Mercoledì 10 giugno 2026
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Aerei, così le compagnie non rimborsano 132 milioni ai passeggeri

U.E. - ITALIA
Notizia ·
Le compagnie aeree trattengono soltanto in Italia almeno 132 milioni di euro di tasse aeroportuali e governative che invece dovrebbero restituire ai passeggeri che per motivi personali o di lavoro non si presentano all’imbarco. E se nella maggior parte dei casi si tratta di viaggiatori ignari di questo diritto, quando il cliente chiede il rimborso diversi vettori impongono dei costi di gestione della pratica che spesso sono uguali o superiori alla somma che dovrebbero ridare. Non solo. In almeno un caso è l’aviolinea a stabilire sin dall’inizio che l’importo non sarà mai ridato. È quanto emerge — per la prima volta — da un’inchiesta del Corriere della Sera incrociando i database internazionali, i bilanci di decine di vettori, le regole contrattuali e parlando con amministratori delegati, capi commerciali e capi finanziari delle aviolinee e degli aeroporti.

L’analisi
I 132 milioni di euro sono soltanto una fetta e riguardano l’anno 2019. Per avere una contabilità certa tra vettori low cost (le cui tariffe non sono restituibili) e tradizionali (solo una piccola fetta dei biglietti non è rimborsabile) il Corriere ha tenuto conto dei passeggeri che hanno volato in classe Economy in Italia sulle rotte nazionali e internazionali (non intercontinentali) a bordo di tutte le compagnie aeree e ha considerato in parallelo quei viaggiatori che nelle stesse «classi tariffarie» non hanno potuto prendere un volo. Sono stati poi esclusi dal calcolo quelli che non si sono imbarcati perché il viaggio di connessione è arrivato in ritardo (quindi sono stati comunque messi su un altro collegamento), quelli del volo cancellato (rientrano in un’altra categoria) e quelli prenotati nelle classi Business e Prima dal momento che i loro ticket sono flessibili.

Le voci del biglietto
Ma prima una breve spiegazione. Il biglietto che acquistiamo si compone di diverse voci: la tariffa vera e propria, l’Iva, i costi di sicurezza e di assicurazione, i diritti d’imbarco, l’addizionale comunale, il supplemento carburante, il corrispettivo per l’assistenza ai passeggeri con disabilità, le spese di vendita. Diverse di queste voci sono versate dalla compagnia all’aeroporto e alle casse comunali e nazionali per ogni persona che effettivamente sale a bordo. Chi non s’imbarca perde per sempre i soldi della tariffa — succede così nel 99% dei casi con le low cost, così come non si rivedono più le spese per il supplemento carburante/costi di vendita dei vettori tradizionali —, ma ha diritto a vedersi restituire le altre spese facendone richiesta. Così, come vedremo, non è.

I «no show»
Nel 2019 nel nostro Paese circa 5,3 milioni di persone non hanno preso un volo, stando all’analisi del Corriere. Si tratta soprattutto dei cosiddetti passeggeri «no show», come vengono definiti in gergo quelli che acquistano un biglietto, ma poi non usufruiscono del servizio. La maggiore parte (il 60%) avrebbe dovuto imbarcarsi sulle low cost e così ha perso anche i soldi della tariffa che non è quasi mai rimborsabile. I «no show» generano ricavi aggiuntivi per i vettori di 260 milioni di euro soltanto per quanto riguarda la tariffa (che legittimamente segue le condizioni contrattuali), secondo l’analisi. Alla tariffa vanno aggiunte le tasse aeroportuali e governative, com’è stato scritto, pari a poco più di 132 milioni di euro: circa 80 milioni che finiscono nelle casse delle low cost e 52 milioni in quelle delle «tradizionali».

I casi
Queste tasse e spese dovrebbero essere restituite perché sborsate dai vettori in seguito e soltanto per persona trasportata e non prenotata. Ma le cose sono più complicate. «Diciamo che si preferisce nascondere l’informazione in documenti e allegati pur di non ricordare al cliente che è un suo diritto chiedere la restituzione di parte dei soldi spesi», ammette un amministratore delegato di un’importante compagnia aerea europea tradizionale che chiede l’anonimato perché — aggiunge — «il tema può diventare fonte d’imbarazzo». «L’anno scorso in questo modo abbiamo avuto 4,5 milioni di euro in più soltanto nel mercato italiano», calcola l’ad e aggiunge: «Ci sono compagnie che guadagnano molto più di noi». Dall’analisi del Corriere, infatti, emerge che si arriva fino a 70 milioni di euro l’anno di introiti in più, in particolare tra le low cost.

Gli esempi
Prendiamo il volo Milano Malpensa-Madrid di Air Europa con l’andata il 5 settembre e ritorno il 12. Il costo complessivo è di 61,10 euro. La tariffa pura è di 18 euro e non è rimborsabile, e poi ci sono 43,10 euro di «tasse e supplementi» come indica il sito, senza precisare l’ammontare di ogni voce. Tra questi — si scopre consultando i sistemi specializzati — ci sono 6,50 euro di addizionale comunale, 14,29 euro di tassa italiana d’imbarco e 14,95 euro della corrispettiva spagnola, le spese per la sicurezza (2,48 per il volo in partenza dall’Italia, 3,38 euro per il ritorno dalla Spagna).

