Afghanistan. Bonino: legalizzare la coltivazione di oppio per uso medico
Pubblichiamo integralmente questa intervista al ministro del Commercio internazionale e delle Politiche europee Emma Bonino, apparsa su La Stampa di oggi."Ma quale ritiro!". Mentre infuria l'euforia, nella sinistra che va dai Verdi a Rifondazione passando per i Comunisti italiani, all'annuncio di D'Alema di una conferenza internazionale sull'Afghanistan al fine di rivedere il profilo della missione, il ministro per le Politiche Comunitarie Emma Bonino fa il punto e stempera gli entusiasmi. "Nessun ritiro dall'Afghanistan è alle viste", spiega. "Si tratta piuttosto, come ha detto D'Alema, un rilancio dell'azione internazionale". Rientrata da meno di ventiquattr'ore da Tel Aviv, dove ha partecipato con altri omologhi europei all' Israel Getaway, la conferenza della comunità finanziaria e imprenditoriale israeliana, e dove ha incontrato Tzipi Livni e Shimon Peres, Bonino tira anche un soddisfatto sospiro di sollievo: "Mi pare che le cose che ha detto D'Alema siano molto simili a quelle che io vado ripetendo dal 2004, perlomeno: il punto è che l'azione militare da sola non basta". E, conferenza internazionale a parte, non si tratta nemmeno di particolari novità: l'intensificazione e l'ampliamento dell'azione diplomatica, e il problema delle coltivazioni di oppio sono già state oggetto, racconta Bonino, di discussione in consiglio dei ministri, e trattate anche da Giuliano Amato nel recente pre-G8 dei ministri dell'Interno a Mosca.
Lei è stata più volte in missione sul campo, a Kabul, dove nel 1997, da commissario europeo fu anche sequestrata dai talebani. Che cosa le fa ritenere che non sia sufficiente la sola missione Isaf?
"Anzitutto vorrei chiarire che noi siamo per rimanere in Afghanistan. Ma occorre mettere a punto il profilo della nostra presenza. La questione va affrontata a livello regionale: la sicurezza non si garantisce solo all'interno dell'Afghanistan. Occorre una forte azione diplomatica con tutta la serie di paesi confinanti, che con una certa dose di sottovalutazione potremmo definire non proprio benevolenti: dall'Iran al Pakistan. C'è poi la questione del rafforzamento delle strutture istituzionali, e la questione economica. In Afghanistan il 50 per cento del prodotto interno lordo è in nero. La forza d'urto dei talebani e dei signori della guerra è quella".
La questione dell'oppio, che lei aveva già sottolineato in un rapporto per l'Unione europea alla fine del 2005?
"Sì. Quello dell'oppio è un problema che andrebbe affrontato in modo non ideologico. Perché, ripeto, il cinquanta per cento del prodotto interno lordo dell'Afghanistan è in nero, e in mano ai talebani. E' fonte anche di corruzione, di attività criminali. Spero proprio che, quando ci sarà questa conferenza internazionale, si affronterà questa questione essenziale. Nel rapporto all'Unione europea noi avevamo proposto che ci fossero delle quote legali delle coltivazioni di oppio per la produzione della morfina. Che è consumata all'80 per cento dai Paesi ricchi, come antidolorifico, mentre in una città come Kabul, dove si vive seduti sui papaveri, ironia della sorte vuole che i chirurghi operino a freddo, senza nessun antidolorifico. Faccio notare che questo esperimento delle quote legali esiste già in Turchia, Australia, Spagna. E che in Afghanistan l'ipotesi ha il forte sostegno della presidente della Red Crescent, l'equivalente della nostra Croce Rossa, che è anche moglie del ministro delle Finanze di Kabul".
In Consiglio dei ministri avete mai affrontato la questione afghana?
"In varie riprese, quando si è trattato di rinnovare la missione italiana a Kabul. E Amato ha parlato della necessità di affrontare il problema dell'oppio nella riunione dei ministri dell'Interno prima del G8 di Mosca. Poi c'è stato il dibattito parlamentare, con un ordine del giorno che parlava appunto della necessità di potenziare gli aspetti politici, economici ed anche umanitari della missione. Il punto, ripeto, non è venir via, ma restare in Afghanistan con modalità adeguate alle esperienze che abbiamo accumulato in questi mesi, e facendo fronte a errori che possono essere stati fatti. Come non aver ben presente il quadro complessivo di quella regione del mondo".
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