alla terapia risiedono nell'accesso, nella mancanza di informazioni e nelle riserve sulla terapia stessa – proprio laddove la sospensione dei servizi rischierebbe di aggravare la situazione anziché migliorarla. Approfondiamo il legame tra questo aspetto e il dibattito in corso sui rimborsi nel nostro commento "Cannabis Flowers from Reimbursement: A Consequential Misdiagnosis ".
I risultati del sondaggio condotto da weed.de nel 2026 tra i pazienti illustrano chiaramente le difficoltà incontrate da coloro che cercano una terapia a base di cannabis. Per la maggior parte dei pazienti, l'accesso alla cannabis terapeutica non è un percorso diretto, ma piuttosto il risultato di una ricerca di sollievo che spesso dura anni. I dati mostrano che molti inizialmente ricorrono a metodi di trattamento convenzionali e, quando questi si rivelano insufficienti, spesso scelgono l'automedicazione senza supervisione medica per disperazione. L'ostacolo principale non è tanto la mancanza di informazioni da parte loro, quanto piuttosto la notevole difficoltà nel trovare professionisti sanitari aperti a questa opzione terapeutica.
Questi risultati sottolineano l'urgente necessità di intervenire nel sistema sanitario tedesco. Un miglioramento della formazione medica, la riduzione dei pregiudizi e una maggiore destigmatizzazione, sia nella società che tra i medici, sono essenziali. Solo facilitando l'accesso alla consulenza e al supporto medico professionale si potrà ridurre l'automedicazione rischiosa e risparmiare alle persone colpite anni di sofferenza.
Fonti
(von Dr. Sebastián Marincolo su Weed.de del 13/07/2026)
ITALIA. 10 comandamenti per un turismo all'altezza dell'Italia, secondo il ministro“Sono alla guida di questo ministero da tre mesi. Ho davanti forse un anno di lavoro intenso: non abbastanza per promettere tutto, ma sufficiente per imprimere una direzione chiara, consolidare ciò che funziona e lasciare al Paese strumenti più forti, più stabili, più moderni. Questo è ciò che riguarda il breve e medio termine, consentitemi ora il sogno“.
Lo ha dichiarato il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi in audizione alle Commissioni riunite Attività produttive della Camera e Industria e Agricoltura del Senato sulle linee programmatiche del suo Dicastero. Il ministro ha così stilato quelli che lui stesso ha chiamato i 10 comandamenti del turismo italiano, per lo sviluppo del settore ben oltre la durata del suo mandato:
1 - Attrarre investimenti privati con incentivi certi
2 - Creare una finanza specializzata
3 - Ridurre la stagionalità rafforzando le imprese
4 - Accelerare l'uso della tecnologia e dell'IA per aumentare la competitività
5 - Mettere al centro i lavoratori
6 - Sviluppare nuovi mercati e nuovi turismo
7 - Rendere più strategica la promozione internazionale
8 - Investire nel sud
9 - Garantire la sostenibilità del settore
10 - Garantire stabilità del settore e ottenere una linea europea di bilanci specifica.
(Roberto Saoncella su TTG)
ITALIA. Le dipendenze da smartphone, social e videogiochi agiscono sul cervello come le drogheLe dipendenze da smartphone, social e videogiochi agiscono sul cervello come le droghe e rappresentano una minaccia crescente per gli adolescenti. A lanciare l’allarme è il prof. Gabriele Sani, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psichiatria Clinica e d’Urgenza, responsabile del Cepid (Centro Psichiatrico Integrato di Ricerca, Prevenzione e Cura delle Dipendenze) del Policlinico Gemelli di Roma. Secondo diversi studi, a livello globale il 25% dei ragazzi mostra un uso problematico dei social, quasi la metà presenta un’elevata dipendenza dallo smartphone e il 41,1% è a rischio con i videogiochi. In Italia circa 15 mila studenti tra 11 e 13 anni soffrono di “social media addiction” e 111 mila sono a rischio di internet gaming disorder.
ITALIA. Migliora il riciclo degli imballaggiL’Italia migliora ancora il riciclo degli imballaggi, arrivato nel 2025 al 77,3% del totale immesso sul mercato: 10,97 milioni di tonnellate su 14,2 milioni. Sommando anche il recupero energetico, l’86,6% dei rifiuti da packaging viene sottratto alla discarica. I risultati migliori riguardano carta e cartone (92,6%), acciaio (82,2%) e vetro (82%), mentre la plastica si ferma al 50,5%. Il Conai (consorzio nazionale imballaggi) sottolinea la necessità di puntare su ecodesign, riuso e materie prime seconde.
ITALIA. Consumi delle famiglie in calo. BankitaliaBankitalia segnala un rallentamento dei consumi delle famiglie nel secondo trimestre del 2026, dopo la crescita registrata a inizio anno. A frenare la spesa sono l’aumento dei prezzi dell’energia, il peggioramento delle aspettative economiche e il calo della fiducia dei consumatori, scesa sotto la media storica insieme alle intenzioni di acquisto di beni durevoli. L’istituto conferma una crescita del Pil dello 0,6% nel 2026, ma avverte che le tensioni in Medio Oriente e l’incertezza sulla riapertura dello Stretto di Hormuz pesano su commercio globale, inflazione e disavanzo energetico italiano.
ITALIA. Viaggiare in traghetto costa sempre di piùI prezzi dei traghetti continuano a salire: tra maggio e giugno 2026 il costo medio dei biglietti in Italia è aumentato del 7,4%, arrivando a 37,75 euro. Secondo il report Ferryhopper, la Sardegna registra il rincaro più forte (+18,2%), mentre tra le singole tratte spicca Piombino-Portoferraio (+17,7%). In controtendenza Livorno-Olbia (-19,4%) e Napoli-Palermo (-8,2%). Nonostante gli aumenti, l’Italia resta sotto Spagna (+12,4%), Malta (+12%) e Croazia (+16,1%), mentre sulle rotte più frequentate le variazioni sono rimaste nel complesso contenute.
U.E.. Migranti. L’Italia non rispetta ancora le regole di DublinoIl Patto su migrazione e asilo è entrato in vigore dal 12 giugno e i paesi che beneficiano della solidarietà dovrebbero dimostrarsi più responsabili, in particolare accettando i trasferimenti dei migranti che si sono spostati in altri Stati membri con i movimenti secondari. La Commissione ieri ha pubblicato una prima valutazione dell’adeguamento alle nuove regole di Spagna, Cipro, Grecia e Italia. I primi due hanno superato il test e non dovranno più essere monitorati. La Grecia ha iniziato a rimediare alle pratiche sbagliate del passato, ma sarà tenuta sotto controllo. Per contro l’Italia, anche se ha mostrato “sforzi significativi” per prepararsi alle nuove regole, non ha dato “indicazioni concrete” di voler applicare. L’Italia ha sospeso dal 2023 i trasferimenti di Dublino. “Al momento non vi sono indicazioni che le autorità italiane si siano attivamente impegnate con gli altri Stati membri sulle misure pratiche e logistiche per la ripresa dei trasferimenti. L’Italia deve rimuovere con urgenza tutti gli ostacoli rimanenti, compresa l’interruzione delle prassi che finora hanno impedito l’effettuazione dei trasferimenti”, avverte la Commissione. Nel primo mese del Patto, gli altri Stati membri hanno trasmesso 12 richieste di trasferimento. L’Italia le ha rigettate tutte, in violazione delle regole.
(Il Mattinale europeo)
U.E.. La Commissione impone a Google di aprirsi alle IA concorrentiLa Commissione ieri ha adottato due decisioni vincolanti per Google ai sensi del Digital Markets Act (DMA) per garantire che i servizi di intelligenza artificiale dei concorrenti possano competere con Gemini in modo più equilibrato e abbiano pari accesso alle funzionalità sui dispositivi Android. Attualmente, sui telefoni Android, gli assistenti AI dei concorrenti hanno solo un accesso limitato alle funzionalità chiave del sistema operativo di Google. Gli assistenti di IA di terzi sono limitati nel modo in cui possono offrire i loro servizi innovativi. La prima decisione garantirà che gli utenti possano attivare il loro assistente di IA preferito tramite comandi vocali, simili al comando “Hey Google.” La seconda decisione specifica come Google dovrebbe condividere i dati di ricerca con altri motori di ricerca. Google deve iniziare a condividere i dati di ricerca con i fornitori di motori di ricerca idonei a partire da gennaio 2027. Gli utenti inizieranno a beneficiare delle modifiche ad Android a partire da luglio del prossimo anno. “La nostra decisione aiuterà i concorrenti più piccoli, i motori di ricerca o gli assistenti di IA a competere”, ha detto la vicepresidente Teresa Ribera, che si è lasciata andare a uno sfogo contro le pressioni dell’amministrazione Trump. “Abbiamo ancora questa abitudine piuttosto antiquata di far rispettare le regole che adottiamo democraticamente”, ha detto Ribera.
(Il Mattinale europeo)
U.E.. Case green. La Commissione mette in mora tutti i 27 StatiLa Commissione europea ha messo in mora tutti i 27 Stati membri per non aver recepito integralmente entro i termini la direttiva sulla prestazione energetica degli edifici, inviando a ciascun governo una lettera che apre formalmente la procedura d’infrazione.
Non ci sono, per ora, sanzioni economiche né obblighi immediati per i proprietari di immobili, perché Bruxelles chiede innanzitutto agli Stati di completare le norme nazionali necessarie ad applicare la direttiva e di comunicare le misure adottate entro due mesi.
Le disposizioni riguardano la riqualificazione energetica del patrimonio esistente, i nuovi edifici a emissioni zero, gli impianti solari, le caldaie alimentate da fonti fossili, gli attestati digitali, le infrastrutture per la mobilità sostenibile, i finanziamenti e la protezione delle famiglie vulnerabili.
La Commissione europea ha aperto il 15 luglio le procedure nei confronti di tutti gli Stati membri per il mancato completo recepimento della direttiva 2024/1275 sulla prestazione energetica nell’edilizia, la Energy Performance of Buildings Directive o EPBD, il cui termine generale era scaduto il 29 maggio 2026.
Si tratta di 27 procedimenti paralleli, uno per ciascuno Stato, e la contestazione non significa necessariamente che i governi non abbiano approvato alcuna misura, ma che nessuno abbia notificato alla Commissione un quadro normativo ritenuto completo rispetto alle disposizioni della direttiva.
Le lettere di costituzione in mora rappresentano il primo passaggio della procedura e concedono ai governi due mesi per rispondere, approvare le norme mancanti e comunicarle a Bruxelles. Se le risposte non saranno considerate sufficienti, la Commissione potrà inviare un parere motivato e, successivamente, deferire il Paese alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Le sanzioni economiche non scattano automaticamente con l’avvio del procedimento, ma, nei casi di mancata comunicazione delle norme che recepiscono una direttiva, possono essere richieste dalla Commissione qualora il caso venga portato davanti alla Corte.
La EPBD interviene contemporaneamente su norme edilizie, certificazioni energetiche, sistemi di riscaldamento e raffrescamento, impianti solari, colonnine di ricarica, banche dati, incentivi pubblici e servizi di assistenza per proprietari e inquilini.
