Corte Suprema: si' all'eutanasia passiva
Con una sentenza definitiva senza precedenti la Corte Suprema sudcoreana ha dato oggi il via libera definitivo al primo caso di eutanasia nel Paese, riconoscendo il diritto a 'morire con dignita'' a una donna di 76 anni in stato vegetativo dal febbraio 2008.
La delibera del piu' alto grado di giudizio nazionale, in una vicenda che ha spaccato l'opinione pubblica di un Paese dove quasi un terzo della popolazione e' di fede cristiana, vede riconosciute le richieste dei familiari di Kim Ok-kyung, che hanno testimoniato la ferma volonta' della donna di non subire accanimento terapeutico.
Confermando sostanzialmente quanto deciso nei primi due gradi di giudizio, entrambi favorevoli all'interruzione dei trattamenti artificiali che tengono in vita la donna, la Corte Suprema ha concluso che 'cure sostenute per pazienti in stato vegetativo come Kim possono violare la loro dignita' di persone'. 'L'opportunita' di continuare trattamenti artificiali per pazienti in stato terminale deve essere considerata attentamente - ha rimarcato la Corte -. Se appare ovvio che la paziente in questione morira' presto date le sue gravi condizioni, allora possiamo concludere che (la donna) sia gia' entrata in una fase di morte, e che le cure ospedaliere insistenti finiscano solo per ledere la sua dignita' umana'.
Soddisfazione e' stata espressa dai familiari di Kim, che hanno chiesto la rimozione immediata del respiratore che tiene in vita la parente, 'La sentenza odierna - si legge in una nota - rispecchia la volonta' della societa' attuale di rispettare la dignita' umana, ed e' un serio monito contro le decisioni unilaterali prese da chi e' in posizione di comando', un riferimento diretto ai medici dell'ospedale di Seul che ha in cura la donna, che si erano sempre rifiutati di rimuovere i macchinari di supporto vitale.
La delibera del piu' alto grado di giudizio nazionale, in una vicenda che ha spaccato l'opinione pubblica di un Paese dove quasi un terzo della popolazione e' di fede cristiana, vede riconosciute le richieste dei familiari di Kim Ok-kyung, che hanno testimoniato la ferma volonta' della donna di non subire accanimento terapeutico.
Confermando sostanzialmente quanto deciso nei primi due gradi di giudizio, entrambi favorevoli all'interruzione dei trattamenti artificiali che tengono in vita la donna, la Corte Suprema ha concluso che 'cure sostenute per pazienti in stato vegetativo come Kim possono violare la loro dignita' di persone'. 'L'opportunita' di continuare trattamenti artificiali per pazienti in stato terminale deve essere considerata attentamente - ha rimarcato la Corte -. Se appare ovvio che la paziente in questione morira' presto date le sue gravi condizioni, allora possiamo concludere che (la donna) sia gia' entrata in una fase di morte, e che le cure ospedaliere insistenti finiscano solo per ledere la sua dignita' umana'.
Soddisfazione e' stata espressa dai familiari di Kim, che hanno chiesto la rimozione immediata del respiratore che tiene in vita la parente, 'La sentenza odierna - si legge in una nota - rispecchia la volonta' della societa' attuale di rispettare la dignita' umana, ed e' un serio monito contro le decisioni unilaterali prese da chi e' in posizione di comando', un riferimento diretto ai medici dell'ospedale di Seul che ha in cura la donna, che si erano sempre rifiutati di rimuovere i macchinari di supporto vitale.
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