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SALUTE
06/08/2026 – 12/08/2026
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ITALIA. La pandemia di Covid-19 continua a produrre strascichi anche dal punto di vista sanitario.
La criminalizzazione delle droghe riduce davvero il consumo? Le sostanze illegali sono automaticamente più pericolose di quelle legali? Il trattamento obbligatorio funziona? Sono domande a cui la ricerca scientifica ha già risposto — ma le risposte faticano a imporsi nel dibattito pubblico.
A smontare le false credenze più diffuse e persistenti sulla guerra alla droga ci pensa Filter Magazine, testata statunitense specializzata in politiche sulle droghe e riduzione del danno.
Secondo quanto riporta Filter, uno dei miti più radicati è che le politiche repressive abbiano un effetto deterrente sul consumo di sostanze. I dati disponibili smentiscono questa convinzione: decenni di proibizionismo non hanno ridotto in modo significativo l'uso di droghe, ma hanno prodotto incarcerazione di massa e un mercato illegale fuori controllo.
Un altro luogo comune riguarda la pericolosità intrinseca delle droghe illegali rispetto a quelle legali come alcol e tabacco. La classificazione giuridica di una sostanza, sottolinea Filter, non corrisponde necessariamente al suo profilo di rischio farmacologico: molte droghe proibite risultano meno dannose, per il singolo e per la società, di sostanze ampiamente tollerate e commercializzate legalmente.
Sul fronte del trattamento, l'articolo contesta l'idea che le cure imposte coercitivamente siano efficaci. Le evidenze scientifiche indicano che i percorsi terapeutici volontari, accompagnati da supporto sociale, ottengono risultati significativamente migliori rispetto a quelli forzati. Il trattamento obbligatorio, oltre a essere spesso inefficace, può tradursi in una forma aggiuntiva di punizione.
Filter affronta anche il mito secondo cui le politiche dure proteggerebbero le comunità. I dati mostrano l'opposto: l'approccio penale ha colpito in modo sproporzionato le comunità più vulnerabili e le minoranze razziali, alimentando discriminazioni sistemiche senza ridurre i danni legati all'uso di sostanze. L'inasprimento delle pene non ha scoraggiato il traffico né diminuito la disponibilità di droghe sul mercato.
La ragione per cui queste credenze resistono alle smentite, osserva la testata, non è scientifica ma politica e culturale. In un clima in cui il proibizionismo è stato presentato per decenni come l'unica risposta moralmente accettabile al problema delle droghe, le evidenze contrarie vengono spesso ignorate o marginalizzate nel dibattito istituzionale e mediatico.

Il sovraffollamento delle carceri, che intorno a Ferragosto sale più o meno ritualmente nella gerarchia delle notizie, non è una patologia del sistema ma la spia di un collasso. E se l’Italia, storicamente, pare tenerci a primeggiare in questo ambito disonorevole, la piaga è transnazionale, come dimostrano i dati contenuti in alcuni tra i rapporti più recenti.
Secondo SPACE 2025 del Consiglio d’Europa,14 sistemi penitenziari europei hanno più detenuti che posti disponibili e nove sono in condizioni di grave sovraffollamento. Eurostat registra la crescita regolare della popolazione detenuta: 10% in più dal 2020 nei Paesi dell'Unione. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) continua a indicare nel sovraffollamento il problema strutturale più grave, mentre il Global Prison Trends 2026 di Penal Reform International descrive una crisi globale caratterizzata dal ricorso eccessivo alla detenzione anche per reati minori, dall’abuso della custodia cautelare e dall’allungamento delle pene.
Il carcere è una piaga globale che affligge e non funziona: produce recidiva e crimine eppure continua a essere la portata principale di ogni menù politico di risposta all’allarme sociale sulla sicurezza. Di pari passo, il populismo penale è una pandemia apparentemente incontenibile, alimentata da una classe di decisori/follower delle tendenze, accomunati tutti dallo stesso pietrificante timore: apparire “morbidi di fronte al crimine”.
Il caso del neo primo ministro britannico Andy Burnham alle prese con l’attuazione del piano di liberazione anticipata dei detenuti (Sentencing Act 2026) e la definitiva sepoltura di un mostro giuridico chiamato IPP (Imprisonment for public protection) è emblematico.
A fronte della crisi cronica di sovraffollamento delle carceri inglesi e gallesi, nel settembre 2024 il governo Starmer decise di adottare il cosiddetto SDS40 (Standard Determinate Sentence 40). Una misura emergenziale di liberazione anticipata in cui il detenuto usciva dal carcere dopo aver trascorso in cella il 40% invece che il 50% della pena, continuando a scontare la pena ‘on licence’, in regime di libertà vigilata. Una misura non generalizzata da cui erano esclusi, tra gli altri, reati sessuali, alcuni gravi reati violenti e pene collegate alla violenza domestica.
Il progetto Sentencing Act 2026, che Burnham ha ereditato da Starmer, intendeva in sostanza trasformare questa gestione emergenziale in un sistema strutturale, basato anche sulle raccomandazioni dell'Independent Sentencing Review guidata dall’ex ministro della Giustizia conservatore David Gauke, che, nel maggio 2025, ha proposto una riforma complessiva: meno tempo in carcere per determinate pene, maggiore controllo nella comunità e un sistema di ‘earned progression’ basato in sostanza sulla buona condotta e sull’attivazione di programmi di riabilitazione (budget permettendo).
Da noi per molto meno si parlerebbe di “resa dello Stato”. In realtà, si trattava di un progetto limitato, in cui ergastolani e condannati sottoposti alle cosiddette ‘extended determinate sentences’, pene determinate con un periodo esteso di sorveglianza, erano esclusi in partenza dai possibili benefici.
Il Sentencing Act 2026 doveva entrare in vigore il 2 settembre, ma la data di applicazione è già slittata di un mese e i contenuti riformatori devono resistere ora ai colpi di una campagna, amplificata dalla stampa, che ha visto al centro la famiglia della vittima di un efferato delitto.
A luglio è esploso il caso dei tre giovani condannati per la morte dell'agente Andrew Harper, trascinato per oltre un chilometro da un'auto durante un furto nel 2019. Due di loro, Albert Bowers e Jessie Cole, condannati a 13 anni, potrebbero beneficiare delle nuove regole sulla liberazione anticipata. La protesta della famiglia Harper ha acceso la miccia politica.
Effetto immediato: il 22 luglio il premier Andy Burnham ha annunciato il riesame del piano e il giorno successivo ne ha sospeso l'applicazione in attesa di una verifica sui rischi per la sicurezza pubblica. La platea prevista era allora di circa 6.000 detenuti, con una prima tranche di circa 700.
Il riesame ha portato, all’inizio di agosto, a restringere la platea dei beneficiari, escludendo ulteriori categorie di condannati per gravi reati sessuali: i detenuti potenzialmente interessati sono scesi così a circa 5.000.
Burnham ha giustificato la revisione richiamando “la rabbia, l’ansia e l’angoscia” provocate dal piano originario.
Le modifiche concesse al “sentiment” dell’opinione pubblica non risolvono tuttavia il caso Harper: Bowers e Cole non rientrano nel nuovo perimetro di esclusione dalla liberazione anticipata. Cosa possono inventarsi ora i consiglieri del primo ministro per placare la fame di pena dell'opinione pubblica?
È di ieri l’intervento sui social di Burnham, che si è detto fiducioso di poter modificare il programma di liberazione anticipata in modo da escludere i responsabili della morte dell’agente Harper e di aver chiesto al ministro della Giustizia, Alex Norris, di portare rapidamente a termine una serie di misure volte ad aumentare il numero di posti disponibili nelle carceri.
Tra le strade indicate ci sono l’accelerazione dell’espulsione dei detenuti stranieri, un maggiore utilizzo del patrimonio penitenziario esistente (suona familiare?) anche riconvertendo sezioni femminili alla detenzione maschile e, last but not least, la liberazione di detenuti a basso rischio che, per un “morto vivente” giuridico (l’imprisonment for public protection, IPP) ormai abolito ma che continua a dispiegare i suoi effetti paradossali, stanno ancora scontando pene indeterminate.
Chi sono queste persone? Qualche storia tratta dalla stampa britannica: Ronnie, condannata a una pena minima di tre anni per aver rubato un vaso da fiori a 17 anni e rimasta in carcere per 16; Wayne, entrato in carcere nel 2007 per aver dato un pugno a un ragazzo e avergli rubato la bicicletta, con una pena minima inferiore a due anni, e ancora detenuto 19 anni dopo; Martin, condannato a un minimo di 20 mesi circa per il tentato furto di una sigaretta e rimasto intrappolato nel sistema IPP per 18 anni; Leroy, condannato a un minimo di due anni e mezzo per il furto di un cellulare e ancora in carcere quasi vent’anni dopo; Abdullahi Suleman, condannato per il furto di un computer portatile e ancora in custodia vent’anni dopo.
Il regime dell’IPP fu istituito nel 2003 con il Criminal Justice Act del governo Blair ed entrò effettivamente in vigore nel 2005. Uno studio di Harry Annison che fa il bilancio a provvedimento abolito, ricostruisce il clima in cui la misura fu concepita.
Il panorama è familiare: il sistema nacque principalmente dalla preoccupazione del ministro dell’Interno David Blunkett di rispondere ad alcuni casi di grande risonanza dell’epoca, in cui detenuti avevano commesso reati gravi dopo il rilascio. Con l’attenzione dei media rivolta alla sicurezza pubblica, mostrare il volto feroce nei confronti di “delinquenti pericolosi” parve allettante ai leader del New Labour.
L’impostazione carcerocentrica e securitaria sfuggì presto di mano. Pensato per proteggere la collettività da autori di reati violenti o sessuali, finì per essere applicato ampiamente anche al ‘petty crime’, core business della retorica populista che offre il miraggio della vendetta penale alla sete quotidiana di giustizia. Furono inflitti oltre 8.000 IPP con una durata media della pena base di circa due anni e sei mesi.
La struttura della pena IPP, molto attraente per i cercatori d’oro del consenso, rispecchiava quella dell’ergastolo con una durata minima commisurata alla gravità del reato (tariff) e un fine pena indefinito. Alla scadenza, il detenuto veniva rilasciato in libertà vigilata solo se riusciva a convincere l’organo di controllo (Parole Board) che non rappresentava più un rischio per la collettività. Anche reati minori si traducevano così in detenzioni potenzialmente perpetue.
Fatta la tara alle differenze tra sistemi, una logica che ricorda quella del binario delle misure di sicurezza nostrane con lo spettro del cosiddetto “ergastolo bianco” fondato sullo stigma della pericolosità sociale.
Oggetto di aspre critiche sia in linea di principio che per la sua inefficacia, dopo una prima stretta nel 2008, l’istituto fu abolito nel 2012 ma senza effetto retroattivo: le vecchie condanne rimasero in vigore. A giugno 2026 erano ancora detenute 2.271 persone sottoposte a IPP e quasi tutte avevano superato la pena minima.
Un esercito di persone la cui vita ha coinciso e coincide con la pena. Non sorprendono gli “effetti collaterali” di questo mostro giuridico.
Secondo i dati riportati da Simon Hattenstone sul Guardian, fino al marzo 2025 si sono tolte la vita in carcere 94 persone sottoposte a IPP; altre 44 sono morte suicide mentre si trovavano ancora in regime di libertà vigilata.
La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Alice Jill Edwards, nel 2024 ha paragonato l’IPP a una forma di “tortura psicologica”.
David Blunkett, ministro dell’Interno del governo che concepì l’IPP, lo ha definito “il più grande rimpianto” della sua carriera politica.
Non solo un esperimento fallito, ma un modello del fallimento della risposta penale populista alla domanda di sicurezza.

Perché un cane si allontana furtivamente da una persona irritabile, mentre si avvicina tranquillamente e si appoggia a qualcuno che sta piangendo? Lo abbiamo visto tutti: i cani sono in grado di percepire le nostre emozioni. E la scienza concorda sul fatto che anche i cani provano emozioni .
Queste abilità sociali potrebbero essere fondamentali per il successo dei cani nella convivenza con noi. Ma pensi che il tuo cane sia in grado di distinguere il volto di una persona arrabbiata da quello di una persona triste o spaventata?
Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista iScience ha esplorato tale questione, rivelando interessanti risultati ottenuti tramite risonanza magnetica (MRI) del cervello dei cani.
I cani sono sensibili ai volti umani . In risposta alle nostre espressioni emotive e ai nostri suoni, tendono a soffermarsi più a lungo su di esse rispetto a volti neutri.
Gli scienziati non erano certi se i cani stessero semplicemente distinguendo il "buon umore" (felicità) dal "cattivo umore" (rabbia, paura o tristezza), oppure se considerassero queste espressioni come veri e propri indicatori di emozioni diverse.
Il nuovo studio, condotto da Raúl Hernández-Pérez, neuroscienziato dell'Università di Vienna, e dai suoi colleghi, ha esplorato questa lacuna utilizzando la risonanza magnetica per scansionare il cervello di cani domestici mentre osservavano foto di volti umani.
Basandosi su studi precedenti , i ricercatori hanno trovato prove del fatto che i cani elaborano in modo differente le immagini delle nostre diverse espressioni emotive.
I ricercatori hanno utilizzato l'apprendimento automatico e hanno dimostrato che, osservando l'intero cervello di un cane, si attivava una regione cerebrale diversa per distinguere tra paura e tristezza (per la precisione, il giro soprasilviano rostrale destro) rispetto a quella che si attivava tra paura e rabbia (in questo caso, il giro ectosilviano medio destro e il giro spleniale sinistro).
L'analisi non ha rilevato differenze nelle aree cerebrali attivate quando ai cani venivano mostrate immagini di rabbia e tristezza umane. La paura si è distinta dalle altre emozioni negative.
Ciò solleva la domanda: perché?
Potrebbe darsi che la paura e la rabbia siano semplicemente più accattivanti della tristezza.
Altre ricerche hanno dimostrato che i cani reagiscono alla paura e alla rabbia più rapidamente e con una risposta fisica più marcata, come ad esempio un aumento della frequenza cardiaca. Questo probabilmente perché si tratta delle espressioni emotive che più facilmente richiedono una reazione immediata da parte dei cani per mettersi in salvo.
La tristezza ha meno probabilità di rappresentare una minaccia diretta per i cani che vivono con le persone, quindi sentono meno l'urgenza di reagire. Sappiamo che alcuni cani non reagiscono con il comportamento eroico di Lassie che potremmo desiderare quando siamo in difficoltà.
Sebbene il numero di partecipanti a questa nuova ricerca fosse limitato (otto e dodici cani nelle due parti dello studio), si tratta della prima prova di principio basata sulla risonanza magnetica che dimostra come il cervello dei cani possa distinguere tra due espressioni facciali umane distinte di emozioni negative. Ciò indica che la rappresentazione neurale delle nostre emozioni nei cani va oltre una semplice distinzione di valenza (buono/cattivo).
Questo ci dimostra che la percezione delle emozioni altrui (anche tra specie diverse) non è gestita da un singolo "centro emotivo" nel cervello, né nei cani, né negli esseri umani, né in altre specie animali. È distribuita su una rete di regioni che lavorano insieme come parte integrante della vita sociale.
Gli autori di questo studio sottolineano che l'utilizzo di immagini statiche di esseri umani rappresenta un approccio molto incentrato sulla persona per esplorare come i cani interpretano i nostri stati emotivi.
Sappiamo che i cani vivono in un mondo sensoriale ricco, dove anche l'odore e il suono della nostra voce trasmettono emozioni, influenzando il modo in cui reagiscono a noi.
In effetti, persino i lupi cresciuti a contatto con gli esseri umani mostrano lo stesso tipo di reazione all'odore della paura umana dei cani. Ciò evidenzia l'importanza dell'apprendimento, distinto dalle differenze evolutive nella conformazione fisica dei canidi o nel modo in cui reagiscono agli esseri umani. I cani (e i lupi) imparano a conoscerci in ogni interazione che abbiamo con loro.
I cani sono abilissimi nell'osservare, annusare e ascoltare le nostre emozioni, imparando come questi segnali predicono i nostri comportamenti nei loro confronti e utilizzando queste informazioni per vivere in armonia con le persone.
Ricambiare il favore, imparando di più su come i cani esprimono le loro emozioni, sembra il minimo che possiamo fare.
(Mia Cobb - Ricercatore presso il Centro di Scienze del Benessere Animale dell'Università di Melbourne - su The Conversation del 11/08/2026)

Il 12 agosto il mondo scientifico tratterrà il fiato. Non per un esperimento in laboratorio, non per il lancio di una sonda, ma per un evento antico quanto la Terra: un’eclissi solare totale. In quel breve intervallo — circa due minuti appena — i ricercatori avranno accesso a qualcosa che normalmente sfugge, si nasconde, brucia troppo forte per essere osservato. La corona solare, lo strato più esterno del Sole, si lascerà guardare.
Immagina il cielo che si scurisce, la luce che si assottiglia come un filo, gli animali che tacciono. Poi, all’improvviso, la Luna si sovrappone al disco solare e il giorno si spegne. È in quel momento sospeso, quasi irreale, che la corona appare: un alone bianco, sottile, elegante, che si estende nello spazio come un velo di seta infuocata.
Gli scienziati la osservano con strumenti pronti da mesi, calibrati al millimetro. Sanno che il tempo è poco, che ogni secondo è prezioso. La corona è un mistero che sfida la logica: perché è così calda? Perché raggiunge temperature di milioni di gradi, molto più della superficie del Sole, una distesa di plasma incandescente che si mantiene attorno ai 5.500 °C.
È come se l’atmosfera solare fosse un fuoco che arde più intensamente del braciere che lo genera.
Durante l’eclissi, i ricercatori cercheranno indizi. Vogliono capire da dove proviene l’energia magnetica del Sole, quella forza invisibile che plasma la corona, la agita, la fa vibrare come una fiamma al vento. Le linee di campo magnetico si intrecciano, si spezzano, si ricombinano: un caos ordinato che potrebbe spiegare il misterioso riscaldamento della corona.
E non è solo curiosità scientifica. Una comprensione più profonda della corona significa prevedere meglio il meteo spaziale: le tempeste solari, le eruzioni di plasma, i flussi di particelle che possono disturbare satelliti, sistemi di navigazione, reti elettriche. In un mondo che dipende da infrastrutture delicate, conoscere l’umore del Sole è diventato necessario.
Quando l’ombra della Luna scivolerà via e la luce tornerà a esplodere nel cielo, gli strumenti taceranno. I ricercatori si ritroveranno con gigabyte di dati, immagini, spettri, misurazioni. Due minuti di osservazione che potrebbero trasformarsi in anni di analisi, discussioni, scoperte.
La corona tornerà a nascondersi, ma il suo segreto — forse — sarà un po’ meno oscuro.
che il Sole, questa presenza quotidiana e quasi scontata, sia in realtà un enigma vivo. Che ogni tanto, grazie a un’eclissi, ci permetta di avvicinarci un po’ di più al suo cuore invisibile. Che la scienza, come sempre, avanzi a piccoli passi: due minuti alla volta.

L'Europa si dibatte tra vecchiaia demografica e paure migratorie, mentre il mercato scopre nuove frontiere di guadagno nelle RSA. Nel frattempo, consumatori e cittadini pagano il conto: dalla climateflation ai prezzi dinamici, dai disservizi pubblici alle trappole della finanza algoritmica. Diritti negati, regole assenti, istituzioni che perdono colpi. Serve vigilanza.
In questo numero
→ Che l'UE non diventi una casa di riposo!
→ Legittimo il divieto di detenzione animali previsto dal regolamento condominiale contrattuale
→ Cassonetti maleodoranti e rumorosi e risarcimento del danno. Sentenza
→ L’assegno di mantenimento può essere dovuto anche se i figli vivono con te
→ Climateflation: il clima spinge i prezzi degli alimenti verso l'alto
→ Patto UE su migrazione e asilo: le tensioni sovraniste frenano una politica comune
→ 15 Agosto. Negozi aperti e scioperi ideologici
→ Droghe. La newsletter settimanale di Aduc. 11/08/2026
→ Carta d’identità. Il disastro italiano
→ RSA e case di riposo: i fondi privati ci vedono un affare
→ Il prezzo del proibizionismo sulle droghe. Settimana da 4 a 10 Agosto 2026
→ Prezzi dinamici: alleati o nemici dei consumatori?
→ La prossima pandemia non verrà da un laboratorio: colpa del clima
→ Finanza, ci si può fidare del trading algoritmico?
→ Covid, i protocolli c’erano già: «Li scrivemmo 10 anni prima…»
→ Presto saranno in vendita abiti intelligenti. Ma sono necessarie normative per evitare nuovi rifiuti
→ Carceri. L’ennesimo campanello d’allarme
→ Come e perché l’intelligenza artificiale è utile all’analista
→ Piegare la luce in 74 femtosecondi: la nuova rivoluzione dell’informazione
→ MiCA, truffatori sfruttano il caos della transizione per colpire gli utenti crypto
→ Africa, nuova base produttiva dei cartelli della droga internazionali
→ Dalla zonizzazione dei parchi un’idea per governare il turismo nelle città d’arte
→ Quattro semplici regole alla base delle città più vivibili del Giappone
→ Tossicodipendenza in Usa. Le persone non vogliono essere curate
→ Riforma del controllo internazionale delle droghe: il sistema ONU regge ancora?
→ Dopo Ceuta, l'Europa è di nuovo impantanata nel caos migratorio che essa stessa ha creato
→ Giustizia e giustizialismo in Parlamento. Poi dicono che le persone non vanno più a votare….
→ Firenze Montedomini. Difficile far finta di nulla
→ Dalla Vlora a Ceuta: l'Europa ha dimenticato che sono persone?
→ Conto base. I boicottaggi delle banche
→ Legittimo il divieto di detenzione animali previsto dal regolamento condominiale contrattuale
→ Che l'UE non diventi una casa di riposo!
→ Le migrazioni, arma geopolitica: come l'Europa viene ricattata
→ Ue e confini. Ceuta. La lezione antieuropea
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Il termine climateflation — la pressione inflazionistica direttamente causata dai cambiamenti climatici — è sempre più al centro del dibattito economico internazionale. Come riporta Nation Thailand, gli eventi meteorologici estremi stanno riducendo i raccolti agricoli e aumentando i costi di produzione, con effetti diretti sui prezzi che i consumatori pagano ogni giorno.
Secondo un'analisi di Oxford Economics, le ondate di calore record del giugno 2026 hanno devastato i raccolti europei, cancellando circa 9 milioni di tonnellate di cereali e colpendo anche gli agricoltori che avevano adottato tecniche adattate al clima più caldo. Questo fenomeno è ritenuto destinato a spingere i prezzi alimentari più in alto nel 2027, con un impatto maggiore rispetto alle perturbazioni della catena di approvvigionamento legate ai conflitti geopolitici.
La differenza chiave tra guerre e clima, secondo gli esperti, sta nella natura degli effetti: i conflitti influenzano i costi dei fertilizzanti con un certo ritardo, mentre le ondate di calore ricorrenti colpiscono direttamente le rese agricole, assottigliando le riserve alimentari globali. Il risultato è un aumento delle bollette della spesa per i consumatori e il rischio concreto di inaccessibilità ai generi alimentari di base per le fasce più povere della popolazione mondiale.
Il fenomeno non riguarda solo l'Europa. In Sud-Est asiatico, un rapporto dell'ASEAN Food and Beverage Alliance (AFBA), elaborato in collaborazione con Oxford Economics su cinque paesi — Thailandia, Indonesia, Malaysia, Vietnam e Filippine — ha rilevato che un aumento medio dell'1% delle temperature può far salire i prezzi degli alimenti dall'1 al 2% nella maggior parte dei paesi, fino al 6% nelle Filippine. In Thailandia, le temperature record della stagione estiva 2026 hanno già causato un calo della produzione di uova e rallentato la crescita degli animali da allevamento, con i costi extra che si trasferiscono sui prezzi finali.
Gli esperti sottolineano che le banche centrali non possono risolvere gli shock di offerta indotti dal clima con strumenti di politica monetaria tradizionale. Le soluzioni strutturali — riduzione delle emissioni e transizione verso un'agricoltura sostenibile — restano le uniche leve efficaci per contenere questa pressione sui prezzi nel lungo periodo.

I droni ucraini colpiscono regolarmente i magazzini di Wildberries, il più grande marketplace online russo, spesso descritto come la risposta del paese ad Amazon.
Questo è l'ultimo fronte di una campagna che ha reso più difficile per i comuni cittadini russi ignorare i costi economici della guerra. All'inizio dell'estate, gli scioperi contro le raffinerie di petrolio e le infrastrutture di distribuzione del carburante hanno contribuito a causare carenze , aumenti dei prezzi e code ai distributori di benzina.
Il presidente russo Vladimir Putin si è abituato a gestire le difficoltà e le sanzioni occidentali. Ma, come ho già sostenuto in precedenza , la Russia sta sempre più alimentando la guerra scaricandone i costi sulle famiglie e sulle imprese. Gli attacchi a Wildberries dimostrano come questi costi possano ora essere percepiti direttamente.
Wildberries è nata nel 2004 come attività di abbigliamento online gestita da un appartamento di Mosca da Tatyana Kim e dal suo allora marito, Vladislav Bakalchuk.
Una svolta importante si è avuta nel 2008, quando l'azienda ha introdotto una tariffa di consegna fissa in tutta la Russia. Successivamente ha aggiunto punti di ritiro locali con camerini e resi gratuiti, riducendo i costi e il rischio percepito dell'acquisto di abbigliamento online e attirando clienti anche al di fuori delle grandi città.
Nel 2016, Wildberries era diventata il più grande rivenditore online della Russia . Due anni dopo, operava come marketplace , consentendo a produttori e rivenditori indipendenti di mettere in vendita i propri prodotti, mentre l'azienda si occupava di magazzinaggio, pagamenti e consegne.
Wildberries afferma di raggiungere ora oltre 79 milioni di utenti al mese attraverso più di 90.000 punti di raccolta in Russia e in alcuni altri paesi, principalmente ex repubbliche sovietiche. L'azienda riporta che i venditori hanno generato un fatturato di 2.900 miliardi di rubli (26 miliardi di sterline) nel 2024, il 44% in più rispetto all'anno precedente.
La piattaforma ospita oltre 1 milione di venditori , di cui oltre l'85% sono piccole e medie imprese. Insieme a Ozon e ad altri concorrenti minori, i marketplace russi facilitano transazioni per un valore equivalente all'8,5% del PIL russo e sostengono circa 4 milioni di posti di lavoro.
La rete è particolarmente importante nelle comunità più piccole , dove i negozi tradizionali offrono spesso una scelta più limitata. Wildberries è quindi più di un semplice negozio online: è un'infrastruttura commerciale e logistica che collega le imprese con i clienti in un vasto territorio nazionale. Le sue dimensioni rendono i suoi magazzini obiettivi di importanza strategica.
L'Ucraina sostiene che i centri logistici di Wildberries facciano parte della catena di approvvigionamento militare russa. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha affermato che i primi magazzini erano destinati a sistemi di navigazione distribuiti e componenti per la produzione di droni. Il Cremlino e Wildberries negano tale accusa .
La campagna di bombardamenti è iniziata il 18 luglio. Entro il 5 agosto, almeno 20 magazzini della Wildberries erano stati attaccati in tutta la Russia.
A prescindere dalle motivazioni militari dichiarate, le conseguenze economiche si estendono ben oltre la prima linea di guerra. Wildberries si affida a grandi centri di distribuzione che immagazzinano e lavorano merci appartenenti a numerosi venditori. Un singolo attacco può distruggere le scorte di migliaia di aziende, interrompere le consegne in diverse regioni e colpire clienti lontani dal sito colpito.
Le conseguenze possono essere particolarmente gravi per i piccoli produttori e rivenditori . Molti hanno già sostenuto i costi di produzione e trasporto prima che la merce raggiunga il magazzino. Se le scorte vengono distrutte, perdono sia i prodotti che il ricavato delle vendite, dovendo comunque far fronte al pagamento di stipendi, tasse, rate dei prestiti e fatture ai fornitori.
Wildberries afferma di aver iniziato a effettuare i pagamenti ai venditori colpiti e di aver introdotto altre misure di sostegno. Tuttavia, gli importi variano considerevolmente. Un venditore ha dichiarato a Forbes di aver ricevuto 41.365 rubli di risarcimento, pari ad appena il 5,6% di quanto distrutto dall'incendio.
Il metodo utilizzato per calcolare tali pagamenti rimane poco chiaro. I termini e le condizioni dell'azienda classificano gli attacchi con droni come cause di forza maggiore (un evento incontrollabile e imprevedibile), limitando la sua responsabilità per le merci distrutte.
Poiché gli attacchi erano al di fuori del controllo sia di Wildberries che dei suoi venditori, le aziende colpite avrebbero potuto aspettarsi che lo Stato russo si facesse carico della situazione. Al 28 luglio, il governo stava valutando prestiti, agevolazioni fiscali e sussidi, ma non era stata ancora presa alcuna decisione . I venditori erano quindi incerti su quanto avrebbero dovuto effettivamente assorbire delle perdite.
Anche i consumatori potrebbero subire parte dei costi. I venditori, nel tentativo di recuperare le perdite, potrebbero aumentare i prezzi, mentre le interruzioni nei magazzini potrebbero causare ritardi negli ordini e una minore disponibilità dei prodotti. I danni a un centro logistico distante possono quindi propagarsi all'intera piattaforma, trasformandosi in uno shock economico per le imprese e le famiglie in tutta la Russia.
Questi disordini non indeboliranno automaticamente il sostegno a Putin. I russi potrebbero incolpare l'Ucraina anziché il proprio governo, mentre gli attacchi contro luoghi di lavoro civili potrebbero rafforzare il sentimento patriottico. Le perdite potrebbero anche generare solidarietà con le imprese russe colpite, anziché rabbia nei confronti del Cremlino.
Il rischio politico maggiore è cumulativo. La carenza di carburante, l'aumento dei prezzi, le interruzioni delle consegne e le perdite per le piccole imprese rendono più difficile mantenere l'impressione che la guerra possa continuare senza alterare significativamente la vita quotidiana in Russia.
La resilienza economica di Putin non dipende solo dalle entrate energetiche e dalle riserve finanziarie, ma anche dalla disponibilità delle famiglie e delle imprese ad assorbire i costi della guerra. Prendendo di mira un settore integrato nei consumi quotidiani, l'Ucraina sta mettendo alla prova tale disponibilità.
Il significato della campagna Wildberries potrebbe quindi risiedere meno nei magazzini distrutti e più nei milioni di russi il cui reddito, i cui acquisti e il cui senso di normalità dipendono da essi.
(Yerzhan Tokbolat - Docente di Finanza presso la Queen's University di Belfast - su The Conversation del 10/08/2026)

E’ consuetudine che il sindacato Cgil, quando ci sono le cosiddette feste comandate, si opponga all'apertura degli esercizi commerciali e, per invitare e sensibilizzare lavoratori e consumatori, indica uno sciopero. Ora accade per il 15 agosto. “Valore sociale della festa” è il motivo scatenante. A seguire i diritti dei lavoratori a stare con i propri cari durante una festa.
Questo sciopero è un rituale che, estraniato dal contesto economico, è manifestazione di una socialità che non comprendiamo. Perché, per far funzionare la nostra socialità, ci vuole un sistema economico che funzioni sempre: servizi energetici, telecomunicazioni, trasporto, medici, consumi, sicurezza, tempo libero, etc. E chi gestisce questi servizi sono esseri umani che si alternano e che lavorano nei tempi e nei modi di quanto stabiliscono i loro contratti.
Stiamo parlando dei presupposti economici della nostra società, che se dovessero essere altrimenti, creerebbero problemi a tutti.
Sbaglia il nostro sindacato a considerare marginali i servizi legati ai consumi. Considerazione che nasce probabilmente da assunti ideologici del tipo “no alla società dei consumi” o “il denaro è sporco”, etc. Ideologie che potrebbero anche andar bene a livello individuale, non certo collettivo. Le garanzie di libertà e ricchezza di tutti nascono e si rafforzano proprio in virtù di un contesto economico che garantisca sempre una scelta agli individui, non certo - come fa la Cgil - volendo imporre a tutti quelli che sono i propri convincimenti.
Comunque, se pensiamo alle “edizioni” precedenti di questa chiamata allo sciopero, ci conforta la limitatezza della risposta degli interessati.

