Sabato 6 giugno 2026
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Editoriali ed interviste apparse oggi a proposito di Piergiorgio Welby

U.E. - ITALIA
Notizia ·
Editoriali ed interviste apparse sui quotidiani di oggi a proposito di Piergiorgio Welby.


"Non è eutanasia, Welby non deve essere curato per forza"
(Corriere della Sera del 6 dicembre 2006, di Gian Guido Vecchi)

"Sono d'accor­do con quanto diceva Don Verzé, per lo più l'eutanasia è un falso problema, una battaglia tra massimalismi opposti che diventa immediatamente ide­ologica e ci vieta la strada ver­so soluzioni ragionevoli. E que­sto è uno dei casi in cui la cosa è più evidente...". Roberto Mordacci, 41 anni, docente di Filosofia morale all'università San Raffaele di don Luigi Verzé, è autore tra l'altro di Una introduzione alle teorie mora­li. Confronto con la bioetica (Feltrinelli). Su Welby lo dice subito: "Le posi­zioni dei radicali sono fuorvianti e ideologiche. Qui non si tratta di eutanasia. E non è una lega­lizzazione dell'eutanasia ciò di cui hanno biso­gno i malati come lui e la nostra cultura".

E allora cos'è, professore?
"Anzitutto si tratta di applicare ciò che sulla carta è già sancito all'articolo 32 della Costituzione, "nessuno può essere obbligato a un de­terminato trattamento sanitario". Nessun paziente può essere sottoposto a una cura che egli rifiuta e che giudica essere un accanimen­to terapeutico nei suoi confronti. È un princi­pio che non viene rispettato ogni volta che si esercita una cura approfittando dell'impossibi­lità del paziente di andarsene".

Emanuele Severino diceva al Corriere: la tra­gedia è quando le gambe non funzionano...
"E ha ragione. Questo chiedono i malati co­me Welby: lasciatemi andare. Invece prevale una idea di "bene medico", deciso da ciò che il medico ritiene sia bene. Una forma di paternalismo".

Severino diceva anche che, su questi temi, ognuno deve poter agire co­me crede.
"Dipende, la stessa tradizio­ne liberale pone dei vincoli al­l'autodeterminazione, come il non violare la libertà altrui. Anche il diritto di non essere ucciso è inalienabile. Ma il punto è che qui non si tratta di essere ucciso, ma di essere lasciato morire. E la differen­za è sostanziale".

Sì, ma un medico come fa?
"Si tratta di definire esten­sioni e limiti del diritto di rifiu­tare le cure sancito dalla Costi­tuzione, per evitare l'accani­mento terapeutico che non è solo oggettivo, ma anche sog­gettivo: è accanimento quan­do il paziente lo rifiuta, natu­ralmente se è lucido. Insieme, la legge deve dare una defini­zione chiara di quando un me­dico, per avere acconsentito al rifiuto delle cure chiesto dal paziente, non commette omissione di soccorso".

Ma staccare la spina e l'ali­mentatore, come vorrebbe Welby, non è in sé eutanasia attiva, un "atto" che fa mori­re?
"No, non è vero: l'atto medi­co è quello con cui la macchi­na viene attaccata e tenuta ac­cesa. Si dice che, una volta in­trapresa una cura, non la si può interrompere. Ma le situa­zioni di urgenza sono una co­sa, quelle croniche un'altra. In una situazione cronica, di pro­lungamento indefinito della mera sopravvivenza in condi­zioni sempre peggiori, il pa­ziente può rifiutare l'espro­priazione della fase finale del­la vita, il sequestro della ma­lattia per mezzo delle macchi­ne. È un delirio di onnipoten­za medico pensare che anche sospendere la cura, in quelle condizioni, sia un "atto" che uccide! Il medico, piuttosto, fa un passo indietro davanti a un rifiuto esplicito. Il problema è un altro".

