Canada. Interrogato uomo che ha accompagnato moglie a suicidarsi in Svizzera
La polizia ha riaperto l'inchiesta sulla morte di una donna della Nova Scotia, toltasi la vita presso la clinica svizzera di assistenza medica al suicidio Dignitas.
Elizabeth MacDonald, 38 anni, affetta da una forma aggressiva di sclerosi multipla, e' deceduta lo scorso 8 giugno dopo aver assunto una dose letale di barbiturici. Sotto inchiesta e' ora il marito che l'aveva accompagnata a Zurigo.
Un portavoce della polizia ha detto di aver riaperto il caso dopo la denuncia ricevuta da un'associazione religiosa che si batte contro l'eutanasia, la Eutanasia Prevention Coalition dell'Ontario.
Sono gia' molti i giuristi che, sulla scia del caso, chiedono al Parlamento di rivedere la legislazione sul suicidio medicalmente assistito.
Chris Considine, un avvocato che ha rappresentato in passato una donna malata terminale che chiedeva il diritto a terminare la propria vita, sostiene che il suicidio assistito dovrebbe essere legalizzato. "Questi casi rappresentano un grido di aiuto che nasce dalla disperazione", ha detto in una intervista. "L'amore di quest'uomo per sua moglie era immenso. Ora il Parlamento esamini la questione cosi' come richiesto anche dalla Corte Suprema del Canada". La polizia ha detto di aver gia' interrogato Eric MacDonald lo scorso 27 giugno per capire se possa essere incriminato per il ruolo svolto nella morte della moglie.
MacDonald ha detto di aver dato il proprio consenso ad accompagnare la moglie a Zurigo dopo anni di dolore continuo causato dalla malattia. La donna era relegata alla sedia a rotelle ed aveva cominciato a perdere anche l'uso dei muscoli della gola. La famiglia ha fatto sapere che la signora MacDonald aveva gia' tentato di suicidarsi ingerendo sonniferi e morfina.
Per l'avvocato penalista Duncan Beveridge l'uomo non sara' incriminato in quanto le sue azioni non costituiscono reato. "Se questo tipo di evento e' legale in altri Paesi e vai li' con qualcuno, non significa che hai commesso un reato". La legge canadese punisce chi istiga o facilita il suicidio con pene fino a 14 anni di carcere. Ma Beveridge sostiene che anche se il marito l'abbia accompagnata alla clinica, questo non potrebbe rientrare nella definizione di istigazione o aiuto.
Elizabeth MacDonald, 38 anni, affetta da una forma aggressiva di sclerosi multipla, e' deceduta lo scorso 8 giugno dopo aver assunto una dose letale di barbiturici. Sotto inchiesta e' ora il marito che l'aveva accompagnata a Zurigo.
Un portavoce della polizia ha detto di aver riaperto il caso dopo la denuncia ricevuta da un'associazione religiosa che si batte contro l'eutanasia, la Eutanasia Prevention Coalition dell'Ontario.
Sono gia' molti i giuristi che, sulla scia del caso, chiedono al Parlamento di rivedere la legislazione sul suicidio medicalmente assistito.
Chris Considine, un avvocato che ha rappresentato in passato una donna malata terminale che chiedeva il diritto a terminare la propria vita, sostiene che il suicidio assistito dovrebbe essere legalizzato. "Questi casi rappresentano un grido di aiuto che nasce dalla disperazione", ha detto in una intervista. "L'amore di quest'uomo per sua moglie era immenso. Ora il Parlamento esamini la questione cosi' come richiesto anche dalla Corte Suprema del Canada". La polizia ha detto di aver gia' interrogato Eric MacDonald lo scorso 27 giugno per capire se possa essere incriminato per il ruolo svolto nella morte della moglie.
MacDonald ha detto di aver dato il proprio consenso ad accompagnare la moglie a Zurigo dopo anni di dolore continuo causato dalla malattia. La donna era relegata alla sedia a rotelle ed aveva cominciato a perdere anche l'uso dei muscoli della gola. La famiglia ha fatto sapere che la signora MacDonald aveva gia' tentato di suicidarsi ingerendo sonniferi e morfina.
Per l'avvocato penalista Duncan Beveridge l'uomo non sara' incriminato in quanto le sue azioni non costituiscono reato. "Se questo tipo di evento e' legale in altri Paesi e vai li' con qualcuno, non significa che hai commesso un reato". La legge canadese punisce chi istiga o facilita il suicidio con pene fino a 14 anni di carcere. Ma Beveridge sostiene che anche se il marito l'abbia accompagnata alla clinica, questo non potrebbe rientrare nella definizione di istigazione o aiuto.
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