Il martedì Aduc edita la newsletter settimanale del suo canale quotidiano web "Droghe" (Politiche sulle droghe, dipendenze e legislazione).
Sommario/Editoriale
La geografia della droga si trasforma e con essa cambiano i rischi. Dalla cocaina che arriva via Ucraina agli oppioidi negli Stati Uniti, dai cartelli che si insediano in Africa alle nuove droghe sintetiche nelle Americhe, il proibizionismo dimostra ancora una volta il suo fallimento: criminalità rafforzata, violenza incontrollata, costi sociali enormi. Nel frattempo, dove si prova a affrontare il fenomeno con pragmatismo - dai centri di consumo controllato ai trattamenti psichedelici - i risultati arrivano. La domanda resta: quanti danni ancora prima che le politiche si adeguino alla realtà?
ARTICOLI
→ Il prezzo del proibizionismo sulle droghe. Settimana da 4 a 10 Agosto 2026
→ Africa, nuova base produttiva dei cartelli della droga internazionali
→ Tossicodipendenza in Usa. Le persone non vogliono essere curate
→ Riforma del controllo internazionale delle droghe: il sistema ONU regge ancora?
→ Accedere alla terapia con psilocibina in Italia: il vademecum
NOTIZIE
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ITALIA. Carta d'identità cartacea provvisoria
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ECUADOR. Nuovo fronte delle droghe sintetiche nelle Americhe
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COLOMBIA. De la Espriella presidente, guerra alla cocaina e alleanza con Trump
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USA. ll Dipartimento Veterani sperimenta l'MDMA contro PTSD e alcolismo
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AUSTRALIA. Sigarette elettroniche vietate senza ricetta: la criminalità ringrazia
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FRANCIA. Crack a Marsiglia: consumo in strada in "accelerazione senza precedenti"
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USA. 25 milioni di dollari per catturare il capo del cartello CJNG, cittadino americano
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UCRAINA. Ucraina, nuova "scuola" per i cartelli della cocaina e dei droni
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LIBERIA. Locale notturno al centro del caso cocaina da 317 milioni di dollari
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USA. New York: quasi 5 anni di centri antidroga con consumo supervisionato. Funzionano?
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BOLIVIA. Le leggi antidroga come strumento di tortura sessuale sulle donne
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AUSTRALIA. Paradiso per i cartelli della cocaina: prezzi alle stelle
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MONDO. Narcos colombiani in Ucraina per imparare a usare i droni da guerra
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MESSICO. Influencer ucciso in diretta: il fenomeno dei "narco influencer"
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L'assistenza agli anziani è diventata una delle mete preferite dei fondi di investimento privati. Come riporta il Corriere del Veneto, il settore delle case di riposo e delle RSA sta attirando capitali istituzionali in misura crescente, attratti dagli alti rendimenti offerti da un comparto che — trainato dall'invecchiamento della popolazione — garantisce una domanda strutturalmente in crescita.
Il ragionamento degli investitori è semplice: più la popolazione invecchia, più aumenta il bisogno di strutture residenziali per anziani non autosufficienti. Questo crea un mercato stabile, con flussi di cassa prevedibili e rendimenti superiori rispetto ad altre categorie di immobili commerciali. Non a caso, negli ultimi anni sono stati lanciati in Italia fondi immobiliari chiusi dedicati esclusivamente al settore sanitario e assistenziale: tra i casi più noti, quello di Kryalos SGR, che attraverso il fondo Euryale Healthcare Italia ha acquisito RSA in Lombardia e Piemonte, mentre un secondo fondo analogo aveva già in cantiere una pipeline da 120 milioni di euro.
Il Veneto è uno degli epicentri di questa tendenza. La regione conta circa 348mila persone non autosufficienti, di cui solo 32mila ospitate nelle strutture residenziali esistenti. Le liste d'attesa sono lunghe, e i posti letto scarseggiano: un contesto che, paradossalmente, rende il comparto ancora più appetibile per chi cerca rendimenti sicuri nel lungo periodo.
Il problema, dal punto di vista dei consumatori e delle famiglie, è che la finanziarizzazione del settore sociosanitario rischia di spostare le priorità: dalla qualità dell'assistenza alla massimizzazione del ritorno sul capitale investito. Le rette già oggi variano tra 1.500 e 2.500 euro mensili, spesso non sostenibili dalle sole pensioni, e l'ingresso di investitori istituzionali orientati al profitto non lascia presagire un contenimento dei costi. La pressione sulle famiglie — già alle prese con liste d'attesa e requisiti di accesso sempre più selettivi — rischia di aumentare ulteriormente.
Ogni settimana, il lunedì, Aduc pubblica i dati su sequestri e vittime delle droghe illegali, oltre ad un riepilogo dall'inizio dell'anno.
La raccolta è frutto di un'indagine mediatica, soprattutto locale. Uno spaccato di come l'opinione pubblica può percepire i risultati di fatti e misfatti delle leggi proibizioniste sulle droghe.
E' possibile che tutto questo non accadrebbe, o sarebbe notevolmente ridimensionato, se invece di divieti e punizioni ci fossero leggi che regolamentassero questo mercato (oggi solo nero e gestito dalla delinquenza grossa e piccola) al pari di tabacco e alcol.
Aduc edita un quotidiano online sulle droghe illegali in Italia e nel mondo.
Il prezzo del proibizionismo
dalle cronache locali
gli effetti della legge vigente
Anno in corso
| sequestri | |
| droghe leggere (kg) | 234.120 |
| droghe pesanti (kg) | 408.000 |
| dosi droghe sintetiche | 88.900 |
| piante di cannabis | 43.900 |
| vittime | |
| morti | 3 |
| arresti | 1.823 |
| giorni di reclusione | 777 |
Settimana da 4 a 10 Agosto 2026
| sequestri | |
| droghe leggere (kg) | 3.200 |
| droghe pesanti (kg) | 2.400 |
| dosi droghe sintetiche | 1.200 |
| piante di cannabis | 2.100 |
| vittime | |
| morti | 0 |
| arresti | 13 |
| giorni di reclusione | 11 |
Ogni lunedì Aduc rende noti i dati dei disservizi, nel privato e nel pubblico, segnalati da utenti e consumatori che si sono rivolti all'associazione nella settimana precedente.
Uno spaccato dell'Italia che non funziona.
Da 4 a 10 Agosto 2026
Pubblica Amministrazione 26,50%
Telecomunicazioni 12,40%
Energia 12,20%
Salute 11,30%
Prodotti finanziari 08,0%
Banca 07,0%
Viaggi 06,60%
Acquisti 06,20%
Condominio 04,20%
Assicurazioni 02,40%
Diritti immigrati 02,30%

Il Tribunale di Cosenza con la sentenza n. 960 del 30 Giugno 2026 ha sancito un divieto che, solo apparentemente, viola un orientamento giurisprudenziale che sembrava ormai ampiamente consolidato.
Il Tribunale ha sancito che il regolamento condominiale contrattuale può vietare la detenzione di animali se la clausola è chiara e accettata dai condomini.
Per comprendere come si sia giunti a tale decisione si deve necessariamente ricordare che esistono due tipi di regolamento condominiale, quello contrattuale, che non sempre è presente, ed uno assembleare.
Il contenuto dei predetti regolamenti è molto diverso tra loro, in via semplicistica si può affermare che regolamento contrattuale è redatto dal costruttore o accettato all'unanimità da tutti i condomini e può limitare la proprietà privata (es. vietare B&B o animali).
Il regolamento assembleare è votato a maggioranza dall'assemblea e disciplina solo l'uso delle parti comuni.
In virtù di questa sostanziale differenze il primo può contenere il divieto di detenere animali mentre il secondo no.
Una condomina, nonostante l’espresso divieto , deteneva nella propria abitazione numerosi cani.
Alla stessa, quindi, veniva comminata una sanzione pari ad € 800,00 per aver violato il regolamento contrattuale del Condominio.
La condomina si rivolgeva al Tribunale di Cosenza impugnando il verbale di assemblea che aveva autorizzato l’emissione della sanzione.
Il Tribunale confermava la legittimità della decisione assunta dal Condominio poiché la clausola regolamentare che limitava la detenzione di animali all’interno delle proprietà private era da considerarsi valida ed efficace.
Il Tribunale distingueva tra regolamento assembleare e contrattuale e precisava che i regolamenti condominiali approvati a maggioranza non possono vietare ai condomini di possedere o detenere animali domestici ma tale limite non opera nei confronti dei regolamenti contrattuali i quali hanno natura negoziale e trovano fondamento nell’autonomia privata prevista dall’articolo 1322 Codice civile.
Cosa significa?
Nel momento in cui la condomina aveva acquistato la casa aveva avuto modo di leggere, controllare il regolamento contrattuale di condominio.
La stessa aveva letto ed accettato la clausola chiara ed espressa che limitava il diritto di proprietà impedendo di detenere animali.
La decisione, tuttavia, toccava un ulteriore elemento, quello legato alla sicurezza, tranquillità ed igiene nel momento in cui in un'abitazione siano detenuti molti animali.
Nella casa, infatti, erano stati rinvenuti almeno dodici (12) cani utilizzando la casa come sede di un’associazione impegnata contro il randagismo.
Tale scelta, socialmente ammirevole, integrava numerose criticità a livello condominiale, quali ad esempio le difficoltà di gestione di un vero e proprio branco, il rumore prodotto dagli animali, le condizioni igienico-sanitarie dei locali.
Perché questa decisione assume rilevanza?
Perché, pur confermando il principio secondo cui il rapporto tra persone e animali domestici è meritevole di tutela, precisa che lo stesso deve conciliarsi con i diritti degli altri condomini alla sicurezza, salubrità e normale fruizione delle proprie abitazioni.

Il dibattito sulle origini delle pandemie si concentra spesso sui laboratori, sulle fughe accidentali di virus, sulle carni di animali selvatici vendute nei mercati. Ma secondo un articolo pubblicato da The Independent, il vero pericolo si chiama cambiamento climatico. La prossima pandemia, avvertono gli esperti, potrebbe nascere dal surriscaldamento del pianeta molto più che da qualsiasi incidente in una struttura di ricerca.
Il meccanismo è più semplice di quanto sembri. L'aumento delle temperature globali costringe gli animali selvatici a spostarsi verso nuovi territori, alla ricerca di habitat più freschi o con risorse sufficienti. Nel farlo, specie che non si erano mai incontrate prima vengono a contatto, creando le condizioni ideali perché virus fino ad allora sconosciuti all'essere umano possano fare il cosiddetto "salto di specie", passando dagli animali alle persone. Questo fenomeno — noto come zoonosi — è già all'origine di alcune delle epidemie più devastanti degli ultimi decenni, tra cui SARS-CoV-2, HIV ed Ebola.
Non è un'ipotesi di nicchia. Uno studio pubblicato su Nature ha stimato che il riscaldamento globale spingerà circa 4.000 nuovi virus a diffondersi tra i mammiferi entro il 2070, con il rischio concreto che alcuni di questi raggiungano anche la specie umana. I pipistrelli sono considerati tra i vettori più pericolosi, proprio per la loro mobilità e la capacità di ospitare una vasta gamma di agenti patogeni.
A questo si aggiunge un secondo fattore di rischio, meno discusso ma altrettanto preoccupante: lo scioglimento del permafrost. Il suolo perennemente ghiacciato che ricopre circa un quarto dell'emisfero nord sta cedendo sotto l'effetto delle temperature crescenti. Con il disgelo emergono carcasse di animali e resti umani sepolti da secoli, insieme a batteri e virus rimasti in ibernazione per millenni. Nel 2016, nella penisola russa di Yamal, la fusione del permafrost ha riportato in superficie le spore di antrace provenienti da carcasse di renne morte quasi ottant'anni prima: il risultato è stato un'epidemia che ha infettato oltre 2.000 animali e colpito diverse comunità umane della zona.
La ricerca scientifica internazionale converge su questo allarme. Uno studio del Centro comune di ricerca della Commissione europea ha mappato le aree del mondo a più alto rischio di epidemie zoonotiche, identificando il 9,3% della superficie terrestre come zona ad alto o altissimo rischio. Le aree più esposte si trovano in America Latina e Oceania. Temperature più alte, maggiori precipitazioni, perdita di biodiversità, espansione delle aree abitate in prossimità delle foreste: tutti questi fattori — accelerati dalla crisi climatica — contribuiscono ad alzare il livello di pericolo. Nel 2025, anche l'Assemblea mondiale della sanità ha adottato un piano d'azione globale su clima e salute, riconoscendo ufficialmente il legame tra crisi climatica e rischio pandemico.
Il messaggio degli scienziati è chiaro: finché il dibattito pubblico e politico sulla prevenzione delle pandemie resterà concentrato sui laboratori e trascurerà la crisi climatica, le società resteranno impreparate di fronte al rischio più concreto. Affrontare la possibilità di una nuova pandemia significa anche — e soprattutto — ridurre le emissioni, proteggere gli ecosistemi e frenare il riscaldamento globale.

Due tecnici esperti, uno di Roma e uno di Firenze, ricordano: «Nelle lavanderie e negli ospedali le regole esistevano». Saranno ricevuti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta Covid?
«Le norme contro la biocontaminazione esistevano già. Dieci anni prima della pandemia del 2020». La frase è netta e arriva da chi quelle norme le ha scritte. Due tecnici esperti che, in queste settimane, hanno avviato un’interlocuzione con la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid-19, presieduta dal Senatore Marco Lisei (Fratelli d’Italia), chiamata a fare piena luce sulla pandemia.
Si tratta di Roberto Lombardi, esperto di valutazione del rischio, ai sensi della legislazione di igiene e sicurezza in ambiente di lavoro e in particolare di attuazione delle misure di tutela per il rischio da agenti infettivi ex ISPESL-INAIL-ISS, e di Raffaele Tarchiani, ingegnere e titolare dell’azienda Laundry Supplies a Barberino Tavarnelle Val di Pesa (Firenze).
Sono i co-autori di documenti tecnici pubblicati dagli organismi istituzionali dello Stato che già dal 2000 e dal 2010 dettavano procedure per gestire il rischio biologico in ospedali e lavanderie. Procedure che, dicono, durante il Covid non sono state applicate.
Roberto Lombardi nasce a Roma nel 1954. Laurea in Chimica ad indirizzo biologico. Il suo curriculum è una piccola storia della sicurezza sul lavoro in Italia. Dal 1982 al 1994 lavora nell’industria farmaceutica ed ha incarichi di collaborazione alla ricerca con l’Istituto Superiore di Sanità. Dal 1994 al 2021 entra in ISPESL, poi confluito in INAIL, nel Settore Ricerca e Certificazione. Qui diventa uno dei massimi esperti nazionali di rischio biologico.
Dal 2008 ha incarichi di docenza per il corso di «Epidemiologia, valutazione e gestione del rischio da agenti chimici e biologici» alla Scuola di Specializzazione in Igiene dell’Università Federico II di Napoli ove attualmente espleta ancora attività didattica presso il Dipartimento di Sanità Pubblica. Ha insegnato anche alla Sapienza di Roma, a Pisa e a Chieti.
Ma, soprattutto, è l’uomo delle Linee Guida. Nel 1996 firma le «Linee guida per la valutazione del rischio» nelle strutture del SSN. Nel 2000 redige il documento ISPESL «Il rischio biologico: procedura applicativa per la valutazione del rischio». Sempre nel 2000 firma le «Linee Guida per la scelta e l’impiego di indumenti per la protezione da agenti biologici», cioè i DPI. Nel 2009 coordina gli «Standard di sicurezza e igiene dei reparti operatori».
Nel dicembre 2015 è coautore del «Documento tecnico sulle misure di protezione per il trasporto dei pazienti infetti» emanato dal Ministero della Salute. Nel 2026 viene chiamato nella commissione di aggiornamento dello stesso documento.
Nel 2020, in piena pandemia, è tra gli autori della pubblicazione INAIL «Misure di sicurezza per gli agenti infettivi del gruppo 3 nelle attività sanitarie». Tra la fine di gennaio 2020 ed i primi giorni di febbraio è anche coautore di un documento di indirizzo pubblicato con il logo delle due Società Scientifiche SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici) e HCRM (Hospital Clinical Risk Managers), accreditate presso il Ministero della Salute, sempre inerente le misure di sicurezza da attuare per la gestione della pandemia.
Raffaele Tarchiani è ingegnere e titolare di Laundry Supplies s.r.l., che ha sede alla Sambuca, nel comune di Barberino Tavarnelle (Firenze). Azienda che lavora da anni con il mondo sanitario. Nel 2010 è co-autore, insieme a ISPESL, dei «Criteri di indirizzo per la gestione del rischio biologico in una lavanderia industriale». Un documento di 40 pagine che dettava già tutte le regole per trattare biancheria potenzialmente infetta.
Nel 2020 l’INAIL pubblica un documento di indirizzo tecnico normativo che riguarda chiaramente la problematica Covid. Il principale autore dell’INAIL è appunto Lombardi. Il documento è chiarissimo fin dal titolo: per gestire SARS-CoV-2 bisogna applicare il D.Lgs 81/2008 Titolo X e la Direttiva 2000/54/CE sugli agenti biologici.
Il virus viene classificato come «agente biologico del gruppo 3» a trasmissibilità aerea. E per il gruppo 3, scrive l’INAIL, le misure erano già definite: «Le misure di sicurezza per l’impiego degli agenti biologici del gruppo 3 devono essere conformi alla vigente legislazione di riferimento, i.e. d.lgs. 9 aprile 2008 n. 81 e s.m.i.».
Cosa prevedeva quella legge già nel 2008? Tutto quello che abbiamo visto nei reparti Covid: valutazione del rischio, DPI di III categoria, maschere FFP2 e FFP3 e se disponibili quelle con certificazione CE per agenti infettivi, tute a tenuta biologica classe 6B, camici monouso, guanti, visiere. E poi: aree in depressione, ricambi d’aria, sistemi di filtrazione HEPA H14, procedure di vestizione e svestizione, disinfezione da selezionare per dimostrazione di efficacia esaminando le verifiche sperimentali eseguite in base alle norme tecniche europee.
In pratica il «manuale» per affrontare un virus trasmissibile per via aerea e ad alta contagiosità esisteva da 12 anni.
Lombardi lo conferma: «Dagli anni ’90 in ISPESL e INAIL abbiamo dato indicazioni su come caratterizzare le misure di sicurezza ed i DPI per agenti infettivi e come selezionarli. Le procedure per la valutazione del rischio biologico nelle strutture sanitarie erano operative da decenni».
II: le lavanderie. «Il rischio lo conoscevamo già nel 2010»
Se negli ospedali il problema erano i camici e le mascherine, nelle lavanderie il problema era la biancheria. Lenzuola, camici, teleria infetta.
E anche qui la risposta dello Stato c’era già. Nel 2010 l’ISPESL pubblica i «Criteri di indirizzo per la gestione del rischio biologico in una lavanderia industriale». Tra gli autori: Roberto Lombardi, Alessandro Ledda e Roberta Curini per ISPESL e Simona Tarchiani e Alessia Maestripieri per Laundry Supplies.
Il documento parte da un assunto che oggi sembra ovvio ma allora andava scritto: «Tutto ciò che è presente in una lavanderia industriale, a partire dalla biancheria da trattare, è potenzialmente contaminato da agenti microbici».
E cosa prescriveva? La valutazione del rischio obbligatoria per legge. La divisione fisica tra «zona sporca» e «zona pulita». L’uso di DPI specifici. Le procedure di sanificazione. La formazione del personale. E, soprattutto, il richiamo alla norma UNI EN 14065:2005 «Tessili trattati in lavanderia – Sistema di controllo della biocontaminazione». Una norma tecnica che serve a garantire che un lenzuolo che esce dalla lavanderia non porti con sé batteri o virus.
«Abbiamo lavorato per anni per far capire come gestire il rischio biologico nelle lavanderie che servono gli ospedali – spiega Tarchiani –. Nel 2010 avevamo già messo nero su bianco chi fa cosa, con quali protezioni e con quali controlli».
Qui la storia si fa politica. Perché se i protocolli c’erano, perché non sono stati usati? Lombardi riferisce di aver inviato durante l’emergenza «indicazioni per mail ai vertici del Ministero e dell’ISS per tutelare tutti in relazione alle vie di esposizione». Metteva a disposizione la sua competenza e i documenti già scritti. «Per quanto concerne la vicenda COVID – fa sapere Lombardi – ho le indicazioni inviate per mail ai vertici del Ministero e dell’ISS».
Che fine hanno fatto quelle mail? Sono state lette? Sono state applicate? Sono state archiviate? Interesserà alla Commissione?
A questo punto, viene naturale chiedersi se è opportuno che Lombardi e Tarchiani possano essere auditi dalla Commissione Covid presieduta dal partito di Giorgia Meloni. Avendo contribuito a migliorare la gestione dei rischi loro due si mettono a disposizione, nell’ottica di aiutare la ricerca della verità. Il problema, durante il Covid, non è stato l’assenza di regole. È stata l’applicazione delle regole.
Se nel 2008 esisteva una legge, se nel 2010 avevamo i criteri per le lavanderie, se nel 2020 l’INAIL stessa diceva «usate le norme che ci sono», allora perché negli ospedali sono mancati i DPI?
La Commissione d’inchiesta ha il compito di fare «piena luce». E la ricostruzione della verità passa anche da chi le procedure le ha scritte. In netto anticipo. I due tecnici sono a disposizione. Con CV, articoli scientifici, documenti e una domanda sola: «Perché?». Palla ai parlamentari.
(LaFirenzechevorrei)

Quando pensi ad abiti futuristici e all'avanguardia, cosa ti viene in mente?
Immaginate magliette in grado di rilevare e avvisare gli utenti in caso di bassi livelli di glucosio nel sangue , o calzini che monitorano la postura durante la corsa, il numero di passi e la velocità. Che dire di pigiami che osservano i sottili cambiamenti corporei durante il sonno, consentendo la diagnosi precoce di tumori o avvertendo chi si prende cura di noi dell'imminenza di crisi epilettiche ? Immaginate se tutti questi oggetti non richiedessero alcuna fonte di alimentazione esterna, ma solo l'energia generata dal vostro stesso corpo.
Sebbene questi prodotti non siano ancora disponibili nei negozi, quel giorno non è lontano.
I ricercatori stanno già progettando tessuti avanzati che sembrano del tutto simili a vestiti o tessuti tradizionali, ma che integrano funzioni elettroniche. Questi vengono definiti tessuti elettronici, e-tessuti o tessuti intelligenti.
I tessuti elettronici integrano sensori, elaborazione e alimentazione nei tessuti stessi, trasformando i fili in sensori e le cuciture in circuiti. Questi tessuti possono monitorare la salute , la temperatura , il movimento e la qualità dell'aria . Possono comunicare in modalità wireless e raccogliere diverse forme di energia .
I prototipi universitari e industriali stanno attualmente passando attraverso sperimentazioni cliniche e vengono testati al di fuori dei laboratori . Si prevede che il mercato globale dei tessuti elettronici raggiungerà oltre 15 miliardi di dollari (11,14 miliardi di sterline) entro il 2028 .
Gli sviluppi nel campo dei tessuti elettronici rivoluzioneranno il modo in cui l'umanità percepisce l'abbigliamento; ma a quale prezzo?
I rifiuti elettronici rappresentano la tipologia di rifiuti in più rapida crescita nell'UE, con un record di 62 milioni di tonnellate smaltite nel 2022 .
Altri 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili vengono generate a livello globale; una cifra che si prevede raggiungerà i 134 milioni entro il 2030. I soli tessuti sono responsabili del 6,7% delle emissioni globali di gas serra, con un europeo medio che getta via ben 11 kg di tessuti all'anno.
I tessuti elettronici genereranno una nuova tipologia di rifiuti ibridi. I tessuti elettronici utilizzano comunemente polimeri misti, inchiostri a base di nanoparticelle metalliche e includono componenti che, nel riciclo tessile convenzionale, creano rischi di incendio .
Se inceneriti o smaltiti in discarica , questi indumenti possono rilasciare residui tossici . Ciò comporta che materiali pericolosi e preziosi rimangano intrappolati all'interno dei capi, causando non solo problemi ambientali e sanitari , ma anche la perdita di risorse vitali come il grafene e le terre rare. L'argento, ad esempio, viene utilizzato nei filati conduttivi, nei rivestimenti antimicrobici, nei sensori e negli elettrodi. Dobbiamo trovare un modo per recuperarlo perché è prezioso, ma in alcune forme è anche tossico per la vita acquatica.
Presto saranno in vendita capi di abbigliamento eleganti.
Pertanto, al momento è molto difficile recuperare i materiali di valore utilizzati nell'abbigliamento intelligente, dopo che la maglietta o i calzini vengono gettati via.
Considerando l'attuale ritmo di crescita dei tessuti elettronici, i metodi di smaltimento attuali dovranno cambiare per far fronte a questi nuovi materiali, in particolare per quanto riguarda la riutilizzabilità e la riciclabilità.
La strategia dell'UE per i tessuti sostenibili e circolari rientra nel piano dell'Unione per diventare il primo continente a impatto climatico zero. Gli enti regolatori ora richiedono norme più chiare in materia di riciclabilità, sicurezza chimica e durata dei prodotti, e iniziano a chiedersi come i tessuti elettronici soddisferanno tali requisiti.
Le prassi del settore si stanno diffondendo sempre di più, attribuendo maggiore responsabilità ai produttori di abbigliamento . I passaporti digitali dei prodotti (che contengono informazioni sui materiali e sul loro impatto ambientale) e le nuove tecnologie di riciclo si stanno diffondendo su larga scala. Questi cambiamenti implicano che i produttori potrebbero incorrere in rischi legali e commerciali se non considerano l'impatto a lungo termine di questi prodotti.
La buona notizia è che i tessuti elettronici sostenibili rappresentano un problema ingegneristico con soluzioni pratiche. Le misure chiave che l'industria e i finanziatori potrebbero adottare fin da ora includono:
Progettato per lo smontaggio . I componenti elettronici rimovibili aiutano a separare i dispositivi elettronici dai tessuti per il riciclaggio.
Passaporti dei materiali e trasparenza . Registrazioni digitali di vari componenti (come polimeri, inchiostri e batterie) che consentono uno smistamento e un recupero sicuri.
Conduttori biodegradabili e riciclabili . Priorità ai conduttori privi di metalli preziosi e utilizzo di alternative come pasta di carbonio serigrafabile e inchiostri e filati conduttivi riciclabili.
Progettazione orientata al risparmio energetico . Integrazione di sistemi di raccolta di energia tessile (ad esempio, solare, termoelettrica, nanogeneratori piezoelettrici/triboelettrici) per ridurre o eliminare le batterie. Alcuni capi incorporano antenne e ricevitori di energia wireless per evitare batterie ingombranti .
Standard per la lavabilità, la durata e i test di fine vita . Per garantire che i prodotti resistano all'uso nel mondo reale e possano essere riparati anziché smaltiti.
Nessuno di questi elementi è un optional: determinano se i tessuti elettronici diventeranno un bene pubblico o una nuova minaccia ambientale. Gruppi di ricerca universitari e consorzi industriali stanno iniziando a dimostrare la fattibilità di componenti stampabili ed estensibili e a sperimentare l'alimentazione wireless, riducendo così la dipendenza dalle batterie. I componenti stampabili ed estensibili sono parti elettroniche flessibili stampate su tessuto che continuano a funzionare anche quando il tessuto si piega e si allunga. Rendono l'abbigliamento intelligente comodo, leggero, lavabile e in grado di seguire i movimenti del corpo in modo naturale.
Se i responsabili politici e gli operatori del settore non adotteranno fin da ora una progettazione sostenibile, i tessuti elettronici potrebbero aggiungere un nuovo e pericoloso strato alla nostra montagna globale di rifiuti elettronici .
I governi devono stabilire regole chiare sulla riciclabilità e sulla sicurezza chimica dei tessuti elettronici. I ricercatori universitari devono trovare metodi per rendere i tessuti elettronici funzionali, accessibili, sostenibili e sicuri. I marchi devono pubblicare i dettagli dei materiali e le guide alla riparazione, garantendo che le pratiche sostenibili siano rispettate lungo tutta la loro catena di fornitura.
Gli investitori non dovrebbero finanziare novità usa e getta. Gli enti di normazione devono definire metodi di prova per il lavaggio, l'usura e il recupero a fine vita.
Questi provvedimenti orienteranno il mercato verso prodotti durevoli, riparabili e riciclabili che potrebbero migliorare la vita delle persone.
(Ian Williams - Professor of Applied Environmental Science, University of Southampton -, Christina Webb - Research Fellow in Sustainable Electronic Textiles., University of Southampton -, Stephen Beeby - Royal Academy of Engineering Chair in Emerging Technologies, University of Southampton - su The Conversation del 05/0872026)