Gli edifici assorbono circa il 40% dell’energia consumata nell’Unione europea e circa la metà del gas, mentre l’85% del patrimonio edilizio è stato costruito prima del 2000 e il 75% presenta prestazioni energetiche insufficienti. Il tasso annuo di riqualificazione resta vicino all’1%.
Per il patrimonio residenziale, ciascuno Stato dovrà definire una traiettoria nazionale capace di ridurre il consumo medio di energia primaria del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2020, scegliendo gli immobili da coinvolgere e le misure da adottare in base alle caratteristiche del proprio patrimonio edilizio.
Almeno il 55% della riduzione dovrà derivare dalla riqualificazione degli edifici residenziali con le prestazioni peggiori, mentre l’obiettivo complessivo sarà calcolato sulla media nazionale e non attraverso l’attribuzione obbligatoria della stessa classe energetica a ogni singola abitazione.
Per gli edifici non residenziali, la direttiva introduce standard minimi di prestazione energetica che dovranno portare alla riqualificazione del 16% degli immobili con le prestazioni peggiori entro il 2030 e del 26% entro il 2033, sulla base di soglie definite da ciascun Paese.
Gli Stati potranno prevedere esenzioni per alcune categorie, tra cui edifici storici o protetti, luoghi di culto, costruzioni temporanee, abitazioni utilizzate soltanto per periodi limitati dell’anno e piccoli immobili indipendenti, stabilendo nelle norme nazionali le condizioni e i limiti delle deroghe.
Per le nuove costruzioni, lo standard a emissioni zero si applicherà dal primo gennaio 2028 agli edifici di proprietà degli enti pubblici e dal primo gennaio 2030 a tutti gli altri nuovi edifici, che dovranno avere prestazioni energetiche molto elevate e non produrre emissioni in loco attraverso l’impiego di combustibili fossili.
Le nuove costruzioni dovranno inoltre essere predisposte per ospitare impianti fotovoltaici o solari termici, mentre l’obbligo di installare impianti solari sarà esteso gradualmente ad alcune categorie di edifici pubblici e non residenziali esistenti, quando l’intervento risulti tecnicamente ed economicamente realizzabile.
Dal primo gennaio 2025 gli Stati non possono più concedere incentivi per l’installazione di nuove caldaie autonome alimentate esclusivamente da combustibili fossili. La disposizione non introduce un divieto generale di utilizzo delle caldaie già presenti negli edifici.
La direttiva prevede anche attestati di prestazione energetica digitali e più comparabili, passaporti di ristrutturazione che potranno guidare i proprietari nella programmazione degli interventi in più fasi, infrastrutture di ricarica per i veicoli elettrici, spazi per le biciclette e requisiti per i sistemi di automazione e controllo degli edifici non residenziali.
Per i nuovi immobili sarà inoltre calcolato progressivamente il potenziale di riscaldamento globale lungo l’intero ciclo di vita, considerando non soltanto l’energia consumata durante l’utilizzo, ma anche le emissioni associate ai materiali, alla costruzione, alla manutenzione e alla demolizione. Il dato dovrà comparire negli attestati energetici dal 2028 per i nuovi edifici con una superficie superiore a mille metri quadrati e dal 2030 per tutte le nuove costruzioni.
L’attuazione della direttiva passerà soprattutto attraverso i Piani nazionali di ristrutturazione degli edifici, nei quali ogni Paese dovrà descrivere il proprio patrimonio immobiliare, fissare obiettivi al 2030, 2040 e 2050 e indicare le politiche previste, il fabbisogno di investimenti e le relative fonti di finanziamento.
Le bozze, che dovevano essere precedute da una consultazione pubblica nazionale, andavano presentate entro il 31 dicembre 2025, mentre le versioni definitive sono attese entro il 31 dicembre 2026.
Per l’Italia la nuova costituzione in mora si aggiunge a due contestazioni precedenti, relative alla norma sugli incentivi alle caldaie alimentate esclusivamente da combustibili fossili e alla mancata presentazione entro i termini della bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici.
Nel novembre 2025 la Commissione aveva aperto una procedura nei confronti di Italia, Estonia e Ungheria perché le misure comunicate non recepivano pienamente l’obbligo di interrompere gli incentivi alle nuove caldaie autonome alimentate da combustibili fossili.
Nel marzo 2026 era arrivata una seconda lettera di costituzione in mora per il ritardo nella trasmissione del Piano nazionale, insieme ad altri 18 Stati membri. Alla prima valutazione pubblicata dalla Commissione il 14 luglio, relativa a 16 bozze complete, l’Italia non figurava tra i Paesi esaminati.
La situazione italiana riguarda quindi sia il completamento delle norme necessarie ad applicare la direttiva sia la definizione della strategia con cui ridurre i consumi del patrimonio edilizio e individuare le risorse per finanziare gli interventi.
Secondo l’Istat, quasi 20 milioni di abitazioni italiane, pari al 56,3% del totale, sono state costruite tra il 1961 e il 2000. Un dato Eurostat relativo al 2025 indica inoltre che soltanto il 2,6% della popolazione italiana viveva in un’abitazione nella quale l’efficienza energetica era stata migliorata nei cinque anni precedenti, rispetto a una media europea del 23,9%.
L’indicatore comprende interventi come l’isolamento di pareti, tetti e pavimenti, la sostituzione delle finestre e l’installazione di sistemi di riscaldamento più efficienti, ma si basa sulle dichiarazioni delle famiglie e non su una rilevazione tecnica del numero complessivo di edifici riqualificati.
La definizione di un nuovo sistema di incentivi arriva dopo l’esperienza del Superbonus e dovrà combinare l’aumento delle riqualificazioni con la sostenibilità dei conti pubblici e la capacità economica delle famiglie.
Interventi come isolamento termico, sostituzione degli infissi, riqualificazione degli impianti e installazione di fonti rinnovabili richiedono investimenti iniziali elevati, mentre i benefici derivanti dalla riduzione dei consumi e delle bollette si distribuiscono nel tempo.
La direttiva chiede agli Stati di indirizzare gli strumenti finanziari in particolare verso gli edifici con le prestazioni peggiori e le famiglie vulnerabili, prevedendo anche misure di protezione per gli inquilini, come sostegni agli affitti o limiti agli aumenti dei canoni.
Gli sportelli unici dovranno fornire assistenza tecnica e finanziaria ai proprietari, accompagnandoli dalla valutazione dell’immobile alla scelta degli interventi, fino all’accesso agli incentivi e alla realizzazione dei lavori.
La Commissione indica tra le principali fonti europee oltre 80 miliardi di euro della Recovery and Resilience Facility e circa 17 miliardi dei fondi di coesione destinati alla prestazione energetica degli edifici nel periodo 2021-2027, ai quali si aggiungeranno le risorse del Fondo sociale per il clima.
Non si tratta di finanziamenti assegnati automaticamente ai singoli proprietari, perché saranno i governi a dover combinare sovvenzioni, detrazioni fiscali, prestiti agevolati, garanzie e capitale privato all’interno delle rispettive strategie nazionali.
La procedura d’infrazione non impone quindi ai proprietari italiani di avviare lavori entro i due mesi concessi dalla Commissione, ma chiede al governo di completare il recepimento della direttiva e di comunicare le misure nazionali necessarie ad applicarne le disposizioni.
(AdnKronos)
U.E.. Progetto pilota Euro digitale. Anche sette italiani tra i 36 fornitori di serviziSono 36 i fornitori di servizi di pagamento (PSP) selezionati dalla Banca Centrale Europea per dare avvio, nella metà del 2027, al progetto pilota dell’euro digitale: un periodo di 12 mesi in cui verranno testati la funzionalità tecnica e i processi operativi della nuova moneta, oltre che il design e l’esperienza utente. Tra i selezionati, ci sono anche sette italiane: UniCredit, Monte dei Paschi, Banca Sella, Isybank, Numia, Nexi e Poste Italiane.
I provider, tra cui banche e fornitori di servizi non bancari, “rappresentano una vasta gamma di modelli e dimensioni aziendali e provenienti da tutta l’area dell’euro”, fa sapere l’ente in un comunicato, e sono stati scelti tra oltre 50 candidature.
Un segnale importante, secondo Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della Bce e presidente della Task Force di alto livello sull’euro digitale, secondo cui “il forte interesse del mercato per il pilot dimostra la disponibilità del settore privato a impegnarsi attivamente e a progredire rapidamente nel progetto dell’euro digitale per rafforzare il panorama europeo dei pagamenti”.
Nel concreto, il ‘test’ coinvolgerà la Bce e 19 banche centrali nazionali dell’area euro, nonché commercianti online e commercianti che offrono servizi di routine presso le proprie sedi (ad esempio, mense e ristoranti). Il pilota utilizzerà una versione beta dell’euro digitale, quindi funzionalmente e tecnicamente simile all’euro digitale previsto nella bozza di legge, ma privo di corso legale.
I fornitori selezionati avranno ruoli diversi. Alcuni – i PSP di distribuzione – permetteranno al personale dell’Eurosistema di aprire un conto beta in euro digitale e di effettuare pagamenti. Altri – i PSP di acquisizione – supporteranno i commercianti, consentendo loro di ricevere pagamenti in euro digitale beta. Alcuni fornitori svolgeranno entrambe le funzioni.
Il personale delle banche centrali coinvolte potrà quindi provare i pagamenti in euro digitale versione beta tra persone, sia online sia offline, e da persona ad azienda, sia nei punti vendita fisici, anche tramite Pos, sia negli acquisti online o da smartphone.
I provider ora lavoreranno con le rispettive banche centrali nazionali e con la Bce per avviare la fase pilota. Il traguardo finale è avere la moneta digitale operativa nel 2029.
“Non vediamo l’ora di intensificare la collaborazione e di imparare insieme ai fornitori europei di servizi di pagamento per sviluppare un euro digitale sicuro, efficiente e inclusivo”, ha concluso Cipollone.
(AdnKronos)
ITALIA. Enac, carte dei servizi e voli pet friendlyLe informazioni sul trasporto di animali entrano nella carta dei servizi delle compagnie aeree. Un requisito previsto dal primo regolamento per la qualità adottato dall'Enac.
L'Ente Nazionale dell'Aviazione Civile (Enac), l'ente preposto alla regolazione del trasporto aereo, ha pubblicato il Regolamento “La qualità dei servizi nel trasporto aereo: monitoraggio della qualità negli aeroporti e Carte dei Servizi di gestori aeroportuali e vettori”.
Il Regolamento Enac- il primo nel suo genere- è un insieme di Carte dei servizi che impegnano gli aeroporti e le compagnie aeree nei confronti dei passeggeri e dell'utenza in generale, definendo regole e requisiti, con un occhio di riguardo alla qualità del viaggio, alla permanenza in aeroporto, alle informazioni rivolte al pubblico (es. promozioni) e ai diritti dei passeggeri.
Carta dei servizi per i passeggeri- Tra le informazioni utili di viaggio figurano anche le modalità di trasporto degli animali al seguito dei passeggeri. Queste ultime dovranno comparire nella Carta dei Servizi di ogni vettore. La Carta fa seguito alle novità di volo per i passeggeri con pet al seguito deliberate a novembre del 2025.
Trasporto aereo pet-friendly- Da novembre del 2025 una delibera Enac ammette il trasporto di pet fino a 30 kg in cabina. Approvata dal Ministero dei Trasporti, la delibera contiene Linee guida operative volte a fornire alle compagnie aeree un quadro di riferimento finalizzato a gestire l’accettazione, in cabina passeggeri, di pet con peso superiore al limite di 8 chili e fino a 30 chili di peso.
