Sabato 6 giugno 2026
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Antibiotici. Se ne consumano troppi

U.E. - ITALIA
Notizia ·
L'Italia e' un paese ad alto consumo di antibiotici e con molte differenze regionali, non sempre motivate dai diversi contesti socio-demografici. Campania, Sicilia e Calabria mostrano il consumo piu' alto. Al contrario, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige sono tra le Regioni che ne consumano meno. Questa disparita' e' solo in parte spiegabile sulla base di differenze nella struttura demografica e socioeconomica delle regioni, ma e' difficile dire in modo chiaro quali siano le regioni piu' virtuose e quelle meno per quel che concerne il consumo appropriato di questi farmaci. E' quanto emerso da una ricerca coordinata dal professor Massimo Filippini dell'Universita' di Lugano e dal professor Giuliano Masiero dell'Universita' di Bergamo e di Lugano, che viene presentata in occasione del 2° Health Econometrics Workshop, da oggi a sabato presso l'Universita' Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Una tre giorni di lavori che, organizzata e promossa da CRISP - centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilita', Universita' degli Studi di Milano-Bicocca, facolta' di Economia dell'Universita' Cattolica di Roma, Universita' degli Studi di Bergamo, vede riuniti professionisti e accademici di alto profilo per discutere su nuovi metodi e applicazioni di Econometria Sanitaria.
Gli esperti hanno studiato il consumo di antibiotici in 20 Regioni Italiane per il periodo che va dal 2000 al 2007. I risultati suggeriscono che il prezzo degli antibiotici (prezzo e ticket regionale) e il reddito sono fattori importanti per la comprensione delle differenze regionali nel consumo di antibiotici. Analogamente a quanto emerso da uno studio effettuato sulla Svizzera, anche per l'Italia l'uso pro capite ambulatoriale di antibiotici e' pure influenzato dalla struttura demografica della popolazione e dal livello di mortalita'.
Inoltre, il livello di consumo di antibiotici di un certo anno sembrerebbe influenzare il consumo di antibiotici nell'anno successivo. Il motivo di questa dinamica potrebbe essere che il consumo di antibiotici forma delle resistenze batteriche che si trascinano nel tempo. E' bene ricordare come la resistenza agli antibiotici (antibiotico-resistenza) possa contribuire al fallimento terapeutico, vale a dire che in casi di resistenza l'antibiotico non fa effetto. Se largamente diffuso, il problema della resistenza agli antibiotici puo' quindi rappresentare un grosso pericolo per la salute di una societa' (aumento del tasso di mortalita' da malattie infettive, aumento dei costi sanitari etc).
L'Italia e' un paese a consumo relativamente alto di antibiotici a livello territoriale. Utilizzando i dati resi disponibili dalla Sorveglianza Europea sul Consumo di Antimicrobici (ESAC) tra il 2000 e il 2005 si vede che l'Italia e' tra i paesi europei che ne consumano di piu' (consumo calcolato come numero di dosi definite giornaliere per 1000 abitanti. L'Italia figura tra i paesi a maggior consumo. Al contrario, Germania, Olanda, Danimarca e Austria sono i paesi che consumano meno antibiotici.
Il livello medio di consumi di antibiotici in Italia tra il 2000 e il 2007 e' stato di 23,24 DDD (dosi definite giornaliere), con un picco nel 2006 (23,68 DDD) e un minimo nel 2000 (22,35 DDD). L'uso di antibiotici e' rimasto sostanzialmente stabile per tutto il periodo, ma un notevole grado di eterogeneita' dei consumi si osserva in tutte le Regioni. In generale, quelle del centro Italia mostrano un uso maggiore di antibiotici pro capite (24,61 DDD) rispetto alle Regioni del Nord (18,25 DDD) e minore rispetto alle Regioni meridionali e nelle isole (28,36 DDD).
Il consumo complessivo di antibiotici misurato in DDD mostra un aumento del 5,6% tra il 2000 e il 2007.
"Il nostro studio potrebbe contribuire ad indirizzare politiche regione-specifiche verso la progettazione di misure mirate a promuovere un migliore uso degli antibiotici e, di conseguenza, a ridurre l'impatto sociale dell'emergenza di nuove resistenze batteriche ai farmaci", ha spiegato il professor Filippini.
"Personalmente credo che questo lavoro sia molto importante", ha commentato Francesco Moscone che lavora presso la Brunel Business School della Brunel University nel Middlesex, uno degli organizzatori del workshop. "Nel nostro paese, soprattutto in certe Regioni del Centro-Sud Italia, il consumo di antibiotici non e' sotto controllo, impattando negativamente sui risultati di salute e sui costi. In Inghilterra, al contrario, e' diventato quasi impossibile farsi prescrivere dal medico di base un antibiotico. Gli inglesi pubblicizzano continuamente l'inefficacia degli antibiotici per la cura di numerose malattie. In Italia, invece, sembrerebbe che anche al minimo sintomo di raffreddore si prescriva l'antibiotico. Se in Italia le politiche di salute pubblica fossero implementate tenendo conto della evidence based medicine, secondo me il consumo di antibiotici sicuramente diminuirebbe, gli indicatori di salute migliorerebbero, e la spesa sanitaria si ridurrebbe", ha concluso Moscone.
"A livello di sistema sanitario italiano servono maggiori incentivi per favorire un uso piu' prudente degli antibiotici", ha sottolineato Filippini, "in modo da raggiungere standard di consumo normali a livello europeo". "Inoltre, in alcune Regioni varrebbe la pena promuovere una politica informativa volta, da una parte, a favorire la prescrizione di antibiotici da parte dei medici solamente quando strettamente necessari e nelle dosi corrette, e dall'altra a sensibilizzare i pazienti sul problema della resistenza (quello che vuole il Ministero in questo momento e' che le Regioni meno virtuose si assumano le loro responsabilita' di spesa chiedendo maggiori contributi ai loro cittadini)". Ad esempio, il Belgio e' riuscito negli ultimi anni a ridurre sensibilmente l'uso degli antibiotici, riducendo cosi' il problema delle resistenze farmacologiche.
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