Detenuto per droga in attesa di giudizio, scrive al ministro: non sono famoso...
Detenuto a Viterbo da 14 mesi e sotto processo a Roma per una storia di droga che risale al 2010, si e' rivolto, tramite il proprio difensore, al ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri e al presidente del tribunale Mario Bresciano per far capire loro "che non esiste solo il tribunale di Milano con i suoi imputati eccellenti e che fanno clamore" ma che ci sono "anche altre realta' nelle quali gli imputati sconosciuti sopportano in silenzio fino a quando qualcuno non si decide a denunciare le storture della giustizia". E' ancora in attesa di risposta l'imputato Simone Maria Coccagna, perito assicuratore di 35 anni, ma l'avvocato Francesco Baffa, che lo scorso luglio ha inviato una lettera al Guardasigilli per esporre il caso del suo cliente, non intende mollare di un centimetro.
Tutta colpa di un provvedimento con il quale i giudici della nona sezione penale del tribunale romano, ignorando il parere favorevole del pm di udienza, hanno negato a Coccagna gli arresti domiciliari ritenendo che l'imputato "abbia legami con ambienti criminali di rilevante spessore" e che non sarebbe stato possibile garantire i controlli cui avrebbe dovuto essere sottoposto. Una decisione che la difesa ha giudicato incomprensibile e "offensiva" considerato che Coccagna e' in carcere da piu' di un anno, che il processo riguarda fatti di tre anni fa (per l'accusa sarebbe un partecipe - quale pusher - di un'organizzazione criminosa dedita allo spaccio di stupefacenti tra la zona di Tiburtina e Pietralata) e che non ci sarebbe rischio di reiterazione del reato perche' l'uomo aveva gia' lasciato la Capitale e si era trasferito in un paese del Viterbese per vivere con l'anziana madre. Non solo, ma a tutti gli altri coimputati (condannati dal gup in sede di giudizio abbreviato, mentre Coccagna ha optato per le vie ordinarie ritenendo piuttosto fumosi gli indizi a suo carico) sono stati concessi gli arresti domiciliari. Di questa misura ha beneficiato anche colui che era considerato dagli investigatori il capo di questa associazione per delinquere e che lo scorso marzo e' stato condannato dal gup a complessivi 11 anni di carcere in continuazione con una sentenza emessa dalla corte di appello nel settembre 2012.
Per l'avvocato Baffa "non si puo' ritenere giusto che nello stesso tribunale e con riferimento allo stesso processo penale si ritenga che le esigenze cautelari possano essere salvaguardate con la misura meno afflittiva degli arresti domiciliari con riferimento al capo dell'associazione e, di contro, nei confronti del semplice associato, si pervenga ad una differente valutazione. Rigettare l'istanza motivando ipotetiche e mirabolanti, possibili, collegamenti con ambienti criminali a distanza di circa tre anni dai fatti e' pura fantasia". Per il penalista, dunque, se e' vero che "la legge e' uguale per tutti", il Guardasigilli e il presidente del tribunale di Roma devono intervenire su questa vicenda adottando "gli opportuni provvedimenti".
Tutta colpa di un provvedimento con il quale i giudici della nona sezione penale del tribunale romano, ignorando il parere favorevole del pm di udienza, hanno negato a Coccagna gli arresti domiciliari ritenendo che l'imputato "abbia legami con ambienti criminali di rilevante spessore" e che non sarebbe stato possibile garantire i controlli cui avrebbe dovuto essere sottoposto. Una decisione che la difesa ha giudicato incomprensibile e "offensiva" considerato che Coccagna e' in carcere da piu' di un anno, che il processo riguarda fatti di tre anni fa (per l'accusa sarebbe un partecipe - quale pusher - di un'organizzazione criminosa dedita allo spaccio di stupefacenti tra la zona di Tiburtina e Pietralata) e che non ci sarebbe rischio di reiterazione del reato perche' l'uomo aveva gia' lasciato la Capitale e si era trasferito in un paese del Viterbese per vivere con l'anziana madre. Non solo, ma a tutti gli altri coimputati (condannati dal gup in sede di giudizio abbreviato, mentre Coccagna ha optato per le vie ordinarie ritenendo piuttosto fumosi gli indizi a suo carico) sono stati concessi gli arresti domiciliari. Di questa misura ha beneficiato anche colui che era considerato dagli investigatori il capo di questa associazione per delinquere e che lo scorso marzo e' stato condannato dal gup a complessivi 11 anni di carcere in continuazione con una sentenza emessa dalla corte di appello nel settembre 2012.
Per l'avvocato Baffa "non si puo' ritenere giusto che nello stesso tribunale e con riferimento allo stesso processo penale si ritenga che le esigenze cautelari possano essere salvaguardate con la misura meno afflittiva degli arresti domiciliari con riferimento al capo dell'associazione e, di contro, nei confronti del semplice associato, si pervenga ad una differente valutazione. Rigettare l'istanza motivando ipotetiche e mirabolanti, possibili, collegamenti con ambienti criminali a distanza di circa tre anni dai fatti e' pura fantasia". Per il penalista, dunque, se e' vero che "la legge e' uguale per tutti", il Guardasigilli e il presidente del tribunale di Roma devono intervenire su questa vicenda adottando "gli opportuni provvedimenti".
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