Non solo pet in viaggio- Per il settore merci, un'altra Carta dei Servizi si rivolge ai gestori aeroportuali riportando i requisiti per il trasporto di animali in quanto "merci". Ai gestori aeroportuali è richiesto di indicare la presenza di infrastrutture per per animali vivi, acquari e rettilari e prodotti di originale animale non destinati all’alimentazione umana. Di ciascuna infrastruttura presente in aeroporto, è richiesto di precisarne le caratteristiche essenziali.
La qualità dei servizi forniti da aeroporti e compagnie aeree dovrà essere monitorata con rilevazioni di customer satisfaction.
(@Amvi Oggi)
ITALIA. Il Marchio del biologico italiano è operativoIl panorama dell’agroalimentare nazionale si arricchisce di un nuovo strumento di identificazione e valorizzazione. Il Marchio del biologico italiano potrà presto essere applicato sui prodotti biologici nazionali, posizionandosi accanto alla tradizionale eurofoglia dell’Unione Europea.
Sulla Gazzetta Ufficiale è stato infatti pubblicato il decreto ministeriale che definisce in modo ufficiale tutte le condizioni e le modalità operative per l’attribuzione e l’utilizzo del nuovo logo, segnando un passaggio atteso e strategico per l’intero comparto agricolo.
L’associazione nazionale di riferimento FederBio esprime un sincero apprezzamento per l’impegno costante dimostrato dal Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e in particolare dal Sottosegretario Luigi D’Eramo nel promuovere politiche concrete a sostegno del comparto. L’annuncio dell’imminente attivazione di questo logo nazionale rappresenta un’opportunità del tutto gratuita per le imprese agricole e di trasformazione. Gli operatori della filiera potranno utilizzarlo liberamente per accrescere in modo significativo la riconoscibilità, il prestigio e la competitività commerciale delle produzioni biologiche italiane sui mercati.
“L’introduzione del Marchio del bio nazionale consente di rafforzare il ruolo degli agricoltori puntando su filiere di Made in Italy Bio al “giusto prezzo”, in grado di rappresentare l’insieme dei valori del biologico: tutela dell’ambiente, origine della materia prima, trasparenza verso i cittadini ed equità sociale lungo l’intera filiera – dichiara Maria Grazia Mammuccini, presidente FederBio – Costituisce inoltre un elemento distintivo che contribuisce a consolidare fiducia, tracciabilità e sicurezza, consentendo un’immediata riconoscibilità degli alimenti realizzati con materie prime biologiche coltivate esclusivamente in Italia, permettendo così alle produzioni bio italiane di distinguersi e competere a livello internazionale”.
(FoodAffairs.it)
In Europa, in poche settimane, il caldo di giugno ha ucciso più che in vent’anni di rilevazioni. Mai un’anomalia di mortalità così estrema, in così tanti Paesi, tutti insieme. «Il World Weather Attribution ha definito l’ondata dello scorso mese la più intensa mai registrata per giugno in Europa», afferma Shouro Dasgupta, ricercatore presso il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) e docente presso l’università Ca’ Foscari di Venezia. «Le ondate di calore sono più intense, frequenti e pericolose»
ITALIA. Tragedia Ponte Morandi. Condannato ex-ad di AutostradeL’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, è stato condannato a 12 anni di reclusione per il crollo del Ponte Morandi avvenuto il 14 agosto 2018. È questa la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Genova. Il verdetto arriva a otto anni di distanza dalla tragedia del 14 agosto 2018 costata la vita a 43 persone. Per Castellucci, alla guida di Aspi dal 2005 al 2019, la procura aveva chiesto 18 anni e sei mesi. L’ex numero uno di Aspi sta già scontando una condanna per la strage del viadotto di Monteforte Irpino (Avellino) del 2013, in cui perirono 40 persone.
ITALIA. YouTube e giochi d'azzardo: la Corte UE dà ragione ad Agcom contro GoogleLa Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha emesso una sentenza importante nel contenzioso tra l'Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) e Google: le grandi piattaforme digitali non possono invocare l'immunità automatica da responsabilità quando stringono accordi commerciali con i creatori di contenuti che pubblicano video sui loro canali.
La vicenda prende le mosse da una sanzione da 750.000 euro inflitta da Agcom a Google Ireland Ltd nel luglio 2022, con contestuale ordine di rimozione da YouTube di diversi video che promuovevano il gioco d'azzardo online, in violazione della normativa italiana — in particolare il divieto di pubblicità del gioco d'azzardo previsto dal cosiddetto Decreto Dignità. Quei video erano stati caricati da un creatore di contenuti legato a Google attraverso un accordo di partnership commerciale, con cui le due parti si spartivano i ricavi pubblicitari generati prima di ogni video.
Google aveva impugnato il provvedimento davanti ai tribunali amministrativi italiani, sostenendo di poter beneficiare delle deroghe di responsabilità previste dalla direttiva europea sul commercio elettronico (2000/31/CE) per i cosiddetti hosting provider: in base a questo regime, chi si limita a ospitare contenuti caricati da terzi non è ritenuto responsabile per quegli stessi contenuti. Il Consiglio di Stato, di fronte al contrasto interpretativo, ha deciso di investire della questione la Corte di Giustizia europea tramite rinvio pregiudiziale.
I giudici del Lussemburgo hanno però respinto la tesi di Google. Secondo la Corte, la protezione per gli hosting provider vale solo quando la piattaforma agisce in modo "puramente tecnico, automatico e passivo", senza alcuna conoscenza o controllo sui contenuti. Nel caso in esame, Google aveva esaminato il tema del canale, i video più visti o più recenti e i relativi metadati prima di concludere l'accordo di partnership commerciale: in questo modo aveva acquisito una conoscenza concreta del tipo di contenuti presenti sul canale, e non può quindi sostenere di aver agito come semplice intermediario neutrale.
La Corte ha anche chiarito un aspetto tecnico rilevante: sebbene il diritto europeo escluda i giochi d'azzardo dall'ambito di armonizzazione del commercio elettronico — proprio per le notevoli divergenze morali, religiose e culturali tra gli Stati membri — l'attività di hosting online in sé non è "intrinsecamente connessa" al gioco d'azzardo, e ricade quindi nella normativa europea sul commercio elettronico. Tuttavia, ciò non basta a proteggere Google quando la piattaforma ha assunto un ruolo attivo, come dimostrato dall'esame preventivo dei contenuti prima della firma dell'accordo.
La sentenza della Corte non chiude definitivamente la controversia: spetta ora al giudice nazionale pronunciarsi nel merito, verificando se Google potesse ragionevolmente ignorare che il canale in questione aveva come tema principale i giochi d'azzardo. La decisione europea vincola però tutti i giudici nazionali che si trovino ad affrontare casi analoghi.
Come riporta ANSA, la pronuncia dei giudici europei segna un precedente significativo: le grandi piattaforme digitali non potranno più nascondersi dietro lo scudo dell'intermediario passivo quando, in realtà, analizzano e monetizzano attivamente i contenuti dei propri partner commerciali.
ITALIA. Privacy digitale: il 91% degli italiani si dice attento, ma solo il 18% sa dove vanno i propri datiDire di tenere alla propria privacy è una cosa. Sapere concretamente cosa accade ai propri dati personali una volta ceduti è tutt'altra. È questa la contraddizione al centro di una ricerca della Fondazione GRINS — il progetto di ricerca finanziato dal PNRR che riunisce università e centri di ricerca italiani — i cui risultati sono stati riportati da la Repubblica.
Secondo lo studio, il 91% degli italiani si dichiara attento alla protezione dei propri dati personali. Una percentuale altissima, che potrebbe far pensare a una popolazione digitalmente consapevole e vigile. Ma i dati concreti raccontano una storia diversa: soltanto il 18% sa effettivamente dove finiscono le proprie informazioni una volta che queste vengono cedute ad aziende o piattaforme digitali.
Ne emerge un divario netto tra percezione e realtà. Gli italiani mostrano una diffusa consapevolezza teorica del problema — sanno che la privacy esiste, che va tutelata, che i dati personali hanno valore — ma restano largamente all'oscuro dei meccanismi pratici con cui quei dati vengono raccolti, utilizzati, condivisi e monetizzati da terzi.
È quello che in letteratura viene spesso definito il "privacy paradox": l'atteggiamento dichiarato non corrisponde ai comportamenti concreti. Si dice di voler proteggere i propri dati, ma si accettano termini e condizioni senza leggerli, si autorizzano applicazioni senza verificare i permessi richiesti, si utilizzano servizi gratuiti senza chiedersi quale sia il prezzo reale.
Un problema che non riguarda solo la sfera individuale. La scarsa conoscenza dei meccanismi di trattamento dei dati rende i cittadini meno capaci di esercitare i diritti che il GDPR — il Regolamento europeo sulla protezione dei dati — già garantisce loro: il diritto di accesso, di rettifica, di cancellazione, di portabilità. Diritti che esistono sulla carta, ma che pochi sanno come far valere.
ITALIA. Guerra in Iran: i dati in tempo reale su energia, carburanti e prezziIl conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziato il 28 febbraio 2026, ha innescato quella che il Fondo monetario internazionale e l'Agenzia internazionale dell'energia definiscono potenzialmente la peggiore crisi energetica della storia recente. Il dashboard Lab24 del Sole 24 Ore monitora in tempo reale gli effetti del conflitto sui mercati delle materie prime energetiche e sui prezzi al consumo.
Il nodo centrale è lo Stretto di Hormuz: prima della guerra, circa il 20% del greggio mondiale transitava da questo corridoio strategico. Il blocco e la forte riduzione del traffico navale — con bombardamenti alle infrastrutture del Golfo Persico, inclusa l'isola di Kharg e il giacimento di South Pars — hanno fatto impennare le quotazioni di gas e petrolio. Le quotazioni del gas europeo (indice TTF) sono raddoppiate rispetto a inizio anno, superando i sessanta euro al megawattora, mentre il Brent ha varcato la soglia dei cento dollari al barile. Dopo l'annuncio di un'intesa per il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, i prezzi sono tornati a scendere, ma gli effetti dell'impennata continuano a farsi sentire.
In Italia, alla pompa di benzina, da inizio marzo sono comparsi prezzi inusuali: il gasolio si è assestato stabilmente sopra i due euro al litro per diverse settimane, mentre la benzina ha sfiorato quelle cifre. Il governo ha risposto tagliando le accise sui carburanti — un intervento introdotto a marzo e poi prorogato — con una riduzione differenziata di 20 centesimi al litro per il diesel e 5 centesimi per la benzina, finanziata con le sanzioni dell'Antitrust e l'extragettito IVA. La misura ha frenato parzialmente la corsa dei prezzi, ma la tendenza complessiva rimane in crescita.
La crisi si riflette a cascata su altri settori. Sul fronte dei fertilizzanti, secondo l'ultimo rapporto della Banca Mondiale sulla sicurezza alimentare, i prezzi dell'urea sono aumentati di quasi il 46% su base mensile: il gas naturale è infatti una variabile determinante nei costi di produzione dei concimi azotati. Se i prezzi restano elevati, il rischio è che gli aumenti si trasferiscano anche sui beni alimentari nel lungo termine.
