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 ITALIA - ITALIA - Agi-Censis: lo smartworking non aiuta i consumi, anzi
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4 luglio 2020 13:17
 
 Lo smart working non aiuta i consumi, anzi. Perche' un lavoratore se opera da casa, di certo fa a meno del caffe', del panino o del pranzo al bar o ristorante. Per non parlare del fatto che e' meno invogliato a fare acquisti di qualsiasi tipo. Ed e' quindi un vero e proprio grido di allarme quello delle imprese che operano nel settore del commercio (all'ingrosso e al dettaglio) e che in Italia sono piu' di un milione. Per la gran parte si tratta di piccole e piccolissime imprese: il 96,2% del totale ha infatti meno di 9 addetti. Nel complesso rappresentano il 24,7% delle imprese del Paese e il 19,8 degli addetti: in valore assoluto, 3,4 milioni di lavoratori. Il secondo rapporto AGI-Censis elaborato nell'ambito del del progetto "Italia sotto sforzo. Diario della transizione 2020", ricordando le valutazioni fatte dal Centro Studi di Confcommercio, evidenzia che c'e' per molte di loro un rischio di potenziale chiusura definitiva.
Tenendo conto delle imprese che potrebbero non riaprire per tutto il 2020 o sospendere l'attivita' a causa di una insufficiente domanda e il venire meno della convenienza economica a proseguire l'attivita' (profitti economici nulli o negativi) il rischio interessa circa 88.000 imprese nel commercio (il 9,5% del totale) e 179.000 (il 9,9% del totale) per le imprese di servizio, tra cui ristorazione, bar, alloggio, ecc. Secondo le stime Ismea, a fine anno si registrera' una perdita di 24 miliardi risultante dal saldo negativo tra i - 34 miliardi di euro di spesa extra-domestica e i +10 miliardi di spesa domestica presso i dettaglianti (+6%). In pratica si stima che il canale Ho.Re.Ca. (Hotellerie, Restaurant, Cafe') perdera', su base annua, il 40% del suo fatturato. Nel Rapporto, si legge che appunto "la questione rimanda ad un problema che, anche al di la' del periodo del lockdown, non fa dormire sonni tranquilli agli operatori della ristorazione ma in generale a tutti gli operatori del commercio al dettaglio. Un problema che puo' essere sintetizzato in una sola parola: smartworking". In sintesi, quello che in alcuni settori d'impresa e della pubblica amministrazione viene visto come un nuovo modello organizzativo in grado di coniugare efficienza, economicita' e soddisfazione dei lavoratori, per chi opera nel campo dei servizi commerciali urbani viene visto come un concreto rischio di contrazione del mercato. 

L'Italia deve fare come la Germania, e stimolare i consumi attraverso un taglio temporaneo dell'Iva. A questa conclusione arriva il rapporto Agi-Censis. Analizzando il calo dei consumi che prosegue incessantemente da 50 anni, e calcolando l'effetto lockdown che ha appensantito una situazione gia' gravemente compromessa, il rapporto ricorda che in Italia il 60,9% del Pil nazionale e' costituito dai consumi delle famiglie, mentre la media UE e' decisamente piu' contenuta (53,5%) con alcuni grandi paesi come Francia e Germania che oscillano intorno al 51%.
Ma quali sono le intenzioni delle aziende? Il rapporto si rifa' ad una recente indagine Istat che ha interpellato un campione rappresentativo di un universo di poco piu' di un milione di unita', corrispondenti al 23,2% delle imprese italiane dell'industria, del commercio e dei servizi, che producono l'89,8% del valore aggiunto nazionale, impiegano il 74,4% degli addetti e circa il 90% dei dipendenti. Quello che emerge con chiarezza e' la maggior propensione ad adottare questo modello da parte delle aziende piu' dimensionate. Considerando pero' le caratteristiche strutturali del nostro sistema d'impresa, molto centrato - anche in termini di numero complessivo di addetti - sulle Pmi, le dimensioni del fenomeno appaiono nel complesso contenute. Inoltre, sono circa 2,4 milioni di unita' gli addetti d'impresa che potrebbero verosimilmente operare a distanza. Ampliando la stima ai lavoratori del pubblico impiego e considerando il 50% dei dipendenti che operano in settori dove esistono meno vincoli ad operare da remoto, si arriva a valutare il fenomeno in poco piu' di 2,8 milioni di lavoratori.
Nel rapporto, quindi, viene posta una questione dirimente: uno smartworking, non piu' di emergenza, ma voluto e strutturato come potra' impattare sul sistema economico e sociale del Paese? Tutti riconoscono che le nuove modalita' di lavoro rappresentano un cambio di paradigma che puo' dischiudere interessantissime opportunita' per le citta' anche nel post-pandemia (il pensiero degli amministratori locali va naturalmente al decongestionamento e all'impatto positivo sulle variabili ambientali). Pero', sottolinea il Rapporto, "si tratta di una transizione che va accompagnata e guidata attraverso un affiancamento tra due modelli, senza pensare che l'uno possa repentinamente e necessariamente sostituire l'altro. Nessuno vuole spazi urbani desertificati. Le relazioni fisiche nei luoghi pubblici sono la vita stessa delle citta'. La dimensione relazionale e' presidio di convivialita', di consumo, di intrattenimento, in ultima analisi anche di sicurezza". 
 
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