Chissà se oltre a quello per le temperature record, o per l’esodo degli italiani in vacanza, esiste un bollino rosso anche per la situazione delle carceri?
Forse no, visto che la loro situazione è così drammatica che sarebbe necessario marcare di vermiglio quasi ogni giorno.
Certo è che l’omicidio di un detenuto nel carcere di Prato è un campanello di allarme, l’ennesimo, che non a caso squilla alla vigilia di Ferragosto di un’estate infuocata. Non è che tutto sia spiegato dal caldo, ma di sicuro le celle trasformate in fornaci non aiutano a mantenere il minimo di lucidità in una convivenza forzata. E affollata. Nella sezione riservata agli autori di reati sessuali, i detenuti sono quattro per cella in luogo dei già non pochi due o tre. Questo vuol dire che quanto indicato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, e cioè tre metri quadrati calpestabili per ogni recluso, è molto più lontano dalla realtà di quanto possa esserlo un sogno. E non si tratta di una prerogativa di quel tipo di sezioni e del carcere pratese, che attualmente detiene il primato della popolazione detenuta dopo la chiusura di alcune sezioni di Sollicciano. Il recente rapporto di Antigone indica la Casa circondariale di Lucca (altro record toscano) come la più sovraffollata d’Italia: circa 90 reclusi dove dovrebbero esserne custoditi poco più di 35. Ma Prato ha dalla sua parte (si fa per dire) la disgraziata forza dei numeri assoluti: 640 detenuti dove al massimo dovrebbero starcene dai 550 ai 580. Il sovraffollamento fa saltare tutti i già precari parametri del numero di agenti e di educatori in rapporto a quello dei reclusi. Rende tutto più difficile. A cominciare, al netto di eventuali responsabilità personali, dal loro controllo, come dimostra il triste bilancio dei cellulari e della quantità di droga trovata nell’istituto e su cui si è appuntata l’attenzione della Procura di Prato.
Insomma: se il carcere pratese, dopo il sequestro di intere sezioni di Sollicciano da parte della magistratura, sta diventando il secondo caso di emergenza quotidiana in Toscana, non può essere solo il frutto di una maledizione territoriale ma il risultato di una situazione generale di istituti che letteralmente scoppiano e di una crescita esponenziale della popolazione carceraria alla quale non sono estranei i provvedimenti del governo, la cui cifra è quella di incentivare la reclusione senza attrezzarsi per percorsi di reinserimento: prima o poi una pena finisce e ci si deve per forza occupare di cosa faranno e saranno le persone tornate libere.
Evitare la recidiva è una questione non solo di civiltà giuridica ma anche di sicurezza. Una responsabilità a cui non è estranea neanche la politica locale. Serve a poco stracciarsi le vesti di fronte al trentenne nigeriano ridotto cadavere verosimilmente dai compagni di detenzione, qualsiasi sia stata l’origine di tale violenza. Anzi, serve a niente finché il carcere non verrà considerato un pezzo della città. Senza che siano necessari suicidi o omicidi per accorgersene.
(articolo pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 08/08/2026)

Consigli pratici per usare bene l'intelligenza artificiale
L’errore più comune quando si usa l’intelligenza artificiale è pensare che sia una scorciatoia. Nella mia esperienza di analista di politica internazionale, succede spesso il contrario: più il lavoro di ricerca su informazioni di attualità è complesso, più l’AI richiede metodo, pazienza e spirito critico. Per questo voglio condividere alcuni consigli pratici che ho maturato nel corso della mia attività.
Il mio approccio è piuttosto semplice. Dopo aver scritto una prima bozza sul tema che voglio approfondire, la sottopongo a una o più piattaforme di intelligenza artificiale. Ma è fondamentale non usare l’AI per far presto o limitarsi a correggere i refusi. È a mio avviso necessario, al contrario, adottare quello che definisco un approccio “slow” all’AI. Solo così può diventare davvero utile nel lavoro di ricerca informativa e nei processi di analisi.
Le prime risposte dell’AI sono spesso incomplete, superficiali o addirittura piene di errori, talvolta macroscopici. Per ottenere risultati affidabili, bisogna quindi interagire a lungo con le piattaforme, controllare le informazioni, correggere gli errori e migliorare progressivamente le domande di ricerca. In pratica, serve prendersi tutto il tempo necessario.
Un aspetto che si sottovaluta spesso è che l’efficacia dell’AI dipende da come la si utilizza e da come la si “allena” gradualmente a rispondere alle nostre esigenze. Non basta correggere gli errori: spesso bisogna fornire informazioni, documenti, dati e fonti che la piattaforma non è in grado di trovare da sola. I modelli tendono infatti a privilegiare le fonti piu’ citate e i grandi flussi di dati. La “miopia” della AI lascia in ombra le notizie pubbliche che circolano sotto una certa soglia di diffusione, perché nascoste in qualche piccolo anfratto del web. Questo squilibrio ha una conseguenza precisa: se l’AI riflette semplicemente ciò che è più noto e ripetuto in rete, tende a scambiare la quantità delle informazioni per la loro affidabilità — ed è esattamente questo meccanismo, la ripetizione che genera credibilità, a essere sfruttato dalle campagne di disinformazione, non solo quelle legate all’intelligenza artificiale.
È anche fondamentale chiarire bene il contesto spazio-temporale delle domande di ricerca. Ogni richiesta deve indicare in modo preciso il periodo di riferimento e l’area geografica. Nella mia esperienza, gli errori più grossolani – le cosiddette allucinazioni – nascono proprio quando questi elementi vengono trascurati.
Mi è capitato, ad esempio, di chiedere a un modello di ricostruire la cronologia della crisi diplomatica tra Cipro e Turchia senza specificare l’ambito temporale esatto: il risultato mescolava eventi di anni diversi come se fossero simultanei. Bastava riformulare la domanda con date precise perché la ricostruzione tornasse coerente. È un errore banale, ma è proprio nella sua banalità che si nasconde il rischio maggiore: chi non lo conosce rischia di prendere per buona una cronologia sbagliata.
Un’altra caratteristica dell’AI è che tende ad assecondare l’utente, dando risposte rassicuranti anche quando sbaglia. Per questo il primo consiglio è di chiedere sempre argomentazioni contrarie e formulare domande trappola per sfidare l’AI. Ma oltre a questi accorgimenti, la strada che prediligo è quella di confrontare i risultati tra più sistemi. Io, ad esempio, uso spesso Copilot di Microsoft, Gemini di Google, ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic e DeepSeek, anche se quest’ultima si blocca quando si trattano temi sensibili censurati dalle autorità cinesi.
Proprio l’uso di più piattaforme, soggette a giurisdizioni diverse, impone una cautela che vale la pena richiamare esplicitamente: quando si lavora su temi sensibili — reti di relazioni, fonti riservate, dinamiche di potere — è bene sapere cosa succede ai dati e ai documenti che si condividono con questi strumenti, ed evitare di caricare informazioni che non si è autorizzati a diffondere e/o che potrebbero esporre persone a rischi gravi e rappresentare pericoli per la sicurezza nazionale. Da più di dieci anni ho acceso i riflettori sulla penetrazione digitale delle aziende cinesi nei paesi democratici. Ricordo ancora quando, da poco insediato al Viminale come consigliere del ministro dell’Interno per la cybersecurity, mi fu consegnato in dotazione un telefono di servizio Huawei: un episodio che mi lasciò interdetto, proprio per la sensibilità del tema di cui mi occupavo. La “slow AI” richiede riflessione e conseguente lentezza nella scelta di cosa affidare a ciascuna piattaforma.
Un altro suggerimento importante: quando si consultano fonti straniere, è decisamente preferibile far analizzare i testi nella lingua originale e solo dopo chiedere la traduzione in inglese o italiano. La possibilità di analizzare direttamente i media e i social nelle lingue locali è un fondamentale valore aggiunto per sfidare le correnti mainstream sulla base di evidenze empiriche concrete.
La qualità delle risposte dell’AI dipende direttamente dalla qualità delle domande. Più le richieste sono precise, dettagliate e formulate da chi conosce la materia, più i risultati sono interessanti e affidabili. Per questo sconsiglio di usare l’AI in ambiti che non si conoscono abbastanza: senza la capacità di valutare criticamente le risposte, il rischio di farsi guidare – e spesso depistare – dalla macchina è molto alto…
Sotto questo profilo anche nell’ era dell’ intelligenza artificiale una buona preparazione in campo umanistico è una condizione importante per un efficiente uso della AI. In un articolo su Limes, Lucio Caracciolo ha segnalato che solo il 5% degli studenti che vanno alle superiori sceglie il liceo classico. Ha ragione a preoccuparsi; il tema non riguarda solo gli specialisti: senza una buona preparazione in storia e geografia è impossibile per qualunque cittadino orientarsi nel mondo della contemporaneità.
L’intelligenza artificiale è utile non solo per la velocità con cui consente di analizzare grandi quantità di fonti. È altrettanto importante che sia capace di costruire una memoria personalizzata, ad hoc, al servizio dell’utente. Accumulando e aggiornando le informazioni, permette di costruire una base di conoscenza sempre più solida e in continuo aggiornamento. Un ultimo aspetto che desidero segnalare è che, con il supporto di queste piattaforme, è possibile monitorare in simultanea non solo i nodi delle reti complesse, ma anche il fluire delle connessioni e le relative dinamiche di potere – un campo di indagine particolarmente rilevante, ad esempio, nelle attività di contrasto al terrorismo internazionale.
Per organizzazioni come Boko Haram in Africa l’uso sempre più frequente della AI costituisce al tempo stesso una loro nuova vulnerabilità. Oggi si è creato, infatti, un nesso strettissimo tra cybersicurezza, cyberdefence e intelligenza artificiale. Le grandi piattaforme possono contribuire all’ aziome dei governi per il contrasto e la prevenzione gruppi terroristici. Lo stesso vale per la guerra psicologica. I proxy dell’Iran (Hezbollah, Hamas, ecc.) fanno largo uso della AI per costruire le fake news e false narrative con cui inondare la rete.
Più in generale, l’uso militare della AI a scopi difensivi pone rilevanti dilemmi politici, perché la difesa aerea non funziona se non con sistemi autonomi. Intercettare in cielo missili e droni è l’unico modo di salvare la vita ai civili. Mi propongo di approfondire questo aspetto in un prossimo lavoro.
In conclusione, l’intelligenza artificiale può potenziare il lavoro dell’analista o del giornalista investigativo, ma solo se viene usata con rigore e spirito critico. Chi la vive come una comoda scorciatoia rischia grosso. Chi invece ha il coraggio di sfidarla in modo argomentato e creativo, per contrastare il dominio del pensiero e delle informazioni mainstream, può ottenere ottimi risultati purché adotti l’approccio Slow AI. La tecnologia evolve rapidamente, ma alla fine tutto dipende dalle persone…

Un risultato scientifico che ridefinisce la velocità
Un femtosecondo è 10 secondi. In 74 femtosecondi la luce percorre meno di un centesimo dello spessore di un capello. È un tempo talmente breve che, se un secondo fosse l’età dell’universo, un femtosecondo sarebbe un battito di ciglia.
Eppure, in questo intervallo infinitesimale, un gruppo di ricercatori dell’Università di Tel Aviv, tra cui il fisico Dr. Lior Michaeli, è riuscito a dirigere e rimodellare un impulso luminoso. Non è un record fine a sé stesso: è un cambio di paradigma.
Perché manipolare la luce è così difficile
La luce è veloce, instabile, difficile da “afferrare”. Per modificarne la forma in tempi così brevi servono:
* materiali non lineari che reagiscono istantaneamente ai fotoni
* strutture nanometriche capaci di guidare l’onda senza disperderla
* laser ultracorti che generano impulsi controllabili
* modulatori ottici che operano a scale temporali estreme
Il risultato è un dispositivo che non si limita a far passare la luce: la scolpisce.
In 74 femtosecondi è possibile:
* cambiare direzione al fascio
* comprimerlo o allungarlo
* modificarne la fase
* alterarne la frequenza
* modulare l’intensità
È come prendere un’onda che dura un nulla e plasmarla come argilla.
Questa capacità è la base dell’informatica fotonica, la disciplina che vuole sostituire gli elettroni con i fotoni nei circuiti.
Perché è una svolta per i computer del futuro
Oggi i computer usano elettroni: lenti, dissipativi, soggetti a resistenza e calore. La luce, invece:
* viaggia più veloce
* genera meno calore
* consuma meno energia
* trasporta più dati
La pagina che stai leggendo su X lo riassume bene: i computer di domani useranno la luce perché è il mezzo più efficiente dell’universo.
Manipolare impulsi luminosi in 74 femtosecondi significa poter costruire:
* chip fotonici che superano i limiti del silicio
* data center per l’IA più veloci e meno energivori
* reti internet con capacità enormemente superiori
* diagnostica medica più rapida e nitida
* sensori avanzati per robotica, veicoli autonomi e aerospazio
* strumenti scientifici ultraveloci per osservare fenomeni prima invisibili
È un salto tecnologico che tocca ogni settore dell’informazione.
La capacità di manipolare la luce a queste scale temporali non è solo scienza: è strategia.
* IA e supercalcolo: accelerazione dei modelli, riduzione dei consumi.
* Telecomunicazioni: reti ottiche più stabili e capaci.
* Difesa e sicurezza: sensori fotonici più rapidi e precisi.
* Biomedicina: imaging in tempo reale di processi cellulari.
* Industria dei semiconduttori: transizione dal silicio alla fotonica integrata.
La pagina X che stai visualizzando sottolinea che Israele “continua a pesare molto più del suo peso nella scienza e nell’innovazione globale”. Ed è un’affermazione che trova riscontro: la fotonica è una delle tecnologie strategiche del XXI secolo.
Una nuova era: dall’elettronica alla fotonica
Se il Novecento è stato il secolo dell’elettronica, il XXI secolo potrebbe essere quello della fotonica computazionale.
La manipolazione ultrarapida della luce apre la strada a:
* processori ottici
* memorie fotoniche
* interconnessioni basate su impulsi luminosi
* computer ibridi elettro-fotonici
* architetture completamente nuove
Non si tratta di rendere i computer “più veloci”: si tratta di cambiare il modo stesso in cui elaborano l’informazione.
In 74 femtosecondi non succede nulla, per noi. Per la luce, succede tutto.
Il lavoro del Dr. Lior Michaeli e del team dell’Università di Tel Aviv dimostra che siamo all’inizio di una rivoluzione: la capacità di controllare la luce con la stessa naturalezza con cui oggi controlliamo l’elettricità.
È la porta d’ingresso verso computer che non scaldano, reti che non collassano, diagnostica che non aspetta, e scienza che non rallenta.

Per lungo tempo il turismo nelle città d’arte è stato considerato una risorsa da accrescere (quasi) senza limiti. Oggi gli effetti negativi sembrano troppi e difficili da governare. Sarebbe istruttivo guardare a un dispositivo apparentemente estraneo alla pianificazione turistica urbana: la zonizzazione delle aree protette e dei parchi.
Nei parchi il territorio non viene considerato come uno spazio omogeneo, ma viene articolato in zone caratterizzate da diversi valori, livelli di vulnerabilità e regimi di accesso. La zonizzazione serve dunque a graduare la tutela e a rendere compatibili, entro determinati limiti, conservazione, fruizione e attività economiche. La legge quadro italiana sulle aree protette prevede infatti una differenziazione delle forme di uso, godimento e tutela del territorio.
Trasferito alla città d’arte, questo principio potrebbe suggerire una nuova forma di governo dei flussi turistici. Non si tratterebbe semplicemente di dividere lo spazio urbano in aree monumentali, commerciali o residenziali, ma di individuare diversi gradi di vulnerabilità e pressione turistica. Un luogo particolarmente fragile potrebbe richiedere accessi contingentati, prenotazioni, limitazioni per i gruppi organizzati e una regolazione degli eventi. Un’area già congestionata potrebbe essere sottratta a ulteriori concentrazioni ricettive e commerciali. Al contrario, quartieri dotati di servizi e collegamenti adeguati potrebbero accogliere itinerari alternativi, attività culturali e nuove forme di ospitalità.
La questione centrale non sarebbe quindi soltanto: “Quanti turisti può contenere la città?”. Occorrerebbe domandarsi: “Quali usi sono compatibili con ciascun luogo, in quale misura e in quali momenti?”. La capacità di carico non è infatti un dato esclusivamente numerico. Comprende la resistenza fisica dei monumenti, la qualità dell’esperienza, l’impatto ambientale, la sostenibilità economica e il rapporto tra visitatori e residenti. Le politiche internazionali sul turismo urbano hanno mostrato come il sovraffollamento debba essere affrontato attraverso strategie integrate di distribuzione dei flussi, regolazione degli accessi, mobilità e coinvolgimento delle comunità locali.
Il parallelo con i parchi, tuttavia, non deve essere assunto in modo ingenuo. La città non è una riserva naturale e i suoi abitanti non possono essere trattati come semplici fruitori di un ambiente da conservare. Una città storica è uno spazio abitato, attraversato da conflitti, attività economiche, memorie e pratiche quotidiane. Il rischio di una zonizzazione turistica è quello di trasformare il centro storico in un museo a cielo aperto, proteggendone l’immagine ma svuotandolo della sua vita sociale.
La tutela, inoltre, potrebbe diventare uno strumento ambiguo. Limitare gli accessi ai monumenti senza intervenire sugli affitti brevi, sulla rendita immobiliare o sulla scomparsa dei servizi di prossimità significherebbe governare soltanto gli effetti più visibili del turismo, lasciando intatte le cause della trasformazione urbana. Per questo la zonizzazione dovrebbe essere collegata alle politiche abitative, alla mobilità, al commercio e alla fiscalità locale.
In tale prospettiva, il riferimento più adeguato non è tanto l’idea di una città separata in compartimenti, quanto quella di un paesaggio urbano storico composto da valori diversi e stratificati. La raccomandazione UNESCO sul Historic Urban Landscape invita a considerare il patrimonio urbano non come una collezione di monumenti isolati, ma come l’insieme delle relazioni tra ambiente, architettura, pratiche sociali e sviluppo contemporaneo.
La zonizzazione potrebbe allora diventare una “zonizzazione della vulnerabilità, della fruizione e dell’abitabilità”. Essa dovrebbe individuare le aree di massima pressione, i luoghi di particolare fragilità patrimoniale, gli spazi prevalentemente residenziali, i nodi di transito e le zone in cui distribuire nuovi percorsi culturali. Il suo obiettivo non sarebbe semplicemente vietare, ma orientare. Ovvero, sottrarre alcuni luoghi alla saturazione, restituire centralità ai residenti e costruire un’offerta turistica più diffusa e meno dipendente dalle icone monumentali.
Il confronto con la pianificazione dei parchi, dunque, non è una forzatura (i contesti ambientali e giuridici sono diversi) purché venga inteso come un trasferimento critico di metodo. Dalla zonizzazione ambientale si può trarre l’idea che territori diversi richiedano regole diverse; dalla città, invece, occorre conservare la consapevolezza che ogni tutela è inseparabile dalla vita sociale. Governare il turismo non significa congelare la città, ma stabilire le condizioni affinché il patrimonio continui a essere abitato, interpretato e condiviso.

Perché milioni di persone che ritengono di aver bisogno di cure non le desiderano: uno sguardo ai risultati dello studio NSDUH.
Questa settimana, analizzo nel dettaglio i risultati del rapporto relativi al trattamento dei tossicodipendenti: il numero di persone che lo hanno ricevuto, il numero di persone a cui è stata diagnosticata una dipendenza e il numero di persone che, pur avendone bisogno, non lo hanno ricevuto. E, soprattutto, i motivi per cui non lo hanno ricevuto.
Prima di entrare nel dettaglio, vorrei chiarire quello che definisco il concetto convenzionale di "divario terapeutico" e ciò che, a mio avviso, tralascia o elude.
Nel mondo delle politiche sulle droghe e delle dipendenze si parla molto di un "sistema di trattamento fallimentare". Sentirete spesso dire che questo sistema fallimentare crea un "divario terapeutico". In realtà, significa solo che molte persone hanno bisogno di aiuto ma non lo ricevono. In questo contesto, sento citare spesso una statistica: circa 9 persone su 10 a cui viene diagnosticato un disturbo da uso di sostanze (SUD) non ricevono un trattamento. Da qui, la storia del "divario terapeutico" accelera e passa direttamente a "aumentare l'accesso", un altro slogan che si sente ovunque. Accesso. Accesso. Abbiamo bisogno di più accesso. Lo dicono tutti.
In alcune aree, come la buprenorfina per la dipendenza da oppioidi, l'accesso è stato notevolmente ampliato, ma ciò non ha portato a un aumento del numero di persone che si recano in clinica per ottenere il farmaco. Nonostante i farmaci siano il trattamento migliore, oltre l'80% Circa 3,4 milioni di persone con dipendenza da oppioidi non hanno ricevuto alcun trattamento farmacologico. Sebbene la situazione presenti diverse complicazioni, ampliare l'accesso alle cure non significa automaticamente che un maggior numero di persone vi acceda .
Allargando lo sguardo: quasi 38 milioni di persone con una diagnosi di dipendenza non hanno ricevuto un trattamento nel 2025. Ma è un errore attribuire questo numero impressionante a un problema di accesso. Forse vorremmo che fosse un problema di accesso. Se lo fosse, la soluzione sarebbe molto più semplice.
Cosa sta succedendo a decine di milioni di persone che presumibilmente avrebbero bisogno di cure ma non le hanno ricevute? Chi sono? Qual è il loro problema? Cosa sappiamo e cosa non sappiamo? E si tratta di un problema esclusivo delle dipendenze?
Ecco cosa sappiamo dallo studio NSDUH: questa enorme fetta di persone non riceve cure perché pensa di non averne bisogno.
Vale la pena ripeterlo: non pensano di averne bisogno!
Circa il 94% (~35 milioni) rientra in questa categoria. Si tratta di un gruppo enorme di persone che non hanno cercato cure né credevano di averne bisogno.
Questo solleva una serie di domande e problemi complessi. Tendo ad analizzare le cose attraverso una lente materialista, il che significa che penso alla struttura. E questo modo di pensare crea una tendenza – o un pregiudizio – a concentrarsi sulle barriere strutturali, come quelle economiche e i costi. Ma il problema del trattamento delle dipendenze presentato in NSDUH non è in realtà di natura strutturale o materiale. Costi, assicurazione, stigma riguardo alle conseguenze sulla vita o sul lavoro: tutto ciò è importante, ma si colloca ben al di sotto di quello che sembra essere un blocco psicologico e motivazionale di base.
Ora, non credo che dobbiamo semplicemente scuotere quasi 40 milioni di persone dal loro stato di negazione. Non penso che la negazione comune sia il problema principale. Sì, dipendenza e negazione vanno di pari passo. Ma non credo che tutte le persone in questa situazione siano illuse sulla propria vita e non riescano a vedere cosa sta succedendo. È possibile che non si tratti di autoinganno, ma di un'accurata autovalutazione dei propri bisogni.
Cercherò quindi di analizzare la questione nel modo più sistematico possibile, con le poche informazioni a nostra disposizione, riguardo ai motivi per cui le persone pensano di non aver bisogno di aiuto.
Innanzitutto, ecco una ripartizione per età di coloro che hanno effettivamente ricevuto un trattamento. Il gruppo più numeroso è quello dei giovani (dai 12 ai 17 anni), seguito dagli adulti (dai 26 anni in su). Credo che questo sia logico: gli adolescenti vengono scoperti a fare uso di droghe dai consulenti scolastici e dai genitori, che possono imporre un trattamento. Gli adulti più anziani, invece, hanno avuto più tempo per accumulare conseguenze (perdita del lavoro, problemi di salute, pressioni familiari, assicurazione e stabilità finanziaria) che alla fine li spingono verso un trattamento.
Ora, vediamo chi ha più bisogno di cure. È lo stesso gruppo che ne ha ricevute di meno. Quel fastidioso gruppo tra i 18 e i 25 anni.
I giovani tra i 18 e i 25 anni si trovano in una fase particolare della vita. Non sono più bambini, ma non sono ancora del tutto adulti. Hanno superato la fase della rigida supervisione genitoriale e delle pressioni scolastiche. Tuttavia, non hanno ancora le basi della vita adulta, come un'assicurazione sanitaria aziendale, una famiglia a carico e le conseguenze concrete delle proprie azioni. Questa è anche la fascia d'età che sta ancora sperimentando e imparando a diventare adulta. Alcuni in questa fascia d'età potrebbero considerare normale l'uso massiccio di droghe. Non viene percepito come una dipendenza, anche se ne soddisfa alcuni criteri. Potrebbe essere una fase temporanea della giovane età adulta, piuttosto che un problema da affrontare. A quest'età c'è ancora molto tempo e flessibilità per cambiare le cose.
Molte persone, con l'età, superano o abbandonano gradualmente i comportamenti di dipendenza senza bisogno di alcun trattamento o aiuto.
Tuttavia, è proprio in questa fase giovanile e impressionabile che la dipendenza può davvero radicarsi. Quindi non è giusto liquidare questo gruppo come se non avesse bisogno di aiuto. Ma d'altra parte, questo gruppo di giovani adulti non rappresenta nemmeno lontanamente i 38 milioni di persone che pensano di non aver bisogno di cure.
Penso che, in parte, il problema risieda nell'immagine e nella percezione che si ha del trattamento.
Le persone che soddisfano i criteri per un disturbo da uso di sostanze, a cui viene detto che hanno bisogno di un trattamento, quando immaginano come sia questo trattamento, pensano: Assolutamente no! Non fa per me.
Quando la maggior parte delle persone immagina il "trattamento per la dipendenza", vede la versione popolare. Vedono ciò che viene rappresentato nei film e in TV: entrare in una struttura da qualche parte, scomparire da scuola, lavoro, amici, famiglia, qualsiasi cosa, per 30, 60 o 90 giorni, a volte anche di più. E poi, attraverso questo trattamento intensivo, interminabili ore di terapia di gruppo e test antidroga, costante elaborazione delle emozioni, controlli periodici, monitoraggio e parlare incessantemente di sé stessi, in qualche modo si emerge da tutto questo come una persona cambiata. Ma non si è guariti! Viene detto che non si guarirà mai. Quindi si intraprende una vita di mantenimento senza fine per rimanere totalmente sobri al 100%. Ora si va a più riunioni degli Alcolisti Anonimi o dei Narcotici Anonimi ogni settimana e la sobrietà è la propria vita,
È una richiesta difficile da accettare. Ma è anche irrealistica. Non è minimamente necessaria per la maggior parte delle persone. Eppure è ciò che la maggior parte di noi immagina. È una richiesta enorme. È uno sconvolgimento totale. Significa mettere in pausa tutta la propria vita, solo che non esiste un pulsante di pausa per la vita, quindi tutto continuerà ad andare avanti senza di te, il che è ancora peggio.
Se questo è l'unico modello mentale che una persona ha per "chiedere aiuto", non è difficile capire perché oltre il 90% degli adulti con una diagnosi di dipendenza concluda di non aver bisogno di aiuto. Il costo immaginario di "risolvere" il problema – che, ripeto, non credo che neghino completamente – sembra enormemente sproporzionato rispetto a quanto grave sia la situazione nella vita di tutti i giorni.
Sappiamo che la gravità conta. La probabilità di ricevere un trattamento è proporzionale alla gravità, come ci si aspetterebbe. Una persona con un disturbo grave ha circa 7 volte più probabilità di ricevere un trattamento rispetto a una persona con un disturbo lieve (28,9% contro 4,1%). Il punto importante è che il gruppo più numeroso di persone non rientra nella categoria dei casi gravi. Il gruppo più numeroso presenta una forma più lieve con meno sintomi. Si tratta di un numero più che doppio rispetto alla somma dei gruppi con disturbi moderati e gravi. Le persone con un disturbo lieve non necessitano di queste cure intensive. Ma è così che interpretano il termine "aiuto".
Una delle ironie di tutta questa situazione è che la riabilitazione in regime di ricovero è in realtà in declino. La consulenza ambulatoriale (4,4 milioni di persone), la telemedicina (3,6 milioni) e i farmaci per la dipendenza da oppioidi o alcol che si assumono a casa mentre si svolge la vita normale, superano di gran lunga i ricoveri in regime di ricovero (2,2 milioni).
Ma non credo che la maggior parte delle persone lo abbia ancora capito. L'immagine del trattamento è ancorata al passato. Il modo in cui viene rappresentato nella cultura popolare è di scarso aiuto. È quasi sempre iperbolico e ridicolo e alimenta questa errata percezione che la dipendenza sia un grave attacco di follia che richiede il ricovero in un istituto. Quindi chi ha un caso più lieve probabilmente non ha idea che ci siano cose che potrebbe fare per migliorare la propria situazione. Ma sentono le parole "dipendenza", "disturbo da uso di sostanze" e "trattamento" e, giustamente, si spaventano.
Oggigiorno, la maggior parte dei "trattamenti" non sembra affatto un modo per lasciarsi la propria vita alle spalle. Sembra piuttosto un appuntamento settimanale o mensile, il ritiro di una ricetta e via. È come quello che faccio io: vado da un terapeuta (che non è specializzato nemmeno nel trattamento delle dipendenze) e parliamo.

