Allo studio autorizzazione eutanasia passiva per malati terminali di cancro
Un gruppo di studio del Ministero della Sanita' giapponese sta raccogliendo le opinioni dei medici circa la possibilita' d'interrompere la ventilazione assistita, le trasfusioni e le terapie ai malati di cancro tenuti in vita in maniera artificiale, se e' quello che desiderano. L'eventuale messa in pratica di tale norma potrebbe pero' risultare complessa giacche', secondo un'indagine, soltanto un terzo degli ospedali nipponici informa il paziente delle sue reali aspettative di vita. La legge non si pronuncia in modo specifico sull'eutanasia, ma negli ultimi anni, alcuni esperti legali, specializzati in questioni sanitarie, si sono mobilitati per il riconoscimento dell'eutanasia passiva (lasciar morire) in casi ben precisi. I giudici, da parte loro, prendono in considerazione l'eutanasia solo se il malato la chiede volontariamente, se e' in fase terminale e non risponde piu' a nessun trattamento che mitighi la sua sofferenza.
Nel marzo 2006 si scopri' che in un ospedale di Imizu, a ovest di Tokyo, era stata praticata l'eutanasia passiva su sette pazienti tra i 50 e i 90 anni, tramite distacco degli apparecchi di ventilazione assistita. Secondo la direzione del centro ospedaliero, per tutti i casi c'era stata l'autorizzazione dei familiari, non pero' il consenso esplicito dei pazienti. In precedenza, nel 1998, una dottoressa di Yokohama (a sud della capitale) aveva applicato l'eutanasia attiva su un uomo in stato di coma mediante un'iniezione letale; nel 2005 fu condannata a tre anni di prigione e a cinque d'interdizione professionale.
Nel marzo 2006 si scopri' che in un ospedale di Imizu, a ovest di Tokyo, era stata praticata l'eutanasia passiva su sette pazienti tra i 50 e i 90 anni, tramite distacco degli apparecchi di ventilazione assistita. Secondo la direzione del centro ospedaliero, per tutti i casi c'era stata l'autorizzazione dei familiari, non pero' il consenso esplicito dei pazienti. In precedenza, nel 1998, una dottoressa di Yokohama (a sud della capitale) aveva applicato l'eutanasia attiva su un uomo in stato di coma mediante un'iniezione letale; nel 2005 fu condannata a tre anni di prigione e a cinque d'interdizione professionale.
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