Sabato 6 giugno 2026
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Brasile. Esecuzioni sommarie nei blitz antidroga della polizia

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E' stata una delle maggiori operazioni di polizia della storia brasiliana. Era il 27 giugno scorso, quando quasi 1400 agenti sferrarono un attacco congiunto al complesso di favelas "do Alemao", una delle più inespugnabili roccaforti del narco-traffico di Rio de Janeiro. Il bilancio ufficiale fu di 19 morti. Secondo la polizia, tutti criminali.
Adesso anche una commissione federale afferma che qualcuno fu ammazzato dalle pallottole delle forze dell'ordine.

Secondo i "favellati" e alcuni organismi per la difesa dei diritti umani, come Human Rights Watch, Unicef e la commissione ad hoc della Camera Municipale di Rio, non tutti i morti erano riconducibili a fazioni del traffico di droga; e soprattutto, gli osservatori hanno messo in discussione la particolare efferatezza dell'azione poliziesca.

Poi si è attivata anche una commissione della Segreteria speciale per i diritti umani (SEDH) della Presidenza della Repubblica, dando corso a un'ispezione da Brasilia. Il risultato di quell'ispezione è stato reso pubblico ieri, scatenando un polverone. La relazione conferma le accuse dicendo che, in quella azione, ci furono "esecuzioni sommarie e arbitrarie" da parte della polizia.

Fra le prove, innanzitutto, dice la relazione, lunga 15 pagine, il grande numero dei fori di entrata dei proiettili nella regione posteriore del corpo delle vittime e numerosi ferimenti in zone letali. Poi, gli spari sono stati effettuati a bruciapelo. Su alcuni corpi, inoltre, vi erano segni di munizioni differenti. La commissione riporta l'analisi sui corpi di due vittime, presunti trafficanti: in entrambi i casi, il primo sparo, nel cranio, è stato letale, effettuato da dietro. Il secondo sparo, invece, li ha colpiti frontalmente: in una vittima sul volto, nell'altra nel torace.

L'opinione della commissione federale ha scatenato, come era prevedibile, un vespaio di polemiche. Non si è fatta attendere la reazione della Segreteria per la Sicurezza dello Stato di Rio de Janeiro, responsabile dell'azione. Il segretario, José Maria Beltrame, ha contestato fermamente il risultato della perizia, affermando che l'azione della polizia era stata elogiata anche dal presidente della Repubblica (notoria, al riguardo, l'affermazione di Luiz Inacio Lula da Silva nell'occasione: "I trafficanti non si combattono con i petali di rose"). E appoggio era giunto anche dal governatore dello Stato di RIo, Sergio Cabral.

Beltrame contesta poi le modalità della perizia, affermando che nessuno della commissione si era recato sul posto, ma che le conclusioni sono basate sulle rilevazioni tecniche della polizia scientifica di Rio.

Alle contestazioni di Beltrame, risponde però il coordinatore della Commissione permanente federale di lotta alla tortura e alla violenza istituzionale, Pedro Montenegro, il quale contraddice le parole del segretario affermando di essersi recato personalmente con due periti nei giorni 19 e 20 luglio presso l'Istituto medico legale di Rio: e di non aver potuto visitare invece il teatro di guerra per ragioni di sicurezza.

Perplessità sull'azione poliziesca era stata sollevata a suo tempo anche dall'Ordine degli Avvocati Brasiliani, (OAB), sezione di Rio, che ebbe un aspro scontro con il governo dello Stato, e che oggi afferma di "veder confermati i sospetti".

Le conclusioni del documento -basate su principi stabiliti dell'Onu che definiscono esecuzione sommaria "l'uso eccessivo della forza da parte dei funzionari incaricati di rispettare la legge"- riportano in primo piano la questione della violenza e dell'uso spropositato delle armi nelle città brasiliane.
La media annuale si aggira intorno ai 40mila morti da arma da fuoco. I più colpiti sono i giovani neri tra i 15 i 24 anni: segno, che si tratta di giovani di comunità carenti, favelas e periferie. (di Alberto Riva/Apcom)
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