Editoriali apparsi oggi sui quotidiani a proposito di Piergiorgio Welby
da Il Giornale del 21 dicembre 2006, di Gaetano Quagliariello
Per il presidente onorario del Comitato bioetico Francesco D'Agostino, il caso Welby non ha ragione d'essere. Ha autorevolmente chiarito come a Piergiorgio Welby, così come ad ogni altro ammalato, spetti il diritto costituzionalmente riconosciuto di rifiutare una (cura allorquando la si ritenga non più idonea e, per questo, inefficace ad alleviare il dolore di vivere. Un attimo dopo quel rifiuto, sarebbe poi un dovere di ogni medico, e in particolare del proprio medico curante, praticare la sedazione necessaria ad alleviare le sofferenze, qualora queste dovessero intervenire. Giuseppe Casale, uno dei medici di Piergiorgio Welby, ha dal suo canto raccontato come egli abbia offerto al suo paziente una terapia palliativa idonea ad annullare il dolore, senza che ciò comportasse un'artificiale accelerazione del momento della dipartita: soluzione che il suo paziente ha legittimamente rifiutato.
Da differenti punti di vista - quello dell'esperto e quello del medico - i due interventi aiutano, dunque, a chiarire alcuni aspetti di questa intricata vicenda. Essi, dal punto di vista scientifico, attestano che la sedazione può essere intesa come un procedimento medicale utile a combattere la sofferenza, senza per questo veicolare forme mascherate d'eutanasia. Evidenziano quindi, da un punto di vista più generale, come non vi sia - e non vi sia mai stato - un fronte umanitario contrapposto a quanti, invece, per difendere astrattamente il principio della vita, si siano disinteressati alla sofferenza vera ed effettiva. D'Agostino e Casale, assieme a tanti altri, non ritengono però che l'umana solidarietà che si deve a Piergiorgio Welby vada tradotta in un acritico accreditamento della confusione in atto tra accanimento terapeutico ed eutanasia e, per questo, si oppongono a quanti, a volte in perfetta buona fede, stanno di fatto utilizzando il primo come cavallo di Troia per introdurre surrettiziamente la seconda.
Essi non si nascondono come persino il più integrale rispetto per la vita non possa e non debba condurre nessuno a chiudere gli occhi di fronte all'insopportabilità del dolore.
Per questo, ricercano e indicano soluzioni nello spazio delimitato dall'inderogabilità di tre principi: l'unicità della persona umana che implica l'impossibilità d'assimilare situazioni e realtà che, per forza di cose, sono sempre differenti; la difesa dell'autonomia del rapporto tra medico e paziente; l'esistenza di una sfera di libera determinazione del malato. Attraverso tale ricerca nessuno intende promuovere compromessi su materie che non ne ammettono come, sbagliando, ritiene il senatore Ignazio Marino. Si tratta, piuttosto, d'affermare la consapevolezza che all'interno di questi confini esistano già gli strumenti giuridici e le risorse mediche per trovare delle soluzioni ai tanti Welby del mondo, senza che la politica s'impicci.
Il rispetto più autentico della libertà della persona impone infatti discrezione, umiltà e prudenza. E, quando sono in gioco questioni quali la vita e la morte, è bene che il Parlamento e ancor più la magistratura - per il possibile e per quanto possibile -, si astengano dall'intervenire. Noi non vogliamo correre il rischio di veder rinverdire, sotto le mentite spoglie di nuove e più ampie libertà, l'antico programma "tutto per lo Stato, tutto nello Stato, tutto con lo Stato". Per questo restiamo convinti che se un uomo dovesse morire in nome del popolo italiano sarebbe una sconfitta per tutti.
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L'amore e la pietà del figlio dell'uomo
da La Repubblica del 21 dicembre 2006, di Eugenio Scalfari
La natività di Gesù di Nazareth dispone gli animi (dovrebbe disporli) all'ascolto di se stessi e degli altri, sia da parte dei credenti nella sua origine divina sia da quanti io considerano un figlio dell'uomo dotato di virtù profetiche sulle quali è stata costruita una delle grandi religioni, fondata sull'amore, sulla pace, sulla giustizia.