Quale?
"Nel caso di Welby non basta staccare la spi­na. La morte per asfissia è atroce. Bisogna da­re un sedativo che, certo, ha anche l'effetto di abbreviare la vita. La situazione pare ambigua, ma a ben vedere è chiara: pure Pio XII, parlan­do agli anestesisti nel '57, ammetteva la possi­bilità di dare palliativi per ridurre la sofferenza anche se si prevede, ma non si desidera, che comportino l'abbreviazione della vita".

La Chiesa, però, sembra fare muro.
"Nella tradizione magisteriale, come illustra anche Pio XII, c'è la chiara consapevolezza che non bisogna prolungare le sofferenze invano. Lo stesso Giovanni Paolo II, al secondo ricove­ro al Gemelli, ha detto: lasciatemi andare a ca­sa. È vero che nella Chiesa, fra coloro che si occupano di bioetica, c'è una sorta di riflesso con­dizionato, un atteggiamento tendenzialmente vitalistico che ritiene sia la vita, più che la per­sona, ad essere sacra. Ma la no­zione di sacralità della vita può essere fuorviante. Rischia di non far capire la ragione per cui la vita è importante: per­ché lo è la persona. Una perso­na ha il dovere di vivere fino in fondo. Ma vivere fino in fondo non significa vivere a tutti i co­sti. E talvolta include anche l'avvicinarsi della morte e il la­sciarla accadere".

E l'eutanasia propriamente detta?
"La rifiuto per la stessa ra­gione: è una scissione della persona dalla vita. Si pensa di affermare la propria libertà cancellandone la base, il proprio corpo. E l'argomento di Kant contro il suicidio: chi si uccide pensa alla propria liber­tà come fosse disincarnata, si scinde dal proprio corpo e co­sì usa se stesso come un mez­zo".

Come si esce da tutto que­sto?
"Cercando di definire un'eti­ca democratica che sia lonta­na dagli opposti massimali­smi e abbia al centro, in senso kantiano, la persona come fi­ne e non come mezzo".

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"Eutanasia? In questo caso è buona morte"
(L'Unità del 6 dicembre 2006, di Roberto Monteforte)

"L'eutanasia, soprattut­to in una situazione co­me questa, è una buona morte e non un morte anticipata". Non ha dubbi don Andrea Gal­lo, l'animatore della Co­munità di San Benedet­to al Porto. Sul caso Welby il prete genove­se non ha paura di pronunciare la parola "eutanasia". Ricorda come in greco voglia dire "buona morte". Sa di dire cose che pos­sono non piacere alle gerarchie. Si prende tutte le sue responsabilità "come prete che da 47 anni ama la sua Chiesa".

Bisogna accogliere la richiesta di Welby e staccare la spina?
"Intanto è fondamentale chiarire il concet­to di vita. Con la tecnica in continuo avan­zamento sarà sempre più difficile distingue­re il "dovere di cura", dall'"accanimento te­rapeutico". E poi va premesso che nella no­stra Santa Madre Chiesa il primato della co­scienza è dottrina certa. Chi dice il contra­rio è eretico. In questo caso si tratta di ac­compagnare verso una buona morte. Mi meraviglio delle tante incertezze attorno a questa che è una morte assistita, richiesta, invocata. Il paziente è vivo solo per le leggi biologiche dell'organismo. Si trova in quel­la notte buia della coscienza che non atten­de più nessuna alba".

Cosa vi è da chiarire?
"Si oscilla in modo pauroso tra la vita ano­nima dell'organismo e quella personalizza­ta dell'individuo che nelle sue residue possi­bilità biologiche non riconosce nessuna immagine di sé. So che la mia Chiesa è atte­stato sul no e che molti credenti, partendo dal concetto che la vita è un dono di Dio, ne chiedono il rispetto sino all'ultimo respi­ro. Ma su questo punto cerco di dare il mio dissenso alla Chiesa e proprio come un'at­testazione di amore..".