Pesanti le ripercussioni anche sul trasporto aereo: dallo Stretto di Hormuz passa circa il 40% delle importazioni europee di carburante aereo (cherosene Jet A-1), il cui prezzo è più che raddoppiato rispetto all'anno scorso prima di tornare a scendere dopo il cessate il fuoco. La compagnia tedesca Lufthansa ha annunciato la cancellazione di 20.000 voli tra maggio e ottobre per ridurre i consumi, con un risparmio atteso di circa 40.000 tonnellate di jet fuel.
Sul fronte macroeconomico, Pierre-Olivier Gourinchas, capo economista del FMI, ha spiegato che le previsioni di crescita globale sono state riviste al ribasso, dal +3,4% al +3,1%, mentre l'inflazione torna ad accelerare, con effetti a cascata sul potere d'acquisto delle famiglie. L'impatto dei rincari non è uniforme: sono soprattutto le famiglie con disponibilità economiche ridotte a subire il peso maggiore.
Secondo le stime dell'Ufficio Studi della CGIA di Mestre, lo shock energetico causato dal conflitto costerà agli italiani quasi 29 miliardi di euro nel 2026, con un aumento del 16% rispetto al 2025. L'analisi di Facile.it calcola che nei primi due mesi di guerra (marzo-aprile) gli italiani abbiano speso oltre 1,7 miliardi in più tra bollette, carburante e mutui. Nei prossimi dodici mesi, chi ha un contratto di fornitura energetica a prezzo indicizzato spenderà in media 2.165 euro tra luce e gas, l'11% in più rispetto alle previsioni precedenti al conflitto.
ITALIA. QNova GPT-5: la finta AI che promette il 30% al giorno è uno schema PonziUna nuova piattaforma fraudolenta si sta diffondendo in Italia sfruttando il nome dell'intelligenza artificiale per attirare risparmiatori ignari: si chiama QNova GPT-5 e promette rendimenti del 30% al giorno sugli investimenti. A smascherarla è Decripto.org, testata giornalistica specializzata in analisi investigative su truffe crypto e blockchain.
Secondo quanto riporta Decripto.org, QNova GPT-5 non ha nulla a che fare con sistemi reali di intelligenza artificiale. Si tratta di uno schema Ponzi di origine italiana: i guadagni promessi ai vecchi partecipanti vengono di fatto pagati con il denaro versato dai nuovi iscritti, senza che esista alcuna attività economica sottostante. Il meccanismo è quello classico di tutte le frodi piramidali: funziona finché entrano nuovi capitali, poi collassa inevitabilmente.
La piattaforma sfrutta la popolarità dei modelli linguistici di grandi dimensioni — e in particolare il brand "GPT", associato ai prodotti di OpenAI — per costruire una facciata di credibilità tecnologica. Un espediente già documentato da Decripto.org in numerosi casi analoghi, come CHGTEX Global Futures Group, DGPT.club e Star AI, tutti presentati come sistemi di trading automatizzato basati sull'IA e tutti poi crollati lasciando le vittime senza possibilità di recuperare il capitale versato.
I segnali d'allarme sono quelli tipici di ogni schema Ponzi: rendimenti quotidiani garantiti e irrealistici, assenza di documentazione tecnica verificabile, nessuna sede legale o autorizzazione da parte di autorità di vigilanza come la Consob, e un meccanismo di reclutamento che incentiva gli utenti a portare nuovi iscritti in cambio di commissioni. Vale la pena ricordare che in Italia lo schema Ponzi è vietato dall'articolo 5 della legge 173/2005, e che la Consob ha oscurato oltre 500 siti di investimento abusivo nel solo 2023.
Decripto.org avverte i potenziali investitori: chiunque abbia già versato somme su QNova GPT-5 rischia concretamente di perdere l'intero capitale. Nessun mercato legittimo è in grado di garantire rendimenti stabili del 30% al giorno. Di fronte a proposte simili, il consiglio è sempre lo stesso: verificare l'iscrizione del soggetto agli albi Consob prima di qualsiasi trasferimento di denaro.

Il direttore della DEA (Drug Enforcement Administration) statunitense, Terry Cole, ha dichiarato, senza fornire prove a supporto, che esiste una "connessione mortale" tra i cartelli della droga messicani e il governo del Messico, arrivando ad affermare che le due entità sono di fatto "la stessa cosa".
Le dichiarazioni sono state rilasciate nel corso del primo Summit degli Stati Uniti per un'America libera dal fentanyl, tenutosi in Florida.
Come riporta Mexico Solidarity Media, Cole ha dichiarato che la DEA impegna tutte le proprie forze nella lotta ai cartelli, ai loro facilitatori, ai distributori, ai riciclatori di denaro e a chiunque trarrra profitto dall'avvelenamento dei cittadini americani. In questo quadro rientra, secondo il funzionario, la collusione tra le reti criminali e gli apparati istituzionali messicani. L'agenzia antidroga americana ha indicato questo fronte come la propria priorità assoluta.
La risposta del governo messicano non si è fatta attendere. La presidente Claudia Sheinbaum ha definito le parole di Cole "molto sfortunate" e ha respinto le accuse come prive di qualsiasi base fattuale, descrivendole come "una dichiarazione politica più che una fondata su prove". Sheinbaum ha inoltre ribattuto che la DEA dovrebbe concentrare i propri sforzi sul contrasto al narcotraffico, alla distribuzione e al riciclaggio di denaro all'interno degli stessi Stati Uniti, che rappresentano il più grande mercato mondiale di droghe illegali.
Il Gabinetto per la Sicurezza Nazionale messicano ha pubblicato una dichiarazione formale in cui ha definito le affermazioni di Cole prive di riscontro nei fatti e non coerenti con i risultati ottenuti dal governo nel contrasto alle organizzazioni criminali. Le autorità messicane hanno reso noti i dati dell'attuale amministrazione: 59.582 persone arrestate per reati vari, 31.366 armi da fuoco sequestrate e 498 tonnellate metriche di stupefacenti confiscate, tra cui 2.363 chilogrammi di fentanyl e oltre 5,5 milioni di compresse dello stesso oppioide sintetico. Sono stati inoltre smantellati 2.627 siti di produzione di droghe sintetiche.
Sul fronte della corruzione interna, il governo messicano ha citato l'Operazione Enjambre, nell'ambito della quale 80 funzionari pubblici sono stati rinviati a giudizio per presunti legami con la criminalità organizzata, e sette sindaci in carica stanno attualmente affrontando procedimenti penali. La presidenza Sheinbaum ha ribadito che lo Stato messicano non garantisce impunità a chi commette reati.
Le dichiarazioni del capo della DEA si inseriscono in un clima di crescenti tensioni diplomatiche tra Washington e Città del Messico. In aprile, gli Stati Uniti avevano incriminato il governatore del Sinaloa, Rubén Rocha Moya, e nove suoi stretti collaboratori — tra cui i vertici delle forze dell'ordine statali — con accuse di cospirazione per narcotraffico e detenzione di armi, per presunte connessioni con il Cartello del Sinaloa. Sheinbaum aveva preso le difese di Rocha Moya, affermando l'assenza di prove a suo carico. Parallelamente, recenti modifiche alla legislazione messicana hanno ristretto la libertà operativa della DEA nel paese, generando ulteriori attriti con le agenzie di intelligence statunitensi.
REGNO UNITO. BBC. Abolire il canone di tv pubblica e servizio solo a pagamento?Mezzo milione di famiglie britanniche ha disdetto l'abbonamento alla BBC solo nell'ultimo anno, come rivelato dal rapporto annuale dell'emittente, che mostra un declino decennale con una perdita di oltre un milione di sterline derivante dal canone televisivo.
Il direttore finanziario Berangere Michel ha affermato che è probabile che la tendenza acceleri piuttosto che invertirsi, e l'ha indicata come una delle ragioni per cui la BBC desidera riformare il proprio modello di finanziamento prima del prossimo rinnovo della concessione nel 2027.
Per molti lettori dell'Independent, i dati hanno confermato una conclusione a cui erano già giunti: il canone televisivo tradizionale non è più adeguato al modo in cui le persone guardano effettivamente la televisione. Decine di persone hanno sostenuto che la BBC dovrebbe passare a un modello in abbonamento, consentendo agli spettatori di pagare solo per ciò che utilizzano anziché dover affrontare una tariffa fissa, con alcuni che hanno suggerito una transizione graduale per tutelare nel frattempo la programmazione radiofonica e i programmi educativi.
Altri non si limitavano a mettere in discussione il modello di finanziamento, ma anche come la BBC spende attualmente i soldi, puntando il dito in particolare sugli stipendi di presentatori e opinionisti, considerati la vera voce di spesa.
Un numero minore di persone ha reagito in modo completamente negativo, sostenendo che la BBC produce ancora programmi che nessuna emittente commerciale prenderebbe in considerazione.
ITALIA. Inflazione. Istat conferma dati preliminari per giugno: +3%Nel mese di giugno 2026, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra una variazione congiunturale nulla e una tendenziale del +3,0% (da +3,2% di maggio), confermando la stima preliminare.
Il lieve rallentamento dell’inflazione riflette la dinamica dei prezzi degli Alimentari non lavorati (da +5,5% a +4,4%), dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +3,0% a +2,7%) e dei Servizi relativi ai trasporti (da +1,7% a +1,1%); in accelerazione sono invece i prezzi degli Energetici, regolamentati (da +5,6% a +9,2%) e non regolamentati (da +12,5% a +13,3%).
Nel mese di giugno l’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, si riduce lievemente (da +1,7% a +1,6%), così come quella al netto dei soli beni energetici (da +2,1% a +1,9%).
Decelerano su base annua sia i prezzi dei beni (da +3,4% a +3,3%) sia quelli dei servizi (da +2,8% a +2,6%). Il differenziale tra il comparto dei servizi e quello dei beni, dunque, resta negativo passando da -0,6 a -0,7 punti percentuali.
Decelerano anche i prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +1,9% a +1,3%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +4,4% a +3,9%).
La variazione congiunturale dell’indice generale risente, da un lato, della diminuzione dei prezzi degli Alimentari non lavorati (-1,5%) e, dall’altro, dell’aumento di quelli dei Servizi ricreativi, culturali, e per la cura della persona (+0,6%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+0,5%).
L’inflazione acquisita per il 2026 è pari a +2,6% per l’indice generale e a +1,7% per la componente di fondo.
L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una variazione nulla su base mensile e una variazione pari al +3,0% su base annua (da +3,2% del mese precedente); la stima preliminare era +3,1%.
L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra una variazione congiunturale nulla e una crescita tendenziale di +2,9%.
Nel secondo trimestre 2026 i prezzi al consumo, misurati dall’IPCA, evidenziano un aumento più marcato per le famiglie con bassi livelli di spesa (+3,7%) e più contenuto per quelle con livelli di spesa elevati (+2,6%).