Non è dunque tempo di affrontare altri temi, che pure incalzano e preoccupano ma che riguardano il commercio degli interessi e la gestione del potere, fosse pure nel senso più alto e nobile e non sordido e ottuso come molte volte accade. Rinviamo perciò ad altre prossime occasioni questi argomenti e ascoltiamo invece ciò che la mente e il cuore ci suggeriscono su questioni che riguardano i rapporti tra le persone e tra queste e le istituzioni, la vita buona e la buona morte, la compassione e la pietà. Gli spunti attuali non mancano ed anzi abbondano in un'epoca di contrasti, incertezze, paure, fobie e crescenti egoismi.
Mi hanno colpito in questi giorni due interventi che toccano tasti estremamente sensibili: un articolo di Claudio Magris sul "Corriere della Sera" dei 18 dicembre, intitolato "L'ingerenza dell'ipocrisia" e una lettera a Welby scritta da Ignazio Marino, cardiochirurgo e presidente della commissione parlamentare della Sanità, pubblicata sulla "Repubblica" del 19. Di questo mi occuperò e dei complessi problemi che pongono alla nostra attenzione.
L'articolo di Magris mi ha lasciato assai perplesso. E' la prima volta che mi accade; di solito condivido interamente i suoi pensieri. Questa volta no e mi è riuscito difficile anche cavarne un senso. Per chi non l'avesse letto cercherò di riassumerne le tesi.
Comincia deplorando le ingerenze di chi persona o istituzioni invada campi altrui per imporvi il proprio dominio. E poiché l'oggetto dell'articolo riguarda il rapporto tra la Chiesa e lo Stato, fa proprio il motto evangelico del "date a Cesare ciò che e di Cesare e a Dio ciò che è di Dio". Una regola perfettamente equilibrata nella forma come nella sostanza, ma talmente evocata e ripetuta da esser diventata luogo comune, interpretato e stiracchiato in tutte le direzioni fino a perdere ogni significato.
Lo stesso Magris dei resto ne fornisce la prova quando osserva che la Chiesa ha diritto di sostenere in tutte le sedi l'etica che deriva dalla religione, aggiungendo che l'etica e la politica sono intimamente intrecciate tra loro sicché la Chiesa legittimamente finisce per entrare nel dibattito politico, nell'amministrazione della cosa pubblica e infine nell'attività legisiativa, con tanti saluti alla teorica distinzione tra le competenze di Cesare e quelle di Dio.
Volete forse mettere il bavaglio al Papa e ai vescovi? si domanda e ci domanda Magris. Volete ridurli ad una qualsiasi associazione di bocciofili e di cacciatori? E' mai possibile espellere la Chiesa dallo spazio pubblico che le spetta in materie come la bioetica, la fecondazione assistita, l'educazione dei bimbi e dei ragazzi, il finanziamento delle scuole cattoliche, il regime carcerario? Certo che no, nessuno pensa questo, caro Magris. Anzi. I laici, credenti e non credenti, hanno da tempo rinunciato a confinare la religione nello spazio privato. Non solo accettano ma addirittura incoraggiano la gerarchia ecclesiastica ad esprimere pubblicamente le sue convinzioni. Purché sia lasciata al laicato, cattolico e non cattolico, la piena autonomia e responsabilità dei comportamenti politici e legislativi. Si tratta di un'assurda pretesa? O non piuttosto del tentativo estremo di salvare almeno qualche lembo del mantello di Cesare, ormai ridotto a brandelli dalle martellanti ingerenze della "lobby" episcopale e vaticana?
Ma incalza Magris - spesso accade che i laici rimproverino le ingerenze della Chiesa quando esse siano contrarie alla loro parte politica ma le approvino invece a gran voce quando l'ingerenza giochi a loro favore. Se si è contrari alle ingerenze, questa contrarietà va sostenuta sempre e comunque, indipendentemente dai contenuto.
Parole sante che personalmente condivido e che, per quanto mi riguarda, ho sempre applicato e sostenuto. Se non che Magris si impiglia in una esemplificazione assai poco pertinente a proposito del pacifismo. L'esempio addotto riguarda la guerra in Iraq, sia la prima che la seconda, entrambe già deplorate da papa Wojtyla e poi da papa Ratzinger in nome della pace, ma sbagliò. In quel caso infatti il Vaticano si era ingerito indebitamente nel comportamento di governi sovrani e democratici che, magari sbagliando, avevano tuttavia legittimamente portato in guerra i loro paesi. La sinistra perse dunque l'occasione di criticare le ingerenze indebite.