Su cosa dissente?
"L'argomento usato dalla Chiesa cattolica è troppo generico, quando, addirittura non diventa materialistico. Riduce il con­cetto di vita al semplice suo prolungamen­to biologico. Questa, invece, dovrebbe es­sere un'occasione per riflettere a fondo su cosa sia la vita. È la semplice animazione della materia, magari grazie a strumenta­zioni tecnologiche? Oppure, come credo, è il rispetto dell'individuo, della sua co­scienza, della sua deliberazione che il Cri­stianesimo e non altri, ha eletto a valore in­discusso, trasmettendo questo riconosci­mento alla cultura laica che lo ha assunto a principio della sua organizzazione socia­le? Questa vicenda non mette in gioco il valore della vita, ma il valore dell'indivi­duo che in certe condizioni può sentirsi in diritto di decidere di porre fine ad un'esi­stenza in cui non si riconosce altro che co­me puro processo biologico che grazie alle macchine procede nella sua anonima irre­versibilità".

E tornando al caso Welby?
"Nel rispetto di questa persona chiedo che vi possa essere serena accettazione della morte come naturale compimento della vi­ta. Per il credente è presentarsi al Padre. Non è quindi qualcosa di estraneo alla vita stessa, fatta di amori ed amicizie. Amori e amicizie che dovrebbero poter accompa­gnare la persona sino alla fine. Questa è la morte umana, che va assolutamente distin­ta da quella biologica. Allora le parole della Chiesa cattolica, quando parla dell'accettazione della sofferenza, possono essere ria­scoltate. Come quel chiedere di non soppri­mere con troppa leggerezza l'esperienza del dolore, perché su questa strada disimpa­riamo a trattarlo e quando si presenta non conosciamo altro che la radicalità di un ge­sto. È così che ci si può emancipare da un grossolano materialismo che cadenza la vi­ta solo sulle sortì della materia e l'espropria dell'impronta che le abbiamo dato. Così ri­sulterebbe più facile anche la decisione se prolungare o meno la vita del nostro orga­nismo. Anche se è necessaria una legislazio­ne molto più chiara su questa materia".

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Dio non vuole una vita insensata
(La Stampa del 6 dicembre 2006, di Elena Loewenthal)

Un uomo non va colto nell'ora del suo dolore", dice un adagio ebraico. Questo mite imperativo etico ci spiega due cose importanti. La prima è che la sofferenza trasfigura, ci rende diversi. La seconda è una verità severa, quasi inaccettabile, di fronte alla quale vacilla anche la fede più salda: la sofferenza è imperscrutabile. Non c'è modo di spiegarla. Il dolore è un mistero fitto, quasi sempre ingiusto. "Non tenete in vita il dolore" è il nome della campagna per concedere il paradossale beneficio della morte a Piergiorgio Welby, incatenato da anni a un simulacro artificiale di vita. Sembra automatico attribuire alla modernità laica tutto ciò che è diritto individuale, affidando al fortilizio delle fedi la conservazione di una morale superata. Come se le domande che ci poniamo in questi tempi fossero nuove di zecca, e invece non è affatto così.

Per l'ebraismo la vita è il valore primario (è patrimonio di Dio): diventa obbligatorio trasgredire la legge, quando c'è una vita in gioco. La tradizione si confronta, ovviamente, anche con il dolore. Ciò che lo riguarda è avvolto da innumerevoli "forse": forse esso è espiazione. Forse è un modo per legarsi di più a Dio. L'unica certezza, intorno alla sofferenza, è che ad essa s'ha da porre un limite, quando diventa insopportabile. In quel momento la vita non è più vita, non appartiene né a Dio né agli uomini. L'ebraismo racconta con una leggenda questa verità. Rabbi Yehudah era morente. Al suo capezzale i devoti discepoli continuavano a pregare Iddio di tenerlo in vita: docile alle suppliche, il Cielo ubbidiva. Per fare arrivare la morte, ci volle il gesto pietoso di una serva affezionata, che dalla cucina fece cadere un oggetto di coccio, procurando un gran frastuono. Gli oranti sussultarono e interruppero per un istante le loro preghiere: in quel momento di silenzio il maestro spirò. E fu sollievo. La tradizione non condanna la serva per aver deliberatamente procurato la morte del maestro: la considera anzi un esempio di virtù. Difficile, ma necessaria là dove la vita non è più vita.