A giugno 2026 l’inflazione scende al +3,0% (dal +3,2% di maggio). Il lieve rallentamento riflette essenzialmente l’attenuarsi delle tensioni sui prezzi degli Alimentari non lavorati, dei Servizi relativi ai trasporti e di quelli ricreativi, culturali e per la cura della persona. Un sostegno all’inflazione, d’altro canto, si deve alla moderata accelerazione dei prezzi degli Energetici. Si riduce il tasso di variazione tendenziale dei prezzi del “carrello della spesa” (da +1,9% a +1,3%), così come l’inflazione di fondo (da +1,7% a +1,6%). L’inflazione acquisita a giugno, per il 2026, resta stabile a +2,6%.
MONDO. Trasporto aereo. Statistiche mondiali. IataL'Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) ha pubblicato l'ultima edizione delle Statistiche Mondiali del Trasporto Aereo (WATS), che fornisce dati statistici completi fino al 2025.
Aggiornato annualmente, il WATS fornisce dati relativi a domanda, offerta e performance operative. Il WATS include anche raccolte di dati sulla flotta aerea globale, le rotte principali, l'occupazione e le performance finanziarie (costi e ricavi).
WATS incorpora i dati delle 1.315 compagnie aeree incluse nella raccolta di statistiche annuali IATA, tra cui oltre 250 compagnie aeree internazionali che forniscono contributi di dati specifici a WATS.
Nel 2025, il numero di passeggeri internazionali in classe premium (business e prima classe) ha raggiunto i 109,7 milioni, con un aumento del 4,5% rispetto all'anno precedente. Ciò ha rappresentato il 5,5% di tutti i viaggiatori internazionali.
L'America Latina ha registrato il maggiore incremento di passeggeri in classe premium, con un aumento del 22,1% fino a raggiungere i 4 milioni. L'Europa è rimasta il mercato più importante per i viaggi premium, con 39,7 milioni di passeggeri nel 2025. Tuttavia, il Nord America (10,4%) e il Medio Oriente (9,5%) hanno rappresentato le quote più elevate di passeggeri in classe premium in proporzione al numero totale di passeggeri.
L'Asia domina le coppie di aeroporti più trafficate
La regione Asia-Pacifico ha dominato la classifica delle coppie di aeroporti più trafficate al mondo, con l'aeroporto internazionale di Jeju-aeroporto internazionale di Gimpo a Seul (CJU-GMP) che si conferma la rotta più popolare a livello globale, con 13,3 milioni di passeggeri in transito tra i due aeroporti. Nella top 10, solo una coppia di aeroporti – l'aeroporto internazionale King Abdulaziz di Gedda-aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh (JED-RUH) – si trovava al di fuori della regione Asia-Pacifico. Tutte le prime 10 coppie di aeroporti più trafficate erano collegamenti nazionali.
Nel 2025, la coppia di aeroporti che collega l'aeroporto internazionale di Città del Capo all'aeroporto internazionale OR Tambo di Johannesburg (CPT-JNB) è stata la più trafficata dell'Africa, con 3,4 milioni di passeggeri.
L'aeroporto internazionale El Dorado di Bogotá e l'aeroporto internazionale José María Córdova di Medellín (BOG-MDE) sono stati la coppia di aeroporti più trafficata dell'America Latina con 3,5 milioni di passeggeri.
La coppia di aeroporti Josep Tarradellas-El Prat di Barcellona-Palma di Maiorca (BCN-PMI) si è confermata la più trafficata d'Europa con 2,1 milioni di passeggeri. La coppia di aeroporti di Stoccolma Arlanda-Malmö (ARN-MMX) ha registrato la crescita più rapida in Europa, con un aumento del numero di passeggeri dell'85%, raggiungendo quota 271.031.
La tratta tra l'aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York e l'aeroporto internazionale di Los Angeles (JFK-LAX) è stata la più trafficata tra gli aeroporti nazionali del Nord America con 2,2 milioni di passeggeri, mentre la tratta JFK-Londra Heathrow (JFK-LHR) è stata la più trafficata tra gli aeroporti internazionali del Nord America con 2,1 milioni di passeggeri.
Principali mercati di trasporto passeggeri per Paese
Gli Stati Uniti sono rimasti il più grande mercato passeggeri al mondo, con 890,1 milioni di passeggeri (tra arrivi e partenze) registrati nel 2025. Tuttavia, hanno registrato la crescita più lenta tra i primi 10 mercati mondiali, con un aumento di appena l'1,6% su base annua rispetto al 2024. La Cina si è classificata al secondo posto tra i mercati passeggeri, con 776,1 milioni di passeggeri nel 2025, in crescita del 4,8% rispetto al 2024.
Diversi paesi dell'Asia centrale figurano tra i mercati passeggeri a più rapida crescita al mondo. Il Kazakistan ha registrato un aumento del 40,0% su base annua nel 2025, raggiungendo i 18,1 milioni di passeggeri, mentre l'Uzbekistan ha accolto 12,5 milioni di passeggeri, con un incremento del 16,9% rispetto all'anno precedente. Al di fuori dell'Asia centrale, anche il Vietnam ha registrato una forte crescita, con 80,9 milioni di passeggeri nel 2025, in aumento del 14,8% su base annua.
Paese Numero di passeggeri Variazione %su base annua
Stati Uniti 890,1 m +1,6%
Cina (Repubblica Popolare Cinese) 776,1 m +4,8%
Regno Unito 269,7 m +3,4%
Spagna 252,7 m +5,0%
Giappone 223,5 m +9,2%
India 218,2 m +3,3%
Italia 187,3 m +5,8%
Germania 163,8 m +3,4%
Francia 152,6 m +2,2%
Turchia 129,3 m +2,9%
Le cifre includono i passeggeri di linea in partenza o in arrivo in ciascun paese. I viaggi nazionali vengono conteggiati una sola volta; i viaggi internazionali vengono conteggiati sia nel paese di partenza che in quello di destinazione.
Tipi di aeromobili più utilizzati
Negli ultimi sei anni, i velivoli a fusoliera larga più recenti ed efficienti hanno preso il sopravvento. Il Boeing 787 (+40,8%) e l'Airbus A350 (+117,4%) hanno registrato un numero di voli significativamente maggiore nel 2025 rispetto al 2019. Al contrario, l'Airbus A380 ha mostrato un calo considerevole nell'utilizzo, operando il 24,4% di voli in meno nel 2025 rispetto al 2019.
Nel 2025, gli aerei a fusoliera stretta di Boeing e Airbus hanno mantenuto la loro posizione di velivoli più utilizzati. I Boeing 737 (incluse tutte le varianti) hanno effettuato 10,8 milioni di voli nel 2025, con un aumento del 12% rispetto al 2024. Seguono l'Airbus A320 con 8,7 milioni di voli e l'Airbus A321 con 4,2 milioni di voli.
FRANCIA. Legge fine vita. Parlamento approvaI parlamentari francesi hanno approvato, mercoledì 15 luglio, una legge che introdurrà il diritto legale al suicidio medicalmente assistito per gli adulti affetti da malattie incurabili, mettendo fine a un intenso dibattito etico e politico.
La normativa consentirà, in presenza di condizioni molto rigorose, a una persona che ne faccia richiesta di ricevere una sostanza letale. La sostanza potrà essere assunta autonomamente oppure, nel caso in cui la persona non sia fisicamente in grado di farlo, potrà essere somministrata da un medico o da un infermiere.
L’accesso al suicidio assistito sarà limitato agli adulti che siano cittadini francesi o residenti legali in Francia e che soffrano di una malattia grave e incurabile con prognosi potenzialmente letale, in una fase avanzata o terminale, che provochi sofferenza fisica o psicologica costante legata alla patologia, e che siano in grado di esprimere una scelta libera e consapevole.
La Camera bassa del Parlamento francese, con un voto finale, ha approvato il testo con 291 voti favorevoli e 241 contrari.
“Su una questione che è tanto personale quanto seria, e che riguarda la vita, la sofferenza e la dignità, c’era un solo approccio possibile: prendersi il tempo necessario per ascoltare, dialogare e discutere”, ha dichiarato il presidente Emmanuel Macron su X.
“Nel 2022 avevo assunto l’impegno di costruire questo percorso insieme ai cittadini francesi. Con serietà, umiltà e pieno rispetto per la nostra democrazia, ho mantenuto quell’impegno”.
I sondaggi d’opinione hanno costantemente mostrato un ampio sostegno dell’opinione pubblica francese alla possibilità di introdurre il suicidio assistito. Un sondaggio Ifop pubblicato a febbraio ha rilevato che l’84% degli intervistati approvava il disegno di legge.
I sostenitori della normativa sostengono che essa permetterà alle persone che affrontano sofferenze insopportabili alla fine della vita di avere maggiore autonomia e controllo sulle modalità della propria morte, mantenendo comunque rigorose garanzie.
“Si può ancora chiamare vita una condizione in cui la sofferenza è talmente grande da non permettere più di fare nulla?”, ha dichiarato Anne Raynaud, rappresentante dell’Associazione francese per il diritto a morire nella dignità (ADMD).
“Le persone potranno decidere autonomamente quando e come vogliono morire, una volta che la loro sofferenza sarà diventata insopportabile e non potrà più essere alleviata”.
Gli oppositori, tra cui settori della professione medica e gruppi religiosi, hanno sostenuto che la legalizzazione del suicidio assistito potrebbe esercitare pressioni sulle persone più vulnerabili.
La Chiesa cattolica è tra le istituzioni che hanno espresso opposizione alla legge, con un vescovo che ha minacciato di negare la comunione ai parlamentari che la sostengono.
“Una società fondata sulla fraternità sostiene, protegge e si prende cura delle persone. Non abbandona mai i più fragili tra noi”, ha scritto su X l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau, candidato conservatore alla presidenza della Repubblica.
Il suicidio assistito è già consentito in diversi Paesi europei, tra cui Svizzera, Belgio e Paesi Bassi, con sistemi giuridici differenti. Anche diversi Stati degli Stati Uniti permettono forme di assistenza medica alla morte per pazienti affetti da malattie terminali.
Il Senato francese, dove la destra conservatrice detiene la maggioranza, aveva respinto il provvedimento, ma la Camera dei deputati ha l’ultima parola – anche se la legge potrebbe ancora essere esaminata dal Consiglio costituzionale ed eventualmente modificata.
La legge stabilisce una procedura dettagliata. I pazienti dovranno presentare una richiesta a un medico, che valuterà il rispetto dei requisiti insieme ad almeno un altro medico e a un altro professionista sanitario.
Se la richiesta verrà approvata, il paziente dovrà confermare nuovamente la propria volontà dopo un periodo minimo di riflessione di due giorni.
Gli operatori sanitari potranno scegliere di non partecipare alla procedura per motivi di coscienza, ma dovranno fornire al paziente i nominativi di professionisti sanitari disponibili ad assisterlo nel percorso di fine vita.
(Focus Europe)
REGNO UNITO. Social media. Verso ulteriori restrizioni per i minorenniNonostante vari studi che dimostrano la scarsa efficacia dei divieti, il governo del Regno Unito prosegue nella sua battaglia contro i social media. Esattamente un mese dopo l’introduzione del ban per i minori di 16 anni sono state annunciate nuove restrizioni per gli adolescenti con età compresa tra 16 e 17 anni. Sono allo studio altre misure che riguardano i chatbot AI.
Al termine della ricerca che ha coinvolto 309 famiglie, il governo del Regno Unito ha deciso di introdurre il coprifuoco notturno dalla mezzanotte alle 6 del mattino. In questa fascia oraria, i ragazzi di 16 e 17 anni non potranno accedere ai social media.