Ecco dove il ragionamento mi sembra completamente sbagliato e fuorviante. La Chiesa predica la pace e si dichiara contro la guerra specie se si tratti di guerra offensiva e non difensiva. Non si tratta d'una ingerenza ma di un diritto-dovere della religione e di chi la rappresenta. Caro Claudio, tu vorresti che la Chiesa si possa schierare contro una legge in favore per esempio dell'eutanasia, ma non tolleri che parli contro la guerra preventiva di George Bush e di Tony Biair. Quale coerenza è mai questa?
Ma tu, trasportato da una tua logica che a me risulta a questo punto incomprensibile, vai anche più oltre. Rievochi il (colpevole) silenzio di Pio XII sui nazismo e qualche (timida) protesta del Vaticano nei confronti della politica hitleriana e sostieni che pure quelle proteste, ancorché cautissime, erano un'ingerenza, anche se definita auspicabile, contro il governo legittimo della Germania. Qui proprio non ti capisco più.
Il finale di questo strano testo di Magris è invece condivisibile: sarebbe meglio se la Chiesa rinunciasse al Concordato per esser più libera di parlare di tutto senza più dover osservare la distinzione di competenza fra Cesare e Dio.
Giusto. Ma la Chiesa parla già di tutto e si tiene per sovramercato, ben stretta al suo Concordato per i vantaggi cospicui che esso le assicura. Allo stato dei fatti la formula cavouriana della libera Chiesa in libero Stato ha perso ogni significato come l'altro luogo comune di Cesare e Dio. Tutte le modeste difese poste dai Patti Lateranensi sono state smantellate da un pezzo. Quei Patti servono soltanto a garantire gli interessi finanziari della Santa Sede; il resto è silenzio.
Mentre scrivo queste note leggo un articolo di Galli della Loggia sul "Corriere" dei 20 dicembre, intitolato "Una società senza cattolici". Il testo svolge fedelmente il tema enunciato nel titolo, sostenendo che il dibattito culturale e politico in Italia è monopolizzato dai laici laicisti. A me pare incredibile che si possa stravolgere la realtà fino a questo punto. Ognuno ha il diritto di dire la sua, naturalmente. Può un vecchio laicista deplorare tesi così lontane dai dati di fatto?
Vengo alla lettera di Welby di Ignazio Marino. Qui la materia è ancora più sensibile e dolente perché si tratta della sofferenza di un malato terminale che invoca la morte, chiede di essere aiutato a morire e ottiene una risposta che dà i brividi.
Ho vissuto in questi giorni una esperienza dolorosa con la morte di una persona a me carissima: ho assistito alla sua sofferenza. Mi sono venute in mente le parole di Giobbe:
"Pesate i miei spasimi/ E sul piatto mettere la mia cancrena/ Peseranno più che le sabbie/ Di tutti i mari/ Perciò barcollano le mie parole".
Ebbene, Marino riconosce che Welby, come qualunque malato terminale in preda ad una sofferenza atroce ha il diritto di chiedere una morte assistita. Ma non si può, non c'è una legge che lo consenta. La deontologia medica - ricorda Marino - lo vieta perché il medico deve curare e mantenere in vita, non può e non deve curare la morte. Invita Welby a stringere i denti e andare avanti. Gli propone addirittura di accettare di essere sedato per 48 ore al fine di riacquistare le forze e poi, così rinforzato, riprendere a soffrire. Qualora il suo male diventasse ancor più doloroso e richiedesse nuovi interventi e qualora Welby, come suo diritto, lo rifiutasse, lo avverte che i medici non potrebbero neanche in quel caso estremo procurargli una buona morte ma assisterebbero impotenti alla sua fine straziante pur di non interrompere "anzitempo" una vita.
Nelle stesse ore il papa ribadiva, parlando ai giuristi cattolici, il fermo divieto all'eutanasia. C'è da giurare che il cosiddetto laicato cattolico impegnato politicamente farà rispettare in Parlamento i dettati vaticani.
