Bolivia. Eutanasia e non solo
L'eutanasia non e' autorizzata in Bolivia, e i medici assicurano di non praticarla essendo contraria alla legge ma, soprattutto, contraria all'etica professionale. Ma a preoccupare medici, Chiesa cattolica e altri settori della societa' e' il fatto che molte persone, malate o vittime d'incidente, muoiano per mancanza d' assistenza adeguata, magari perche' non hanno i soldi per pagarsi un intervento costoso. Secondo lo specialista di cure intensive Gaston Ramos, un'altra circostanza deplorevole e' quando una persona muore in solitudine, privata della compagnia dei propri cari, abbandonata proprio negli ultimi giorni della sua vita. "Noi medici in Bolivia non pratichiamo l'eutanasia, intesa come atto deliberato di uccidere una persona, anche se viene fatto con l'intento d'aiutare il paziente, per evitargli una maggiore sofferenza. L'eutanasia, che in alcuni momenti viene detta "la dolce morte", va contro i nostri codici etici, e la nostra formazione ci impedisce di agire contro la vita". Spiega che il Codice penale qualifica come delitto l'atto deliberato di uccidere anche se fatto per evitare maggiori sofferenze. Secondo lui, quello che i medici possono fare e' limitare gli interventi terapeutici, tenendo conto piuttosto del disegno biologico e ricordando che la morte e' una fatto della vita, ineluttabile a un certo punto. Ramos ricorda che i nostri nonni morivano in casa, per lo piu' circondati dall'affetto dei propri cari. Oggi, invece, prevale la tecnologia e il modo di vivere e' cambiato, influenzato dal progresso tecnologico, così succede sempre piu' spesso che i malati muoiano in ospedale. "L'ospedale e' un luogo dove generalmente il malato e' solo, assistito da persone sconosciute, dal personale sanitario", spiega Ramos. Al personale spetta il compito di assistere l'infermo, cercare d'alleviare i sintomi, soprattutto il dolore e la sensazione d'abbandono, di fare in modo che possa riposare in pace e che il suo cammino si compia in modo naturale. Solo che la tecnologia si e' trasformata in una sorta di nuovo idolo, e la societa' pensa che tramite il progresso si possa ottenere tutto; quando una persona muore, resta la sensazione che non abbia ricevuto un trattamento adeguato. Ramos ha poi chiarito che si deve distinguere tra lo stato vegetativo e la morte encefalica. La morte encefalica, che una volta era detta cerebrale, e' considerata dalla legislazione boliviana alla stregua di un attacco cardiorespiratorio. A quel punto si puo' staccare la spina "e quest'atto non e' da considerare eutanasia". Nel caso dello stato vegetativo esistono vari tipi d'assistenza, e allora si potra' parlare di "eutanasia", "distanasia" o "ortotanasia".
Ramos si sofferma sulle persone che non possono accedere ai farmaci, che lui considera ingiustizia distributiva. "E' indubbio che nella nostra societa' esistono gruppi non tutelati, che non fruiscono del sistema sanitario, per tanto, si puo' parlare di eutanasia sociale, soprattutto se si considera l'alto tasso di mortalita' infantile". Molti bambini muoiono semplicemente per mancanza di cibo o per malattie che si potrebbero facilmente prevenire. Quando si affronta il tema dell'eutanasia "dovremmo avere una mente aperta a capire, a comprendere il malato terminale, perche' la morte sia una vecchia amica e l'agonia non si trasformi in frustrazione o inutile sofferenza". Sarebbe bgiusto che le persone non terminassero nel dolore la loro vita, "per tanto, non dovremmo stigmatizzare l'eutanasia come normalmente facciamo, dovremmo aprire la mente per tentare di capire come mai societa' come i Paesi Bassi, la Svezia, l'Australia o gli Stati Uniti abbiano accettato il suicidio assistito, inclusa l'eutanasia". "Dobbiamo cercare di comprendere perche' lo hanno deciso e non rinchiuderci nei dogmi, perche' i dogmi ci schiavizzano", conclude Ramos.
Ramos si sofferma sulle persone che non possono accedere ai farmaci, che lui considera ingiustizia distributiva. "E' indubbio che nella nostra societa' esistono gruppi non tutelati, che non fruiscono del sistema sanitario, per tanto, si puo' parlare di eutanasia sociale, soprattutto se si considera l'alto tasso di mortalita' infantile". Molti bambini muoiono semplicemente per mancanza di cibo o per malattie che si potrebbero facilmente prevenire. Quando si affronta il tema dell'eutanasia "dovremmo avere una mente aperta a capire, a comprendere il malato terminale, perche' la morte sia una vecchia amica e l'agonia non si trasformi in frustrazione o inutile sofferenza". Sarebbe bgiusto che le persone non terminassero nel dolore la loro vita, "per tanto, non dovremmo stigmatizzare l'eutanasia come normalmente facciamo, dovremmo aprire la mente per tentare di capire come mai societa' come i Paesi Bassi, la Svezia, l'Australia o gli Stati Uniti abbiano accettato il suicidio assistito, inclusa l'eutanasia". "Dobbiamo cercare di comprendere perche' lo hanno deciso e non rinchiuderci nei dogmi, perche' i dogmi ci schiavizzano", conclude Ramos.
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