I fornitori dei servizi dovranno inoltre disattivare per impostazione predefinita le funzionalità che possono creare dipendenza, come lo scrolling infinito, la riproduzione automatica dei video e i feed che propongono continuamente contenuti personalizzati. Sono in pratica le stesse funzionalità che Meta dovrà disattivare per evitare sanzioni da parte della Commissione europea.
Il governo specifica però che le impostazioni potranno essere cambiate. Il divieto di accesso per i minori di 16 anni e le nuove restrizioni dovrebbero essere approvate dal Parlamento entro fine anno in modo da essere applicate a partire dalla primavera 2027. Un sondaggio commissionato a BMG Research conferma che molti utenti con età compresa tra 11 e 17 anni cerca di aggirare la verifica dell’età con vari metodi, tra cui l’uso di VPN.
Il governo presenterà anche un pacchetto di misure che riguardano i chatbot AI. Verrà consigliata una pausa per i minori di 18 anni per incoraggiare abitudini online più salutari e probabilmente verranno vietati i chatbot che rappresentano un pericolo per la salute mentale dei minori.
Il Regno Unito ha preso come esempio la legge australiana. Il Primo Ministro Anthony Albanese ha annunciato che la sanzione per le violazioni verranno raddoppiate. La Commissione europea presenterà invece una proposta per vietare l’accesso ai social media ai minori di 13 anni senza il consenso dei genitori.
(PuntoInformatico.it)
ITALIA. Antitrust. Valentino è il nuovo presidenteI presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, hanno nominato l’avvocato Saverio Valentino presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Valentino è componente dell’Authority dal 13 giugno 2023. Prima della sua nomina, si è prevalentemente occupato di diritto della concorrenza italiano ed europeo, patrocinando dinanzi alle corti dell’Unione europea, a quelle amministrative e civili italiane, nonché alla Commissione europea, all’Autorità garante e ad altre autorità di concorrenza in diversi Paesi del mondo.
USA. Federal Reserve ritiene che gli investimenti in Ai fanno aumentare i prezziIl presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha riconosciuto che gli investimenti guidati dall’intelligenza artificiale stanno facendo aumentare i prezzi, ma ha affermato che non creerà inflazione. Ha anche dichiarato di credere che, a breve e a lungo termine, l’AI stimolerà l’occupazione, sebbene nel medio termine potrebbe avere un impatto destabilizzante sul mercato del lavoro.
SUD AFRICA. Amazon annuncia i suoi servizi satellitariAmazon ha annunciato il lancio dei suoi servizi di internet satellitare in Sudafrica entro il 2027, mettendo a segno il primo accordo del genere del Continente dopo le richieste di autorizzazione già depositate in Paesi come il Kenya. Amazon Leo, la branca del gruppo che si occupa di satelliti a orbita bassa, ha siglato un accordo con il provider locale Herotel per attivare servizi di connessione a banda larga in una delle economie più industrializzate dell’Africa. L’obiettivo dell’intesa è ampliare la copertura di rete nelle zone rurali e meno infrastrutturate del Sudafrica, lanciando una sfida alla Starlink di Elon Musk nello stesso Paese di origine del miliardario sudafricano-statunitense.
KENYA. Tribunale respinge la cannabis religiosa dei Rastafari, ma chiede un dibattito nazionale
L'Alta Corte del Kenya ha respinto la petizione della Rastafari Society of Kenya che chiedeva un'esenzione religiosa all'uso della cannabis durante il culto, ma il giudice ha colto l'occasione per sollecitare una riflessione pubblica nazionale sulle politiche vigenti in materia di droghe. La sentenza è stata emessa il 15 luglio 2026 dal giudice Bahati Mwamuye del Milimani High Court di Nairobi.
I Rastafari sostenevano che la cannabis costituisce un sacramento fondamentale della loro pratica spirituale e che il divieto penale ne lede i diritti costituzionali: libertà religiosa, privacy, dignità, uguaglianza e libertà di associazione. La petizione — presentata dalla Rastafari Society of Kenya, dal suo portavoce Mwendwa Wambua (noto come Ras Prophet) e da un altro ricorrente — era in attesa di giudizio dal 2021. I ricorrenti avevano chiarito di non richiedere la legalizzazione totale, ma solo un'esenzione limitata che consentisse l'uso privato della cannabis durante la preghiera e in luoghi di culto designati.
Il giudice Mwamuye ha però stabilito che i ricorrenti non hanno dimostrato che l'uso della cannabis sia un elemento indispensabile della fede Rastafari. Tra le motivazioni, ha citato le stesse ammissioni dei testimoni della difesa: alcuni Rastafari non fanno uso di cannabis, il che indica che si tratta di una modalità di culto preferita, non di un obbligo religioso. Il tribunale ha concluso che non è stato fornito un fondamento costituzionale sufficiente per giustificare l'esenzione richiesta, e ha anche rilevato che i ricorrenti non avevano esaurito i rimedi legali ordinari prima di ricorrere alla tutela costituzionale. La petizione è stata respinta integralmente, con le spese processuali a carico di ciascuna parte.
Contro la petizione si erano schierati l'Avvocato Generale dello Stato, la Commissione per la Riforma del Diritto kenyana e la NACADA (l'autorità nazionale contro l'abuso di alcol e droghe), che avevano sostenuto come la legge persegua il legittimo obiettivo di tutelare la salute pubblica e la sicurezza, e che un'esenzione religiosa sarebbe difficile da regolamentare, aprendo potenziali falle verso il mercato illegale.
Pur rigettando il ricorso, il giudice ha dedicato una parte significativa della sentenza a sottolineare il crescente scollamento tra la normativa vigente — il Narcotic Drugs and Psychotropic Substances (Control) Act del 1994, che prevede pene fino a dieci anni di carcere — e la realtà sociale del paese. Ha osservato che l'uso della cannabis in Kenya è ormai diffusissimo da decenni: prodotti a base di cannabinoidi vengono venduti apertamente nei negozi, mentre riferimenti alla sostanza sono presenti nella musica, nell'arte sui mezzi di trasporto pubblico e nella cultura popolare. Perfino personalità di spicco hanno ammesso pubblicamente di fare o aver fatto uso di cannabis.
"Non si tratta di una questione che riguarda solo la comunità Rastafari — ha dichiarato il giudice Mwamuye — è una questione nazionale che attraversa l'intera società." Ha quindi invocato "una conversazione piena e franca sulla cannabis e sulla direzione da prendere", precisando che il punto non è giustificare l'uso della sostanza né propugnarne la legalizzazione, ma interrogarsi su cosa fare di un fenomeno che ha ormai assunto dimensioni tali da rendere "insostenibile lo status quo". Ha anche sollevato il tema dell'allocazione delle risorse pubbliche, chiedendo se abbia senso continuare a impiegare forze dell'ordine e magistratura nel perseguire il semplice possesso di piccole quantità per uso personale, anziché concentrare quegli stessi mezzi su reati gravi come rapine a mano armata e reati sessuali.
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di tutela dei diritti culturali in Kenya: nel 2019 un tribunale aveva già stabilito che espellere una studentessa per i capelli dreadlock violava i suoi diritti religiosi, riconoscendo di fatto lo spazio del movimento Rastafari nel panorama dei diritti del paese.
Come riportato da Capital FM Kenya, la sentenza lascia invariata la legislazione vigente: coltivazione, possesso e uso di cannabis rimangono reati per tutti, compresi i fedeli Rastafari. Ma le parole del giudice aprono formalmente la strada a un dibattito pubblico che la magistratura kenyana considera ormai improcrastinabile.
MONDO. Truffe via FaceTime: l'allarme di Apple e della FTCApple e la Federal Trade Commission (FTC) americana hanno lanciato un avvertimento ufficiale agli utenti iPhone e iPad: i truffatori stanno sfruttando sempre più FaceTime per perpetrare frodi finanziarie. Come riporta la testata ceca Jablíčkář.cz, la piattaforma di videochiamata di Apple — del tutto sicura dal punto di vista tecnico — viene usata dai criminali per rendere le proprie truffe più credibili e difficili da riconoscere.
A differenza delle tradizionali telefonate automatiche, FaceTime consente ai malintenzionati di instaurare un'interazione video diretta con la vittima, costruendo un senso di fiducia, esercitando pressione psicologica e guidando il malcapitato verso transazioni finanziarie. I truffatori si spacciano per impiegati di banca, agenti del supporto tecnico, funzionari governativi o persino potenziali partner romantici.
Uno degli schemi più diffusi prende avvio con un SMS che segnala presunta attività sospetta su un conto corrente o su una carta di credito. Quando la vittima richiama il numero indicato — o riceve essa stessa una chiamata di follow-up — le viene detto che è necessaria un'ulteriore verifica, e la conversazione viene dirottata su FaceTime. Durante la videochiamata, la vittima viene invitata a condividere lo schermo mentre accede all'home banking, inserisce codici di sicurezza o dispone bonifici: in questo modo i truffatori possono osservare in tempo reale password, numeri di conto e codici di verifica monouso.
Le truffe legate al finto supporto tecnico seguono uno schema analogo: la vittima riceve un messaggio che segnala un problema al dispositivo e viene poi guidata, tramite FaceTime, a modificare impostazioni o digitare credenziali, con lo schermo condiviso visibile al truffatore. La FTC segnala che le frodi che simulano comunicazioni di istituti finanziari sono tra le più costose, in quanto spingono spesso i consumatori a spostare denaro su conti apparentemente "sicuri" che sono in realtà controllati dai criminali.
FaceTime viene usato anche in truffe che imitano forze dell'ordine o agenzie governative: il truffatore mostra sul video un tesserino falso o indossa una divisa, accusando la vittima di reati, furto d'identità o mandati di arresto pendenti. La FTC ricorda che le autorità di polizia legittime non chiedono mai pagamenti immediati per evitare un arresto, né richiedono trasferimenti tramite criptovalute, carte regalo o bonifici istantanei. Infine, FaceTime è sempre più usato anche nelle cosiddette romance scam: brevi videochiamate servono a convincere la vittima dell'autenticità della relazione, prima che inizino le richieste di denaro.
I consigli di Apple e della FTC sono chiari: nessuna azienda o istituzione legittima contatta spontaneamente gli utenti via FaceTime per richiedere password, pagamenti immediati o dati finanziari. Non bisogna mai condividere lo schermo con chi ha chiamato senza preavviso, né fornire le proprie credenziali durante una videochiamata. Eventuali chiamate FaceTime sospette possono essere segnalate ad Apple all'indirizzo [email protected]
U.E.. UE sanziona "Stern", il capo di Trickbot: 300 milioni di dollari in riscattiIl 13 luglio 2026, Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito hanno annunciato un pacchetto coordinato di sanzioni contro una vasta rete di hacker, cybercriminali e i loro fiancheggiatori. Al centro dell'azione figura Vitaly Nikolayevich Kovalev, cittadino russo noto online con lo pseudonimo "Stern", designato dall'UE come amministratore del sindacato criminale Trickbot: i portafogli digitali a lui riconducibili hanno ricevuto oltre 300 milioni di dollari in pagamenti di riscatto. Come riporta Cryptopolitan, si tratta della prima volta in assoluto che un organismo sanzionatorio europeo associa esplicitamente il soprannome "Stern" a Kovalev.