Che dire di quella lettera a Welby al presidente della commissione parlamentare Sanità eletto nelle liste dell'Unione? Che dire della crudeltà mentale di cui e intrisa?
Le sofferenze di Welby e dei tanti che si trovano nelle sue condizioni pesano come la sabbia di tutti i mari. E le parole barcollano.
Gesù di Nazareth, figlio dell'uomo, fece risorgere Lazzaro dal sepolcro e sciolse le bende funebri che lo avvolgevano. La vita buona e la buona morte erano il messaggio che ha lasciato al mondo. Un messaggio di misericordia e di pietà. Accetto d'esser crocifisso affinché nessun altro uomo lo fosse, né nell'anima né nella carne.
Noi vorremmo che il Papa parlasse di questo con parole d'amore e di pietà, non di divieto. Vorremmo che invitasse a sciogliere le bende di Welby e non che gliele stringesse intorno al corpo. Vorremmo che ricordasse dall'alto del suo magistero che Gesù di Nazareth profetizzò la resurrezione dei corpi, per dire che il corpo d'un uomo è sacro e dev'essere rispettato nella sua sacralità e dignità e non inchiodato ai suoi dolori. Vorremmo infine che fosse il capo d'una religione d'amore e non di un'ideologia che esalta il dolore inutile e dissacrante. Noi non credenti a questo crediamo e per questo ci battiamo nei giorni della Natività di Gesù di Nazareth.
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Welby e Hobbes. Il ritorno del vecchio scontro tra legge naturale e diritto positivo (e delle sue contraddizioni).
da Il Foglio del 21 dicembre 2006, di Angiolo Bandinelli
Nel grande dibattito pubblico esploso sul dramma di Piergiorgio Welby è tornato, prepotente, un argomento apparso per la prima volta, se ben ricordiamo, con la campagna divorzista di quaranta anni fa. E' da sempre l'argomento principe dei liberali antiproibizionisti: perché mai vietare, a chi intenda divorziare, sposare una persona dello stesso sesso, abortire (o andare incontro alla morte, come ha chiesto Welby, nei modi e tempi da lui ritenuti opportuni), di soddisfare tali sue esigenze o desideri? La legge liberatrice richiesta da costui non obbligherà altri, ciascuno avrà sempre la possibilità, anzi il diritto, di compiere sui temi etici e sensibili le scelte più a lui confacenti. E' il rovescio, in qualche modo, dell'evangelico: "Non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te", ma negli anni Settanta sembrò una eresia. Oggi non molto sembra cambiato, e dunque è comprensibile che i liberali abbiano ripreso l'argomento: ancora una volta contro la chiesa, ritenuta l'avversario principale. Leggo, da qualche parte: "Il liberale ritiene che il giudizio sul bene e il male, sulla moralità personale e sui valori etici pubblici non debba discendere dalla chiesa, dallo stato, dal partito o da una ideologia, ma solo dalla coscienza personale". C'è, è vero, un flebile distinguo: "Lo spartiacque su tante questioni personali e sociali non è tra cattolici e laici, ma tra le persone tendenzialmente autoritarie che vogliono imporre i loro valori all'intera comunità nazionale e gli uomini che ritengono di porre al centro dei propri comportamenti solo la loro coscienza nel rispetto delle legittime scelte altrui.", ma la polemica anticattolica si insinua pertinace; anzi, dilaga tra le righe.
Scavalcando l'immediata polemica, Gianni Baget Bozzo è intervenuto ripercorrendo il cammino delle idee, su su fino a Hobbes: "Unire un caso emotivo con la politica dello stato mediante la norma giuridica è presente in tutte le azioni del partito radicale. La cultura radicale è una cultura dei diritti, ma non nel senso della legge naturale, interpretata dal cristianesimo come fondante diritti inerenti alla persona e antecedenti lo stato. Nella cultura radicale l'unico diritto è il diritto positivo, e si tratta perciò di concessione dei diritti fatti con leggi dello stato (.). Il caso singolo può offrire il pretesto ma l'obiettivo è sempre un istituto, una legge dello stato". Hobbes, Kelsen: la cultura radicale, conclude il sacerdote politologo, è tutta in questi nomi, nella stretta continuità "con il Leviathan di Hobbes". Siamo all'ultima risacca dell'antica querelle tra i difensori gelosi del diritto di natura e i propugnatori del diritto positivo come unica fonte di un sistema giuridico. Il suo groviglio travalica anche la chiesa cattolica, pur mentre questa ne scioglie i dilemmi richiamandosi decisamente, per quanto riguarda i supremi valori etici, a diritti naturali insiti nell'uomo - credente e non credente - che in alcun modo e mai dovranno essere rivendicati allo stato.
