Bioetici francesi: da noi Welby avrebbe potuto decidere il suo destino
'Prendete esempio dalla Francia: da noi un caso come quello di Piergiorgio Welby non potrebbe mai accadere'. Lo ha sostenuto Christian Herve', docente di etica medica all'Universita' Parigi 5, intervenendo ieri pomeriggio alla VI Conversazione italo-francese su medicina etica e diritto, organizzata dall'Ordine dei medici di Torino e dalla facolta' di Medicina dell'ateneo cittadino.
'Il divieto di accanimento terapeutico ormai e' parte integrante della nostra giurisprudenza e della nostra etica'. E la legge introdotta il 22 marzo 2005 sembra aver messo d'accordo tutti.
'Del resto nelle rianimazioni francesi, il 50% dei decessi avveniva per l'interruzione delle terapie gia' prima dell'introduzione della legge sul diritto del malato a rifiutare le cure'. 'E questo -ha ribattuto Paolo Girolami, dell'Universita' di Torino- e' un dato assolutamente in linea con quanto accade nelle rianimazioni italiane'.
Il numero dei decessi 'indotti' in Francia era risultato da un questionario anonimo sottoposto ai medici francesi prima del varo della legge che ha riconosciuto il diritto del paziente di dire no a una cura ritenuta inutile o di lasciare direttive anticipate, assegnando un ruolo ben preciso alla figura di fiducia alla quale il malato ha espresso le proprie volonta' prima di perdere la coscienza di se'. 'La nostra -ha riferito Herve'- e' una legge che ha risolto il problema della responsabilita' del medico, spostando l'attenzione su come si condivide la scelta del malato senza interventi di tipo gerarchico'.
'Invece in Italia -ha sottolineato il magistrato torinese Paolo Tamponi- il medico che interrompe le cure anche su richiesta esplicita del paziente continua a commettere un reato, quello di omicidio di consenziente'. Serve, si e' concluso, che anche in Italia venga attivato uno strumento giuridico-legale e che quindi si prosegua in modo proficuo con il dibattito sul testamento biologico, analogo alle 'direttive anticipate' riconosciute in Francia.
'Il divieto di accanimento terapeutico ormai e' parte integrante della nostra giurisprudenza e della nostra etica'. E la legge introdotta il 22 marzo 2005 sembra aver messo d'accordo tutti.
'Del resto nelle rianimazioni francesi, il 50% dei decessi avveniva per l'interruzione delle terapie gia' prima dell'introduzione della legge sul diritto del malato a rifiutare le cure'. 'E questo -ha ribattuto Paolo Girolami, dell'Universita' di Torino- e' un dato assolutamente in linea con quanto accade nelle rianimazioni italiane'.
Il numero dei decessi 'indotti' in Francia era risultato da un questionario anonimo sottoposto ai medici francesi prima del varo della legge che ha riconosciuto il diritto del paziente di dire no a una cura ritenuta inutile o di lasciare direttive anticipate, assegnando un ruolo ben preciso alla figura di fiducia alla quale il malato ha espresso le proprie volonta' prima di perdere la coscienza di se'. 'La nostra -ha riferito Herve'- e' una legge che ha risolto il problema della responsabilita' del medico, spostando l'attenzione su come si condivide la scelta del malato senza interventi di tipo gerarchico'.
'Invece in Italia -ha sottolineato il magistrato torinese Paolo Tamponi- il medico che interrompe le cure anche su richiesta esplicita del paziente continua a commettere un reato, quello di omicidio di consenziente'. Serve, si e' concluso, che anche in Italia venga attivato uno strumento giuridico-legale e che quindi si prosegua in modo proficuo con il dibattito sul testamento biologico, analogo alle 'direttive anticipate' riconosciute in Francia.
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