Bedrocan fallita: cannabis terapeutica a rischio nelle farmacie italiane

Il tribunale del Nord dei Paesi Bassi ha dichiarato il fallimento di Bedrocan Nederland e Bedrocan International, la storica azienda olandese che per oltre vent'anni è stata l'unica coltivatrice autorizzata di cannabis a uso medico per conto dello Stato. Il fallimento, pronunciato l'8 ottobre dal tribunale di Groningen dopo che era già stata concessa all'azienda una sospensione dei pagamenti, coinvolge circa 70 lavoratori distribuiti tra gli stabilimenti di Veendam ed Emmeloord. Come riporta Forbes, la società forniva prodotti standardizzati al programma statale olandese sulla cannabis medica dal 2003.
Alla base della crisi c'è la scadenza, il 1° gennaio 2026, del contratto con il ministero della Salute olandese, che punta a liberalizzare il mercato consentendo l'importazione diretta in farmacia senza passare più dal monopolio statale. Il problema è che la riforma legislativa necessaria per questo cambiamento non entrerà in vigore prima del luglio 2028, secondo quanto dichiarato dalla ministra della Salute olandese Sophie Hermans al parlamento lo scorso luglio. Questo vuoto normativo ha lasciato Bedrocan senza il suo principale cliente nazionale e senza un'alternativa di vendita diretta sul mercato interno, un fattore che ha contribuito in modo decisivo al collasso finanziario dell'azienda.
La situazione preoccupa da vicino anche l'Italia, dove oltre l'80% delle infiorescenze dispensate in farmacia proviene dal canale olandese. Secondo il farmacista Marco Ternelli di Bibbiano, la sola varietà Bedrocan copre il 60% del mercato italiano del fiore. Il rischio per i pazienti italiani è dunque tutt'altro che teorico: dal 2 ottobre il distributore danese Stenocare ha comunicato che l'ufficio olandese per la cannabis medica (l'OMC) chiuderà le esportazioni internazionali entro la fine del 2026, una scelta preparata già dal 2024 ma rinviata più volte proprio per dare tempo al legislatore olandese di riformare la legge sull'oppio che regola il settore.
Le alternative sul tavolo appaiono al momento insufficienti a coprire il fabbisogno. Lo stabilimento danese di Køge, che fa parte del gruppo Bedrocan ma non è coinvolto nella procedura fallimentare olandese, produce soltanto circa 2.100 chili l'anno contro le oltre 8 tonnellate garantite finora dai Paesi Bassi, e non produce affatto il Bedrolite, la varietà ad alto contenuto di CBD utilizzata per curare bambini con forme di epilessia resistente ai farmaci, come le sindromi di Dravet e Lennox-Gastaut. Anche l'azienda danese, va ricordato, sta attraversando una fase delicata: il 1° ottobre è entrata in una procedura di ristrutturazione sotto la supervisione del tribunale fallimentare di Roskilde.
In Italia la produzione nazionale affidata allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze dispone di una quota di soli 400 chili per il 2026, a fronte di un fabbisogno stimato tra le 2 e le 3 tonnellate. Alcune aziende private, tra cui Materia Medica Processing, Farmalabor e Tilray, stanno cercando di tamponare la carenza con prodotti alternativi, ma la sostituzione non è semplice: pazienti che da anni fanno affidamento su varietà specifiche rischiano di non trovare un equivalente diretto in termini di profilo di THC e CBD.
Le associazioni dei pazienti chiedono da mesi di riattivare un tavolo tecnico per definire un piano di transizione che eviti interruzioni nelle terapie, ma al momento non risultano comunicazioni pubbliche da parte del ministero della Salute italiano su come intenda sostituire i volumi mancanti dall'Olanda.