Asilo politico negato, donna con labbra cucite: in Tunisia torno solo morta
'In Tunisia mi ci devono portare morta, vado in qualunque altro posto del mondo ma non fatemi tornare in Tunisia'. Sono le parole che, un po' biascicate da dietro una mascherina che copre le labbra cucite con ago e filo da giovedi' sera, ha detto la magrebina di 34 anni rinchiusa nel Cie di Bologna al Garante per le persone private di liberta' del Comune, l' avvocatessa Desi Bruno, che oggi l'ha visitata.
La cucitura permette alla donna di parlare e di bere con la cannuccia, ma non di alimentarsi. 'Non mangia da due giorni e intende proseguire, perche' e' terrorizzata dall' idea di essere rimpatriata in Tunisia', ha spiegato l' avvocato.
Dietro l' incubo del ritorno in patria c'e' una storia di solitudine e disperazione, che non fa notizia, simile a quelle di tanti altri clandestini. Ci sono le minacce di morte da parte di un fratello che, saputo della gravidanza della donna non sposata (otto anni fa, l'eta' del figlio lasciato in Libia) l' aveva attesa con un coltello e le aveva promesso di ucciderla. E un cognato condannato per omicidio, un reato maturato in un ambito connotato da forte integralismo religioso, che cercava anche di imporle il velo. Alla fine, la famiglia l'aveva ripudiata con l' eccezione di una sorella. La donna allora e' fuggita in Libia dove ha partorito ed e' rimasta alcuni anni e da qui, nel 2006, con un gommone e' arrivata a Lampedusa, per lavorare in Italia. Qui ha lavorato come badante per due anni in casa di un'altra nordafricana, poi, in Veneto, nel 2009 e' stata arrestata perche' l'uomo che la ospitava era finito in manette per droga. Lei e' rimasta in carcere otto mesi ma al processo - ha riferito l'avvocato - e' stata assolta, e da marzo si trova al Cie di Bologna perche' clandestina, in attesa di espulsione.
Poi la richiesta di asilo politico, rigettata con una risposta arrivata giovedi', la decisione disperata di cucirsi la bocca, i media che ne parlano.
Ora c'e' un avvocato che ha accettato di difenderla, Roberta Zerbinati, che lunedi' avviera' le procedure per due ricorsi: uno contro il rigetto della domanda di asilo politico e l'altro contro l'espulsione, una minaccia che incombe. 'La legge - ha rilevato il Garante - vieta il respingimento nei confronti di persone che, tornate nei loro paesi, possono subire discriminazioni e persecuzioni di ordine razziale, politico, di genere. E qui ci sono fatti specifici. Credo questa donna non debba assolutamente tornare in Tunisia e trovare una strada per sopravvivere. Credo che si debba trovare un'altra soluzione, che non vuol dire che deve rimanere in Italia a tutti i costi'.
Al Cie la nordafricana e' stata vista da una psicologa e ha attorno assistenti sociali e mediatori culturali. 'Anche la scelta del Cie di dire quello che era successo mi sembra giusta', ha sottolineato l'avvocato.
La cucitura permette alla donna di parlare e di bere con la cannuccia, ma non di alimentarsi. 'Non mangia da due giorni e intende proseguire, perche' e' terrorizzata dall' idea di essere rimpatriata in Tunisia', ha spiegato l' avvocato.
Dietro l' incubo del ritorno in patria c'e' una storia di solitudine e disperazione, che non fa notizia, simile a quelle di tanti altri clandestini. Ci sono le minacce di morte da parte di un fratello che, saputo della gravidanza della donna non sposata (otto anni fa, l'eta' del figlio lasciato in Libia) l' aveva attesa con un coltello e le aveva promesso di ucciderla. E un cognato condannato per omicidio, un reato maturato in un ambito connotato da forte integralismo religioso, che cercava anche di imporle il velo. Alla fine, la famiglia l'aveva ripudiata con l' eccezione di una sorella. La donna allora e' fuggita in Libia dove ha partorito ed e' rimasta alcuni anni e da qui, nel 2006, con un gommone e' arrivata a Lampedusa, per lavorare in Italia. Qui ha lavorato come badante per due anni in casa di un'altra nordafricana, poi, in Veneto, nel 2009 e' stata arrestata perche' l'uomo che la ospitava era finito in manette per droga. Lei e' rimasta in carcere otto mesi ma al processo - ha riferito l'avvocato - e' stata assolta, e da marzo si trova al Cie di Bologna perche' clandestina, in attesa di espulsione.
Poi la richiesta di asilo politico, rigettata con una risposta arrivata giovedi', la decisione disperata di cucirsi la bocca, i media che ne parlano.
Ora c'e' un avvocato che ha accettato di difenderla, Roberta Zerbinati, che lunedi' avviera' le procedure per due ricorsi: uno contro il rigetto della domanda di asilo politico e l'altro contro l'espulsione, una minaccia che incombe. 'La legge - ha rilevato il Garante - vieta il respingimento nei confronti di persone che, tornate nei loro paesi, possono subire discriminazioni e persecuzioni di ordine razziale, politico, di genere. E qui ci sono fatti specifici. Credo questa donna non debba assolutamente tornare in Tunisia e trovare una strada per sopravvivere. Credo che si debba trovare un'altra soluzione, che non vuol dire che deve rimanere in Italia a tutti i costi'.
Al Cie la nordafricana e' stata vista da una psicologa e ha attorno assistenti sociali e mediatori culturali. 'Anche la scelta del Cie di dire quello che era successo mi sembra giusta', ha sottolineato l'avvocato.
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