L'antropologia radicale
Bene: sul caso Welby, i radicali hanno chiesto una legge (o, con Stefano Rodotà, una sentenza del tribunale) che consenta a ciascuno di seguire i comportamenti che ritiene più confacenti alla sua persona, a sé e ai suoi diritti, "naturaliter" rivendicati. Dunque, una natura che per essi è positiva, diversa e forse opposta allo stato di natura hobbesiano, dove l'uomo è lupo all'uomo. Con il loro (si fa per dire) "laissez faire" etico sembrano quasi riaccendere il mito del buon selvaggio rousseauiano; esattamente, a ben vedere, come la chiesa. L'antropologia radicale è positiva come quella della chiesa, pur se i due interlocutori giungono a differenti esiti. Per la chiesa, tuttavia, si presenta una strana contraddizione: come può la natura umana essere perfetta, e dunque intangibile, se essa è contaminata dal peccato originale, dal quale potrà salvarsi solo grazie al Golgota? Siamo ancora, comunque, a una drammatica ma grande esperienza dell'occidente. Che anche sulla tensione, sulla forse irresolubile polarità tra diritto di natura e diritto positivo, è divenuto, laicamente, quello che è, in contrapposizione con l'oriente della Legge divina, unica, assoluta e immanente.
Tutti insieme accanitamente contro la volontà di un uomo
da Il Riformista del 21 dicembre 2006
A Livia Turco, l'organo consultivo del ministero da lei guidato ha risposto ieri che su Welby non c'è accanimento terapeutico. "A larga maggioranza - si legge nel parere - il Consiglio superiore di Sanità ha stabilito che il trattamento sostitutivo della funzione ventilatoria mediante ventilazione meccanica non configura, allo stato attuale, il profilo dell'accanimento terapeutico". Non lo configura perché, molto semplicemente, non è perfettamente configurabile. Non a caso, il presidente dell'organo, Franco Cuccurullo, ritiene necessario "promuovere nuovi e più cogenti indirizzi e linee guida in materia". Tra i punti salienti del parere che Cuccurullo rimarca, c'è "in primo luogo, il fatto che l'accanimento terapeutico non sia ancora definito compiutamente dal punto di vista scientifico nelle sue diverse accezioni e circostanze".
Ammettendo pure che la fattispecie "accanimento terapeutico" non sia ancora ben chiara, non sarebbe dunque possibile dar credito alla proposta di Francesco Rutelli, secondo cui sono i medici a dover avere "la parola definitiva" sul caso. In poche parole, a scegliere. Tutto questo mentre nel governo ognuno la pensa a modo proprio. Il vicepremier margheritino si chiede (domanda per lui retorica) "come potrebbe un'autorità politica stabilire: staccate quella spina e mandatelo a morire". Al contrario, il ministro della Salute ritiene che servono "norme che chiariscano bene gli ambiti della responsabilità del medico". Poi, ci si mette pure Mastella, che si è scagliato contro "la morte mediatica".
Per quel che può servire, qualche risposta facile facile si potrebbe anche dare. Chi si dice "liberale" dovrebbe sapere benissimo che il punto di partenza di un "liberale" - Welby o non Welby - è la libera scelta di un individuo. Piergiorgio è cosciente e, soprattutto, una scelta non solo l'ha compiuta ma l'ha pure fatta sapere a tutti. È così difficile, cari signori "liberali" che tentennate di fronte alle sofferenze Welby, prenderne semplicemente atto? Oppure avete bisogno del parere di qualche tribunale?
La speranza è l'ultima a morire. E in questo caso riguarda una sofferenza che non va prolungata nel tempo e un vuoto, un grande vuoto legislativo, che va colmato. Perché, diciamolo con parole terra terra, tutto questo non debba più succedere.
L'uomo che vuole morire
da La Stampa del 21 dicembre 2006, di Lietta Tornabuoni