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Compassione senza pietà. La morte privata e quella pubblica di Welby sono due cose diverse.
(da Il Foglio del 6 dicembre 2006)

La compassione senza pietà è una truf­fa. Anche se a predicarla siano Sofri, Bianchi, Veronesi, Welby o Pannella. An­che se a predicarla siano uomini di fede o atei secolaristi di vario conio e saio. Aiu­terei chiunque mi sia caro e me lo chieda a morire sedato, opportunamente sedato per evitare la sofferenza fisica, ma esigo che la procedura legale mi resti contraria: lo aiuterei per compassione, questo chiun­que che mi sarebbe caro per il solo fatto che me lo chiede, e mi prenderei per aiu­tarlo un debole rischio carico di attenuan­ti, ma non scioglierei mai il vincolo pieto­so del comandamento "non uccidere". La morte di Welby e la morte in pubblico di Welby sono due cose diverse, sono una doppia verità che dobbiamo saper prati­care. Ho compassione per Welby, provo pietà per la condizione umana. Con la sua supplica di morte, Welby sceglie il prima­to della sua coscienza, ma con la sua invo­cazione di una nonna fatta per la morte sceglie il primato della sua cultura. Sono cose diverse, con conseguenze diverse. La coscienza è insindacabile e anche inaffer­rabile, è relativa, individuale, privata, ma la cultura è un terreno solido di oggettività, è la possibilità di unire logica ed eti­ca, ragione e speranza, adeguando nella misura del possibile l'intelletto alla cosa.

Esorcizziamo la guerra degli eserciti, che è una trovata crudele della storia per la rimozione del male, che solo la storia è in grado di combattere, e con il medesimo movimento la serializziamo nella pancia delle donne, con il formidabile e demo­niaco pretesto della loro "salute", oppure facciamo guerra all'umanità embrionale nei laboratori eugenetici e a quella adulta nel diritto di morire come nuovo codice morale. Compassionevoli quando si tratti della coscienza libera e solitaria, del desi­derio illimitato dì essere padroni di sé, un sé senza se e senza ma, del diritto a spurgare di significato e di dolore l'esistenza, e spietati per tutto il resto, cultori dongio­vanneschi della morte della devozione, che della pietà, del sentimento tragico del­la vita, è l'aspetto più desueto ma anche più sincero.

La morfina può sedare il dolore ma non il suo significato, che resta fermo come la roccia nel vecchio e nel nuovo testamento, nella legge e nel compimento della legge attraverso il racconto cristiano della pas­sione e della redenzione, nella storia uma­na e nel pensiero degli uomini e delle don­ne a ogni latitudine e longitudine, nella poesia, nel vagito smarrito dei bambini, nell'occhio dei cani e degli altri animali, nella perdita e nella rinuncia, nell'assen­za e nel presentimento della fine. Senza questo significato siamo dispersi e senza nome, omologati e spietati o impietosi. Con questo significato siamo invece pii, buoni, davvero disponibili a vivere e a morire per noi stessi e per gli altri.

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Il rifiuto di un trattamento medico non è eutanasia
(da Il Riformista del 6 dicembre 2006, di Anna Meldolesi)

Il giorno dopo l'intervista rilasciata al Riformista dal pre­sidente dell'ordine dei medici Amedeo Bianco, dal mondo della bioetica si leva un appel­lo: lasciamo perdere la parola eutanasia. Mettiamola in frigo­rifero, perché è così indefinita e carica di emotività che può portare soltanto confusione nel dibattito sul caso Welby. Sandro Spinsanti, Cinzia Ca­porale, Demetrio Neri, Amedeo Santosuosso guardano al­le tematiche di fine vita da an­golazioni diverse ma sono tutti d'accordo: se si cacciano i fan­tasmi evocati da questa cate­goria, il caso di Piergiorgio ap­pare come un legittimo rifiuto di un trattamento medico.