Kovalev era già stato sanzionato nel febbraio 2023 dall'Ufficio per il controllo dei beni esteri del Tesoro statunitense (OFAC) e dall'omologo britannico (OFSI), ma in quelle liste compariva sotto gli pseudonimi "Ben" e "Bentley". Nel maggio 2025, la polizia federale tedesca BKA lo aveva identificato pubblicamente come il volto dietro "Stern", seguito dall'emissione di un avviso rosso dell'Interpol. Con la designazione europea del 13 luglio, il numero totale di membri di Trickbot colpiti da sanzioni sale a 19.
Secondo l'UE, Kovalev era un figura di vertice, di fatto un "amministratore delegato", dei gruppi Trickbot e Conti. Oltre 300.000 messaggi interni trapelati nel 2022 da un membro del gruppo rivelano che esercitava pieno controllo sul budget, sulle assunzioni e sulla pianificazione degli attacchi. L'organizzazione contava più di 100 persone, disponeva di uffici fisici e pagava i propri componenti in bitcoin, bonus mensili compresi. Il gruppo ha colpito oltre 1.000 organizzazioni in tutto il mondo, tra cui il Servizio sanitario nazionale irlandese durante la pandemia di COVID-19 nel maggio 2021, la gioielleria Graff e numerosi ospedali e banche negli Stati Uniti e in Europa. Si stima che solo nel 2021 siano stati incassati circa 180 milioni di dollari.
I 300 milioni di dollari riconducibili ai portafogli di Stern rappresentano però soltanto la sua quota personale dei proventi: il bottino complessivo di Trickbot nel corso degli anni è sensibilmente superiore. L'analisi della blockchain collega Kovalev a numerose famiglie di ransomware, tra cui Ryuk, Conti, Diavol, Karakurt, Royal, 3am, Quantum e Bitpaymer.
Le sanzioni non si limitano a Kovalev. L'UE ha inserito nelle liste anche gli sviluppatori del malware per furto di dati LummaC2, Maksim Voronin e Maksim Gordienko, la cui piattaforma è stata tra le più diffuse al mondo nel 2024 e nel 2025 prima dello smantellamento operato nel maggio 2025 dal Dipartimento di Giustizia americano, da Europol e dal Centro giapponese per il contrasto alla criminalità informatica. Figurano inoltre il fornitore di servizi di cifratura Yevgeniy Silayev, il servizio di hosting "a prova di sequestro" Media Land LLC, l'Unità 29155 del GRU russo e i gruppi hacktivisti filo-russi CARR e Z-Pentest. Parallelamente, l'OFAC statunitense ha colpito il servizio VPN First VPN Service (1VPNS) e il suo amministratore Dmytro Rashevskyi, la cui infrastruttura era già stata smantellata dalle autorità europee nel maggio 2026 con il supporto dell'ufficio FBI di Boston.
L'azione congiunta segna anche un primato istituzionale: è la prima volta che UE e Regno Unito adottano sanzioni informatiche in modo simultaneo nell'ambito dei rispettivi regimi nazionali, a sottolineare l'impegno condiviso nel contrastare le attività informatiche malevole di matrice russa.
MONDO. Sette delle dieci banche più grandi del mondo sono cinesiSette delle dieci banche più grandi del mondo hanno sede in Cina. È quanto emerge dalla classifica Top 1000 World Banks 2026 pubblicata da The Banker, rivista del gruppo Financial Times, che ordina gli istituti di credito globali in base al capitale di classe 1 (Tier 1), indicatore chiave della solidità patrimoniale di una banca.
In cima alla classifica si confermano le quattro grandi banche statali cinesi: Industrial and Commercial Bank of China (ICBC), China Construction Bank, Agricultural Bank of China e Bank of China occupano rispettivamente il primo, secondo, terzo e quarto posto a livello mondiale. Al quinto posto si inserisce la statunitense JPMorgan Chase, unica banca non cinese nella prima metà della top ten.
Tra le novità di quest'anno spicca l'ingresso della Postal Savings Bank of China nella top ten per la prima volta in assoluto, che ha scalzato Wells Fargo dalla classifica dei migliori dieci. Completano il quadro, tra i colossi cinesi, Bank of Communications (settima) e China Merchants Bank (nona). Le sole tre banche non cinesi rimaste nella top ten sono JPMorgan Chase, Bank of America e Citigroup, rispettivamente quinta, sesta e ottava.
In totale, ben 158 banche cinesi figurano nella classifica delle mille migliori al mondo, di cui 22 nella top 100. Tutti e sette gli istituti cinesi presenti nella top ten sono controllati dallo Stato. Sul fronte patrimoniale complessivo, le banche cinesi detengono attivi totali pari a 54.800 miliardi di dollari, più del doppio dei 25.000 miliardi in capo alle banche statunitensi presenti nella stessa classifica.
Silvia Pavoni, direttrice di The Banker, ha sottolineato come la scala crescente degli istituti cinesi rifletta la loro influenza sempre più significativa nell'economia globale, e che le reti internazionali in espansione avranno un ruolo cruciale nel sostenerne la crescita e la redditività, anche in un'ottica di internazionalizzazione dello yuan.
USA. La Camera approva la legge che rende permanente l'ora legale.I sostenitori, tra cui la Casa Bianca, sostengono che il cambiamento garantisce più luce diurna nelle ore in cui gli americani sono più attivi. Il voto è stato di 308 a 117. Per saperne di più .
Perché è importante:
Gli Stati potrebbero decidere di non aderire all'ora legale se le rispettive assemblee legislative lo decidessero prima dell'entrata in vigore della legge. Anche il Senato dovrebbe approvare il disegno di legge prima che possa essere convertito in legge, ma non è chiaro se lo farà. I detrattori sostengono che l'introduzione permanente dell'ora legale porterebbe a mattine invernali più buie e potenzialmente più pericolose, con i bambini in attesa degli scuolabus e i genitori in auto al buio per andare al lavoro.
(Associated Press)
ITALIA. Consob ha il nuovo presidenteAccelerazione improvvisa per il nuovo presidente della Consob che il cdm si appresta a nominare.
Si tratta di Guido Stazi, attuale segretario generale dell'Antitrust ed esperto di piattaforme elettroniche e big data. In precedenza ha ricoperto il ruolo di segretario generale proprio presso la Commissione di vigilanza per i mercati e la borsa.
Il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva anticipato l'intenzione di procedere nel corso della settimana ad assegnare la casella da oltre quattro mesi lasciata libera dal presidente Paolo Savona giunto a scadenza del suo mandato. Subito si sono succedute le indiscrezioni sui possibili papabili e sulla possibile nomina nel consiglio dei ministri convocato per domani pomeriggio. Poi in tarda serata qualificate fonti di governo hanno sciolto ogni riserva indicando il nome del nuovo responsabile dell'Autorità di Borsa.
Stazi è nato a Roma nel 1957, è segretario generale dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato dall'8 marzo 2022, come si legge nel suo profilo sul sito dell'Agcm, in cui si ricorda che nella stessa authority in precedenza è stato responsabile del Comitato valutazioni economiche. L'economista, inoltre, è stato capo di gabinetto dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (2005-2012) e segretario generale della Consob (2013-2017). Dopo la laurea in giurisprudenza all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", si ricorda sempre nel profilo, è stato assistente di Politica economica presso la facoltà di Giurisprudenza della Sapienza e di Scienza delle finanze alla Luiss di Roma. Stazi ha insegnato Economia e politica della concorrenza nella facoltà di Scienze economiche e bancarie dell'Università di Siena, ed è stato editorialista del quotidiano MF-Milano Finanza e autore di scritti e volumi in materia di antitrust, regolazione, economia digitale. In mattinata, leggendo la sua prima relazione in qualità di presidente vicaria, Chiara Mosca aveva indicato come "la vicarietà della presidenza è prevista dal regolamento di organizzazione e funzionamento per dare continuità all'attività dell'istituto" e "si è verificata in passato in altre tre occasioni".
Dal suo primo giorno in qualità di vicaria è trascorso un periodo alimentato da attriti e veti reciproci che, invece di portare a una linea comune, hanno bruciato molti candidati nella corsa alla poltrona più prestigiosa dell'Authority di Piazza Verdi. Da Marina Brogi al consigliere economico di Palazzo Chigi, Renato Loiero, fino a Gabriella Alemanno, commissaria Consob. Tra la rosa di nomi, quello di Federico Freni ha invece creato lo stallo più pesante per il governo. La sua candidatura, sostenuta dalla Lega, si è scontrata con il muro alzato da Forza Italia e, in particolare, da Antonio Tajani, che ha insistito per un profilo terzo al fine di garantire l'indipendenza dell'autorità. Il sottosegretario al Mef ha così deciso di fare un passo indietro, motivando la sua scelta con la necessità di non voler essere un elemento di divisione. Le ultime limature sui candidati all'interno della maggioranza hanno quindi portato finalmente alla scelta condivisa di Stazi.
(Ansa)
U.E.. Il commissario Albuquerque collabora con la comunità accademica per lo sviluppo dell'unione di risparmio e investimentoUno dei nostri progetti di punta, l' unione di risparmio e investimento (SIU), dovrebbe essere il risultato di uno sforzo collettivo. Il mondo accademico ci fornisce dati di alta qualità e analisi rigorose, essenziali per i decisori politici. Per questo motivo, riteniamo di fondamentale importanza un'ampia consultazione e un dibattito aperto con gli economisti sulle diverse iniziative previste dalla strategia dell'SIU.
La scorsa settimana, un terzo dialogo accademico tra il Commissario Albuquerque e importanti accademici provenienti da tutta Europa si sono riuniti per discutere su come promuovere iniziative politiche in materia di regolamentazione finanziaria, e in particolare per quanto riguarda l'SIU (Unità investigativa speciale).
Verso la fine dello scorso anno abbiamo lanciato il pacchetto di integrazione e supervisione del mercato.. Il mese scorso, nel contesto del semestre europeo, abbiamo proposto agli Stati membri diverse raccomandazioni specifiche per paese al fine di migliorare la partecipazione degli investitori al dettaglio ai mercati dei capitali, promuovere fonti di finanziamento diversificate per le imprese e rafforzare il ruolo dei regimi pensionistici integrativi e dell'alfabetizzazione finanziaria. Inoltre, la Commissione sta ultimando la sua relazione sulla competitività del settore bancario.
Pertanto, questo dialogo giunge in un momento perfetto. Gli sforzi della Commissione per costruire un'autentica SIU, compreso il completamento dell'unione bancaria. Le iniziative sono state generalmente accolte con favore. La discussione ci incoraggia a mantenere lo slancio e ad abbattere le barriere che frammentano il mercato unico dei mercati finanziari, comprese quelle relative alla vigilanza, e a facilitare la crescita su larga scala al fine di garantire finanziamenti per progetti innovativi, start-up e scale-up. Sappiamo che questa è una sfida comune per le istituzioni dell'UE insieme agli Stati membri e agli operatori di mercato, ma siamo determinati a far sì che l'Unità di intelligence finanziaria (SIU) abbia successo per finanziare la crescita economica e creare posti di lavoro: è necessario il contributo di tutti in questo impegno collettivo.
