Cittadinanza: le critiche e le proposte della Fondazione Ismu
"La nostra legge sulla cittadinanza è nata vecchia perché rivolta al passato, all'Italia patria di emigranti, e non al futuro Paese di immigrazione. La disciplina dell'accesso alla cittadinanza, invece, può e deve configurarsi come uno strumento per sancire l'integrazione e ancor prima per favorire tale integrazione. Partendo da queste considerazioni, la nuova disciplina della cittadinanza potrebbe prevedere: 7 anni di soggiorno legale (anziché i 10 attuali e i 5 proposti da governo), l'introduzione di test per verificare la 'reale integrazione sociale', eliminare il requisito del reddito. I minori potrebbero agganciare la cittadinanza all'adempimento dell'obbligo scolastico o formativo (che a 18 anni diventerebbe, così, una causa di revoca dello status di cittadino)".
Si tratta di alcune proposte di modifica alla legge attualmente in vigore contenute in "Una nuova cittadinanza. Per una riforma della legge del 1992", volume realizzato da Ennio Codini e Marina D'Odorico, giuristi della Fondazione Ismu, (Iniziative e studi sulla multietnicità), presentato oggi a Roma.
Attualmente - come si legge in un comunicato diffuso dall'Ismu - la disciplina di fatto prevede che un extracomunitario abbia 10 anni di soggiorno per chiedere la cittadinanza per soggiorno. L'alternativa, o meglio la scorciatoia, è il matrimonio: sostanzialmente servono 6 mesi di pregresso soggiorno legale o 3 anni di costanza di matrimonio. Poi, i minori: chi è nato in Italia e vi ha soggiornato senza interruzione fino ai 18 anni può ottenere la cittadinanza.
Sembra ragionevole la soluzione proposta dal disegno di legge governativo che prevede 2 anni di soggiorno legale dopo la celebrazione del matrimonio o 3 anni di matrimonio senza che vi sia scioglimento, annullamento, separazione o cessazione degli effetti civili. Pur evitando il rischio di una eccessiva fiducia nell'efficacia del matrimonio quale fattore di integrazione, è indubbio che la comunione di vita con un cittadino di norma determina un più intenso rapporto con la cultura del Paese: il che giustifica che si chiedano solo 2 anni. D'altra parte è condivisibile l'idea del disegno di legge di prevedere per l'acquisto della cittadinanza da parte di chi sposa un cittadino anche la sussistenza di una "reale integrazione linguistica e sociale".
L'apprendimento della lingua è fondamentale nel percorso di integrazione dello straniero, soprattutto perché legato un consapevole esercizio dei diritti politici che costituiscono l'essenza della cittadinanza. Si tratta non solo di comunicare e discutere le opinioni politiche, ma anche di comprendere le idee altrui. Per questo, volendo individuare uno standard minimo di riferimento, è utile ricordare che l'Italia ha adottato il sistema di classificazione e certificazione standard europeo. In particolare il livello B2 consente di comprendere quasi perfettamente la maggior parte dei messaggi. Si tratta di un livello elevato che potrebbe essere raggiunto se le istituzioni garantissero adeguati presupposti formativi che potrebbero rivelarsi, nella sostanza, percorsi di integrazione.
E' più difficile precisare cosa si intende per "reale integrazione sociale" rispetto alla "reale integrazione linguistica". In ogni caso, i requisiti e i modi dell'accertamento andrebbero definiti per legge e non solo attraverso "una documentazione ritenuta idonea a comprovare la sussistenza del requisito". A riguardo il test potrebbe essere uno strumento utile. Con la cittadinanza si acquisiscono i diritti politici ed è ragionevole pretendere da un immigrato la conoscenza delle regole fondamentali della vita democratica e di alcuni elementi storico-sociali essenziali. Il test può accertare questa conoscenza.
Si tratta di alcune proposte di modifica alla legge attualmente in vigore contenute in "Una nuova cittadinanza. Per una riforma della legge del 1992", volume realizzato da Ennio Codini e Marina D'Odorico, giuristi della Fondazione Ismu, (Iniziative e studi sulla multietnicità), presentato oggi a Roma.
Attualmente - come si legge in un comunicato diffuso dall'Ismu - la disciplina di fatto prevede che un extracomunitario abbia 10 anni di soggiorno per chiedere la cittadinanza per soggiorno. L'alternativa, o meglio la scorciatoia, è il matrimonio: sostanzialmente servono 6 mesi di pregresso soggiorno legale o 3 anni di costanza di matrimonio. Poi, i minori: chi è nato in Italia e vi ha soggiornato senza interruzione fino ai 18 anni può ottenere la cittadinanza.
Sembra ragionevole la soluzione proposta dal disegno di legge governativo che prevede 2 anni di soggiorno legale dopo la celebrazione del matrimonio o 3 anni di matrimonio senza che vi sia scioglimento, annullamento, separazione o cessazione degli effetti civili. Pur evitando il rischio di una eccessiva fiducia nell'efficacia del matrimonio quale fattore di integrazione, è indubbio che la comunione di vita con un cittadino di norma determina un più intenso rapporto con la cultura del Paese: il che giustifica che si chiedano solo 2 anni. D'altra parte è condivisibile l'idea del disegno di legge di prevedere per l'acquisto della cittadinanza da parte di chi sposa un cittadino anche la sussistenza di una "reale integrazione linguistica e sociale".
L'apprendimento della lingua è fondamentale nel percorso di integrazione dello straniero, soprattutto perché legato un consapevole esercizio dei diritti politici che costituiscono l'essenza della cittadinanza. Si tratta non solo di comunicare e discutere le opinioni politiche, ma anche di comprendere le idee altrui. Per questo, volendo individuare uno standard minimo di riferimento, è utile ricordare che l'Italia ha adottato il sistema di classificazione e certificazione standard europeo. In particolare il livello B2 consente di comprendere quasi perfettamente la maggior parte dei messaggi. Si tratta di un livello elevato che potrebbe essere raggiunto se le istituzioni garantissero adeguati presupposti formativi che potrebbero rivelarsi, nella sostanza, percorsi di integrazione.
E' più difficile precisare cosa si intende per "reale integrazione sociale" rispetto alla "reale integrazione linguistica". In ogni caso, i requisiti e i modi dell'accertamento andrebbero definiti per legge e non solo attraverso "una documentazione ritenuta idonea a comprovare la sussistenza del requisito". A riguardo il test potrebbe essere uno strumento utile. Con la cittadinanza si acquisiscono i diritti politici ed è ragionevole pretendere da un immigrato la conoscenza delle regole fondamentali della vita democratica e di alcuni elementi storico-sociali essenziali. Il test può accertare questa conoscenza.
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