Con la sentenza n. 2195 del 4 giugno 2026, la Terza Sezione Civile della Corte d'Appello di Firenze ha riformato la pronuncia del Tribunale di Livorno n. 227/2024, in una controversia in materia di immissioni e responsabilità per danno da cose in custodia.
Una condomina aveva convenuto in giudizio il proprio condominio (oltre 180 unità immobiliari, circa 900 residenti) e la società di gestione del servizio rifiuti, lamentando che nell'estate 2018 – in occasione dell'attivazione della raccolta "porta a porta" – cinque cassonetti per la differenziata erano stati collocati in un'area condominiale privata a ridosso della sua abitazione, a circa 2,5 metri dalla finestra della camera da letto. Poiché dai bidoni provenivano odori nauseabondi e rumori intollerabili, sia per il conferimento notturno dei rifiuti da parte dei condomini, sia per le operazioni di raccolta mattutine a partire dalle ore 6.00, l'attrice era stata costretta a tenere le finestre chiuse e a rinunciare all’uso del proprio cortiletto esterno. La situazione si era protratta per circa 535 giorni.
Si rivolgeva quindi Il Tribunale di Livorno per la richiesta di risarcimento dei danni subiti. Il Giudice di Primo grado, pur escludendo l'applicabilità degli artt. 844 cc e seg, in materia di immissioni intollerabili (ritenendo che i cassonetti si trovassero su strada pubblica e che le norme sulle immissioni riguardassero solo i rapporti tra fondi), aveva accertato la responsabilità da cose in custodia ex art. 2051 c.c., in capo al condominio e gestore condannandoli in solido a risarcire alla danneggiata € 55.446,62.
Presentato appello contro la sentenza di primo grado, la Corte di Appello di Firenze ha innanzitutto corretto la ricostruzione fattuale: i cassonetti erano collocati in un'area privata di pertinenza del condominio, confinante con la proprietà dell'attrice, e non sulla strada pubblica; non vi era stato alcun "accordo" tra condominio e gestore per la posizione dei cassonetti. Pertanto ha affermato che la norma correttamente applicabile è l'art. 844 c.c. sulle immissioni – sussistendo propagazioni materiali da un fondo privato a un fondo confinante – e ha accertato sulla base di un quadro istruttorio univoco (testimonianze, CTU) il superamento della normale tollerabilità che hanno inquadrato una situazione di oggettiva intollerabilità, lesiva del diritto costituzionalmente tutelato alla normale qualità della vita domestica (art. 8 CEDU) all’interno della propria abitazione.
In tal senso il condominio, proprietario dell'area da cui provenivano le immissioni, ne risponde ex art. 844 c.c., mentre il gestore risponde ex art. 2051 c.c. quale custode dei cassonetti.
La sussistenza del danno è stata accertata come danno alla salute di natura psichica consistente in un “Disturbo dell’affidamento con aspetti misti, ansia e depressione, causalmente riconducibile alle immissioni intollerabili”.
La Corte di Appello ha ridotto la somma a titolo di risarcimento utilizzando un diverso e motivato metodo di quantificazione del danno. La Corte ha quindi censurato il metodo del Tribunale (diaria piena per inabilità totale), ed ha richiamato il principio affermato dalla Cass. n. 8630/2026, secondo la quale i parametri tabellari dell’art. 139 del Codice delle Assicurazioni costituiscono un punto di partenza da cui il giudice può e deve discostarsi quando il caso presenti peculiarità tali da rendere incongruo il risultato. La durata eccezionale dell'esposizione (535 giorni, quasi un anno e mezzo), la gravità delle immissioni e la compressione del diritto all'abitazione hanno giustificato una rivalutazione equitativa.
La sentenza segnalata è interessante per l'affermazione, tra gli altri, dei seguenti principi: in primo luogo, la responsabilità ex art. 844 c.c. impone al condominio – anche quando la collocazione dei cassonetti sia stata imposta da un'ordinanza comunale – di adottare ogni misura utile a proteggere i condòmini, eventualmente anche attivando la tutela giudiziaria d'urgenza, poiché il proprietario del fondo non può invocare l'imposizione del gestore per sottrarsi al proprio potere-dovere di impedire immissioni intollerabili.
In secondo luogo, in presenza di un danno biologico temporaneo di durata eccezionale, il giudice non può arrestarsi al risultato aritmetico dell'art. 139 Cod. Ass., ma deve operare una valutazione equitativa che valorizzi l'effettiva portata del pregiudizio subito, garantendo l'integralità del risarcimento senza eccedere nel simbolico né nell'esorbitante.

