Mercoledì 12 agosto 2026
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Dazi Trump: 100 miliardi rimborsati alle aziende, i consumatori restano a mani vuote

AMERICHE - USA
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I dazi del "Liberation Day" di Donald Trump si stanno rivelando un boomerang finanziario colossale per l'amministrazione statunitense. Come riporta il Quotidiano Nazionale, circa 100 miliardi di dollari sono già stati restituiti alle imprese americane che avevano pagato le tariffe doganali, dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimo il ricorso ai poteri di emergenza presidenziali per imporre quei dazi senza il passaggio dal Congresso.

La somma rimborsata equivale a circa il 60% dei 165 miliardi di dollari complessivamente incassati dall'amministrazione con le tariffe del Liberation Day. E la cifra è destinata a salire: secondo un documento depositato in tribunale dalla Us Customs and Border Protection, restano quasi 29 miliardi di dollari di potenziali rimborsi ancora da esaminare, più altri 1,6 miliardi già pronti ma non ancora trasferiti perché gli importatori non hanno fornito le coordinate bancarie.

 

Tra i principali beneficiari figurano alcune delle maggiori multinazionali americane. Amazon ha incassato circa 600 milioni di dollari nel secondo trimestre; Apple avrebbe ottenuto addirittura 2,2 miliardi. Sony, dal canto suo, ha registrato un aumento del 37% dell'utile operativo su base annua, riconducibile in larga parte agli 80 miliardi di yen — pari a oltre 500 milioni di dollari — ricevuti proprio come rimborsi sui dazi.

 

Il nodo centrale riguarda chi beneficia davvero di questi rimborsi. La normativa doganale statunitense prevede che il diritto al rimborso spetti esclusivamente a chi ha materialmente versato il dazio alla frontiera, ovvero l'importatore. Non esiste alcun obbligo di trasferire quella somma ai distributori, ai partner commerciali a valle o ai consumatori finali che avevano già subìto i rincari nei prezzi. In altre parole: un importatore può aver pagato la tariffa alla dogana, scaricarne il costo sui prezzi al pubblico, e poi intascarne il rimborso senza dover restituire nulla a nessuno.

 

Alcune aziende hanno dichiarato di voler trasferire almeno una parte dei fondi ai clienti, ma si tratta di scelte volontarie, non di obblighi. Il direttore finanziario di Amazon, Brian Olsavsky, ha annunciato che la società emetterà rimborsi automatici ai consumatori solo in un "numero limitato di circostanze". A maggio, tuttavia, alcuni clienti hanno avviato una class action contro Amazon, sostenendo di avere diritto a quei rimborsi dopo aver pagato prezzi gonfiati a causa dei dazi, e accusando l'azienda di non aver richiesto tempestivamente i ristorni per non scontentare la Casa Bianca. Anche Sony si trova in una situazione analoga: alcuni clienti l'hanno citata in giudizio contestando un "doppio vantaggio economico", ovvero l'aumento dei prezzi delle console per giustificare i costi dei dazi, seguito dall'incasso del rimborso.

Il quadro che emerge è quello di un meccanismo in cui il peso dei dazi è ricaduto sui consumatori nella fase ascendente — con i prezzi al rialzo — senza che nella fase discendente, quella dei rimborsi, sia previsto alcuno strumento automatico di tutela per chi ha effettivamente sostenuto i costi.

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