Le condizioni contrattuali
Ma nelle regole contrattuali ecco la scoperta: «I passeggeri hanno diritto al rimborso delle tasse imposte dai governi, da altre autorità o dagli operatori aeroportuali — spiega Air Europa — a meno che non siano già state pagate o siano in fase di pagamento, nonostante l’utilizzo o il non utilizzo, a tali governi, autorità od operatori aeroportuali». La clausola rende impossibile per il cliente dimostrare che il pagamento è stato effettuato dopo e non prima della richiesta di restituzione. Una restituzione che può essere fatta soltanto su iniziativa del passeggero e in ogni caso «sarà soggetto al pagamento di un addebito il cui importo sarà consultabile dal passeggero presso Air Europa o presso le agenzie autorizzate». «L’aeroporto non chiede al vettore i soldi del passeggero che ha prenotato, ma non si è imbarcato», chiariscono due dirigenti di altrettanti scali italiani. «Anche perché — sottolineano — noi non abbiamo i dati dei posti venduti, ma soltanto di quelli che mettono piede al terminal e su quelle cifre decidiamo l’ammontare della fattura».

Il rimborso parziale
Altro esempio: un volo andata e ritorno — negli stessi giorni — da Milano Malpensa a Olbia con easyJet costa 115,48 euro. Di questi, mette in chiaro la low cost al momento della prenotazione, 102,48 euro sono di tariffa e 13 euro di tasse governative. Quest’ultima voce è l’unica rimborsabile nel caso di un volo non preso, mentre non si menziona la possibilità di restituzione delle altre somme: i 6,17 euro di tassa di sicurezza, i 4,41 di Iva, i 20,61 di tassa d’imbarco, i 0,79 euro di spesa per il controllo dei bagagli, cioè altri 31,98 euro.

Le spese di gestione
Se si guarda a Volotea, low cost che in queste settimane sta facendo moltissimi voli nazionali, è previsto il rimborso delle tasse aeroportuali e di sicurezza «se richiesto dal passeggero» e — viene chiarito — «dopo aver scontato dall’importo da restituire la somma di 5 euro a tratta e passeggero, a titolo di spese di gestione». Per un ticket di andata e ritorno si tratta di 10 euro. Un costo di gestione della pratica che sale a 12 euro (con richiesta da inoltrare entro 30 giorni) con un’altra compagnia a basso costo, la spagnola Vueling.

La tariffa «unica»
Altro caso è quello che riguarda Ryanair. Il vettore low cost — il più grande d’Europa e d’Italia per passeggeri trasportati — non rende esplicite le voci di spesa del biglietto acquistato, per cui non è possibile sapere a quanto ammonti la tariffa (non rimborsabile) e a quanto le varie imposte del volo di prova, un Milano Malpensa-Palermo: si sa solo che il costo finale è di 87,58 euro. Nei sistemi di prenotazione delle agenzie si scopre che in caso di biglietto non utilizzato Ryanair dovrebbe restituire in tutto 44,60 euro. Ma, viene spiegato, il rimborso riguarda soltanto le tasse governative (13 euro) e con un costo di servizio di 20 euro. Il viaggiatore insomma per ottenere i 13 euro dovrebbe pagarne altri 7. E così la low cost chiarisce che se la cifra da ridare è inferiore all’onere allora la pratica non avrà un seguito.

Le clausole
Ancora più radicale Wizz Air: in ben due passaggi dell’accordo che il passeggero firma automaticamente quando acquista un volo — senza, ovviamente, leggerne almeno una riga — l’aviolinea a basso costo nata in Ungheria e in rapida espansione in Italia e in Europa scrive in maniera esplicita che le tasse governative, le addizionali comunali e quelle aeroportuali «anche se si basano sul numero dei passeggeri trasportati» non sono rimborsabili. Una clausola che potrebbe dare luogo a contenziosi legali anche in sede europea e che è prevista dalle tre divisioni della società aerea: Wizz Air Ungheria, Wizz Air Regno Unito e Wizz Air Abu Dhabi (ch decollerà in autunno).

I vettori «tradizionali»
Tra le compagnie tradizionali se da un lato c’è maggiore disponibilità alla restituzione, dall’altro prevale la scarsa trasparenza. Alitalia fa sapere di non applicare alcun costo alla pratica di rimborso delle tasse e dei diritti aeroportuali (chiamando a un numero fisso non a pagamento), così come avviene per la portoghese Tap. Anche Iberia, British Airways, Swiss, Air France consentono il rimborso, ma non è chiaro se sono previsti costi di servizio. Ancora più criptiche Lufthansa e Klm che, almeno a leggere i loro contratti, non menzionano da nessuna parte l’opzione.

(articolo di Leonard Berberi pubblicato sul Corsera)
 
 
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