Colombia. "Tutti per il denaro": una storia sudamericana
35 milioni di dollari, era il bottino milionario che alla fine dell'agosto 2001 era stato rinvenuto impacchettato e nascosto nelle pareti di un appartamento di lusso a Bogota'. Per contarlo la Polizia aveva impiegato quattro giorni e 12 funzionari del "Banco Emisor". Il denaro era dei fratelli Victor Manuele e Miguel Angel Mejia Munera, "I Gemelli", noti narcotrafficanti. Cosi' almeno secondo la Polizia.
Non erano ancora finiti i festeggiamenti per il successo dell'operazione, che l'ambasciatrice Usa in Colombia, Anne Patterson, era andata a parlare con il procuratore Generale della Nazione, Luis Camillo Osorio. La Casa Bianca era preoccupata per la custodia di quei 35 milioni di dollari, non solo non credeva che in Colombia ci fosse un luogo adatto a custodirli, ma il dubbio era anche sull'esistenza di una equipe adeguata per determinare se quelle banconote fossero false. Da allora fino ad oggi le pressioni statunitensi perche' il "bottino" finisse nella Federal Reserve di Washington sono state continue.
L'incredibile vicenda vede tre protagonisti: l'Ambasciata Usa, l'Istituto Colombiano del Benessere Familiare e il Consiglio Nazionale di Stupefacenti, presso il ministero dell'Interno, ed e' la storia di copertina del settimanale colombiano "El Espectador": "Todos por la plata".
Infatti, oltre alle mire statunitensi, il 27 agosto, ovvero solo due giorni dopo il ritrovamento del denaro, un avvocato Ricardo Guevara Puentes, specializzato in diritto civile e costituzionale, si era presentato all'Istituto Colombiano del Benessere Familiare, e subito dopo presentava una denuncia perche' si verificasse la proprieta' del denaro. In caso non fosse trovato il proprietario, il denaro sarebbe infatti passato in gestione all'Istituto. L'avvocato in cambio si sarebbe tenuta una percentuale del 10% del valore complessivo, cosi' come previsto dalla legge.
Il 28 ottobre dell'anno scorso la prima sentenza che chiariva che il denaro era dei fratelli Mejia Muera e cosi' assecondava la richiesta di sequestro dei beni da parte dello Stato. L'avvocato non si e' perso d'animo e si e' subito appellato al Tribunale Superiore di Bogota'.
Quando la notizia arriva al ministro dell'Interno, Fernando Londoño, si narra sia andato su tutte le furie. Non puo' certo permettersi di perdere la faccia su una storia del genere, i 35 milioni di dollari dovevano servire per la lotta al narcotraffico, e poi era inammissibile che un avvocato si prendesse 3,5 milioni di dollari come onorario. Dopo una riunione del 18 dicembre tra il ministro dell'Interno e la direttrice dell'Istituto Colombiano del Benessere Familiare, quest'ultima ha ritirato sia il ricorso al Tribunale Superiore di Bogota' che il mandato all'avvocato, e cosi' ora spetta al Tribunale l'ultima parola se procedere comunque nel processo gia' avviato. L'avvocato ancora non si e' dato per vinto e ha gia' comunicato che ricorrera' di nuovo, stavolta in nome dei bambini poveri di Bogota'.
Mentre la storia prosegue i 35 milioni sono sempre chiusi dentro una banca, quando "El Espectador" ricorda che la cifra permetterebbe di sviluppare un progetto urbanistico di 5 mila abitazioni popolari.
Non erano ancora finiti i festeggiamenti per il successo dell'operazione, che l'ambasciatrice Usa in Colombia, Anne Patterson, era andata a parlare con il procuratore Generale della Nazione, Luis Camillo Osorio. La Casa Bianca era preoccupata per la custodia di quei 35 milioni di dollari, non solo non credeva che in Colombia ci fosse un luogo adatto a custodirli, ma il dubbio era anche sull'esistenza di una equipe adeguata per determinare se quelle banconote fossero false. Da allora fino ad oggi le pressioni statunitensi perche' il "bottino" finisse nella Federal Reserve di Washington sono state continue.
L'incredibile vicenda vede tre protagonisti: l'Ambasciata Usa, l'Istituto Colombiano del Benessere Familiare e il Consiglio Nazionale di Stupefacenti, presso il ministero dell'Interno, ed e' la storia di copertina del settimanale colombiano "El Espectador": "Todos por la plata".
Infatti, oltre alle mire statunitensi, il 27 agosto, ovvero solo due giorni dopo il ritrovamento del denaro, un avvocato Ricardo Guevara Puentes, specializzato in diritto civile e costituzionale, si era presentato all'Istituto Colombiano del Benessere Familiare, e subito dopo presentava una denuncia perche' si verificasse la proprieta' del denaro. In caso non fosse trovato il proprietario, il denaro sarebbe infatti passato in gestione all'Istituto. L'avvocato in cambio si sarebbe tenuta una percentuale del 10% del valore complessivo, cosi' come previsto dalla legge.
Il 28 ottobre dell'anno scorso la prima sentenza che chiariva che il denaro era dei fratelli Mejia Muera e cosi' assecondava la richiesta di sequestro dei beni da parte dello Stato. L'avvocato non si e' perso d'animo e si e' subito appellato al Tribunale Superiore di Bogota'.
Quando la notizia arriva al ministro dell'Interno, Fernando Londoño, si narra sia andato su tutte le furie. Non puo' certo permettersi di perdere la faccia su una storia del genere, i 35 milioni di dollari dovevano servire per la lotta al narcotraffico, e poi era inammissibile che un avvocato si prendesse 3,5 milioni di dollari come onorario. Dopo una riunione del 18 dicembre tra il ministro dell'Interno e la direttrice dell'Istituto Colombiano del Benessere Familiare, quest'ultima ha ritirato sia il ricorso al Tribunale Superiore di Bogota' che il mandato all'avvocato, e cosi' ora spetta al Tribunale l'ultima parola se procedere comunque nel processo gia' avviato. L'avvocato ancora non si e' dato per vinto e ha gia' comunicato che ricorrera' di nuovo, stavolta in nome dei bambini poveri di Bogota'.
Mentre la storia prosegue i 35 milioni sono sempre chiusi dentro una banca, quando "El Espectador" ricorda che la cifra permetterebbe di sviluppare un progetto urbanistico di 5 mila abitazioni popolari.
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