Il sistema internazionale di controllo delle droghe, fondato su tre convenzioni ONU adottate nel 1961, 1971 e 1988, mostra crepe sempre più evidenti. Un'analisi pubblicata su EJIL: Talk!, il blog accademico del European Journal of International Law, affronta il tema con una domanda di fondo: questo quadro normativo è ancora adeguato agli obiettivi che si propone?
Il nodo centrale è la tensione crescente tra l'impostazione proibizionista delle convenzioni e le politiche nazionali che un numero sempre maggiore di paesi ha adottato, scegliendo la via della legalizzazione o della depenalizzazione di alcune sostanze — a cominciare dalla cannabis. Paesi come Uruguay e Canada, e numerosi stati degli USA, hanno costruito mercati regolamentati per uso non medico della cannabis, in aperta contraddizione con gli obblighi sanciti dalla Convenzione unica sugli stupefacenti del 1961, che classifica ancora la sostanza tra quelle sottoposte ai controlli più severi.
Lo studio mette a fuoco le possibili strade per riformare il sistema, senza necessariamente demolirlo. Tra le opzioni analizzate: emendamenti formali alle convenzioni esistenti, l'introduzione di deroghe che consentano margini di flessibilità ai singoli stati, oppure l'adozione di nuovi strumenti giuridici internazionali in grado di affiancare o sostituire il quadro attuale. Nessuna di queste strade è priva di ostacoli politici e giuridici, ma il dibattito accademico le considera ormai non più rinviabili.
Un elemento ricorrente nell'analisi è il contrasto tra le norme internazionali vigenti e le evidenze scientifiche sull'efficacia reale delle politiche repressive sulle droghe. Decenni di applicazione del regime proibizionista non hanno prodotto la riduzione attesa del consumo e del traffico illecito, mentre hanno generato costi rilevanti sul piano dei diritti umani e della salute pubblica. La ricerca scientifica segnala da tempo l'efficacia di approcci alternativi — dalla riduzione del danno alla regolamentazione controllata — che l'attuale architettura delle convenzioni ONU tende a rendere giuridicamente problematici.
Il tema è oggi al centro del dibattito istituzionale. Nella sessione del 2025 della Commissione ONU sugli stupefacenti (CND), la Colombia ha presentato una risoluzione storica — poi approvata come Risoluzione 68/6 — che istituisce un gruppo indipendente di esperti con il mandato di valutare il funzionamento del sistema internazionale di controllo delle droghe e formulare raccomandazioni per una sua più efficace attuazione. I risultati del panel saranno presentati alle sessioni CND del 2026 e del 2027.
Il quadro normativo internazionale, costruito in un'epoca molto diversa dall'attuale, si trova così di fronte a una sfida di adeguamento che coinvolge diritto, scienza e politica insieme.
Heathrow non è più l'aeroporto più trafficato d'Europa, ora il titolo è passato a Istanbul. A segnare il sorpasso è stato il mese di luglio che ha visto lo scalo turco registrare 8,15 milioni di passeggeri contro i 7,86 milioni di quello londinese. L'hub britannico ha mantenuto il primato di scalo d'Europa dal 1996 al 2019, prima di perdere la posizione in vetta nel 2020 per le restrizioni legate alla pandemia da Covid e riconquistarla nel 2023. Il mese scorso, però, il traffico è calato dell'1,5% su base annua, mentre quello di Istanbul è cresciuto del 2,3%.
Pesa in particolare il crollo del 20,2% dei collegamenti con il Medio Oriente, legato al conflitto contro l'Iran. I vertici dello scalo britannico hanno sottolineato la necessità di accelerare i lavori per realizzare la terza pista. Un anno fa il governo laburista guidato dall'allora premier Keir Starmer aveva dato luce verde al maxi-progetto di espansione per Heathrow, che prevede un investimento da 21 miliardi per la realizzazione di una terza pista per i decolli e gli atterraggi.
(TTG)
REGNO UNITO. Organoidi da cellule NHS per ridurre i test sugli animaliIl Regno Unito avvierà un programma per coltivare organi umani in miniatura — i cosiddetti organoidi — a partire dalle cellule dei pazienti del Servizio Sanitario Nazionale (NHS), con l'obiettivo di migliorare la sperimentazione dei farmaci e ridurre il ricorso agli animali nella ricerca. Come riporta Health Tech World riprendendo l'articolo del Guardian, gli scienziati utilizzeranno questi aggregati di tessuto umano per studiare come le malattie si manifestano in modo diverso da paziente a paziente, aiutando così a individuare le terapie più efficaci in funzione della specifica patologia di ciascuno.
Il nuovo programma sarà coordinato da un polo di ricerca con sede a Cambridge, finanziato con 20 milioni di sterline dal Medical Research Council (MRC). I ricercatori lavoreranno alla creazione di una biblioteca di organoidi standardizzati e validati, messi a disposizione sia del mondo accademico sia dell'industria farmaceutica per accelerare lo sviluppo di nuovi farmaci.
Il finanziamento complessivo dell'iniziativa è più ampio: MRC, Wellcome e Innovate UK hanno stanziato congiuntamente 15,9 milioni di sterline per sviluppare modelli avanzati di malattia basati su cellule e tessuti umani. Il programma comprende organoidi derivati da cellule staminali, colture di tessuto prelevato durante interventi chirurgici e sistemi organ-on-a-chip, che combinano colture cellulari con microfluidica per riprodurre la struttura e il funzionamento di diversi tessuti.
L'iniziativa si inserisce nel piano più ampio del governo Starmer per ridurre progressivamente la sperimentazione animale. La strategia, presentata a novembre 2025, punta sulle cosiddette "nuove metodologie di approccio" (NAMs): oltre agli organoidi, comprende sistemi organ-on-a-chip e intelligenza artificiale per elaborare dati e modellare i processi biologici. Entro fine 2026 saranno sospesi i test sugli animali per irritanti cutanei e oculari; entro il 2027 sarà eliminato il test del botulino sui topi; entro il 2030 si ridurranno i test metabolici su cani e primati non umani.
I numeri attuali danno la misura del fenomeno: nel 2024 nel Regno Unito sono state condotte 2,54 milioni di procedure su animali, in calo del 3,8% rispetto all'anno precedente. Oltre il 90% ha riguardato topi, ratti, pesci e uccelli, ma una quota minoritaria ha coinvolto specie particolarmente protette come cani e scimmie. Storicamente, oltre il 90% dei farmaci che superano i test sugli animali fallisce poi nelle sperimentazioni cliniche sull'uomo, il che mette in discussione l'effettiva utilità predittiva di quei test.
Sul fronte degli organoidi specifici, il gruppo guidato da Matthias Zilbauer, professore clinico di gastroenterologia pediatrica presso il Cambridge Stem Cell Institute, partirà con organoidi per le malattie infiammatorie intestinali come la colite ulcerosa e il morbo di Crohn. Altri ricercatori si concentreranno sulla crescita di tumori in vitro per migliorare i trattamenti oncologici, e su organoidi cerebrali per lo studio delle patologie neurologiche. Nel frattempo la società VivoSphere sta sviluppando test cardiaci di sicurezza coltivando cellule del cuore in piccole sfere di gel: test che tradizionalmente richiedono dai 50 ai 100 animali, tra porcellini d'India, conigli e cani.
Anche i regolatori di farmaci statunitensi ed europei stanno incoraggiando approcci alternativi ove disponibili, segnalando una convergenza internazionale verso modelli di ricerca basati direttamente sulla biologia umana.
ITALIA. A2A multata da ARERA: 5 milioni per manipolazione del mercato elettricoL'ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) ha inflitto una sanzione da 5 milioni di euro al gruppo A2A, una delle principali multiutility italiane, per manipolazione del mercato elettrico all'ingrosso. Come riporta Businessonline.it, il provvedimento è stato formalizzato con una delibera pubblicata il 30 luglio 2026.
Stando a quanto emerso dall'istruttoria, nel 2022 A2A avrebbe adottato una strategia di offerta con alcuni impianti a ciclo combinato tale da fissare il prezzo di mercato a un livello artificioso, ossia diverso da quello che si sarebbe formato attraverso una normale interazione concorrenziale tra domanda e offerta. In pratica, la società avrebbe trattenuto economicamente una parte della capacità produttiva, condizionando così il prezzo medio mensile dell'energia. Di questo effetto avrebbe beneficiato direttamente la stessa A2A, potendo vendere la quota di energia non trattenuta a un prezzo gonfiato dalla condotta contestata.
Il riferimento normativo alla base dell'accusa è il regolamento europeo REMIT, che stabilisce norme condivise a livello europeo per garantire integrità e trasparenza nei mercati dell'energia all'ingrosso, con l'obiettivo di prevenire pratiche abusive. Arera ha anche sottolineato che le offerte delle unità produttive coinvolte sono state rifiutate in un numero molto elevato di ore, nonostante il costo marginale di breve periodo fosse inferiore al prezzo di mercato, elemento ritenuto centrale nella valutazione della condotta.
Nella quantificazione della multa, l'Autorità ha tenuto conto della posizione di A2A come primario operatore del settore e della rilevanza dei potenziali danni arrecati ai consumatori di energia elettrica, fissando l'importo anche con l'obiettivo di garantire un effetto deterrente.
A2A ha contestato il provvedimento, ritenendo che l'interpretazione del REMIT adottata da Arera non tenga adeguatamente conto delle caratteristiche dei mercati elettrici liberalizzati e delle specifiche circostanze del caso. La società ha richiamato in particolare il regolamento europeo 2019/943, secondo cui i prezzi dell'energia si formano liberamente dall'incontro tra domanda e offerta, senza tetti né minimi prefissati. Arera ha però respinto questa difesa, ribadendo che le motivazioni fornite non costituiscono legittime giustificazioni economiche o tecniche ai sensi del REMIT. A2A ha tempo 60 giorni per presentare ricorso al TAR della Lombardia, oppure 120 giorni per un ricorso straordinario al Capo dello Stato.
Va segnalato che nel medesimo periodo A2A Reti Elettriche è stata destinataria di ulteriori provvedimenti per violazioni legate alla trasparenza nella fatturazione: sarebbero stati riscontrati ritardi nella trasmissione di informazioni indispensabili alle società di vendita per una corretta bollettazione, pregiudicando il diritto degli utenti a ricevere fatture precise e dettagliate. Per questa seconda violazione è prevista una sanzione accessoria di 187.500 euro.
REGNO UNITO. Stretta sui prezzi falsi e sugli abbonamenti-trappolaIl primo ministro britannico Andy Burnham ha annunciato una serie di misure a tutela dei consumatori per contrastare due pratiche commerciali molto diffuse: gli sconti ingannevoli e gli abbonamenti difficili da disdire. Come riporta IBTimes UK, l'iniziativa rientra in un programma più ampio di cosiddetti "everyday fixes" — interventi concreti sulla vita quotidiana — con cui il governo intende alleviare la pressione economica sulle famiglie.
Sul fronte degli sconti, il governo vuole vietare la pratica di gonfiare artificialmente il prezzo di un prodotto poco prima di un'offerta promozionale, così da far apparire la riduzione più conveniente di quanto non sia in realtà. Verrà avviata una consultazione autunnale per inserire esplicitamente queste condotte nella lista delle pratiche commerciali vietate dalla Competition and Markets Authority (CMA), l'autorità britannica garante della concorrenza, rafforzando così la base legale per eventuali sanzioni. Secondo le stime del governo, la stretta sugli sconti fasulli potrebbe far risparmiare ai consumatori britannici circa 400 milioni di sterline all'anno.
Sul fronte degli abbonamenti, le nuove regole obbligheranno le aziende a semplificare le procedure di cancellazione e a informare con maggiore frequenza i clienti sui pagamenti in corso, anziché rinnovare i contratti automaticamente e in modo silenzioso a tariffe spesso più alte. Le misure, già annunciate ad aprile dal governo Starmer e inizialmente previste per la primavera prossima, verranno anticipate a gennaio su impulso di Burnham. Ai consumatori sarà inoltre garantito un periodo di recesso di 14 giorni per ottenere il rimborso di rinnovi automatici non desiderati. Il risparmio medio atteso è di circa 14 sterline al mese per famiglia.
Complessivamente, i britannici spendono ogni anno circa 1,6 miliardi di sterline in abbonamenti indesiderati.
A sostegno delle misure sugli abbonamenti si è espressa Citizens Advice, che ha ricordato come una ricerca del 2024 avesse già documentato oltre 13 milioni di persone che avevano sottoscritto inavvertitamente un abbonamento nei dodici mesi precedenti. Positivo anche il giudizio di Which?, l'associazione britannica di consumatori, che ha sollecitato una rapida applicazione delle nuove regole per proteggere i cittadini da "tattiche di prezzo subdole". Non mancano le critiche: la News Media Association, che rappresenta editori come The Sun, The Times e The Guardian, si è dichiarata "profondamente delusa" per la rapidità con cui il governo ha accelerato i tempi, lamentando l'assenza di un adeguato periodo di implementazione concordato con le imprese.
USA. La spesa sanitaria continua a crescere più dell'economiaNegli Stati Uniti la spesa sanitaria continua a crescere a un ritmo superiore rispetto all'economia nel suo insieme. Secondo quanto riporta il Paragon Health Institute, le spese sanitarie nazionali hanno raggiunto 5.300 miliardi di dollari nel 2024, pari al 18 percento del PIL, con la sola componente federale che si attesta a 1.700 miliardi di dollari.
Si tratta di una tendenza strutturale di lunga data: nel 2024 la spesa sanitaria è cresciuta del 7,2 percento a fronte di un PIL in aumento del 5,3 percento, segnando per il secondo anno consecutivo un sorpasso della spesa sanitaria rispetto alla crescita economica complessiva. Le proiezioni del Congressional Budget Office (CBO) indicano che questa dinamica è destinata a proseguire nel lungo periodo, con la quota di PIL assorbita dalla sanità attesa al 20,3 percento entro il 2033, rispetto all'attuale 18 percento.
La pressione sui conti pubblici è già oggi molto pesante. Nel 2025, la spesa federale per i programmi sanitari — Medicare, Medicaid e sussidi della legge sull'assistenza sanitaria accessibile (ACA) — ha consumato circa il 62 percento di tutte le entrate fiscali federali rilevanti (imposte sul reddito delle persone fisiche e delle imprese e contributi Medicare), una quota più che raddoppiata rispetto al 29 percento del 2000 e al 17 percento del 1975.
Sul fronte ospedaliero, nel 2023 la spesa è aumentata del 10,1 percento, raggiungendo quasi 1.500 miliardi di dollari, mentre quella per i servizi medici e clinici è salita dell'8,4 percento, arrivando a 959 miliardi. La spesa farmaceutica al dettaglio è cresciuta del 7 percento, attestandosi a 434 miliardi di dollari.
Senza riforme strutturali, avverte il Paragon Health Institute, l'aumento obbligatorio della spesa sanitaria ridurrà progressivamente lo spazio fiscale del governo federale, mettendo a rischio la sostenibilità del debito e la stabilità economica nel medio-lungo periodo. I programmi federali di sanità rappresentano oggi il principale motore dei deficit crescenti, superando persino l'intero bilancio discrezionale federale.
ITALIA. RSA in Lombardia: liste d'attesa in crescita e rette insostenibili per le famiglieLe Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) lombarde attraversano una fase di profonda difficoltà: liste d'attesa sempre più lunghe e rette mensili in continuo aumento rendono l'accesso all'assistenza per gli anziani non autosufficienti un percorso sempre più difficile per le famiglie. Come riporta Il Giorno, nell'estate 2026 la situazione risulta peggiorata rispetto agli anni precedenti, con alcune strutture nelle aree di Brescia e dell'Insubria che superano le mille posizioni in lista d'attesa.
I dati territoriali più recenti fotografano un sistema sotto pressione. Al 31 maggio 2026, la sommatoria delle posizioni in attesa nell'ATS Brescia supera le 32mila unità; l'ATS Insubria si attesta intorno alle 16mila, l'ATS Val Padana sfiora le 13mila, l'ATS Pavia si avvicina alle 7mila, l'ATS Bergamo conta poco più di 2.800 cittadini in lista e l'ATS della Montagna ne registra 1.883. Va precisato che i numeri comprendono le domande presentate contemporaneamente a più strutture, ma il trend resta comunque eloquente: nel 2025 le posizioni in attesa in tutta la Lombardia erano 122.227, contro le 113.737 del 2024 e le 68.314 del 2021.
Sul fronte economico, il report 2026 della FNP CISL Lombardia certifica che la retta media mensile nelle 738 RSA regionali ha raggiunto i 2.312 euro, pari a oltre 76 euro al giorno e quasi 28.000 euro l'anno — oltre 460 euro in più rispetto al 2024, con un trend definito "in sensibile aumento". La forbice con le pensioni medie degli anziani, che si aggirano tra i 1.300 e i 1.400 euro mensili, è evidente: le famiglie sono spesso costrette a integrare di tasca propria la differenza, oppure a orientarsi verso strutture più lontane o con servizi ridotti. Le tariffe variano anche in modo significativo da territorio a territorio: si va dai circa 60 euro al giorno nelle aree montane fino ai quasi 98 euro nell'area metropolitana milanese, con punte ancora più alte per i cosiddetti "solventi".
Tra le cause dei rincari, i gestori delle strutture indicano il rinnovo dei contratti collettivi nazionali, la carenza di personale e i costi energetici. Il tasso di saturazione dei posti nelle RSA lombarde è al 98%, con un tempo medio di attesa all'ingresso di 116 giorni. La carenza di posti nelle province di residenza spinge spesso le famiglie a cercare soluzioni altrove, con un allungamento delle code particolarmente marcato nelle ATS Montagna e Valpadana. La lontananza dalla famiglia riduce la frequenza delle visite, aggravando il senso di solitudine degli anziani ospiti.
Il geriatra Gianbattista Guerrini, presidente dell'Unione provinciale istituti per anziani di Brescia, segnala che la domanda aumenta ulteriormente nel periodo estivo, anche perché chi assiste a domicilio una persona non autosufficiente ha diritto — e dovere — di godere di un periodo di ferie. Sul piano normativo, la riforma dell'assistenza agli anziani non autosufficienti prevista dal PNRR e dalla legge delega 33 viene guardata con interesse dagli operatori del settore, che però sottolineano come senza adeguati finanziamenti anche le buone leggi rischino di restare inattuate.
ITALIA. RSA in Toscana: 10 milioni per ridurre le liste d'attesa degli anzianiLa Regione Toscana ha approvato uno stanziamento di 10 milioni di euro aggiuntivi per aumentare gli inserimenti nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) e ridurre le lunghe liste d'attesa che pesano sulle famiglie degli anziani non autosufficienti. Come riporta Controradio, nel 2025 erano ben 1.885 gli anziani in attesa di un posto nelle strutture residenziali toscane.
Il contesto demografico rende urgente l'intervento: la Toscana conta oggi circa 960.000 over 65, pari al 26% della popolazione, una quota destinata a salire fino al 35% — circa 1,2 milioni di persone — entro il 2050. A fronte di questa crescita, i costi delle RSA restano elevati e l'accesso ai posti convenzionati è tutt'altro che immediato. Dei circa 1.500 posti il cui costo è sostenuto in parte dall'ente regionale attraverso la cosiddetta "quota sanitaria", l'altra metà della retta rimane a carico del cittadino, con il contributo del Comune di residenza calcolato sull'ISEE familiare.
La delibera di giunta approvata da Palazzo Strozzi Sacrati non si limita al capitolo RSA. Prevede anche il lancio del programma "Sostegno Fragilità Anziani", finanziato con 12,8 milioni di euro, che rappresenta l'evoluzione del già noto "Pronto Badante". Il servizio è rivolto agli over 70 che si trovano per la prima volta in una situazione di fragilità: tramite un numero regionale dedicato (055-4383000) è possibile ottenere un intervento entro 24-48 ore, con visite domiciliari, orientamento ai servizi e supporto nella ricerca di assistenti familiari qualificati. È previsto inoltre un contributo una tantum di 300 euro per coprire fino a 30 ore di assistenza a domicilio. Nel primo mese di attivazione il numero ha già ricevuto 1.507 chiamate, con 725 progetti avviati.
Non mancano tuttavia le critiche sulla distribuzione territoriale dei fondi. Secondo alcune analisi, il riparto tra le diverse zone appare squilibrato: la Toscana Nord-Ovest, che concentra il 25,4% delle persone in lista d'attesa, riceve il 55,8% delle risorse, mentre la Toscana Sud-Est, con una quota analoga di lista (25,9%), ottiene soltanto il 10,2% dei fondi. Perplessità sono state sollevate anche sulla mancata pubblicazione dei criteri di riparto della componente principale del fondo — 7,5 milioni di euro — i cui parametri restano ad oggi non resi pubblici.
Sul fronte politico, il presidente della Regione Eugenio Giani ha sottolineato l'intenzione di superare i vecchi budget storici per rendere la programmazione delle RSA più coerente con la reale distribuzione della popolazione anziana nei diversi territori. L'assessora regionale alla sanità e alle politiche sociali Monia Monni ha inquadrato il provvedimento in una strategia più ampia, che punta a integrare prevenzione, domiciliarità e assistenza residenziale in un modello pubblico e universale.
USA. OMS: la riforma dei vaccini di Trump va contro decenni di evidenze scientificheL'Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un chiaro avvertimento: la riforma della politica vaccinale infantile promossa dall'amministrazione Trump contraddice "decenni di evidenze scientifiche". Come riportato da Le Monde, il direttore generale dell'OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, è intervenuto pubblicamente dopo che il presidente americano ha firmato un ordine esecutivo che chiede di ripensare gli obblighi vaccinali scolastici e di separare il vaccino MPR (morbillo, parotite, rosolia) in tre somministrazioni distinte.
Tedros ha ribadito su X che la scienza è "inequivocabile: i vaccini — incluso il vaccino MPR — sono sicuri e non causano autismo". Ha inoltre precisato che "la politica vaccinale deve essere guidata da una revisione rigorosa, indipendente e trasparente della migliore scienza disponibile, non dall'influenza politica".
Al centro del provvedimento c'è anche la figura del segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., fondatore di un gruppo antivaccinista e da tempo promotore di un nesso — scientificamente smentito — tra il vaccino MPR e l'autismo. Kennedy ha avviato una revisione generale dei vaccini, inclusi quelli in uso da decenni, ha ridisegnato il calendario vaccinale infantile e ha tagliato i finanziamenti per lo sviluppo di nuovi vaccini: misure duramente condannate dalla comunità medica e scientifica.
L'ordine esecutivo di Trump arriva in un momento particolarmente delicato: gli Stati Uniti stanno affrontando la peggiore epidemia di morbillo degli ultimi 35 anni, mentre i bambini si apprestano a tornare a scuola, con il rischio concreto di ulteriore diffusione del contagio. Va ricordato che la ricerca medica non ha mai dimostrato alcun legame tra autismo e vaccinazione, nonostante esponenti scettici continuino a ipotizzarlo.
Non si tratta del primo tentativo dell'amministrazione Trump di smantellare il sistema vaccinale americano. Kennedy aveva già cercato di modificare il calendario vaccinale pediatrico proposto dal CDC, ma un provvedimento giudiziario aveva bloccato quei cambiamenti. Il contenzioso legale è tuttora in corso. La Casa Bianca, da parte sua, sostiene che il nuovo ordine rispetti pienamente le ingiunzioni dei tribunali. Trump si è anche formalmente ritirato dall'OMS sin dal primo giorno del suo ritorno alla presidenza, nel 2025.
GEORGIA. Spazi sicuri e naloxone sfidano le leggi antidroga tra le più dure al mondo
In Georgia alcune organizzazioni della società civile resistono a una delle legislazioni antidroga più severe al mondo, costruendo spazi sicuri per i consumatori di sostanze stupefacenti e distribuendo kit di naloxone per prevenire le overdose fatali.
Lo riporta OC Media, testata indipendente specializzata nel Caucaso del Sud.
Gli operatori di queste organizzazioni vengono spesso definiti, anche da chi li frequenta, "soldati che salvano vite": lavorano in un contesto legale ostile, in cui anche il semplice possesso di quantità minime di droga può comportare l'arresto e pesanti sanzioni penali. Nonostante le politiche repressive del governo, questi gruppi cercano di raggiungere le fasce di popolazione più vulnerabili, offrendo assistenza sanitaria di base, supporto psicologico e strumenti concreti di riduzione del danno.
La Georgia è nota per avere una delle normative antidroga più rigide d'Europa e del mondo: fino a tempi recenti, anche la positività a un test antidroga poteva essere perseguita penalmente. In questo quadro, distribuire naloxone — il farmaco salvavita che inverte gli effetti delle overdose da oppioidi — o gestire spazi a bassa soglia per i consumatori equivale, agli occhi della legge, a muoversi in una zona grigia o apertamente illegale.
Le organizzazioni di riduzione del danno descritte dall'articolo operano spesso in condizioni di semi-clandestinità, per timore di ritorsioni legali nei confronti degli operatori stessi. Eppure continuano a svolgere un lavoro che le strutture sanitarie pubbliche non riescono — o non vogliono — garantire alle persone dipendenti da sostanze.
Il caso della Georgia caucasica è emblematico di una tensione irrisolta in molti paesi: da un lato le politiche di "guerra alla droga", dall'altro l'evidenza scientifica che i programmi di riduzione del danno — distribuzione di naloxone, scambio di siringhe, spazi di consumo sorvegliato — salvano vite e riducono la diffusione di malattie infettive come HIV ed epatite C, senza aumentare il consumo di sostanze nella popolazione generale.
COSTARICA. Costa Rica e turismo cannabis: opportunità e rischi legali per i viaggiatori
Il Costa Rica si sta affacciando con crescente interesse al segmento del turismo legato alla cannabis, ma tra normativa ancora incompleta e leggi penali in vigore, i rischi per i visitatori restano concreti e seri. Come riporta The Traveler, il paese si sta posizionando come la destinazione più "cannabis-curiosa" dell'America Centrale, trainato da nuove regole su prodotti medici e canapa industriale che alimentano aspettative di una nicchia redditizia nel settore del benessere e del turismo naturalistico.
Nel marzo 2022, il Costa Rica ha approvato formalmente la cannabis medica e la canapa industriale con la Legge 10113, definendo un quadro per la coltivazione, la trasformazione e la distribuzione. Tuttavia, le pubblicazioni governative legate alla sua attuazione si concentrano principalmente sulle licenze agricole, sugli standard farmaceutici e sul potenziale di esportazione, più che su un'apertura verso i turisti.
Il divario tra le promesse della legge e la situazione sul campo è significativo: il paese ha deliberatamente limitato la legalizzazione ai canali medici e industriali. Qualsiasi futura apertura verso un sistema ricreativo regolamentato richiederebbe modifiche legislative, una regolamentazione estesa e un consenso politico oggi ancora lontano. Fino ad allora, il turismo legato alla cannabis può svilupparsi solo entro i confini della legge vigente, che non consente vendite ricreative in stile dispensary né spazi di consumo aperti pensati per i visitatori.
La distanza tra legge formale e pratica quotidiana genera però segnali contrastanti per chi viaggia. In alcune zone turistiche e di vita notturna, i visitatori riferiscono di ricevere offerte informali di cannabis o derivati — come vaporizzatori e caramelle gommose — spesso a prezzi elevati e senza alcuna garanzia su potenza, contaminanti o liceità. L'assenza di controlli visibili in questi contesti può creare una falsa sensazione di tolleranza ufficiale.
I rischi, però, non si fermano a quelli legali. I rapporti sulla sicurezza per i visitatori segnalano che le stesse reti che forniscono cannabis possono essere coinvolte in estorsioni, rapine e violenti conflitti territoriali. Gli analisti avvertono che i turisti che si rivolgono a spacciatori sconosciuti non solo rischiano l'arresto, ma si espongono a truffe e, in alcuni casi, ad aggressioni fisiche. Sono stati documentati episodi in cui visitatori sono stati attirati in luoghi isolati con la scusa di acquistare sostanze, per poi essere derubati o aggrediti.
Sul piano pratico, l'accesso alla cannabis medica è precluso ai turisti stranieri, che non possono acquistarla legalmente senza una prescrizione medica costaricana — un requisito difficilmente soddisfabile durante un soggiorno breve. Il mercato ricreativo legale semplicemente non esiste: qualsiasi vendita al di fuori del canale medico è considerata reato penale.
NEPAL. Cannabis terapeutica. Provincia nepalese legalizza
La provincia nepalese di Gandaki ha ufficialmente autorizzato la coltivazione di cannabis a fini medici e industriali. La legge provinciale, entrata in vigore questa settimana dopo aver ricevuto l'approvazione definitiva dalle autorità provinciali, segna la prima volta che una provincia nepalese adotta un quadro normativo di questo tipo, nonostante il divieto a livello nazionale.
La nuova legislazione autorizza la coltivazione della cannabis esclusivamente per scopi medici e industriali . Gli agricoltori e le imprese dovranno ottenere un'autorizzazione preventiva dalle autorità provinciali, mentre la coltivazione sarà consentita solo in aree designate dal governo, sotto stretta supervisione ufficiale.
Il disegno di legge, presentato dal Ministro dell'Industria e del Turismo Yasodha Rimal , è stato approvato all'unanimità dall'Assemblea provinciale di Gandaki dopo mesi di consultazioni con esperti, comunità locali e operatori del settore. Secondo le autorità provinciali, questo quadro normativo mira a stabilire una filiera di approvvigionamento rigorosamente controllata, piuttosto che ad aprire le porte all'uso ricreativo.
Tra le sue disposizioni principali, la legge prevede che tutti i prodotti a base di cannabis siano sottoposti a test chimici obbligatori prima di essere venduti o lavorati. Le autorità possono istituire laboratori specializzati o avvalersi di istituzioni già esistenti per condurre tali analisi. La legislazione include anche misure per prevenire l'abuso e sostenere le iniziative di riabilitazione.
