Colombia. Cocaina, la scelta dei contadini: un ettaro rende 15 volte più del caffé
IL CORRIERE DELLA SERA - Immaginiamo una campagna di guerra, che costa tempo, denaro e vite umane. Che dopo dieci anni lascia il nemico forte quanto prima. E provoca danni collaterali difficili da calcolare, in economia, in politica, nell'opinione pubblica. Insomma un fallimento, che invita al ritiro unilaterale. Come se non avesse già abbastanza problemi e fronti aperti, Barack Obama si troverà nei prossimi mesi davanti al dilemma coca.Che senso ha per Washington continuare a spendere miliardi di dollari per distruggere le piantagioni in Sudamerica, quando negli Stati Uniti, ma anche in Europa, è ormai evidente che la politica non funziona? Che mentre gli aerei sorvolano le Ande spargendo veleni sui campi e i soldati scendono dagli elicotteri con i machete, il mondo non ha mai avuto a disposizione tanta cocaina e a prezzi sempre più accessibili? E intanto l'industria del narcotraffico se la passa piuttosto bene, tiene sotto scacco intere popolazioni e qualche governo, uccide e sequestra, sfugge alle polizie e si rigenera con grande creatività. Nel 1999 fu l'amministrazione Clinton a lanciare il cosiddetto Plan Colombia, un pacchetto di aiuti economici e militari per distruggere la piantagioni di foglie di coca e intanto combattere la guerriglia marxista. Il paradigma arrivava dagli anni Ottanta, con la stretta dell'era Reagan sulla droga: linea dura sui consumatori e riduzione dell'offerta come soluzione.
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