Caso Cucchi. Secondo Procura tutti colpevoli da condannare
La procura di Roma è sempre più convinta: Stefano Cucchi, il giovane morto quattro anni fa durante il ricovero in ospedale una settimana dopo il suo arresto per droga, è stato 'pestato' nelle celle del tribunale di Roma e 'abbandonato' da medici e infermieri che lo ebbero in cura nel reparto detenuti dell'ospedale Pertini. Parte da questo una sorta di 'attacco' alla sentenza con la quale il 5 giugno la Corte d'Assise ha condannato per omicidio colposo (e non per abbandono d'incapace) cinque dei sei medici imputati (un sesto, condannato per falso ideologico), mandando assolti con formule diverse tre infermieri e tre agenti della Polizia penitenziaria. Adesso, i pm Vincenzo Barba e Francesca Loy, hanno depositato il loro atto d'appello che si aggiunge a quello nei giorni scorsi proposto dalle parti civili, che però hanno appellato solo la sentenza assolutoria degli agenti, dopo essersi accordati con l'spedale per il risarcimento dei danni. In trentasei pagine, la procura contesta punto per punto la sentenza. Ecco che allora ritorna in primo piano la figura di Samura Yaya, detenuto gambiano che disse di aver visto e sentito il 'pestaggio' ma ritenuto inattendibile dalla Corte con motivazioni che i pm definiscono "non condivisibili". "Tutte le testimonianze raccolte - si legge nell'appello - confermano quanto riferito riguardo al comportamento degli agenti che in seguito alle insistenti richieste del Cucchi lo colpivano con una spinta e dei calci, in modo da farlo cadere a terra e procurargli le lesioni che ne hanno determinato il ricovero". Così come si focalizza l'attenzione su quelli che sono stati definiti "i tentativi di far ricadere la responsabilità sui carabinieri", con la certezza che nel corso del processo è stata offerta la possibilità di capire come tutto fosse un "tentativo di allargare la cerchia dei colpevoli, e difendere o escludere la responsabilità degli agenti". Alla fine, resta la posizione di medici e infermieri, i primi condannati a pene definite "assai contenute" (nel massimo, a due anni), i secondo assolti. In sintesi, per i pm "c'è stato un controllo del tutto inadeguato e superficiale del paziente", è stato "estremamente riduttivo" ascrivere l'attività dei medici "ad una condotta meramente colposa, alla stregua di un errore diagnostico", ed è inspiegabile l'assoluzione degli infermieri sul presupposto "che non era nelle loro facoltà di sindacare le iniziative dei medici alle quali risultano essersi attenuti", mentre a loro avviso si deve contestare agli stessi "di non aver fatto neppure quanto loro competeva per le mansioni effettivamente esercitate".
(Paolo Montalto per agenzia Ansa)
(Paolo Montalto per agenzia Ansa)
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