La provincia di Gandaki ha optato per un approccio relativamente restrittivo. La legge limita il contenuto di THC a meno del 3% , indirizzando così la coltivazione verso varietà destinate ad applicazioni mediche e industriali piuttosto che verso la produzione di varietà ad alto contenuto di THC.
Qualsiasi progetto di coltivazione richiederà un'autorizzazione ufficiale e un monitoraggio continuo. I funzionari provinciali affermano che queste misure di sicurezza sono necessarie per conformarsi al quadro giuridico vigente in Nepal, che continua a criminalizzare la coltivazione, il possesso e la distribuzione non autorizzati di cannabis in tutto il paese.
La legislazione nazionale rimane invariata. In tutto il Nepal, i reati legati alla cannabis continuano a essere punibili con pene detentive che vanno da un mese a dieci anni, a seconda della quantità coinvolta. Sebbene il Ministero degli Interni abbia studiato negli ultimi anni possibili procedure di regolamentazione , non è stato ancora adottato alcun quadro normativo nazionale.
I funzionari provinciali ritengono che la provincia di Gandaki offra vantaggi significativi per la coltivazione regolamentata della cannabis. Il ministro Yasodha Rimal ha sottolineato la geografia e il clima della regione, descrivendoli come particolarmente adatti a questa coltura.
Secondo il governo provinciale, la cannabis richiede relativamente poca acqua, può essere coltivata senza pesticidi ed è meno vulnerabile ai parassiti agricoli come le scimmie, un problema ricorrente per gli agricoltori nepalesi. I funzionari sostengono inoltre che questa coltura richiede meno manodopera e offre potenzialmente rese più elevate, risultando quindi attraente per le comunità rurali degli undici distretti della provincia.
I sostenitori di questa iniziativa vedono nella cannabis anche un'opportunità per diversificare la produzione agricola e creare una nuova attività economica basata su fibre e materie prime medicinali, piuttosto che su prodotti psicoattivi.
L'adozione di questa legge riflette il più ampio dibattito attualmente in corso in Nepal . Un tempo rinomato a livello internazionale per la coltivazione della cannabis, il Paese ha vietato la coltivazione e il commercio della pianta nel 1976 , dopo aver aderito al movimento globale contro gli stupefacenti. Da allora, la cannabis è rimasta illegale, sebbene conservi un ruolo importante in alcune tradizioni religiose e culturali.
Negli ultimi anni è aumentata la pressione per una revisione della legislazione . Prima dell'adozione della legge di Gandaki, i leader provinciali avevano già sostenuto che la coltivazione regolamentata avrebbe potuto generare opportunità economiche pur rimanendo focalizzata sugli usi medici e industriali.
In altre zone del paese, anche il comune di Ilam ha avviato con cautela una produzione regolamentata di canapa attraverso un programma pilota strettamente supervisionato, limitato alla coltivazione di fibre .
Sebbene la legge di Gandaki non annulli il divieto nazionale in Nepal, essa stabilisce comunque un precedente significativo.
(Newsweed)
USA. Otto anni dopo la legalizzazione, il consumo di cannabis in California non è aumentato
Contrariamente alle aspettative, il lancio del mercato legale della cannabis a scopo ricreativo in California non ha portato a un aumento costante dei consumi. Secondo un nuovo studio pubblicato sul Journal of Cannabis Research , la percentuale di adulti che consumano cannabis è rimasta pressoché invariata dall'apertura del mercato della cannabis per adulti nel 2018.
Ciò che è cambiato, tuttavia, è il modo in cui i californiani consumano cannabis: i prodotti commestibili a base di cannabis stanno guadagnando popolarità, mentre il fumo continua a diminuire.
La California è stato uno dei primi stati americani a legalizzare la cannabis per uso ricreativo, dopo che gli elettori hanno approvato la Proposition 64 nel 2016. Le vendite al dettaglio sono iniziate ufficialmente all'inizio del 2018, sollevando interrogativi sul fatto che un accesso legale più facile avrebbe portato a un aumento significativo dei consumi.
Nel 2017, l'anno precedente all'apertura dei negozi autorizzati, il consumo di cannabis tra gli adulti si attestava al 22,1%. Nel 2024, questa cifra aveva raggiunto il 23,5%, una differenza che i ricercatori hanno ritenuto non statisticamente significativa.
Un trend simile si è osservato anche per i consumi dei periodi precedenti. I consumi sono aumentati dal 14,5% nel 2017 al 17,7% nel 2018, in concomitanza con l'apertura del mercato al dettaglio legale, per poi diminuire gradualmente. Nel 2024, i consumi del mese precedente erano scesi nuovamente al 15,4%, tornando quasi ai livelli pre-apertura.
Complessivamente, i ricercatori stimano che circa un adulto californiano su quattro abbia dichiarato di aver fatto uso di cannabis nell'ultimo anno, mentre circa uno su sei ha dichiarato di averne fatto uso nel mese precedente, durante l'intero periodo di studio.
L'arrivo dei negozi al dettaglio non ha quindi portato a un aumento duraturo del numero di consumatori.
Gli autori sostengono che la storia della California contribuisca a spiegare questi risultati. Ben prima della legalizzazione dell'uso ricreativo, lo stato possedeva già un vasto sistema di cannabis terapeutica, istituito in seguito all'adozione della Proposition 215 nel 1996. Allo stesso tempo, un mercato illecito altamente sviluppato garantiva da tempo un ampio accesso ai prodotti a base di cannabis.
Poiché la cannabis era già facilmente reperibile prima del 2018 , l'ampliamento dell'accesso legale alla vendita al dettaglio potrebbe aver semplicemente modificato le abitudini di acquisto anziché attrarre un gran numero di nuovi consumatori.
I ricercatori spiegano inoltre che la crescente disponibilità di prodotti psicoattivi derivati dalla canapa al di fuori del mercato regolamentato della cannabis potrebbe aver influenzato i modelli di consumo in un modo che non è stato preso in considerazione dall'indagine.
Lo studio si proponeva inoltre di stabilire se i consumatori abituali avessero iniziato a utilizzare la cannabis con maggiore frequenza dopo la legalizzazione della vendita al dettaglio. Anche in questo caso, sono state osservate poche variazioni.
Tra coloro che hanno dichiarato di aver fatto uso di cannabis nel mese precedente, il consumo è rimasto concentrato alle due estremità dello spettro per tutta la durata dello studio. Circa il 40% ha riferito di averne fatto uso da uno a cinque giorni al mese, mentre circa il 37% ne ha fatto uso per almeno 20 giorni al mese.
I modelli di consumo intermedi sono rimasti molto meno diffusi e la distribuzione complessiva è rimasta stabile tra il 2019 e il 2024.
Questi risultati suggeriscono che, sebbene il mercato californiano regolamentato sia giunto a maturazione, tale sviluppo non è stato accompagnato da un aumento dei consumi tra le persone che già consumano cannabis.
Lo studio ha evidenziato cambiamenti significativi e interessanti nei modelli di consumo nei paesi in cui vige ancora il proibizionismo. Il fumo rimane il metodo di consumo di cannabis più diffuso, ma la sua prevalenza è diminuita considerevolmente.
La percentuale di consumatori che dichiarano di utilizzare spinelli, pipe o bong è diminuita da oltre il 71% nel 2019 a poco più del 58% nel 2024. Allo stesso tempo, i prodotti edibili hanno registrato una crescita significativa, passando da circa il 40% dei consumatori a oltre il 53% nello stesso periodo.
Altri metodi di consumo hanno registrato variazioni relativamente limitate. Lo svapo è rimasto stabile durante tutto lo studio, mentre il dabbing ha mostrato una leggera diminuzione che non ha raggiunto la significatività statistica.
Gli autori suggeriscono che la crescente diversità di prodotti sul mercato legale californiano, unita a una maggiore consapevolezza dei rischi per la salute associati alla combustione , potrebbe contribuire a questo graduale abbandono del fumo.
Il mercato legale sembra essere diventato la principale fonte di cannabis per la maggior parte dei consumatori. Tra i consumatori che hanno fatto uso di cannabis nell'ultimo mese e sono stati intervistati tra il 2021 e il 2024, circa il 77% ha dichiarato di averla acquistata presso un dispensario.
Amici e familiari sono rimasti la seconda fonte più comune, mentre i servizi di consegna hanno rappresentato una quota molto minore. La coltivazione domestica e gli acquisti online hanno costituito solo una parte limitata delle forniture segnalate.
Sebbene i consumi complessivi a livello statale siano rimasti sostanzialmente invariati, alcuni gruppi demografici hanno mostrato andamenti diversi. Gli aumenti più significativi si sono registrati tra gli adulti di mezza età e gli anziani.
Il consumo di cannabis nell'ultimo mese è aumentato significativamente tra le persone di età compresa tra i 40 e i 59 anni, passando dal 10,7% del 2017 al 14,5% del 2024.
Un incremento relativo ancora più marcato è stato osservato negli adulti di età pari o superiore a 75 anni, nei quali la prevalenza è più che raddoppiata durante il periodo di studio, passando dal 2,4% al 5,5%.
Al contrario, i ricercatori non hanno riscontrato alcun aumento significativo tra gli adulti di età compresa tra i 18 e i 25 anni , nonostante le frequenti preoccupazioni che la legalizzazione potesse incoraggiare un maggiore consumo tra i giovani adulti.
Lo studio ha inoltre evidenziato tendenze relativamente stabili in base al genere, mentre le variazioni tra i gruppi razziali ed etnici sono risultate modeste.
Nel complesso, questi risultati delineano un mercato della cannabis californiano che ha continuato ad evolversi senza tuttavia alterare in modo sostanziale la diffusione complessiva del consumo da parte degli adulti.
Anziché stimolare una crescita sostenuta dei consumi, il mercato legale sembra aver influenzato le modalità di approvvigionamento e consumo della cannabis da parte dei consumatori. I dispensari autorizzati sono diventati il principale canale di vendita al dettaglio, mentre i prodotti edibili continuano a guadagnare popolarità a scapito dei prodotti da fumo.
Gli autori chiariscono che lo studio non può stabilire relazioni dirette di causa-effetto perché si basa su dati provenienti da ripetute indagini trasversali. Sottolineano inoltre che i cambiamenti nella metodologia di indagine, la pandemia di COVID-19 e le normative locali disomogenee in materia di vendita al dettaglio in California potrebbero aver influenzato i risultati. Più della metà delle giurisdizioni della California vieta ancora le attività commerciali legate alla cannabis, limitando l'accesso legale in molte parti dello stato.
Ciononostante, questo studio offre una delle valutazioni a lungo termine più chiare sulle tendenze di consumo dall'inizio delle vendite al dettaglio tra adulti. Otto anni dopo l'arrivo della cannabis legale sugli scaffali dei negozi, i dati suggeriscono che il mercato legale della cannabis in California è diventato più sofisticato e diversificato, ma senza una crescita sostanziale del numero di adulti che scelgono di consumare cannabis.
(Newsweed)
I social media hanno democratizzato solo parzialmente il dibattito sui cambiamenti climatici. Gli attori consolidati continuano a dominare e le voci scettiche sul clima stanno ottenendo una visibilità sproporzionata, secondo uno studio delle Università di Zurigo e Münster.
Per la realizzazione di una revisione, i ricercatori delle Università di Zurigo (Svizzera) e di Münster (Germania) hanno analizzato la letteratura scientifica internazionale sulla comunicazione climatica sui social media, come annunciato martedì dall'Università di Zurigo.
L'analisi, pubblicata sulla rivista Nature Climate Change , ha preso in considerazione piattaforme globali come X e TikTok, nonché reti dominanti a livello regionale.
La speranza che i social media potessero democratizzare la comunicazione sul clima abbassando le barriere all'ingresso si è realizzata solo in parte. Secondo i ricercatori, i primi studi hanno inizialmente confermato che i movimenti della società civile e i cittadini venivano ascoltati con maggiore chiarezza.
Col tempo, tuttavia, è diventato evidente che attori consolidati come politici, organi governativi e media tradizionali continuavano a esercitare una forte influenza sul dibattito. Inoltre, tra le voci non consolidate, gli attori scettici sul clima hanno spesso acquisito una visibilità sproporzionata.
Questo contenuto è stato pubblicato su24 marzo 2026 Un nuovo studio dimostra che il successo delle iniziative climatiche dipende da un ampio "gruppo intermedio condizionato": elettori che si preoccupano del clima ma valutano ogni proposta in base a un'analisi costi-benefici personale.
Secondo i ricercatori, un recente sviluppo è la crescente frammentazione dei dibattiti su diverse piattaforme.
In precedenza, la ricerca si era concentrata sulle camere di risonanza all'interno delle reti individuali, dove le persone incontravano principalmente individui con idee simili. Tuttavia, anche a causa dell'ascesa di piattaforme alternative come Truth Social, le camere di risonanza si stanno formando sempre più spesso su piattaforme diverse. Gli utenti operano quindi in mondi separati, il che, secondo i ricercatori, rende più difficile raggiungere una comprensione sociale comune del cambiamento climatico.
Complessivamente, i contenuti relativi al clima rappresentano solo una piccola parte della comunicazione sui social media. Le persone con scarso interesse per l'argomento hanno meno probabilità di esservi esposte rispetto a quanto accadeva in passato attraverso i media tradizionali.
Non è chiaro se i social media promuovano la conoscenza sui cambiamenti climatici, poiché i risultati degli studi non forniscono un quadro univoco. Tuttavia, vi sono indicazioni che gli utenti dei social media tendano a sovrastimare la propria conoscenza sull'argomento.
(SwissInfo.ch)
USA. Dipendenza dai social media: oltre 3.000 causeI tre giudici del tribunale di appello di San Francisco hanno respinto il ricorso presentato da Meta, TikTok e altre aziende. Dovranno quindi affrontare un processo che riunisce oltre 3.000 cause intentate da Stati, distretti scolastici, governi locali e singoli cittadini. L’accusa è quella di aver progettato le rispettive piattaforme social in modo da creare dipendenza. Meta dovrà anche affrontare un processo, al termine del quale potrebbe pagare un risarcimento di 1.400 miliardi di dollari.
Le accuse sono rivolte a quasi tutte le piattaforme online più popolari negli Stati Uniti, tra cui Instagram, Facebook, TikTok, Roblox, Discord, Snapchat e YouTube, ma l’azienda che rischia di più è ovviamente Meta, considerato il numero di utenti. L’azienda di Menlo Park ha già perso in California e New Mexico. Nel primo caso deve pagare un risarcimento di 4,2 milioni di dollari, mentre nel secondo caso la cifra arriva a 942 milioni di dollari.
Le due sentenze potrebbero essere considerate un punto di riferimento e causare un effetto a cascata. Meta e le altre aziende avevano chiesto al tribunale di appello di annullare le decisioni della giudice Yvonne Gonzalez Rogers, in base alle quali le azioni legali potevano continuare. I giudici del tribunale di appello hanno confermato quanto deciso in primo grado.
Secondo le accuse, i social media sono stati progettati intenzionalmente per creare dipendenza, contribuendo all’aumento di depressione, ansia e altri problemi per la salute mentale degli utenti più giovani, molti dei quali sono minorenni. Le aziende aveva affermano che non sono responsabili per i contenuti pubblicati, come previsto dalla Section 230 del Communications Decency Act.
(PuntoInformatico.it)
ITALIA. Nascite. 15mila bambini in meno in un anno. Ministero SaluteNel 2025 in Italia sono nati circa 15mila bambini in meno in un solo anno, ma il numero racconta soltanto una parte della storia. Dietro il nuovo minimo della natalità c’è infatti un Paese nel quale si diventa madri sempre più tardi, una nascita su cinque riguarda una donna straniera, quasi un parto su tre avviene ancora con taglio cesareo e la procreazione medicalmente assistita entra ormai in 4,6 gravidanze ogni cento.
A mettere insieme i diversi pezzi è il nuovo Rapporto sull’evento nascita in Italia, realizzato dall’Ufficio di Statistica del ministero della Salute attraverso i Certificati di assistenza al parto, i CeDAP. Nel 2025 la rilevazione ha censito 353.240 nati e 348.329 certificati, con una copertura pressoché completa del territorio nazionale. Nel 2024 i nati rilevati erano stati 370.577.
Il dato non coincide perfettamente con quello demografico Istat, perché le due rilevazioni hanno criteri e finalità differenti: secondo le stime provvisorie dell’Istituto nazionale di statistica, i nati residenti nel 2025 sono stati 355mila, il 3,9% in meno rispetto ai 370mila dell’anno precedente. La differenza è di circa 15mila bambini, mentre il numero medio di figli per donna è sceso da 1,18 a 1,14, nuovo minimo per il Paese.
Il confronto di lungo periodo rende le proporzioni più visibili: nel 2008 erano nati più di 576mila bambini, contro i 355mila del 2025. In diciassette anni l’Italia ha quindi perso oltre 220mila nascite annuali. E il problema non dipende soltanto dalla scelta di fare meno figli: Istat sottolinea che si stanno restringendo anche le generazioni in età riproduttiva, figlie a loro volta della bassa natalità degli ultimi decenni.
La fotografia del ministero mostra innanzitutto quanto si sia spostata in avanti la maternità. Nel 2025 l’età media al parto raggiunge 33,4 anni tra le italiane, contro 31,4 anni tra le cittadine straniere; per il primo figlio l’età media sale a 32,5 anni per le italiane, mentre tra le straniere si ferma a 29,4.
È una distanza di circa tre anni già alla prima maternità e racconta due percorsi demografici differenti all’interno dello stesso Paese. Nel complesso, il 20,7% dei parti riguarda madri con cittadinanza non italiana, con un peso decisamente maggiore nelle regioni del Centro-Nord: in Emilia-Romagna, Liguria e Marche la quota supera il 32%. Tra le madri straniere, le provenienze più rappresentate sono l’Africa, con il 32,7%, e l’Asia, con il 22,4%.
Anche Istat registra lo slittamento in avanti del calendario familiare: considerando l’intera popolazione residente, nel 2025 l’età media al parto è salita da 32,6 a 32,7 anni, con il Centro che raggiunge i 33,1. La maternità più tardiva procede quindi insieme alla diminuzione della fecondità, lasciando alle coppie un arco di tempo più ristretto nel quale realizzare eventuali progetti per un secondo o un terzo figlio.
Il CeDAP permette inoltre di guardare alle condizioni sociali delle donne che arrivano al parto. Il 40,7% presenta una scolarità medio-alta e il 38% ha una laurea, mentre tra le cittadine straniere prevale una scolarità medio-bassa, pari al 40,1%. Sul lavoro emergono differenze altrettanto marcate: tra le madri italiane il 70,6% risulta occupato, mentre tra quelle straniere la condizione più frequente è quella di casalinga, con il 51,2%.
Sono numeri che aggiungono un tassello al dibattito sulla denatalità. A rinviare la nascita dei figli concorrono scelte individuali, trasformazioni culturali e percorsi di studio più lunghi, ma sullo sfondo restano anche la stabilità lavorativa, la disponibilità di servizi e la possibilità concreta di conciliare occupazione e cura.
Dove si nasce? Sempre più spesso nel pubblico. Nel 2025 il 91,3% dei parti è avvenuto in ospedali pubblici o equiparati, in aumento rispetto al 90,7% dell’anno precedente; le case di cura assorbono l’8,5%, mentre appena lo 0,11% dei parti avviene altrove, compreso il domicilio.
La dimensione del punto nascita resta però un tema sensibile. Il 58,8% dei parti avviene in strutture che registrano almeno mille nascite all’anno, mentre il 10,13% si verifica ancora in punti nascita con meno di 500 parti annui. Il dato interessa direttamente l’organizzazione della rete ospedaliera, perché volumi ridotti pongono da anni un problema di equilibrio tra vicinanza territoriale dei servizi e sicurezza dell’assistenza.
Sul tipo di parto, il cesareo continua a occupare una posizione importante: riguarda il 29,8% dei casi, poco meno di tre nascite ogni dieci: un ricorso ancora eccessivo, anche se i dati mostrano una tendenza alla diminuzione. La media nazionale, inoltre, nasconde distanze molto ampie. Negli ospedali pubblici il cesareo riguarda il 28,4% dei parti, mentre nelle case di cura accreditate sale al 44,9%. Sul territorio si passa dal 16,2% della Toscana al 43,7% della Campania; Sicilia e Sardegna sono entrambe al 39,2%, il Lazio al 37,3% e la Calabria al 34,8%.
In altre parole, il modo in cui si viene al mondo in Italia continua a dipendere anche dal luogo nel quale si nasce. Una variabilità che il rapporto analizza attraverso la classificazione di Robson, lo standard raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità per confrontare il ricorso al cesareo tra gruppi di donne con caratteristiche ostetriche simili. Anche nelle classi considerate a minore rischio, il ministero rileva differenze regionali consistenti e quindi margini di miglioramento nelle pratiche cliniche e organizzative.
Sul fronte dell’assistenza durante la gravidanza, invece, la copertura è elevata: nel 93,8% delle gravidanze vengono effettuate più di quattro visite ostetriche e nel 76,9% almeno tre ecografie. Restano però differenze nell’accesso precoce alle cure: la prima visita dopo il primo trimestre riguarda l’1,7% delle donne italiane e il 9,8% delle straniere, mentre tra le donne con titolo di studio elementare o nessun titolo la quota di prime visite oltre l’undicesima settimana arriva al 9,5%.
Nel giorno del parto, esclusi i cesarei, nel 94,7% dei casi accanto alla donna c’è il padre del bambino; il 4,5% è accompagnato da un familiare e meno dell’1% da un’altra persona di fiducia.
Dentro una maternità che si sposta sempre più avanti nell’età cresce anche il peso della procreazione medicalmente assistita. Nel 2025 il ricorso alla Pma è stato rilevato in 4,6 gravidanze ogni cento; le tecniche più utilizzate sono la Fivet, con fecondazione in vitro e trasferimento dell’embrione, e l’Icsi, nella quale lo spermatozoo viene iniettato direttamente nell’ovocita.
Anche i dati sui neonati completano il quadro: lo 0,8% ha un peso alla nascita inferiore a 1.500 grammi e il 6% compreso tra 1.500 e 2.500 grammi. Nel corso dell’anno sono stati inoltre rilevati 784 nati morti, pari a 2,20 ogni mille nati, e 3.151 casi di malformazioni diagnosticate alla nascita.
Dal 2026 cambierà anche lo strumento con cui questa fotografia viene scattata. Il decreto del ministero della Salute del 5 maggio 2025 ha infatti aggiornato profondamente il Certificato di assistenza al parto, introducendo nuove informazioni sui fattori di rischio per madre e bambino e sull’organizzazione dell’assistenza, dalla gestione del travaglio al contatto pelle a pelle, dal rooming-in all’allattamento. Il nuovo sistema si applica ai dati riferiti agli eventi di nascita dal 2026. La prossima edizione del rapporto permetterà quindi di sapere molto di più su come si nasce in Italia.
Resta però il problema di quanti bambini nasceranno.
(AdnKronos)
ITALIA. Tecnologia, telefonia e informatica sono in cima alle abitudini di consumo degli italiani. ConfcommercioPiù tecnologia, telefonia, informatica e sevizi legati al tempo libero, e meno beni fisici tradizionali (alimentazione domestica, abbigliamento) nella spesa delle famiglie italiane, che guardando alla dinamica degli ultimi trent’anni nel 2026 ha superato il picco storico del 2007. Da un’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio sui consumi delle famiglie italiane 1995-2026 emerge che tecnologia, telefonia e informatica sono in cima alle abitudini di consumo degli italiani, in trent’anni fanno registrare una crescita di quasi il 3.200%. Anche i consumi legati alla fruizione del tempo libero (servizi culturali e ricreativi) sono cresciti nello stesso periodo del 137%. Bene la ristorazione (+25,3%) e le spese per viaggi e vacanze (+17,2%) che però non sono ancora tornate sui livelli pre-Covid.
ITALIA. Bonus nuovi nati. Oggi scade la richiesta all'InpsPer i bambini nati o adottati tra il 1° gennaio 2026 e il 14 aprile c’è tempo fino a oggi, mercoledì 12 agosto, per richiedere all’Inps il bonus nuovi nati. Per quelli nati dopo il 14 aprile si può presentare domanda entro 120 giorni dalla data di nascita o di adozione. Si tratta di una una tantum di mille euro per sostenere le prime spese per l’arrivo di un bambino. Dallo scorso 14 aprile è infatti possibile inviare le domande per il bonus nuovi nati riferito al 2026, comunicava l’Inps ricordando che il bonus si può chiedere da parte delle famiglie dei nuovi nati o nel caso di adozione che hanno un Isee per prestazioni familiari e l’inclusione non superiore a 40mila euro.
ISRAELE. Gelati "senza zucchero" ma con 13 volte il limite: class action contro GoldaUn tribunale israeliano ha dato il via libera a una class action da 350 milioni di shekel (circa 85 milioni di euro) contro la catena di gelaterie Golda, accusata di aver commercializzato prodotti etichettati come "senza zucchero" che in realtà contenevano zuccheri ben al di sopra dei limiti di legge. Lo riporta il Jerusalem Post.
La Corte distrettuale centrale di Lod ha certificato la causa collettiva contro Anita Ice Cream, la società che gestisce la catena Golda, ritenendo sussistenti i presupposti per un esame approfondito delle accuse. Secondo quanto emerso, i gusti al caffè e alla nocciola venivano proposti come privi di zucchero, mentre analisi di laboratorio hanno rilevato un contenuto di 6,6 grammi di zucchero ogni 100 grammi di gelato: ben tredici volte il limite massimo di 0,5 grammi per 100 grammi previsto dalla normativa per poter apporre tale dicitura.
La vicenda ha preso avvio dalla consumatrice Sol Yarkoni, che aveva acquistato il gelato in un punto vendita della catena a Ramat Gan. Insospettita dal sapore del prodotto — che evita gli zuccheri per ragioni di salute e di dieta — si era rivolta a un laboratorio accreditato per far analizzare la composizione del gelato. I risultati avevano confermato le sue perplessità, spingendola a presentare la richiesta di certificazione della class action.
Golda si è difesa sostenendo che un consumatore ragionevole avrebbe inteso l'etichetta "senza zucchero" come assenza di zuccheri aggiunti, e non come eliminazione degli zuccheri naturalmente presenti nei latticini, come il lattosio. La catena ha anche citato il parere del professor Elliot Berry dell'Università Ebraica di Gerusalemme, secondo cui l'Associazione israeliana per il diabete avrebbe approvato prodotti con analoghi contenuti di zucchero, ritenendoli privi di rischi per la salute.
La giudice Iris Rabinovich-Baron ha respinto questa impostazione, affermando che l'interpretazione per cui l'etichettatura "senza zucchero" possa trarre in inganno il pubblico dei consumatori è del tutto ragionevole e giustifica un esame nel merito. Il tribunale ha ammesso le richieste riguardanti inganno al consumatore, negligenza, violazione di obblighi di legge e arricchimento ingiusto, oltre a richieste di risarcimento economico e di inibitoria permanente. L'entità del danno sarà quantificata in una fase successiva del procedimento.
Golda ha tenuto a precisare che nessun importo è stato ad oggi ordinato: "È importante chiarire che, contrariamente all'impressione che alcune pubblicazioni possono creare, Golda non è stata condannata a pagare 350 milioni di shekel, né alcun altro importo."
USA. Massachusetts elimina i limiti all'aborto: giudica solo il medicoIl Massachusetts è diventato il decimo stato americano a non prevedere limiti gestazionali per l'interruzione di gravidanza. Come riporta Newsweek, la governatrice democratica Maura Healey ha firmato lunedì il Prioritizing Patient Access to Care Act, che affida la decisione finale sull'aborto tardivo al giudizio professionale del medico, eliminando il precedente limite delle 24 settimane di gestazione.
La legge precedente consentiva le interruzioni di gravidanza oltre le 24 settimane soltanto in circostanze specifiche: quando il medico, applicando le migliori pratiche cliniche, ritenesse necessario tutelare la vita, la salute fisica o mentale della paziente, oppure in presenza di una grave anomalia fetale incompatibile con la vita. La nuova normativa cancella questo elenco tassativo di condizioni e stabilisce semplicemente che la procedura possa essere eseguita "sulla base del giudizio professionale del medico".
Il Massachusetts si unisce così ad Alaska, Colorado, Maryland, Michigan, Minnesota, New Jersey, New Mexico, Oregon e Vermont — oltre al Distretto di Columbia — nell'eliminare qualsiasi soglia temporale per l'accesso all'aborto. Gli stati del Michigan e del Minnesota avevano rimosso i propri limiti dopo la sentenza Dobbs del 2022 con cui la Corte Suprema federale aveva cancellato il diritto costituzionale all'aborto sancito dalla storica sentenza Roe v. Wade; gli altri avevano già leggi prive di restrizioni gestazionali anche prima di quella decisione.
Alla cerimonia di firma, Healey ha spiegato le ragioni della scelta: "Ho sentito storie strazianti di donne e famiglie che si stavano preparando ad accogliere un bambino sano e hanno poi ricevuto notizie devastanti in fase avanzata di gravidanza. Oggi le madri, i padri e le famiglie che affrontano queste diagnosi devastanti potranno prendere le proprie decisioni." La governatrice ha inoltre ribadito che "l'aborto resterà sicuro, legale e accessibile nel Massachusetts".
La legge ha suscitato immediate reazioni da parte delle organizzazioni contrarie all'aborto. Marjorie Dannenfelser, presidente di SBA Pro-Life America, ha chiesto al Partito Repubblicano di abbandonare l'approccio "lasciamo decidere ai singoli stati" e di spingere verso una legislazione federale minima in materia di interruzione di gravidanza tardiva. Dannenfelser ha anche sottolineato che, in assenza di uno standard nazionale, gli Stati Uniti restano tra i pochissimi paesi al mondo a consentire l'aborto in qualunque fase della gravidanza.
Sul fronte della domanda di servizi, i dati dell'istituto di ricerca Guttmacher Institute indicano che nel 2025 circa 150 persone sono arrivate dalla Florida — dove l'aborto oltre le sei settimane è vietato dal 2024 — nel Massachusetts per sottoporsi alla procedura, collocando la Florida al secondo posto tra gli stati di provenienza delle pazienti che si rivolgono ai servizi sanitari del Massachusetts, dopo il confinante Rhode Island.