Un sentito ringraziamento al Commissario Albuquerque, nonché a Philipe Aghion, Agnès Bénassy-Quéré, Daniel Gros e Mario Monti per i loro preziosi spunti e le idee stimolanti su come rafforzare ulteriormente l'SIU.
Dobbiamo costruire un mercato unico dei capitali più solido e un settore bancario più competitivo. Le decisioni politiche devono basarsi su dati concreti: per questo motivo, dobbiamo continuare a rafforzare i legami tra il mondo accademico, gli esperti e i responsabili politici.
Il dialogo è stato moderato da Leonie Bell, responsabile dell'unità di analisi e valutazione economica presso la Direzione generale per la stabilità finanziaria, i servizi finanziari e l'Unione dei mercati dei capitali (DG FISMA) della Commissione europea.
MONDO. Trasporto animali domestici in aereo. Linee guida della IataL'Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) ha pubblicato nuove linee guida operative per supportare le compagnie aeree nella gestione del trasporto di animali domestici in cabina in ogni fase del viaggio, dalla prenotazione al check-in, all'imbarco, all'esperienza a bordo e all'arrivo.
Ciò fa seguito alle Linee guida per viaggiare con cani da assistenza , recentemente pubblicate dalla IATA, e riflette un impegno più ampio volto a migliorare la coerenza nel trasporto aereo dei cani.
“Un animale domestico è un membro amatissimo della famiglia. Chi viaggia con i propri animali ha bisogno di indicazioni chiare su cosa aspettarsi in ogni fase del viaggio. Questo è importante perché viaggiatori ben preparati e le migliori prassi del settore consentono alle compagnie aeree di offrire un'esperienza sicura, coerente ed efficiente a chi viaggia con i propri animali”, ha affermato Brendan Sullivan, responsabile globale del settore cargo della IATA.
Secondo un sondaggio globale sui passeggeri condotto dalla IATA nel 2025, circa un quarto degli intervistati ha viaggiato o prenderebbe in considerazione l'idea di viaggiare con un animale domestico. Di questi:
Le nuove linee guida operative per le cabine affrontano queste problematiche con procedure raccomandate per offrire un'esperienza più prevedibile, garantendo al contempo sicurezza, benessere degli animali ed efficienza operativa.
> Scarica le linee guida operative per il trasporto di animali domestici in cabina
U.E.. Siamo 452 milioni di Ue... grazie all'immigrazioneLa popolazione dell’Unione europea ha raggiunto la quota stimata di 452 milioni di abitanti, un incremento di oltre 700.000 persone rispetto all’anno precedente grazie esclusivamente ai flussi migratori che compensano il calo naturale delle nascite. Secondo gli ultimi dati estratti da Eurostat a luglio 2026, l’Ue ha registrato un aumento demografico per il quinto anno consecutivo, superando la flessione causata dalla pandemia nel 2021.
Se guardiamo indietro nel tempo, la crescita è stata costante ma ha cambiato radicalmente velocità: nel 1960 gli abitanti erano 354,5 milioni, il che significa un aumento di 97,5 milioni di persone in circa sessant’anni. Ma mentre negli anni ’60 la popolazione aumentava in media di 3 milioni di persone all’anno, nell’ultimo decennio (2010-2020) il ritmo è sceso drasticamente a soli 0,6 milioni annui.
È la Germania a confermarsi il Paese più popoloso con 83,5 milioni di abitanti, seguita dalla Francia (69,1 milioni) e dall’Italia (58,9 milioni). Questi tre Stati, insieme, ospitano quasi la metà (47%) dell’intera popolazione dell’Unione.
La notizia centrale che emerge dai dati demografici è il perdurare del saldo naturale negativo. Dal 2012, il numero dei decessi in Europa supera stabilmente quello dei nati vivi. Nel corso del 2025, questa forbice si è ulteriormente allargata: si sono registrati 3,46 milioni di nati vivi a fronte di 4,81 milioni di decessi.
Questo squilibrio ha generato una perdita “naturale” di circa 1,35 milioni di persone. Gli esperti di Eurostat sottolineano che questo trend è destinato a continuare a causa del progressivo invecchiamento della popolazione e dei tassi di fertilità che rimangono su livelli storicamente bassi. In questo scenario, la tenuta numerica del continente dipende ormai quasi interamente dalla capacità di attrarre persone dall’esterno.
A bilanciare il vuoto lasciato dalla denatalità è stata la migrazione netta positiva, pari a +2,05 milioni di persone nel 2025. È questo massiccio apporto che ha permesso alla popolazione totale dell’Ue di chiudere l’anno con un segno positivo di circa 0,7 milioni di unità. Ma non tutti i Paesi vivono però la stessa realtà:
Regolari e residenti: da dove arrivano i nuovi cittadini extra-Ue?
Per comprendere la demografia europea, è fondamentale guardare ai flussi regolari analizzati da Eurostat per il 2023 e il 2024. Nel 2023, sono stati 4,4 milioni gli immigrati giunti nell’Ue da paesi extra-comunitari. La Spagna (24%), la Germania (21%) e l’Italia (9%) sono state le mete principali.
Nel 2024, gli Stati membri hanno rilasciato 3,5 milioni di primi permessi di soggiorno a cittadini non europei. Le nazionalità più rappresentate sono state quella ucraina (295.000 permessi), indiana (192.000), marocchina (188.000) e siriana (186.000). È interessante notare le motivazioni: il lavoro è la ragione principale (32%), seguita dai ricongiungimenti familiari (27%) e dallo studio (16%). In particolare, nel 2024 sono state emesse circa 78.100 Carte Blu per lavoratori altamente qualificati, di cui ben il 72% rilasciate dalla sola Germania.
Un elemento spesso confuso con la statistica demografica generale è quello degli ingressi irregolari. I dati Frontex aggiornati al primo semestre del 2026 indicano che i passaggi irregolari verso l’Ue sono diminuiti del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con circa 39.000 rilevamenti preliminari. Il calo è vistoso sulla rotta dell’Africa occidentale (-71%) e su quella del Mediterraneo centrale (-59% rispetto al 2023), mentre l’unica rotta in aumento è quella del Mediterraneo occidentale (+46%), principalmente dall’Algeria.
Cosa rappresentano questi dati per la demografia? I flussi irregolari dominano spesso il dibattito pubblico, ma pesano numericamente molto meno sulla crescita totale rispetto ai milioni di ingressi regolari (lavoro, famiglia, studio) che vengono registrati ufficialmente nelle anagrafi. La crescita di 452 milioni di abitanti è dunque lo specchio di una migrazione “stanziale” e regolarizzata che serve a compensare un’Europa che, per ragioni naturali, perderebbe ogni anno oltre un milione di residenti.
(AdnKronos)
ITALIA. L’aumento dei prezzi e il carovita in cima alle preoccupazioni economicheL’aumento dei prezzi e le conseguenze dell’inflazione continuano a rappresentare uno dei fattori di maggiore disagio e preoccupazione per la popolazione italiana, consolidandosi come la principale urgenza in ambito economico.
Secondo l’ultima rilevazione dell’istituto di ricerca SWG, condotta attraverso il metodo di rilevazione CAWI su un campione rappresentativo nazionale di 800 soggetti maggiorenni, il prolungato impatto del carovita ha progressivamente messo in ombra le altre tematiche economiche tradizionali, modificando profondamente la mappa delle priorità rispetto a dieci anni fa, quando a impensierire i cittadini erano soprattutto la disoccupazione e la pressione fiscale.
Accanto alla fiammata inflazionistica, che pur essendo in calo rispetto al picco del 54% registrato nel 2022 si attesta oggi al 37%, gli italiani inseriscono lo stato della sanità pubblica e la percezione della criminalità al vertice delle proprie apprensioni. Il malcontento per il funzionamento del sistema sanitario, acuitosi nel periodo post-pandemico, si stabilizza quest’anno al 43%, confermandosi come il singolo problema più avvertito in assoluto. Sul fronte della sicurezza, l’attenzione verso la criminalità fa registrare una crescita costante da quattro anni a questa parte, raggiungendo il 36% dei consensi, mentre le preoccupazioni legate all’immigrazione seguono un andamento più contenuto e stabile al 22%, evidenziando come i due fenomeni vengano oggi associati in misura minore rispetto al passato.
L’indagine di SWG rivela infine una marcata divergenza nell’ordine delle priorità a seconda della collocazione politica dell’elettorato. Per la base elettorale della maggioranza di centrodestra la sicurezza rappresenta l’assoluta emergenza nazionale, con la criminalità indicata dal 58% degli intervistati, seguita a ruota dall’immigrazione al 41%, mentre la sanità si ferma al 31%. Scenario diametralmente opposto per i sostenitori dei partiti di opposizione, tra i quali la sanità rappresenta il problema prioritario per il 51% del campione, seguita dall’aumento dei prezzi al 40%, mentre i timori per la criminalità scendono al 29%, lasciando ampio spazio alle tematiche relative alla transizione ecologica e alle scarse prospettive future riservate ai giovani.
(FoodAffairs.it)
U.E.. Gibilterra parzialmente liberata dalla BrexitLa Commissione europea e il Regno Unito ieri hanno formalmente firmato un trattato sullo status di Gibilterra, che consentirà di allentare i controlli alla frontiera del territorio britannico con la Spagna, senza seguire le formalità imposte dalla Brexit. I residenti di Gibilterra potranno entrare in Spagna usando le carte di residenza, senza la necessità di mostrare il passaporto, mentre i cittadini spagnoli utilizzeranno le carte di identità. Per contro, i viaggiatori che arriveranno a Gibilterra dovranno sottoporsi al controllo dei passaporti sia delle autorità del territorio che di quelle spagnole. Il commissario Maroš Šefčovič ha definito la firma dell’accordo come “storica”, perché metterà “fine alle barriere per le 15 mila persone che attraversano ogni giorno tra Spagna e Gibilterra.” “Accolgo con favore la firma odierna a Bruxelles dell’accordo tra l’Unione europea e il Regno Unito su Gibilterra. Un passo storico che completa il quadro post-Brexit”, ha detto il presidente del Consiglio europeo, António Costa. “L’accordo sosterrà la prosperità e la stabilità della regione, preservando al contempo lo spazio Schengen, il mercato unico e l’unione doganale”, ha affermato il presidente Costa.
(Il Mattinale europeo)
U.E.. Un altro passo verso l’euro digitaleLa Banca centrale europea ieri ha annunciato di aver selezionato 36 banche e servizi di pagamenti digitali per il progetto pilota per testare le funzionalità dell’euro digitale. “Il forte interesse del mercato per il progetto pilota dimostra la disponibilità del settore privato a impegnarsi attivamente e a progredire rapidamente nel progetto dell’euro digitale per rafforzare il panorama europeo dei pagamenti”, ha dichiarato Piero Cipollone, membro del board della Bce alla testa della Task force sull’euro digitale. Tra i 36 selezionati, sette operatori sono italiani (di cui uno con sede in Lussemburgo), cinque sono tedeschi, due sono spagnoli e uno solo è francese. Il progetto pilota sarà testato dai funzionari della Bce e dalle banche centrali nazionali, che avranno accesso ai servizi della versione beta dell’euro digitale, compreso un conto. I partecipanti saranno in grado di pagare con l’euro digitale nei bar e ristoranti della loro sede di lavoro, nonché su alcuni siti di e-commerce.
(Il Mattinale Europeo)
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