Le parole più forti, anche se le dice con grande pacatez­za, sono quelle di Spinsanti. "Ciò che chiede il copresidente dell'associazione Coscioni non è diverso dal "Lasciatemi andare alla casa del Padre" pronunciato da Giovanni Pao­lo II". Spinsanti, direttore della rivista Janus e dell'istituto Gia­no per le medical humanities, è una figura di spicco del pano­rama bioetico italiano. Doven­do assegnargli un'etichetta, si potrebbe dire che è un cattoli­co poco interessato alle ideo­logie, anche quelle che alber­gano in una parte del mondo cattolico. Ricorda che Wojtyla non ha voluto essere attaccato al respiratore artificiale, lo stesso che tiene in vita Welby contro la sua volontà. E dalla memoria fa riaffiorare altri esempi illuminanti di religiosi che hanno chiesto di fermare gli interventi medici, convinti di compiere una scelta che non si pone in contrasto con l'etica. C'è quello di monsignor Bello, vescovo di Molfetta e presi­dente di Pax Christi, che ha detto: "Voglio che non facciate più niente" ed è stato accon­tentato. C'è un sacerdote di Corno, che ha chiesto e ottenu­to dal suo vescovo monsignor Maggiolini di poter rinunciare alla dialisi. E poi la storia di Madre Teresa di Calcutta, che ha espresso il desiderio di non essere sottoposta a un'opera­zione chirurgica al cuore: "Ho scelto di vivere da povera, ora non voglio morire da ricca". Le sue consorelle non l'hanno assecondata e si è operata, al­lontanando la morte di qual­che mese. "Ma anche questo è un esempio di come una religiosità pie­namente vissuta non sia in contrasto con l'idea di porre dei limiti alla vita terrena, se questa è diventata un fardel­lo insostenibile o quando sopravvive­re significa tradire la propria vocazione", spiega Spinsanti.

"Non voglio polemizzare con chi parla di eutanasia co­me il presidente dell'ordine dei medici e Rosy Bindi, ma credo che si dovrebbe dare meno importanza alle parole e più ai fatti", dice. Certe chiusure, aggiunge, possono trova­re una spiegazione anche in termini sociologici. E in atto uno spostamento di poteri dal medico al paziente e la comu­nità medica offre qualche resistenza. "Ma se il medico s'impone sul paziente siamo di fronte a una patologia so­ciale, proprio come quando avviene il contrario, il model­lo a cui tendere è quello della condi­visione". La cultura dell'autonomia, ra­giona Spinsanti, spaventa anche una parte del mon­do cattolico, quella che non ha mai salutato con entusia­smo il passaggio verso la mo­dernità e il liberalismo.

Cinzia Caporale, una laica che all'interno del comitato nazionale di bioetica (Cnb) ha sempre cercato un punto di in­contro con le posizioni cattoliche, suggerisce di rileggere uno dei documenti più intran­sigenti approvati dal comitato, con le firme di membri come Francesco D'Agostino e Paola Binetti. Per escludere la possi­bilità di sospendere l'alimen­tazione artificiale ai pazienti in stato vegetativo, si sostiene che non si tratta di un atto me­dico, diversamente dalla venti­lazione artificiale. Ma se è le­gittimo rinunciare al respirato­re quando si è in stato di inco­scienza, attraverso il testamento biologico, non può non esserlo quando a chiederlo è una persona capace di intendere e volere come Welby. "Abban­doniamo l'idea di governare per legge la zona grigia dell'ac­canimento terapeutico, anche perché tracciare un discrimine fra terapie proporzionate o sproporzionate è arbitrario. L'esperienza al comitato di bioetica dell'Unesco mi ha in­segnato che il quadro cambia radicalmente con le condizioni sociali, economiche, culturali" dice Caporale. "Accanimento è ciò che il paziente giudica ta­le", afferma anche Demetrio Neri, che nel Cnb ha strenua­mente difeso il punto di vista laico e ora contesta l'approc­cio del presidente dell'ordine dei medici. Bianco sostiene che un paziente che fosse nel­le stesse condizioni di Welby, ma non volesse farsi promoto­re di una battaglia civile, po­trebbe concordare con il suo medico il distacco del respira­tore mentre Welby non può. Ma Neri rifiuta l'idea che un medico possa mettersi a sindacare sui valori dei pazienti e tracci un confine politico tra chi può rifiutare un trattamen­to e chi non può. Gli da man forte Amedeo Santosuosso, giudice e studioso di tematiche di fine vita. "La costituzione italiana stabilisce che nessuno può essere obbligato a un de­terminato trattamento e non si può privare qualcuno dei suoi diritti costituzionali sulla base delle sue opinioni politiche o filosofiche".