Un numero crescente di paesi dell'America Latina e dei Caraibi segnala casi di traffico di ketamina. È quanto emerge da un'analisi di InsightCrime, che descrive un cambiamento nei mercati della droga della regione, trainato dalla diffusione di cocktail di droghe sintetiche e da catene di approvvigionamento sempre più frammentate e difficili da monitorare.
Tra i casi più recenti documentati, il 3 agosto la Procura regionale di Arica, in Cile, ha condannato 17 presunti membri di un'organizzazione che trafficava ketamina dal Perù al Cile. Secondo le indagini, le spedizioni attraversavano il confine Tacna-Arica utilizzando corrieri che entravano nel paese a piedi, per poi essere trasportati su voli domestici e rifornire i mercati della droga nella Regione Metropolitana di Santiago.
Poche settimane prima, il 13 luglio, il Tribunale di Arica aveva confermato le condanne a carico di 18 membri di un altro gruppo dedito al contrabbando di ketamina tra i due paesi, composto da cittadini peruviani, cileni, venezuelani ed ecuadoriani. Secondo i media locali, alcuni degli imputati avrebbero avuto legami con il gruppo criminale ecuadoriano noto come i Lobos, sebbene le autorità non abbiano fornito ulteriori dettagli in merito.
In Costa Rica, secondo quanto riferito dagli esperti citati da InsightCrime, l'acquisto e la distribuzione di ketamina sono gestiti principalmente da bande dedicate esclusivamente alla vendita al dettaglio di droga, con scarso coinvolgimento di organizzazioni criminali legate al traffico internazionale di altre sostanze stupefacenti.
Il fenomeno si inserisce in un quadro più ampio di trasformazione dei mercati illeciti latinoamericani, dove la domanda di droghe sintetiche — ketamina inclusa — è in aumento, spesso in combinazione con altre sostanze, rendendo più complessa l'azione di contrasto delle forze dell'ordine rispetto alle tradizionali droghe di origine vegetale.
ITALIA. Turismo internazionale. Andamento. BankitaliaDal 1996 la Banca d'Italia realizza un'indagine campionaria sul turismo internazionale con l'obiettivo primario di acquisire informazioni per la compilazione sia della voce "Viaggi" (che include i beni e i servizi acquistati da persone fisiche in paesi in cui non sono residenti, in relazione a viaggi in tali paesi), sia della voce "Trasporti internazionali di passeggeri" della bilancia dei pagamenti dell'Italia, in linea con le convenzioni metodologiche previste dal sesto manuale del FMI (BPM6). L'indagine è basata su interviste e conteggi di viaggiatori residenti e non residenti in transito alle frontiere italiane (valichi stradali e ferroviari, porti e aeroporti internazionali) e viene integrata con l'utilizzo di dati amministrativi, ove disponibili, e, dalla fine del 2020, con dati di telefonia mobile.
Grazie all'ampia gamma di dati analitici aggiuntivi rispetto alle esigenze della bilancia dei pagamenti, l'indagine sul turismo costituisce una ricca base informativa per gli operatori del settore e per la ricerca; i dati sono disponibili in questo sito sia in forma aggregata sia a livello di microdati.
Lo scorso maggio il saldo della bilancia dei pagamenti turistica dell'Italia è risultato in avanzo di 2,7 miliardi di euro, in lieve aumento rispetto allo stesso mese del 2025. Sia la spesa dei viaggiatori stranieri in Italia (5,4 miliardi) sia quella dei viaggiatori italiani all'estero (2,7 miliardi) sono cresciute nel confronto con maggio 2025, rispettivamente del 4,3 e del 2,2 per cento.
Nella media dei tre mesi terminanti in maggio 2026 i flussi in entrata hanno registrato un incremento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, pari al 2,3 per cento, a fronte di una sostanziale stabilità delle uscite (Fig. 1). La crescita della spesa in Italia è risultata significativamente più elevata per i viaggiatori provenienti dai paesi della UE rispetto a quelli dai paesi extra-UE (4,1 e 0,4 per cento, rispettivamente; Fig. 2, pannello di sinistra). La spesa degli italiani all'estero è cresciuta nei paesi UE (3,0 per cento), mentre è diminuita in quelli extra-UE (-2,7 per cento; Fig. 2, pannello di destra).
ITALIA. L'economia italiana in breve. Luglio 2026 BankitaliaÈ disponibile nella collana Statistiche il numero di luglio de "L'economia italiana in breve". La pubblicazione contiene una serie di informazioni e statistiche sugli andamenti congiunturali e sulle principali caratteristiche strutturali del sistema economico-finanziario italiano. Il contenuto è suddiviso in sette sezioni, riguardanti l'attività economica, i prezzi, le transazioni internazionali, la situazione finanziaria del settore privato, gli andamenti del settore bancario, la finanza pubblica, le proiezioni macroeconomiche diffuse dalla Banca d'Italia e da altre istituzioni internazionali.
USA. L'azienda farmaceutica svizzera Sandoz pagherà 450 milioni di dollari in una causa antitrust in UsaSandoz ha raggiunto un accordo transattivo nella lunga controversia legale statunitense sui farmaci generici, che ha coinvolto 43 stati e territori degli Stati Uniti, nonché un gruppo di rivenditori indiretti. Il gruppo farmaceutico con sede a Basilea verserà un totale di poco meno di 480 milioni di dollari nell'ambito dell'accordo.
I pagamenti saranno dilazionati su sette anni a partire dal 2027, come annunciato lunedì da Sandoz. L'importo totale comprende 450 milioni di dollari (388 milioni di franchi svizzeri) per gli accordi con gli stati e i territori degli Stati Uniti e 28,5 milioni di dollari per l'accordo con i rivenditori indiretti.
La conclusione di questi accordi risolverebbe tutte le controversie sollevate dalle autorità federali e statali statunitensi, nonché tutte le azioni collettive relative al procedimento, ha affermato la società.
Al centro della questione vi erano le accuse di manipolazione illecita dei prezzi nel mercato statunitense dei farmaci generici. Sandoz continua a respingere tali accuse. Gli accordi raggiunti non costituiscono un'ammissione di colpa e alcuni sono ancora soggetti ad approvazione, ha dichiarato l'azienda.
Secondo quanto dichiarato dalla società, restano pendenti solo le richieste di risarcimento presentate da singoli querelanti che non hanno aderito ai precedenti accordi transattivi collettivi. Gli accordi non hanno alcun impatto sulle previsioni di business del Gruppo per il 2026 né sulle sue prospettive a medio termine, ha affermato la società.
(SwissInfo.ch)
MONDO. Una proteina della carne è stata coltivata nella lattugaPer la prima volta, una proteina chiave della carne è stata coltivata nella lattuga e questo potrebbe ridurre l'impatto del consumo di carne.
In una ricerca pubblicata su Frontiers in Plant Science, scienziati esperti hanno confermato che per la prima volta una proteina chiave della carne è stata coltivata nella lattuga. Si tratta di un’evoluzione importante pensando all’impatto che il consumo di carne ha sull’ambiente. Trovare un modo per ottenere parte del sapore o delle proteine della carne da piante coltivate nel terreno sarebbe un notevole passo avanti per un mondo più sostenibile.
Percorsi alternativi per la produzione di proteine animali sono cruciali per ridurre la dipendenza dall’allevamento tradizionale, che contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra, alla deforestazione e al consumo di acqua. Nel complesso, il nostro lavoro descrive la prima segnalazione di produzione stabile di mioglobina nelle piante superiori e il suo effetto sulla fotosintesi e sui livelli di eme. Ciò fornisce una base per la futura produzione di proteine animali di origine vegetale per applicazioni alimentari.
Alexia Groff, prima autrice e ricercatrice di biotecnologie vegetali presso l’Imperial College di Londra, a Science Alert, ha dichiarato: “Il nostro studio dimostra, per la prima volta, che le piante superiori possono produrre stabilmente mioglobina, una delle proteine chiave responsabili di molte delle proprietà desiderabili della carne. Questo è particolarmente rilevante in un momento in cui la domanda di piattaforme di produzione alimentare sostenibile è più alta che mai“.
Ciò che ha sorpreso Groff e i suoi ricercatori è stata la grande tolleranza dimostrata dalla lattuga alla produzione di mioglobina, la proteina chiave della carne. “Sebbene la mioglobina si leghi all’eme, una molecola importante coinvolta in molti aspetti del metabolismo vegetale – ha affermato l’autrice dello studio – le piante trasformate sono rimaste sane, fertili e non hanno mostrato alcuna compromissione significativa della fotosintesi“.
C’è un però. Infatti, i ricercatori hanno precisato che “la differenza nell’accumulo di mioglobina in peso secco è circa 10 volte superiore nel muscolo animale rispetto alle rese vegetali descritte in questo rapporto“. Tuttavia questo non è un problema.
“Nonostante ciò, la coltivazione delle piante è molto più efficiente in termini di risorse rispetto all’allevamento del bestiame; di conseguenza, la mioglobina derivata dalle piante potrebbe raggiungere rese proteiche per ettaro paragonabili, o addirittura potenzialmente superiori, a quelle dell’agricoltura animale, beneficiando al contempo di un consumo idrico e di emissioni di gas serra notevolmente inferiori“, hanno concluso.
In merito alla coltivazione di mioglobina, proteina chiave della carne, nella lattuga, la Groff ha aggiunto: “Oltre alla mioglobina, siamo entusiasti di esplorare altre proteine alimentari e funzionali di alto valore, poiché i nostri risultati suggeriscono che i cloroplasti rappresentano una piattaforma promettente per l’agricoltura molecolare sostenibile“.
Questo significa che in futuro assisteremo a un’evoluzione in questa direzione. “Dato che i nostri risultati suggeriscono che la disponibilità di eme rappresenta un collo di bottiglia, le ricerche future potrebbero concentrarsi sulla modifica del percorso dell’eme o di altri aspetti del metabolismo dell’eme per aumentare la proporzione di mioglobina completamente assemblata“.
Fonte: Science Alert
(da PuntoInformatico.it)
MONDO. Biodiversità a rischio: la scomparsa delle verdure stravolge l'alimentazioneSecondo recenti studi, la maggior parte delle persone consuma una quantità di verdure insufficiente e questa scomparsa nell’alimentazione provoca conseguenze pericolose per la salute. Oltre a questo, anche la biodiversità è a rischio perché nel mondo si coltivano sempre meno varietà di ortaggi. Un nuovo rapporto pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences suggerisce quanto sia fondamentale valorizzare la biodiversità oggi.
Il risultato sarebbe duplice. Da una parte migliorerebbe la nostra stessa salute. Dall’altra migliorerebbe la salute del nostro pianeta. Maarten van Zonneveld, scienziato esperto e autore principale che ha guidato il team in questa ricerca, ha spiegato: “La soluzione non è semplicemente coltivare più ortaggi, ma anche coltivare più varietà di ortaggi“.
Gran parte della biodiversità vegetale di cui abbiamo bisogno è ancora presente, nelle varietà tradizionali e nei loro parenti selvatici. L’urgenza è di conservarla adeguatamente in modo da poterla utilizzare saggiamente per diversificare le diete in un contesto di cambiamenti climatici.
Maarten van Zonneveld insieme al suo team hanno aggiunto che lattuga, cipolle e pomodori sono colture globali che fanno parte delle diete di tutto il mondo. Tuttavia, ciò che risulta preoccupante è che stiamo assistendo alla scomparsa di tutte quelle verdure più ricche di micronutrienti e meglio adattate a condizioni ambientali complicate e con risorse limitate.
Molte altre piante, come la clorofito, il cavolo rosso e la zucca amara, che sono in genere più ricche di micronutrienti e meglio adattate a condizioni ambientali difficili e con risorse limitate, sono disponibili solo a livello regionale e molto spesso vengono trascurate nelle politiche e strategie alimentari su larga scala. Attualmente, solo poche varietà locali sono conservate nelle banche genetiche, con molte lacune nelle collezioni, il che limita la selezione e lo sviluppo di varietà migliorate per la produzione su larga scala.
L’obiettivo auspicato da ricercatori e biologi da una parte è “salvaguardare la biodiversità vegetale raccogliendo, rigenerando e conservando le varietà locali di colture e le specie selvatiche affini alle principali specie vegetali nelle aree ad alta biodiversità“, mentre dall’altra “promuovere la biodiversità vegetale per diversificare le diete, in particolare tra i bambini e altri gruppi vulnerabili, includendo ortaggi ricchi di nutrienti e resistenti ai cambiamenti climatici nei pasti domestici e scolastici“.
Fonte: Proceedings of the National Academy of Sciences
(da PuntoInformatico.it)
MONDO. Il Mediterraneo si scalda: così cambiano pesci, alghe e ossigenoA luglio la temperatura superficiale media del bacino ha raggiunto 27,07 °C. Gli studi mostrano effetti sulla distribuzione dei pesci, sulla composizione del plancton e sull’ossigeno disponibile
Il Mediterraneo occidentale non era mai stato così caldo in un mese di luglio. L’ultimo bollettino del Copernicus Climate Change Service (C3S) segnala temperature superficiali del mare record per il periodo lungo le coste atlantiche europee e nel Mediterraneo occidentale, in concomitanza con diffuse ondate di calore marine intense o gravi.
Il fenomeno si inserisce in un’estate eccezionalmente calda anche per gli oceani. A luglio la temperatura superficiale media dei mari extrapolari, nella fascia compresa tra 60° Sud e 60° Nord, ha raggiunto 20,96°C, superando il precedente record mensile di 20,89°C stabilito nel 2023. I dati utilizzati da Copernicus derivano dal dataset ERA5 e, per la temperatura del mare, rappresentano una stima delle condizioni a circa dieci metri di profondità.
Mari sempre più caldi, ecosistemi sempre più fragili. Temperature record nel Mediterraneo
Guardando al solo Mediterraneo, il quadro è ancora più netto. Secondo Mercator Ocean International, sulla base dei dati di Copernicus Marine, nel luglio 2026 la temperatura superficiale media del bacino ha raggiunto 27,07 °C, contro i 26,68 °C del precedente record del luglio 2025. Il 94% del Mediterraneo ha registrato temperature superiori alla media e il 79% del bacino è stato interessato almeno per un giorno da un’ondata di calore marina forte, severa o estrema.
I 27 gradi non rappresentano però una soglia biologica universale. Una temperatura normale in piena estate nel Mediterraneo orientale può essere eccezionale in un’altra zona, mentre organismi diversi hanno livelli di tolleranza molto differenti. A pesare sono soprattutto quanto la temperatura supera la norma locale, per quanto tempo rimane elevata e fino a quale profondità arriva il riscaldamento.
È questo che distingue una semplice giornata di mare caldo da un’ondata di calore marina: la temperatura resta eccezionalmente elevata rispetto ai valori abituali per quella zona e per quel periodo dell’anno, abbastanza a lungo da sottoporre l’ecosistema a uno stress prolungato.
Gli effetti possono essere molto diversi. I pesci più mobili possono cercare acque più fresche o spostarsi in profondità; gli organismi fissati al fondale non hanno la stessa possibilità. Le comunità di plancton possono cambiare composizione, favorendo alcune specie rispetto ad altre. E l’aumento della temperatura agisce anche su una variabile invisibile dalla spiaggia: l’ossigeno disciolto nell’acqua, che tende a diminuire proprio mentre il metabolismo di molti organismi accelera.
I pesci possono reagire all’aumento della temperatura spostandosi verso acque più fredde, più profonde o più settentrionali. Le conseguenze non sono però uniformi. Uno studio pubblicato nel 2026 su Scientific Reports ha ricostruito gli effetti delle ondate di calore marine nel Mediterraneo occidentale tra il 1995 e il 2022 attraverso un modello ecosistemico.
Nel Mediterraneo settentrionale gli effetti stimati sulla biomassa risultano in alcuni casi limitati o positivi per determinati gruppi. Nel sud, soprattutto nei mari di Alboran e d’Algeria, prevalgono invece le perdite.
Nelle aree meridionali analizzate, le ondate di calore sono associate nel modello a riduzioni superiori al 5% delle catture complessive di specie commerciali, comprese specie pelagiche, demersali e invertebrati. Per i produttori bentonici, che vivono sul fondale e sostengono una parte della rete alimentare, le riduzioni relative superano in alcune zone il 15%. Non sono dati sulle catture effettivamente registrate nei porti, ma stime ottenute confrontando scenari ecosistemici con e senza ondate di calore.
Lo stesso studio rileva inoltre che negli ultimi anni gli eventi estremi hanno interessato con maggiore frequenza anche profondità di 150 metri e il fondale marino. Questo riduce la possibilità per alcune specie di trovare temperature più favorevoli semplicemente scendendo in profondità.
Il risultato può essere una progressiva redistribuzione delle specie. Alcune diventano più comuni dove prima erano rare, altre arretrano. Per la pesca significa poter trovare quantità e specie diverse rispetto al passato anche nelle stesse aree.
Gli organismi ancorati al fondale hanno meno possibilità di adattarsi attraverso lo spostamento. Gorgonie, spugne, coralli e molluschi sono infatti tra i gruppi più vulnerabili alle ondate di calore marine prolungate.
Mare più caldo non significa automaticamente più alghe. Temperatura, luce, nutrienti, salinità e rimescolamento dell’acqua determinano quali organismi vengono favoriti.
Un esperimento pubblicato su Scientific Reports nel 2023 ha studiato una comunità naturale di plancton nella laguna mediterranea di Thau, in Francia. I ricercatori hanno simulato due ondate di calore consecutive di cinque giorni, mantenendo l’acqua a 5 °C sopra quella dei campioni di controllo. Durante la prima ondata di calore la concentrazione di clorofilla-a, utilizzata come indicatore della biomassa fitoplanctonica, è risultata più alta del 37%. Durante la seconda l’aumento è stato del 18%, mentre nel periodo immediatamente successivo del 22%. La risposta, tuttavia, non è stata identica nei due episodi. Nell’intero esperimento la differenza media della clorofilla non è risultata statisticamente significativa.
È cambiata invece anche la composizione del fitoplancton. Alcuni gruppi, tra cui cianobatteri e clorofite, sono stati favoriti rispetto ad altri. Il fitoplancton è alla base di gran parte della catena alimentare marina. Una variazione della sua composizione può quindi modificare le risorse disponibili per zooplancton, piccoli pesci e specie predatrici.
Le fioriture dipendono inoltre dalla disponibilità di nutrienti. Azoto e fosforo provenienti, tra l’altro, da attività agricole e scarichi possono favorire una crescita molto intensa del fitoplancton. Quando questa biomassa muore e viene decomposta dai microrganismi, aumenta il consumo di ossigeno.
La temperatura modifica direttamente la quantità di ossigeno che può rimanere disciolta nell’acqua: più l’acqua è calda, minore è la sua capacità di trattenere ossigeno.
Allo stesso tempo il metabolismo di molti organismi aumenta con la temperatura, facendo crescere il loro fabbisogno di ossigeno. Il riscaldamento degli strati superficiali può inoltre rafforzare la stratificazione della colonna d’acqua. Quando le acque calde superficiali si mescolano meno con quelle profonde, diminuisce il ricambio di ossigeno verso il fondale.
Nell’esperimento condotto nella laguna di Thau, le concentrazioni di ossigeno disciolto durante e dopo le due ondate di calore simulate sono risultate tra il 3% e il 6% inferiori rispetto ai campioni non riscaldati.
Su scala mediterranea entrano in gioco correnti, profondità, vento, nutrienti e caratteristiche locali. L’Agenzia europea dell’ambiente stima, comunque, che circa il 24% dell’area mediterranea effettivamente valutata presenti concentrazioni inferiori a 6 milligrammi di ossigeno per litro, soprattutto nelle zone costiere.
La soglia non indica automaticamente una “zona morta”. Concentrazioni inferiori a 6 mg/l possono però rappresentare condizioni di stress per alcuni organismi, mentre livelli ulteriormente più bassi possono diventare incompatibili con la sopravvivenza delle specie più sensibili.
Tra il 2000 e il 2023, nel 91% delle stazioni marine europee analizzate dall’Eea non emerge una tendenza statisticamente significativa dell’ossigeno disciolto; il 7% registra invece una diminuzione. La copertura del monitoraggio resta incompleta e non consente di estendere automaticamente questi risultati all’intero Mediterraneo.
Il rischio aumenta quando più fattori si sommano: acqua molto calda, forte stratificazione, eccesso di nutrienti e decomposizione di grandi quantità di materia organica possono portare alla ipossia, cioè a concentrazioni di ossigeno insufficienti per molti organismi.
Il record dei 27,07 °C non significa quindi che il Mediterraneo abbia superato una soglia oltre la quale la vita marina entra automaticamente in crisi. Segnala però che un’area molto estesa del bacino è rimasta eccezionalmente calda. Per pesci, plancton e organismi del fondale il fattore decisivo è soprattutto la durata. Più a lungo l’acqua resta sopra i valori normali, maggiore è la pressione sugli ecosistemi e minore il tempo disponibile per recuperare tra un’ondata di calore e la successiva.
(AdnKronos)
ITALIA. La pandemia di Covid-19 continua a produrre strascichi anche dal punto di vista sanitario.La pandemia di Covid-19 continua a produrre strascichi anche dal punto di vista sanitario. Ad esempio sulla mole dei rifiuti accumulati negli anni scorsi e ancora in attesa di essere smaltiti. La conferma arriva dal decreto Pa e Protezione civile, che martedì 4 agosto ha ottenuto l’ok del Consiglio dei ministri e che, dopo la pausa estiva, inizierà dal Senato il suo iter di conversione in legge. Al suo interno c’è una norma, l’articolo 4, che s’intitola «Disposizioni urgenti in materia di Servizio sanitario regionale e di salute pubblica» e che contiene la nomina di un Commissario straordinario destinato a governare i postumi ambientali lasciati dal periodo pandemico. Dovrà avere una comprovata esperienza nella direzione e gestione di strutture organizzative complesse e sarà lui a dover gestire, entro il 31 marzo 2027, le attività di deposito, custodia, movimentazione, organizzazione dei trasporti, dismissione e smaltimento dei materiali acquisiti in passato dal ministero della Salute.
ITALIA. L’emergenza idrica nel bacino del Po non accenna ad allentarsiL’emergenza idrica nel bacino del Po non accenna ad allentarsi. L’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici del Distretto del fiume Po, riunito il 6 agosto sotto il coordinamento dell’Autorità di Bacino Distrettuale, ha confermato un quadro di forte criticità, segnato da temperature persistentemente superiori alla media, precipitazioni insufficienti nelle aree più colpite e livelli dei grandi laghi alpini ormai prossimi ai minimi storici. Nonostante alcuni episodi temporaleschi abbiano interessato Emilia-Romagna e Veneto nelle ultime settimane, gli effetti sulle riserve idriche sono stati limitati. Le piogge si sono concentrate in eventi intensi e localizzati, incapaci di compensare il deficit accumulato nei mesi precedenti. In Piemonte e Lombardia, invece, le precipitazioni sono rimaste generalmente inferiori alla norma.
ITALIA. Gli obiettivi dei controlli dell'Agenzia delle EntrateAgevolazioni prima casa per gli under 36, documentazione legata ai bonus edilizi, redditi esteri e Terzo settore sono tra gli obiettivi dei controlli dall’agenzia delle Entrate. Con un utilizzo selettivo dei dati finanziari, presenti nell’archivio rapporti, che saranno impiegati per un rafforzamento degli elementi utili per la costruzione delle liste dei contribuenti da sottoporre a controllo. Le compravendite immobiliari, e più in generale i passaggi di patrimoni, sostenuti da agevolazioni fiscali, saranno sottoposti a un particolare screening. Sono in via di predisposizione, infatti, liste selettive da utilizzare, durante le verifiche 2026, sulla corretta applicazione dei regimi di imposta e delle agevolazioni legate a imposta di registro, imposte ipotecarie e catastali sulle successioni e donazioni.
ITALIA. La spesa dei consumatori negli ultimi 30 anni. ConfcommercioE’ cambiata negli ultimi 30 anni, più servizi e tempo libero, meno beni tradizionali
Nel 2026 la spesa reale pro capite per consumi ha raggiunto i 23.261 euro (era 19.877 euro nel 1995), con un aumento di 314 euro rispetto al 2025, superando i livelli pre-Covid ma anche il picco del 2007 (22.975 euro), anno di inizio della grande crisi finanziaria globale. La ripresa della domanda, favorita anche dalla progressiva crescita dell’occupazione e dei redditi, non ha consentito, però, il pieno recupero dei livelli di consumo per tutti i segmenti di spesa. Lo indicano i dati di una ricerca di Confcommercio sui consumi degli italiani negli ultimi 30 anni.
Tecnologia, telefonia e informatica guidano la classifica delle abitudini di consumo degli italiani con una crescita “monstre” della spesa pro capite, rispetto al 1995, di quasi il 3.200%. Molto sostenuti anche i consumi legati alla fruizione del tempo libero, in particolare per i servizi culturali e ricreativi cresciuti del 137%. Ad eccezione di questi due comparti, poche altre voci mostrano segnali strutturali di espansione: è il caso della ristorazione (+25,3%) e delle spese per viaggi e vacanze (+17,2%) che, comunque, non sono ancora tornate sui livelli pre-Covid.
In leggera flessione, invece, l’alimentazione domestica (-3,5% negli ultimi tre decenni), anche a causa delle dinamiche demografiche e della crescita dei pasti fuori casa, mentre tra i segmenti meno dinamici si confermano l’abbigliamento e le calzature (+6,2%), la cui domanda appare oggi più orientata verso capi a minore valore intrinseco (il cosiddetto fast fashion), e quello dei mobili e oggetti per la casa (+5,9%). La domanda di beni tradizionali rimane, dunque, contenuta nel 2026, indice di un atteggiamento di prudenza delle famiglie dettato prevalentemente dall’incertezza che caratterizza l’attuale contesto economico. Discorso a parte per l’energia domestica (-37,4%) in consistente contrazione per comportamenti di consumo più attenti, ma anche grazie ad un crescente utilizzo di prodotti e sistemi a risparmio energetico.
Nonostante le forti incertezze generate dal conflitto in Medio Oriente e il timore di un marcato rallentamento dell’economia, il quadro congiunturale italiano si è dimostrato più favorevole delle attese. Nel nostro Paese, osserva Confcommercio, la presenza di un contesto produttivo che continua a mostrare segnali di miglioramento ha favorito il permanere di dinamiche positive del mercato del lavoro con gli occupati che hanno raggiunto il massimo storico (24,3 milioni), mentre la disoccupazione è scesa ai minimi, favorendo la crescita del reddito disponibile delle famiglie.
Questo andamento sostiene la ripresa dei consumi, che prosegue, seppur gradualmente, insieme al buon andamento del turismo, trainato soprattutto dalla domanda estera. Uno scenario, quindi, sostanzialmente positivo anche se permangono elementi di incertezza legati all’evoluzione del quadro geopolitico e ai possibili riflessi sui prezzi dell’energia e sull’inflazione nella parte finale dell’anno. Alla luce di tutto ciò e dei risultati del primo semestre, l’Ufficio Studi Confcommercio stima per il 2026 una crescita del Pil dello 0,9%, dei consumi dell’1,2% e un’inflazione media del 2,7%, pur prevedendo un secondo semestre meno dinamico del primo.
La spesa reale pro capite, dopo il calo registrato tra il 2007 ed il 2019, si è avviata negli ultimi anni verso un graduale recupero che dovrebbe concretizzarsi nella prima metà del 2026. Esso è stato favorito dai decisi progressi registrati sul fronte occupazionale, dal minimo di gennaio 2021 le persone impiegate nel processo produttivo sono aumentate di oltre 2,2 milioni, e reddituale.
(FoodAffairs.it)
ITALIA. Piace mangiare da soli al ristorante e anche col proprio caneIl ristorante resta uno dei luoghi simbolo della convivialità, ma il modo di viverlo sta cambiando. C’è chi sceglie di condividere una cena con partner, amici o familiari e chi, invece, decide di concedersi un momento tutto per sé. E c’è anche chi, pur prenotando un tavolo per una persona, arriva al ristorante insieme al proprio animale domestico.
A fotografare queste diverse modalità di vivere l’esperienza al ristorante è una ricerca condotta da TheFork.
Tra gli intervistati per cui il solo dining rappresenta un’esperienza applicabile, il 68% dichiara di sentirsi molto o abbastanza a proprio agio nel mangiare da solo in un ristorante con servizio al tavolo. Allo stesso tempo, tra le persone che viaggiano con animali, il 68% considera la possibilità di portarli con sé almeno un valore aggiunto nella scelta del ristorante.
Escludendo chi ha indicato il solo dining come non applicabile perché non viaggia da solo, quasi sette intervistati su dieci dichiarano quindi di sentirsi molto o abbastanza a proprio agio con l’idea di mangiare da soli.
Considerando l’intero campione, la percentuale complessiva è invece del 51%: il 24% afferma di sentirsi molto a proprio agio nel mangiare da solo al ristorante, mentre un ulteriore 26% si dichiara abbastanza a proprio agio. Tra chi prende in considerazione questa esperienza, il restante 32% afferma invece di provare disagio o di evitarla il più possibile.
Il tavolo per uno non rappresenta quindi necessariamente una soluzione di ripiego, ma può diventare un’occasione per dedicare tempo a se stessi, scegliere liberamente il locale e godersi una cena senza dover aspettare la compagnia giusta.
“Ogni cliente può vivere il ristorante in modo diverso. C’è chi cerca una cena romantica, chi vuole concedersi un momento per sé e chi viaggia con la famiglia o con il proprio animale. Per i ristoratori, riuscire ad accogliere esigenze differenti significa offrire un’esperienza di qualità e costruire un rapporto più solido con i propri ospiti”, commenta Carlo Carollo, Country Manager Italia di TheFork.
Mangiare senza altri commensali non significa necessariamente essere davvero soli. Per chi viaggia con un animale, la possibilità di portarlo con sé al ristorante può infatti rendere più semplice e piacevole l’organizzazione della vacanza.
Il 58% del campione dichiara di non avere animali o di non viaggiare con loro. Tra le persone direttamente interessate, però, il tema assume una rilevanza maggiore: per il 40% la possibilità di portare con sé il proprio animale è importante o decisiva nella scelta della destinazione e dei ristoranti, mentre un ulteriore 28% la considera comunque un plus.
Nel complesso, quindi, l’accoglienza pet-friendly rappresenta un elemento positivo per il 68% di chi viaggia con animali. Non determina necessariamente da sola la scelta del locale, ma può facilitare l’organizzazione della giornata e permettere di vivere l’esperienza al ristorante senza rinunciare alla compagnia del proprio animale domestico.
“Il fatto che, tra chi prende in considerazione il solo dining, quasi sette persone su dieci si sentano a proprio agio segnala un cambiamento culturale: stare soli in pubblico viene sempre meno associato all’isolamento e sempre più vissuto come una scelta consapevole. Dal punto di vista clinico, infatti, è importante distinguere tra isolamento, una condizione subita che può generare sofferenza, e solitudine positiva”, commenta Agnese Cannistraci, Psicologa, Psicoterapeuta e Direttrice clinica di Serenis.
“Scegliere di mangiare fuori da soli, senza viverlo come un ripiego, può quindi rappresentare una forma di self-care e aiutare a superare il timore del giudizio altrui. Anche la presenza del proprio animale domestico può offrire familiarità e supporto emotivo, rendendo l’esperienza più serena e inclusiva”.
Dalla cena con la famiglia o con gli amici al solo dining, fino all’accoglienza pet-friendly, i risultati della ricerca raccontano modi diversi e personali di vivere il ristorante. A unirli è la ricerca di un’esperienza in cui sentirsi a proprio agio e liberi di scegliere la modalità più adatta alle proprie esigenze.
Per rispondere a questa varietà non sono necessariamente necessarie formule complesse. Spesso possono bastare informazioni chiare, un’accoglienza naturale e la capacità di riconoscere che lo stesso tavolo può essere vissuto in modi molto diversi.
(FoodAffairs.it)
ITALIA. Cosa ha detto (davvero) l’Aifa su contraccettivi e rischio di meningiomaL'allarmismo creato dai giornali intorno alla nota Aifa su un "lieve" aumento del rischio di meningioma (semplificato con un cliccabile e terrorizzante "tumore al cervello") non fa bene né al giornalismo né alla salute delle donne. Il fatto che i contraccettivi femminili abbiano un impatto sulla salute delle donne, invece, è un'altra questione. Fatti e commenti
Rendere ansiose decine di migliaia di donne perfettamente tranquille fino a un attimo prima è l’effetto che, talvolta, riescono a produrre i titoli di giornale quando un periodico e prudente aggiornamento sulla sicurezza dei farmaci viene interpretato con eccessiva enfasi.
È quanto accaduto in seguito alle nuove indicazioni dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) su due progestinici ampiamente diffusi. Davanti a un incremento di rischio infinitesimale e a una neoplasia quasi sempre benigna, una parte dell’informazione ha tuttavia preferito evocare lo spettro del tumore cerebrale, mettendo in secondo piano la necessaria cautela clinica e i reali dati epidemiologici.
COSA HANNO DETTO EMA E AIFA
Come ha ben ricostruito Scienze in rete, il 10 luglio l’Aifa ha riportato sul proprio sito le indicazioni emerse dalla riunione del Comitato per la valutazione dei rischi in farmacovigilanza (Prac) dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), svoltasi dal 6 al 9 dello stesso mese.
Successivamente, il 6 agosto, l’Agenzia ha diffuso una Nota Informativa Importante di Sicurezza, concordata con l’Ema e le aziende titolari dell’Autorizzazione all’Immissione in Commercio dei medicinali contenenti desogestrel ed etonogestrel, sostanze utilizzate per la contraccezione ormonale in pillole, anelli vaginali combinati con etinilestradiolo o impianti sottocutanei.
Le evidenze indicano un lieve incremento del rischio di meningioma legato a un uso prolungato, pari o superiore a un anno. Aifa ha quindi stabilito che l’uso è controindicato per le pazienti con diagnosi o anamnesi di meningioma, disponendo la sospensione del trattamento qualora la patologia insorga durante la terapia. Si raccomanda inoltre agli operatori sanitari di monitorare sintomi specifici quali alterazioni visive, perdita dell’udito o acufeni, perdita dell’olfatto, cefalea progressiva, problemi di memoria, crisi epilettiche o debolezza agli arti.
Le schede tecniche dei prodotti saranno aggiornate inserendo il meningioma tra gli effetti indesiderati con frequenza “non nota”.
Nella medesima sessione di luglio, il Prac ha anche aggiornato le avvertenze per Litfulo (ritlecitinib), farmaco contro l’alopecia areata grave che inibisce JAK3 e TEC chinasi. Per Litfulo è stato introdotto un severo “boxed warning” relativo ai rischi cardiovascolari, di trombosi, cancro e infezioni gravi, allineandolo così ad altri inibitori JAK.
LA NOTIZIA NEI TITOLI E LA COMUNICAZIONE DEL RISCHIO
La divulgazione giornalistica della notizia non si è certo fatta notare per la sobrietà, con titoli che citavano “allerta Aifa” e “rischio di tumore al cervello”, che non potevano non attirare l’attenzione (e i clic).
Sebbene i testi degli articoli riportassero poi correttamente i dati scientifici, la scelta di titoli così perentori, secondo gli esperti, ha finito per generare timori sproporzionati. Associare genericamente i “contraccettivi” al “tumore al cervello” rischia infatti di allarmare una platea enorme di donne, quando le nuove raccomandazioni riguardano solo due molecole ben precise ed evidenziano un aumento di rischio estremamente contenuto per una neoplasia che, nella quasi totalità dei casi, è benigna e a crescita molto lenta.
I DATI DEGLI STUDI EPIDEMIOLOGICI
La prudenza dell’Aifa e dell’Ema poggia su solide basi scientifiche, a partire da un ampio studio epidemiologico caso-controllo francese pubblicato sulla rivista medica BMJ nel 2025 a firma di Roland N., Kolla E., Baricault B., Dayani P., Duranteau L., Froelich S. e collaboratori.
Lo studio ha incrociato i dati del Sistema nazionale di dati sanitari francese, confrontando 8.391 donne operate per meningioma intracranico con 83.910 controlli. Per chi assume desogestrel da 75 microgrammi per oltre un anno è stato rilevato un odds ratio di 1,3, che sale a 2,1 per trattamenti di almeno sette anni. Se la paziente ha precedentemente assunto progestinici ad alto dosaggio già associati a tale rischio (quali ciproterone, nomegestrolo, medrossiprogesterone e clormadinone), l’odds ratio è risultato di 3,3.
Tradotto in numeri assoluti: si stima un caso aggiuntivo di meningioma ogni 67.300 donne in trattamento per più di un anno. Si tratta di una frequenza minima – scrive Scienze in rete – specialmente se rapportata all’incidenza annua naturale della patologia, pari a 8-9 casi su 100.000 persone. Tale incremento di rischio, peraltro, scompare del tutto 12 mesi dopo la sospensione del desogestrel, il quale venendo metabolizzato in etonogestrel rende i risultati validi per entrambe le molecole. A confermare queste evidenze è giunto, il 2 luglio, anche uno studio danese.
IL PARERE DEI CLINICI E LA REALTÀ CONTRACCETTIVA
Per disinnescare i timori ingiustificati, i medici hanno cercato di ricollocare la notizia nella corretta dimensione clinica. Valeria Dubini, ginecologa e presidente dell’Associazione ginecologi territoriali, ha sottolineato come la stampa: “Usa le parole “tumore al cervello” che spaventano, fanno subito pensare a tumori maligni, mentre in questo caso parliamo di una patologia che è quasi sempre di natura benigna, a crescita molto lenta”.
Ricordando inoltre che “in medicina non esiste il rischio zero” e che “tutti i farmaci comportano effetti indesiderati e sono indicati quando il loro rapporto tra rischi e benefici è favorevole”, la specialista ha fatto presente che altri contraccettivi presentano criticità differenti, come il rischio trombo-embolico dei combinati estro-progestinici, laddove il desogestrel offre invece un basso impatto metabolico ideale per molte pazienti.
Sebbene la biologia confermi che i recettori del progesterone sulle cellule del meningioma possano favorirne la crescita, e che la novità degli studi risieda nel riscontrare tale effetto anche a bassi dosaggi contraccettivi, Dubini fa notare con ironia che: “la stessa gravidanza, caratterizzata da un aumento massiccio della concentrazione del progesterone, può favorire la crescita del meningioma, come pure il rischio trombo-embolico, ben più dei contraccettivi estro-progestinici”.
Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca Nicola Colacurci, past president della Società italiana di ginecologia e ostetricia (SIGO), che – intervistato dal Corriere della sera – evidenzia come: “L’Aifa ha il dovere di comunicare queste informazioni, ma dal punto di vista clinico è importante non creare allarmismi”. Inoltre, ha aggiunge: “L’aumento del rischio era stato segnalato da Aifa anche per altri progestinici, ma non deve preoccupare e le donne non devono interrompere autonomamente una terapia efficace”.
La contraccezione, ricordano gli esperti, va infatti stabilita su base individuale attraverso un’attenta anamnesi clinica che valuti familiarità oncologica e dosaggi minimi, ponendo specifica attenzione ai dosaggi elevati impiegati a scopo non contraccettivo.
(Giulia Alfieri su StartMag del 10/08/2026)
ITALIA. Carta d'identità cartacea provvisoriaCon lo scadere della validità per l’espatrio della carta d’identità cartacea, scattato il 3 agosto, e la lentezza di comuni e Zecca dello Stato per produrre le nuove CIE, si è creato un cortocircuito tutto italiano. La proroga di validità della carta al 31 gennaio 2027, infatti, adottata per venire incontro ai ritardi della macchina statale, non aiuta: il documento, infatti, pur valido in Italia non è ritenuto valido per l’espatrio.
La soluzione trovata è, anch’essa, tutta italiana.
Con un decreto del 4 agosto scorso, infatti, il Ministero dell’Interno ha sdoganato il modello di un documento provvisorio valido per l’espatrio da utilizzare per i cittadini che hanno urgenza di uscire dal Paese. In sostanza, per sostituire la CI cartacea, il Ministero ha prodotto una CI provvisoria di nuovo cartacea.
Il nuovo modello verrà distribuito ai comuni tramite le Prefetture entro il 12 agosto.
Il rilascio è consentito solo in via eccezionale e per comprovati casi di urgenza, “ossia quando il cittadino dimostri l'impossibilità di attendere i normali tempi di stampa e spedizione della Cie” dice il Ministero. Che precisa come la validità per l’espatrio sia però soggetta al giudizio dello Stato in cui si deve viaggiare. “La validità all'estero – dice ancora il Ministero - è condizionata all'effettivo riconoscimento del modello cartaceo provvisorio da parte delle autorità dello Stato estero di destinazione”. Questo significa che alcuni Stati potrebbero non riconoscerne la validità.
Si tratta inoltre di un documento temporaneo, con una validità massima di sei mesi, non rinnovabile.
(TTG)
BANGLADESH. I fiumi pagano il prezzo dei nostri vestiti a basso costoL'industria dell'abbigliamento del Bangladesh vale quasi l'80% delle entrate da esportazione del paese, ma nasconde un conto salatissimo che non compare in nessun bilancio aziendale: l'inquinamento sistematico dei suoi fiumi. Lo denuncia un'inchiesta di The Daily Star, quotidiano bangladese, che cita dati della Banca Mondiale.
Secondo il rapporto, oltre 7.000 fabbriche nella regione della Grande Dhaka scaricano ogni giorno circa 2,4 miliardi di litri di reflui industriali non trattati nei corsi d'acqua circostanti. Acque contaminate da coloranti chimici, detergenti e altre sostanze tossiche che devastano gli ecosistemi acquatici e minacciano la salute di milioni di persone che da quei fiumi dipendono per bere, irrigare i campi e vivere.