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Morire senza soffrire

(da L'Opinione del 6 dicembre 2006, di Paolo Pillitteri)

Sarà pure una gran brava per­sona l'autorevole rappresen­tante della Margherita, l'o­norevole Paola Binetti, ma di certo ha/avrà ben poco a che fare con l'i­stituendo Partito Democratico, che si preannuncia come sintesi del pro­gressismo-riformismo cattolico e socialista e alla cui base dovrebbe esserci, quanto meno, una dose di laicismo, se non massima almeno mini­ma.

Parliamo delle reazioni della Binetti alla decisione di Emma Bonino, ministro di questo Governo, di promuovere uno sciopero della fame a favore di Piergiorgio Welby che altro non desidera che di morire in santa pace, rivendicando un diritto: di morire senza soffrire. Lo stupore dell'onorevole Binetti, non dissimi­le da quello dell'onorevole Volontè, non sta soltanto nella decisione in sé dell'onorevole Emma Bonino, ovverosia nel favorire in tempi rapidi una decisione parlamentare bipartisan sull'eutanasia, quanto soprattutto sulla "messa in pratica di una con­dotta tipica di un esponente radica­le". Dal che si deduce che per certi cattolici, di destra e di sinistra, i radi­cali e/o laici buoni sono soltanto quelli che non affrontano tematiche come quella del caso Welby o dei diritti civili e che si limitano a fare il ministro di Prodi con la regola dello "zitti e mosca".

Al contrario, la presenza laica e radicale in un governo, specialmen­te in uno come questo che sta mostrando uno scarso laicismo, ha un significato e una dimensione "politici" proprio nell'esprimere posizioni chiare sulla eutanasia, non tanto o soltanto perché essa non è una questione né di destra né di sinistra, ma perché "nessuno può condanna­re una persona alla tortura". L'ago­nia di Welby sta a indicare che una certa politica si accanisce a tenere in vita il dolore con l'alibi della "tentazione autoritaria sulla fine della vita" (Volontè), mentre semmai è il con­trario. In realtà, l'agonia di Welby finisce col diventare l'agonia di tutte le persone sensibili. Solo che le per­sone sensibili sono poche, soprattut­to là dove il dramma di Welby, che chiede da tre mesi di poter finire la sua vita nella piena legalità (e che vede la maggioranza assoluta degli italiani "politicamente" al suo fian­co) potrebbe e dovrebbe avere una soluzione legislativa, cominciando innanzitutto con il rinnovo del Comi­tato di bioetica scaduto da mesi. Il gesto di Emma, della associazione "Luca Coscioni" e delle centinaia di persone da giorni in digiuno pro-Welby ha il merito di tenere sollevato il velo di ipocrisia e di solida­rietà pelosa su un caso che necessita di un approccio dav­vero laico con una legge il più democratica possibile, quella cioè che permette a ognuno di agire come crede. Democrazia e libertà stanno a significare che lo Stato deve godere di piena autonomia nel fare le leggi. Nel caso Welby, nella fattispe­cie dell'eutanasia, del suicido assistito, delle preannunciate iniziative del ministro della Salute per cure palliative e dignità di fine vita, la bussola da tenere è quella di sempre, e già dagli albori di questo Stato,quando il suo più geniale "creatore", Camillo Benso Conte di Cavour proclamò: libera Chiesa in libero Stato.
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