Il costo umano è concreto e quotidiano: sono i contadini che non possono più irrigare con l'acqua del fiume, gli operai tessili i cui polmoni hanno assorbito anni di polveri, i bambini dei quartieri poveri lungo le rive con ritardi nello sviluppo che non compariranno mai in nessun rapporto di sostenibilità aziendale.
Il meccanismo denunciato dal Daily Star è quello di un sussidio ambientale nascosto: i marchi internazionali della moda beneficiano dei bassi costi di produzione bangladesi, mentre la debole applicazione delle norme ambientali scaricare le conseguenze ecologiche e sanitarie sulle comunità locali. I grandi brand dichiarano pubblicamente obiettivi di sostenibilità — neutralità carbonica, moda circolare, filiere a emissioni zero — ma i siti produttivi lontani, nei paesi più poveri, permettono di tenere fuori dai bilanci aziendali i veri costi ambientali.
Il Bangladesh conta oggi 273 fabbriche tessili certificate LEED come "edifici verdi", il che segnala qualche progresso. Tuttavia, come sottolinea il rapporto, queste certificazioni non garantiscono automaticamente che le fasi di lavorazione a umido, tintura, lavaggio e scarico delle acque reflue siano gestite correttamente lungo tutta la filiera produttiva.
Sul fronte dei controlli, i problemi sono strutturali: il Dipartimento dell'Ambiente dispone di personale e risorse insufficienti, e le sanzioni previste sono spesso troppo basse per scoraggiare le violazioni. La logica perversa che ne deriva è quella per cui, se il costo del trattamento dei rifiuti supera la multa attesa per lo scarico illegale, inquinare diventa la scelta economicamente razionale.
A rafforzare il quadro, la Commissione Lancet sul Bangladesh ha stimato che l'inquinamento di aria, acqua e suolo è responsabile del 26,6% di tutti i decessi nel paese.
The Daily Star chiede al governo bangladese di aumentare sensibilmente le sanzioni per i trasgressori, di rendere pubblici i nomi delle aziende e delle fabbriche che violano le norme ambientali, e di rendere accessibili a tutti — comunità, lavoratori, autorità e acquirenti internazionali — i dati sul monitoraggio ambientale.
MONDO. Dove vanno a finire i dati inseriti nelle app che tracciano il ciclo mestrualeStardust, Flo, Clue, Spot On: un'indagine sulle app per il ciclo mestruale svela quali condividono i dati più intimi con Google, Meta e aziende sconosciute. Dietro le promesse di privacy si nasconde infatti un mercato di dati sanitari che vale miliardi e, che in certi casi, può mettere le donne a rischio. Tutti i dettagli
Le app che tracciano il ciclo mestruale sono usate ogni giorno da centinaia di milioni di donne, ma un’indagine della Mozilla Foundation pubblicata a metà luglio dimostra che non tutte proteggono davvero i dati che raccolgono. Su sei app testate, Stardust – popolare tra le utenti più giovani per il suo taglio astrologico – è risultata l’unica a condividere dati sanitari dettagliati con una società di analytics esterna, nonostante dichiari sul proprio sito che i dati restano privati. All’estremo opposto, Euki ha ottenuto il punteggio massimo per non condividere praticamente nulla con terzi. Nel mezzo si muove un settore, quello della “femtech”, che vale già oltre 40 miliardi di dollari e continua a crescere a doppia cifra.
COSA HA SCOPERTO L’INDAGINE DI MOZILLA
La ricercatrice Shoshana Wodinsky, in collaborazione con il Berkman Klein Center di Harvard e l’Università dell’Illinois, ha analizzato per mesi sei app molto diffuse: Euki, Clue, Flo, Period Calendar, Spot On (di Planned Parenthood) e Stardust. I punteggi assegnati vanno da un ottimo 10/10 per Euki fino a un preoccupante 2/10 per Stardust, passando per Clue (8/10), Flo (7/10), Period Calendar (6/10) e Spot On (5/10).
Secondo quanto riportato da Bbc, che ha avuto accesso in anteprima al report, Stardust invia dati come stato di gravidanza, tipo di contraccettivo, umore, consumo di alcol e sintomi specifici alla società RudderStack, non citata nella sua informativa sulla privacy. Non solo. Wired aggiunge un dettaglio inquietante: l’app comincerebbe a comunicare con i tracker di terze parti già all’apertura, prima ancora che l’utente inserisca qualsiasi informazione, e non offrirebbe alcun modo per disattivare la condivisione dei dati.
CHI SA CHE USI L’APP, ANCHE SENZA VEDERE I TUOI DATI SANITARI
Oltre ai dati clinici veri e propri, Bbc evidenzia un secondo livello del problema: la maggior parte delle app invia comunque informazioni di base – in pratica un identificativo che permette di riconoscere l’utente – a piattaforme pubblicitarie gestite da Google, Meta, Microsoft e TikTok, sfruttando il consenso “nascosto” nelle informative sulla privacy. Questi identificativi servono soprattutto per pubblicità mirata, e in certi casi permettono di seguire l’utente anche fuori dall’app.
Period Calendar, per esempio, invia a Google e alla società InMobi l’ID utente e dati sul dispositivo, senza possibilità di bloccarlo; Stardust condivide informazioni simili con Facebook e con AppsFlyer, ma qui la condivisione si può disattivare dalle impostazioni privacy del telefono; Spot On, quando l’utente apre il sito integrato nell’app, trasmette dati a Google, Microsoft, TikTok e Pinterest, di nuovo senza possibilità di impedirlo.
Anche se nessuno di questi dati riguarda direttamente sintomi o diagnosi, sapere semplicemente che una persona usa un’app di salute riproduttiva può bastare, secondo una fonte del settore privacy citata da Bbc, a indicare alle autorità dove cercare informazioni più sensibili.
LE RISPOSTE DELLE AZIENDE E I PRECEDENTI
Un portavoce di Stardust ha dichiarato che RudderStack viene usata solo come infrastruttura tecnica e che i dati condivisi non permetterebbero di risalire all’identità della persona. Ma secondo la Federal Trade Commission americana, un identificativo al posto del nome non basta a garantire un vero anonimato. Inoltre, non è la prima volta che Stardust finisce sotto accusa: TechCrunch ricorda che nel 2022 l’app dichiarava una crittografia end-to-end che un’analisi del traffico di rete ha poi smentito, portando la dicitura “criptato” a sparire silenziosamente dal marketing. Anche l’app Spot On di Planned Parenthood presenta criticità: pur non condividendo dati con terzi al suo interno, alcune funzioni aprono il sito dell’organizzazione in un browser meno sicuro, che secondo Bbc trasmette a un’azienda di analytics persino il tipo di prestazione sanitaria cercata dall’utente, comprese richieste relative a test HIV o cure di affermazione di genere.
UN PROBLEMA CHE VIENE DA LONTANO
Il caso Stardust si inserisce in un dibattito ben più ampio. Già un anno fa Il Post ricordava che una giuria californiana aveva condannato Meta per aver usato a scopo pubblicitario dati sulla salute riproduttiva acquistati dall’app Flo senza il consenso degli utenti, un caso nato nel 2021 come class action collettiva. Anche un’indagine del 2024 del King’s College London aveva analizzato venti app di fertilità e ciclo mestruale, scoprendo che tutte condividono dati con inserzionisti terzi – inclusi, in un caso, indirizzi di casa – ma solo in circa la metà dei casi lo ammettono chiaramente. Il modello di business, del resto, si regge in gran parte proprio sulla vendita o condivisione di questi dati, oltre che su abbonamenti e pubblicità.
UN’ALTRA FORMA DI SORVEGLIANZA
Ma il problema non è solo pubblicitario. Dal ribaltamento della sentenza Roe v. Wade negli Stati Uniti, gli esperti temono che i dati dei period tracker possano finire in mano alle forze dell’ordine in stati dove l’aborto è vietato. Alcuni datori di lavoro includono queste app nei benefit aziendali, aprendo la porta a un possibile controllo sulle dipendenti. Per le persone trans, poi, la semplice presenza di un’app di questo tipo sul telefono può rivelare involontariamente informazioni sensibili. Come ha sottolineato un’esperta di privacy interpellata da Bbc, questi dati possono intrecciarsi con altre forme di sorveglianza fino a diventare estremamente rivelatori.
(Giulia Alfieri su StartMag del 08/08/2026)
La città paraguaiana di Ciudad del Este si trova nel punto di incontro tra Paraguay, Brasile e Argentina ed è un crocevia per il traffico di droga, la tratta di esseri umani e il riciclaggio di denaro.
Ora, alcuni criminali intraprendenti hanno trovato una nuova miniera d'oro nel tirzepatide, noto localmente come "tirze", il nome generico del principio attivo del popolare farmaco dimagrante Mounjaro.
In Paraguay, la tirzepatide viene prodotta legalmente e, secondo i listini prezzi delle farmacie online, una dose settimanale costa circa 40 dollari.
Ma oltre confine, in Brasile, l'unica versione autorizzata del farmaco è Mounjaro, che viene importato dagli Stati Uniti e costa circa sette volte di più.
I sequestri del farmaco sono aumentati vertiginosamente: finora, nel 2026, la dogana brasiliana ha segnalato di aver confiscato una quantità di fiale superiore di oltre 10 volte rispetto a quella sequestrata nel 2025.
Lo scorso anno, la banca brasiliana Itaú BBA ha stimato che il mercato nero del commercio di tirze ammontasse a 485 milioni di dollari.
Le forze dell'ordine paraguaiane affermano che la droga sta alimentando un aumento delle rapine a mano armata e sospettano che gruppi della criminalità organizzata brasiliana possano essere coinvolti nel contrabbando transfrontaliero.
ITALIA. RSA ad Arezzo: otto mesi di attesa per un posto, l'estate peggiora tuttoTrovare un posto in una RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) nella provincia di Arezzo richiede in media otto mesi. È quanto emerge dal monitoraggio del Dipartimento dei Servizi Sociali della Asl, aggiornato al 30 giugno 2026: nelle 42 strutture autorizzate del territorio aretino sono disponibili 1.111 posti letto, ma il tempo medio di attesa per ottenerne uno ha raggiunto i 240 giorni, pari appunto a circa otto mesi.
Come riporta La Nazione, la domanda cresce progressivamente da anni e l'incremento delle strutture non riesce a stare al passo. Le richieste di inserimento superano i posti disponibili, con un andamento in costante aumento rispetto ai mesi precedenti. Al 30 giugno 2025 erano 229 le persone in lista d'attesa nella sola provincia di Arezzo.
Il periodo estivo aggrava ulteriormente la situazione: con le ferie delle badanti e la ridotta disponibilità di assistenza domiciliare, molte famiglie si trovano a fare i conti con l'impossibilità di gestire autonomamente i propri anziani non autosufficienti, aumentando la pressione sulle strutture residenziali.
Sul fronte economico, la retta sociale media nelle RSA aretine si attesta a 52,91 euro al giorno, un valore inferiore alla media regionale toscana di 54,18 euro. Una recente delibera della Giunta regionale ha introdotto il principio della libera scelta della struttura, consentendo ai cittadini di individuare la RSA accreditata in cui ricevere assistenza. Resta però aperta la questione principale: la disponibilità concreta di posti.
USA. USA: il Dipartimento Veterani sperimenta l'MDMA contro PTSD e alcolismo
Il Dipartimento per i Veterani degli Stati Uniti (VA) ha avviato la sua prima sperimentazione clinica con terapia assistita da MDMA — la sostanza psicoattiva nota comunemente come ecstasy — per trattare gravi disturbi della salute mentale nei reduci militari. Come riporta Newsweek, lo studio punta a valutare l'efficacia di questo approccio su veterani affetti da disturbo da stress post-traumatico (PTSD) severo e dipendenza da alcol, condizioni che non hanno risposto in modo soddisfacente alle terapie tradizionali.
Il trial, randomizzato e controllato con placebo, arruolerà circa 80 veterani presso i centri VA di Providence (Rhode Island) e West Haven (Connecticut). I partecipanti riceveranno o la terapia assistita da MDMA oppure una psicoterapia identica abbinata a un placebo attivo, per consentire un confronto rigoroso tra i due approcci. Requisito indispensabile per l'ammissione: la presenza simultanea di PTSD grave e disturbo da uso di alcol — entrambe le diagnosi devono coesistere.
Il farmaco sarà somministrato in forma farmaceutica certificata, in un ambiente clinico controllato e secondo protocolli di sicurezza sviluppati in collaborazione con la FDA statunitense. Il VA sottolinea che l'uso clinico di queste sostanze al di fuori dei trial di ricerca potrà essere valutato solo dopo un'eventuale approvazione da parte della FDA, scoraggiando esplicitamente qualsiasi forma di automedicazione.
La sperimentazione si inserisce in un contesto più ampio: il VA è attualmente coinvolto in 20 trial clinici attivi su terapie psicodeliche per disturbi della salute mentale. L'iniziativa segue il decreto esecutivo del presidente Trump "Accelerating Medical Treatments for Serious Mental Illness", che ha spinto l'amministrazione ad esplorare il potenziale terapeutico delle sostanze psichedeliche, citando esplicitamente l'elevato tasso di suicidi tra i veterani — superiore di oltre 1,5 volte rispetto alla popolazione adulta generale.
Parallelamente, il VA ha annunciato un secondo trial, denominato PIVOT (Psilocybin Intervention for Veterans Overcoming Treatment-Resistant Depression), dedicato alla valutazione della psilocibina — il principio attivo dei cosiddetti "funghi allucinogeni" — nel trattamento della depressione maggiore resistente alle cure, inclusi i casi con PTSD concomitante. La FDA ha già riconosciuto la designazione di "terapia innovativa" a diverse sostanze psicoattive, tra cui MDMA, psilocibina e LSD, aprendo la strada a percorsi di revisione accelerata.
AUSTRALIA. Sigarette elettroniche vietate senza ricetta: la criminalità ringrazia
In Australia il modello di controllo del tabacco e delle sigarette elettroniche ha raggiunto un punto di non ritorno. Come riporta Vaping Post, nel Paese il fumo tradizionale è calato ai minimi storici sulla carta, ma il mercato legale della nicotina è stato nel frattempo travolto da sigarette elettroniche e tabacco illegali, con miliardi di dollari che finiscono nelle casse della criminalità organizzata.
Il paradosso australiano è evidente: mentre le sigarette restano liberamente acquistabili, ottenere un prodotto da svapo regolamentato richiede una ricetta medica e la dispensazione in farmacia. L'Australia è l'unico Paese al mondo ad aver adottato questo modello prescrittivo per le sigarette elettroniche. Il ricercatore James Martin della Deakin University di Melbourne ha definito la situazione un vero e proprio "disastro totale", sostenendo che l'unica via d'uscita è legalizzare la vendita al consumo dei prodotti da svapo. Secondo le sue ricerche, il canale farmaceutico serve soltanto una piccola frazione degli stimati 1,5 milioni di australiani che usano lo svapo.
La logica di fondo è semplice: un mercato legale non funziona solo perché i prodotti sono teoricamente reperibili. Deve essere accessibile, conveniente e abbastanza competitivo da reggere il confronto sia con le sigarette sia con i prodotti da svapo illegali. Quando l'offerta regolamentata non soddisfa la domanda, il mercato non scompare: si sposta verso venditori informali, canali social, siti web e fornitori legati alla criminalità organizzata.
I dati confermano il fallimento della strategia proibizionista. Un sondaggio nazionale ha rilevato che l'87% degli utilizzatori di sigarette elettroniche ha aggirato completamente i canali legali. Secondo il medico e ricercatore Colin Mendelsohn, oltre il 90% delle sigarette elettroniche circolanti in Australia è privo di qualsiasi controllo sulla sicurezza. Il mercato illegale del tabacco vale ormai più di 4 miliardi di dollari australiani l'anno, e le entrate fiscali sul tabacco si sono quasi dimezzate rispetto al 2019, con perdite cumulative stimate in 10 miliardi di dollari australiani entro il 2029.
Le conseguenze non sono solo economiche. Negli ultimi mesi si sono registrati oltre 40 attentati incendiari contro negozi che vendevano tabacco e sigarette elettroniche illegali solo in Victoria. La criminalità organizzata, attirata dai margini elevati, ha scatenato una vera guerra di territorio per il controllo del mercato illecito della nicotina.
Le tasse altissime sulle sigarette — destinate ad aumentare del 5% all'anno — hanno allargato ulteriormente il divario di prezzo tra prodotti legali e alternative illegali, rendendo queste ultime ancora più attraenti. Chiudere i negozi visibili crea al massimo ostacoli temporanei: le transazioni si spostano in canali più difficili da monitorare, e ogni repressione aumenta sia il rischio che il guadagno per chi opera nell'illegalità.
Secondo i critici della politica australiana, il Paese ha trattato allo stesso modo la prevenzione giovanile e la cessazione del fumo negli adulti, vietando indiscriminatamente tutti i prodotti a base di nicotina a prescindere dal loro profilo di rischio. Il risultato è che il mercato legale della nicotina è stato di fatto ceduto alla criminalità organizzata, mentre i consumatori adulti vengono spinti verso prodotti non regolamentati e potenzialmente più pericolosi di quelli che avrebbero acquistato legalmente.
FRANCIA. Crack a Marsiglia: consumo in strada in "accelerazione senza precedenti"
A Marsiglia il consumo di crack nelle strade del centro città ha raggiunto livelli di guardia. Secondo quanto riporta Le Monde, il fenomeno — già definito "esponenziale e particolarmente visibile da due anni" — ha subito un'ulteriore brusca accelerazione negli ultimi sei mesi, tanto che gli operatori sul campo parlano di una situazione "senza precedenti".
A documentarlo è il dispositivo Tempo, promosso da Médecins du Monde insieme ad associazioni per la riduzione del rischio e strutture medico-sociali con équipe di strada. La coordinatrice del progetto, Marianne Poisson, descrive una crisi che peggiora di settimana in settimana: diverse centinaia di persone in condizioni di grave precarietà, senza alloggio, con diritti negati e disturbi psichici, consumano crack in pieno giorno nelle vie del centro, soprattutto nei pressi della stazione Saint-Charles. La tendenza è confermata anche dal rapporto TREND dell'Osservatorio francese sulle droghe e le dipendenze (OFDT), pubblicato nel giugno 2026.
Il profilo dei consumatori si sta modificando: sono sempre più giovani, con una presenza crescente di donne — talvolta adolescenti — particolarmente esposte al rischio di violenze. Il crack viene prodotto localmente a partire da cocaina venduta a basso prezzo nei numerosi punti di spaccio del centro città.
A rendere ancora più critica la situazione è la chiusura, avvenuta a fine maggio 2026, del Sleep In, centro di accoglienza e riduzione del rischio del quartiere Saint-Charles, gestito dal Groupe SOS. La struttura — che offriva trenta posti letto d'emergenza e consulenze mediche — è stata chiusa per insalubrità e non riaprirà per diversi mesi, lasciando centinaia di persone senza alcun punto di riferimento. Gli operatori ammettono di non avere nulla da proporre a chi chiede riparo e assistenza.
Da più parti si torna a invocare l'apertura di una Halte Soins Addictions (HSA), una struttura supervisionata per il consumo e la cura delle dipendenze, sul modello di quelle già attive a Parigi e Strasburgo dal 2016 e in altri paesi europei da quarant'anni. In maggio era stato raggiunto un accordo di principio tra il municipio, l'Agenzia regionale per la salute, l'ospedale universitario e la prefettura, ma la realizzazione concreta è ancora bloccata. Nel frattempo, comitati di residenti "esasperati" hanno tornato a farsi sentire, chiedendo alle autorità di agire con urgenza.
USA. New York: quasi 5 anni di centri antidroga con consumo supervisionato. Funzionano?
A New York City sono aperti da quasi cinque anni i primi centri di consumo supervisionato di droghe degli Stati Uniti — strutture in cui è consentito iniettarsi eroina o fumare crack in loco, sotto la sorveglianza di personale qualificato. CBS News ha fatto il punto sull'efficacia di questi luoghi, sollevando domande cui la scienza non ha ancora dato risposta definitiva.
I due centri, gestiti dal no-profit OnPoint NYC e situati nei quartieri di East Harlem e Washington Heights a Manhattan, hanno aperto il 30 novembre 2021, autorizzati dalla città ma non dal governo federale, che mantiene in vigore leggi degli anni Ottanta contro i cosiddetti "crack house". Si tratta dei primi centri di questo tipo formalmente riconosciuti da un ente pubblico negli Stati Uniti.
Nel solo primo anno di attività, 2.841 persone hanno frequentato i due centri per un totale di 48.533 accessi, e il personale è intervenuto in 636 occasioni per scongiurare overdose letali. Un quinto dei partecipanti è stato indirizzato verso servizi di alloggio, disintossicazione, cure primarie o sostegno all'impiego. Secondo quanto riportato dalla Drug Policy Alliance, il 100% di chi ha chiesto di accedere a percorsi di disintossicazione o ricovero per dipendenze è stato messo in contatto con strutture esterne.
I sostenitori del modello sottolineano anche l'impatto sul territorio: prima dell'apertura del centro di Washington Heights, il parco di fronte contava in media 13.000 siringhe abbandonate al mese raccolte dai parchi cittadini. Nel mese successivo all'apertura, le siringhe raccolte erano scese a 1.000.
Sul fronte delle morti per overdose, i dati mostrano che negli ultimi due anni i decessi in città sono calati sensibilmente rispetto al picco storico del 2023. Il Dipartimento della Salute di New York ha attribuito il risultato a "diversi anni di maggiori investimenti in strategie di prevenzione delle overdose basate sull'evidenza", senza citare esplicitamente OnPoint. I National Institutes of Health (NIH) stanno finanziando uno studio pluriennale sui tre centri di consumo supervisionato attivi negli Stati Uniti — i due di New York e uno a Providence, nel Rhode Island — ma le conclusioni non sono ancora disponibili. Uno dei ricercatori principali ha dichiarato a CBS News di ritenere che questi centri abbiano avuto un effetto positivo sulla salute pubblica.
Non mancano però le voci critiche. Secondo l'analista Charles Fain Lehman, gli stessi dati portano a conclusioni opposte. I detrattori accusano i centri di attrarre spacciatori e consumatori abituali, peggiorando la sicurezza percepita nelle zone circostanti. Uno studio pubblicato sul Journal for Experimental Criminology ha rilevato un aumento significativo dei reati contro il patrimonio vicino alla sede di Washington Heights, anche se gli autori hanno collegato il fenomeno all'apertura di un negozio Target nelle vicinanze, facilmente soggetto a taccheggio, piuttosto che al centro di consumo.
Un'analisi dei dati sulle chiamate al 112 effettuata da CBS News ha mostrato che la maggioranza delle segnalazioni dagli indirizzi di OnPoint riguardava servizi di ambulanza, con poche chiamate che richiedevano l'intervento della polizia. Uno studio del 2023 non aveva rilevato variazioni significative nei livelli di criminalità o degrado nelle aree limitrofe ai centri.
Sul piano politico, il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani ha visitato OnPoint a marzo 2026, appena due mesi dopo il suo insediamento, esprimendo pubblico sostegno al programma.
I centri di consumo supervisionato esistono da decenni in Europa, Canada e Australia. Quello di Vancouver, in Canada, è attivo dal 2003, ma quella città ha registrato un aumento costante delle morti per overdose fino al picco del 2022, a dimostrazione di quanto il fenomeno sia complesso da valutare.
Fonte: CBS News
ITALIA. Carta europea disabilità. I primi passi del governoIl governo fa un passo avanti sulla Carta europea della disabilità e sul contrassegno europeo di parcheggio, con l’obiettivo di assicurare la libera circolazione delle persone con disabilità all’interno dell’Unione europea. La Carta sarà rilasciata gratuitamente dall’Inps, in formato fisico e digitale, avrà validità fino a dieci anni e potrà essere richiesta anche tramite l’app IO. Il contrassegno sarà invece rilasciato dai Comuni, durerà dieci anni, sarà disponibile anche in formato digitale e potrà essere richiesto attraverso una piattaforma dedicata. Il decreto è stato approvato in via preliminare e dovrà completare l’iter prima di entrare in vigore.
ITALIA. Ristoranti virtuali in crescitaI ristoranti virtuali su Deliveroo sono cresciuti di oltre il 150% in cinque anni e oggi sono presenti in più di 300 comuni italiani. Questo modello permette a un ristorante di creare marchi e menu diversi destinati solo al delivery, senza aprire nuove cucine. Monza è la città con la maggiore incidenza di virtual brand, seguita da Varese, Milano, Torino e Bologna. Questa tendenza si inserisce in momento di crescita del mercato dell’online food delivery, che nel 2025 ha superato i 2 miliardi di euro.
ITALIA. Consumo farmaci 2025. Rapporto AifaRapporto dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) sul consumo di farmaci nel 2025
Nel 2025 sono state consumate mediamente, in regime di assistenza convenzionata, circa 18 confezioni per ciascun cittadino e 1.148,2 dosi per mille abitanti ogni giorno (+1% rispetto al 2024). Considerando l’intera assistenza territoriale, pubblica e privata, le confezioni dispensate sono state circa 1,9 miliardi, in lieve riduzione rispetto all’anno precedente (-0,5%).
Circa 7 cittadini su 10 (66,9% degli assistiti) hanno ricevuto almeno una prescrizione di farmaci.
La spesa farmaceutica totale ha raggiunto 39,3 miliardi di euro, con un aumento del 6% rispetto all’anno precedente. La spesa pubblica si attesta sui 28,4 miliardi di euro (+5,8% rispetto al 2024), pari al 72,2% della spesa farmaceutica complessiva e al 20% della spesa sanitaria pubblica totale.
La spesa farmaceutica relativa agli acquisti da parte delle strutture sanitarie pubbliche (inclusi ospedali, ASL, RSA, strutture penitenziarie e i canali della distribuzione diretta e per conto) è stata pari a 18,9 miliardi di euro, in aumento del 6,2% rispetto al 2024.
La spesa territoriale pubblica (comprensiva della spesa dei farmaci di Classe A erogati in regime di assistenza convenzionata, in distribuzione diretta e per conto) è stata pari a 14,3 miliardi di euro, (+3,5% rispetto al 2024).
La spesa a carico dei cittadini è stata pari a 10,7 miliardi di euro, con un incremento del 7,5%, trainata dall’acquisto dei farmaci di classe A acquistati privatamente (+16,2%), dei farmaci di fascia C con ricetta (+7,4%) e di quelli di automedicazione (+6,5%).
Sono alcuni dei principali elementi che emergono dal Rapporto OsMed 2025 sull’uso dei medicinali in Italia, pubblicato dall’Agenzia Italiana del Farmaco sul portale istituzionale.
Nel 2025, tirzepatide compare al primo posto tra i farmaci di fascia A acquistati privatamente dal cittadino: in particolare, con 225 milioni di euro, incide per il 13% sulla spesa privata dei farmaci di classe A. Seguono, a notevole distanza, colecalciferolo, pantoprazolo e ibuprofene, che rispetto al 2024 registrano un incremento della spesa dovuto a una crescita dei consumi.
La spesa di compartecipazione, sostenuta dai cittadini per la quota eccedente il prezzo di riferimento dei farmaci a brevetto scaduto, è stata di 1,04 miliardi di euro, pari a 17,71 euro pro capite. Si può notare che nelle Regioni a minor reddito, come Calabria, Sicilia e Campania, i cittadini pagano di tasca propria le cifre più alte (22,35 euro pro capite contro i 13,73 euro del Nord), indice anche di una resistenza a sostituire il farmaco di marca con il generico.
La spesa pro capite e i consumi crescono con l’aumentare dell’età, in particolare la popolazione con più di 64 anni assorbe oltre il 60% della spesa e quasi il 70% delle dosi. Le Regioni del Nord registrano una prevalenza inferiore (63,5%) rispetto a quelle del Centro (68,9%) e del Sud (70,4%).
“Il Rapporto OsMed continua a rappresentare uno strumento straordinario per comprendere l'evoluzione dell'assistenza farmaceutica nel nostro Paese – afferma il Direttore tecnico-scientifico Pierluigi Russo –. L’edizione 2025 evidenzia come le dinamiche della spesa siano strettamente intrecciate ai cambiamenti demografici, all’introduzione di nuove opzioni terapeutiche, ai modelli prescrittivi e alle differenze territoriali nei consumi. La disponibilità di dati sempre più completi consente di descrivere e capire questi fenomeni, ma anche di orientare le politiche del farmaco, promuovere l’appropriatezza prescrittiva e valutare l’impatto delle strategie adottate”.
L’edizione 2025 analizza i principali fenomeni nazionali: tra le novità spiccano l’approfondimento sui farmaci per i disturbi respiratori in ambito pediatrico, l’analisi di nuove categorie terapeutiche ad alta prescrizione e l’ampliamento della valutazione della variabilità regionale. Saranno elaborati, in una seconda fase, specifici approfondimenti tematici e territoriali, pensati per rappresentare con maggiore dettaglio la complessità dell’assistenza farmaceutica.
In questa edizione del Rapporto OsMed, inoltre, nell’analisi dell’acquisto privato dei farmaci di classe A per il periodo 2023-2025 si utilizzano per la prima volta i dati di sell-out, provenienti dal dataset Federfarma, Assofarm, Farmacie Unite e Promofarma, elaborati da Pharma Data Factory e successivamente analizzati e integrati da AIFA con le necessarie fonti informative. Il nuovo approccio consente di misurare le effettive dispensazioni a carico dei cittadini e di superare le criticità dei dati di sell-in, influenzati dai fenomeni di accumulo e smaltimento delle scorte nelle farmacie.
Nell’assistenza convenzionata, anche nel 2025 i farmaci cardiovascolari si confermano la classe terapeutica a maggiore spesa, con 54,30 euro pro capite, e a maggior consumo, con 508,93 DDD. L’aumento più marcato dei consumi ha riguardato i farmaci del sistema genito-urinario e ormoni sessuali (+4,2%), i farmaci dell’apparato gastrointestinale e del metabolismo (+2,7%), e i farmaci del sistema nervoso centrale (+2,1%). Si osserva inoltre una marcata riduzione delle DDD per gli antimicrobici per uso sistemico (-7,9%). Gli inibitori della pompa protonica rimangono la categoria a maggiore spesa (9,65 euro pro capite), sebbene in diminuzione del 7,7% rispetto al 2024. I farmaci con il costo medio per dose giornaliera più elevato sono risultati tirzepatide (25,23 euro), ceftriaxone (11,23 euro) e teriparatide (10,31 euro).
Negli acquisti diretti delle strutture pubbliche, invece, la spesa si concentra soprattutto negli antineoplastici e immunomodulatori (144,36 euro pro capite), mentre i farmaci del sangue e organi emopoietici rappresentano la categoria a maggior utilizzo (54,87 DDD). Tra i farmaci a maggior spesa, invece, si osservano incrementi nel consumo per i farmaci antineoplastici e immunomodulatori (+8,1%), del sistema respiratorio (+6,1%) e degli antimicrobici generali per uso sistemico (+2,4%), mentre si registra una riduzione per i farmaci dell’apparato gastrointestinale e metabolismo (-11,5%), del sistema nervoso centrale (-6,4%) e dei farmaci del sangue ed organi emopoietici (-1,1%).
Le categorie a maggiore impatto sulla spesa sono gli inibitori di PD-1/PD-L1 (19,14 euro pro capite) e gli inibitori dell’interleuchina (14,25 euro pro capite): in entrambi i casi, rispetto al 2024 si nota una crescita, rispettivamente del +9,1% e del +2,8%. Tra i principi attivi, pembrolizumab (554,1 milioni di euro) e daratumumab (553,5 milioni di euro) si confermano i farmaci a maggiore spesa e rappresentano insieme il 5,8% della spesa complessiva per gli acquisti diretti. Al terzo posto e al quarto posto si collocano semaglutide, con 335,4 milioni di euro, e dupilumab, con 312,4 milioni di euro.
Nel 2025, il 46,3% della popolazione pediatrica, pari a circa 4,1 milioni di bambini, ha assunto almeno una terapia farmacologica. Gli antinfettivi per uso sistemico si confermano la categoria terapeutica a maggiore consumo, sebbene si registri una marcata contrazione nell’uso (-21,9%), con un’inversione rispetto alla tendenza misurata negli anni precedenti.
Seguono, per consumo, i farmaci dell’apparato respiratorio, anch’essi in riduzione, e i farmaci del sistema nervoso centrale. Questi ultimi fanno rilevare un incremento, in particolare nell’uso di antiepilettici e psicofarmaci.
Nel 2025 la prevalenza d’uso tra bambini e adolescenti di età inferiore ai 18 anni ha raggiunto lo 0,64%, con una crescita del +12,1% nell’ultimo anno (circa 6,4 bambini su 1.000), confermando un trend che vede i consumi triplicati dal 2016. Gli incrementi più marcati riguardano i trattamenti per l’ADHD come il metilfenidato (+28,9%), gli antipsicotici atipici come aripiprazolo (+14,6%) e risperidone (+13,3%) e gli antidepressivi come la sertralina (+9,6%). Nonostante la crescita osservata dopo la pandemia, il consumo di psicofarmaci in età pediatrica in Italia rimane sensibilmente inferiore rispetto ai livelli registrati in altri contesti internazionali (in Francia la prevalenza è dell’1,61%, negli USA supera il 24%). Si registrano comunque forti differenze territoriali, con le Regioni del Centro che evidenziano tassi superiori di oltre il 50% alla media nazionale.
Il focus sui farmaci respiratori in età pediatrica rivela una prevalenza d’uso del 17,8%, quasi doppia rispetto alla prevalenza epidemiologica dell’asma, pari al 9%. Questo scostamento sembra indicare un ricorso improprio a prescrizioni per infezioni respiratorie acute non asmatiche, e segnala la necessità di rafforzare gli interventi formativi rivolti alla pediatria di libera scelta.
Nel 2025, il 97,2% degli ultrasessantacinquenni ha ricevuto almeno una prescrizione farmacologica. Il 67,7% degli over 65 assume almeno 5 farmaci contemporaneamente, mentre il 27,9% è esposto a una politerapia grave (≥10 farmaci). La politerapia cronica, cioè l’assunzione di 5 farmaci diversi per almeno 6 mesi nel corso di un anno, interessa il 33,2% degli anziani. Basilicata, Campania e Puglia mostrano livelli di consumo e costo medio per dose giornaliera costantemente superiori alla media nazionale.
La spesa media per utilizzatore è stata di 591,10 euro (648,23 euro nei maschi e 545,72 euro nelle femmine), in aumento rispetto al 2024 del 3,7%.
Nel 2025, la spesa complessiva per i farmaci antidiabetici ammonta a 1.593,7 milioni di euro (+34,9%). Una crescita particolarmente rilevante ha riguardato Semaglutide e Tirzepatide: i consumi in Fascia C (acquisto privato) sono aumentati dell’85,7% e la spesa del 75,8%. AIFA monitora con attenzione l’evoluzione di questo fenomeno, che riflette una mutata e crescente domanda di trattamenti destinati a curare non solo la patologia diabetica.
Semaglutide ha fatto registrare una spesa di 430 milioni di euro a carico del SSN e di 162,7 milioni in Fascia C. In forte crescita tra i principi attivi di classe A acquistati privatamente dai cittadini tirzepatide, con 225,5 milioni di euro, a fronte di una spesa di 123,4 milioni a carico del SSN, erogati nell’ambito delle condizioni previste dalla Nota 100.
Nel 2025 si registra una contrazione dei consumi degli antibatterici per uso sistemico nell’assistenza convenzionata (-7,9% in DDD, -8,6% in spesa), a fronte di un lieve aumento negli acquisti delle strutture pubbliche (+2,4%).
Nel 2025 i farmaci a brevetto scaduto hanno rappresentato il 72,9% della spesa e l’88,1% dei consumi in regime di assistenza convenzionata di classe A. La quota dei farmaci equivalenti, ad esclusione di quelli che hanno goduto di copertura brevettuale, ha rappresentato il 23,5% della spesa e il 32,1% dei consumi.
L’Italia conferma il primato europeo nell’impiego dei biosimilari, che raggiungono il 71,4% di consumi. Tuttavia, permangono ampi margini di crescita per i medicinali equivalenti, il cui uso risulta meno diffuso nelle Regioni meridionali. I cittadini delle Regioni meridionali, per scegliere il farmaco di marca, pagano cifre significativamente più elevate: 22,35 euro pro capite per Sud e Isole (totale 432,7 milioni di euro), 19,43 euro pro capite per il Centro (totale 230,6 milioni di euro), 13,73 euro pro capite per il Nord (totale 380,4 milioni di euro).
Dopo anni di forte espansione, la spesa per le sole indicazioni innovative ammesse al Fondo dedicato si è contratta del -19,4% nel 2025, scendendo a 700 milioni di euro. L’incidenza delle indicazioni innovative sul totale degli acquisti diretti delle strutture pubbliche è scesa dal 6,6% del 2023 al 4% nel 2025. Il fenomeno è legato sia alla naturale scadenza del triennio di innovatività (2023-2025) per molte molecole oncologiche ed ematologiche, sia all’ingresso di nuovi farmaci con innovatività condizionata, caratterizzati da un impatto finanziario più contenuto.
Nel 2025 sono stati erogati 1.195 trattamenti con terapie avanzate, per una spesa complessiva di 222,6 milioni di euro (784 trattamenti CAR-T per 149,3 milioni euro e 411 terapie geniche/tessutali non-CAR-T per 73,3 milioni euro) in aumento del 14,5% rispetto all’anno precedente.
Due nuove terapie avanzate hanno fatto ingresso sul mercato per la prima volta nel 2025: tabelecleucel per malattia linfoproliferativa post-trapianto positiva al virus di Epstein-Barr e etranacogene dezaparvovec per il trattamento dell’emofilia B.
La spesa dei farmaci orfani è aumentata del 7,9% rispetto al 2024, raggiungendo i 2,55 miliardi di euro, pari all’8,6% della spesa farmaceutica a carico del SSN. La categoria terapeutica che al primo posto sia per la spesa che per i consumi è rappresentata dai farmaci antineoplastici e immunomodulatori (rispettivamente 46,5% e 47,7%). La più alta incidenza sulla spesa riguarda i farmaci utilizzati per le malattie genetiche e nei linfomi, mielomi e altre malattie onco-ematologiche (rispettivamente 32,0% e 31,6%), invertendo l’andamento del 2024. Le medesime aree terapeutiche registrano anche i consumi più elevati, sebbene i farmaci per le malattie genetiche registrino valori notevolmente inferiori rispetto a quelli osservati per i linfomi, mielomi e altre malattie oncoematologiche.
Il Rapporto propone un confronto tra l’assistenza farmaceutica italiana e quella di altri nove Paesi europei per i farmaci distribuiti sia a livello territoriale che tramite il canale ospedaliero. La spesa farmaceutica totale italiana, comprensiva della spesa territoriale pubblica e privata e della spesa ospedaliera, con un valore di 750 euro pro capite, è inferiore rispetto a quella registrata in Germania (779 euro), Austria (795 euro) e lievemente superiore a quella di Belgio (738 euro) e Spagna (727 euro); risulta, invece, nettamente superiore a quella di Polonia (388 euro), Svezia (536 euro), Portogallo (541 euro) e Gran Bretagna (575 euro). Sul canale delle farmacie territoriali, tutti i Paesi dell’Euro10 presentano prezzi medi superiori a quelli italiani (in Germania i prezzi territoriali sono più alti del +372,4%).
L’Italia presenta ancora una bassa incidenza della spesa per i farmaci equivalenti rispetto agli altri Paesi europei. Si colloca invece al primo posto, tra i dieci Paesi analizzati, per i biosimilari che rappresentano il 70,3% della spesa e il 71,4% dei consumi, rispetto a una media per i 10 Paesi europei considerati del 60,9% per la spesa e del 45,9% per i consumi.
Con una spesa di 52,9 euro pro capite per i farmaci orfani, l’Italia si conferma al quarto posto, dopo Francia (77,9 euro), Austria (74 euro) e Belgio (73 euro).
MONDO. REddito famiglie area Ocse +0,2%, Italia +0,8%La crescita del reddito reale delle famiglie nell'area Ocse è rallentata allo 0,2% nel primo trimestre del 2026, rispetto all’aumento dello 0,6% del quarto trimestre del 2025.
Lo ha reso noto l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico, che riunisce i 38 Paesi industrializzati, precisando che nel contempo, il Pil reale pro capite dell'area è cresciuto dello 0,3%, un leggero aumento rispetto allo 0,2% dell’ultimo trimestre dello scorso anno.
Come rileva l’Ocse, la crescita del Pil si concentra sulla variazione dell'attività economica aggregata, mentre la crescita del reddito delle famiglie riflette la variazione del reddito percepito dalle famiglie, ovvero il reddito disponibile per la spesa o il risparmio.
Tra i 21 paesi per i quali sono disponibili i dati, 13 hanno registrato una crescita del reddito reale pro capite e 8 una contrazione.
Tra le economie del G7, il reddito reale pro capite è aumentato in media dello 0,2% nel primo trimestre del 2026, dopo 0,0% nel trimestre precedente, ma riflettendo risultati diversi tra i vari paesi.
In Italia, in particolare, il reddito reale pro capite delle famiglie ha invertito la tendenza dopo la contrazione dello 0,9% nel quarto trimestre del 2025 ed è cresciuto dello 0,8% nel primo trimestre. La ripresa è stata trainata dagli aumenti delle retribuzioni dei dipendenti, associati a un leggero calo del tasso di disoccupazione (dal 5,7% al 5,4% nel primo trimestre del 2026), che ha compensato la riduzione delle prestazioni sociali, spiega l’Ocse. La crescita del Pil reale pro capite nella Penisola intanto è rimasta stabile allo 0,3%.
In Canada, Germania e Stati Uniti, il reddito reale pro capite delle famiglie è cresciuto dello 0,2%, rispettivamente dallo 0,0%, 0,1% e -0,2% del quarto trimestre 2025.
Al contrario, nel Regno Unito il reddito reale pro capite famiglie si è contratto dello 0,8%, dopo un aumento dell'1,1% nel trimestre precedente. La contrazione riflette un maggiore onere fiscale su redditi e patrimoni, in parte dovuto a una riduzione dell'esenzione fiscale sulle plusvalenze, unitamente a una diminuzione delle prestazioni sociali nette e a un'inflazione più elevata. Allo stesso tempo, il Pil reale pro capite nel Regno Unito è aumentato dello 0,6% dopo due trimestri senza crescita.
Anche in Francia il reddito reale pro capite delle famiglie si è contratto, seppur leggermente, diminuendo dello 0,1% dopo un aumento dello 0,3% nel quarto trimestre.
(Radiocor)
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