Editoriali ed interviste apparse oggi a proposito di Piergiorgio Welby
Editoriali ed interviste apparse sui quotidiani di oggi a proposito di Piergiorgio Welby.
"Non è eutanasia, Welby non deve essere curato per forza"
(Corriere della Sera del 6 dicembre 2006, di Gian Guido Vecchi)
"Sono d'accordo con quanto diceva Don Verzé, per lo più l'eutanasia è un falso problema, una battaglia tra massimalismi opposti che diventa immediatamente ideologica e ci vieta la strada verso soluzioni ragionevoli. E questo è uno dei casi in cui la cosa è più evidente...". Roberto Mordacci, 41 anni, docente di Filosofia morale all'università San Raffaele di don Luigi Verzé, è autore tra l'altro di Una introduzione alle teorie morali. Confronto con la bioetica (Feltrinelli). Su Welby lo dice subito: "Le posizioni dei radicali sono fuorvianti e ideologiche. Qui non si tratta di eutanasia. E non è una legalizzazione dell'eutanasia ciò di cui hanno bisogno i malati come lui e la nostra cultura".
E allora cos'è, professore?
"Anzitutto si tratta di applicare ciò che sulla carta è già sancito all'articolo 32 della Costituzione, "nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario". Nessun paziente può essere sottoposto a una cura che egli rifiuta e che giudica essere un accanimento terapeutico nei suoi confronti. È un principio che non viene rispettato ogni volta che si esercita una cura approfittando dell'impossibilità del paziente di andarsene".
Emanuele Severino diceva al Corriere: la tragedia è quando le gambe non funzionano...
"E ha ragione. Questo chiedono i malati come Welby: lasciatemi andare. Invece prevale una idea di "bene medico", deciso da ciò che il medico ritiene sia bene. Una forma di paternalismo".
Severino diceva anche che, su questi temi, ognuno deve poter agire come crede.
"Dipende, la stessa tradizione liberale pone dei vincoli all'autodeterminazione, come il non violare la libertà altrui. Anche il diritto di non essere ucciso è inalienabile. Ma il punto è che qui non si tratta di essere ucciso, ma di essere lasciato morire. E la differenza è sostanziale".
Sì, ma un medico come fa?
"Si tratta di definire estensioni e limiti del diritto di rifiutare le cure sancito dalla Costituzione, per evitare l'accanimento terapeutico che non è solo oggettivo, ma anche soggettivo: è accanimento quando il paziente lo rifiuta, naturalmente se è lucido. Insieme, la legge deve dare una definizione chiara di quando un medico, per avere acconsentito al rifiuto delle cure chiesto dal paziente, non commette omissione di soccorso".
Ma staccare la spina e l'alimentatore, come vorrebbe Welby, non è in sé eutanasia attiva, un "atto" che fa morire?
"No, non è vero: l'atto medico è quello con cui la macchina viene attaccata e tenuta accesa. Si dice che, una volta intrapresa una cura, non la si può interrompere. Ma le situazioni di urgenza sono una cosa, quelle croniche un'altra. In una situazione cronica, di prolungamento indefinito della mera sopravvivenza in condizioni sempre peggiori, il paziente può rifiutare l'espropriazione della fase finale della vita, il sequestro della malattia per mezzo delle macchine. È un delirio di onnipotenza medico pensare che anche sospendere la cura, in quelle condizioni, sia un "atto" che uccide! Il medico, piuttosto, fa un passo indietro davanti a un rifiuto esplicito. Il problema è un altro".
Quale?
"Nel caso di Welby non basta staccare la spina. La morte per asfissia è atroce. Bisogna dare un sedativo che, certo, ha anche l'effetto di abbreviare la vita. La situazione pare ambigua, ma a ben vedere è chiara: pure Pio XII, parlando agli anestesisti nel '57, ammetteva la possibilità di dare palliativi per ridurre la sofferenza anche se si prevede, ma non si desidera, che comportino l'abbreviazione della vita".
La Chiesa, però, sembra fare muro.
"Nella tradizione magisteriale, come illustra anche Pio XII, c'è la chiara consapevolezza che non bisogna prolungare le sofferenze invano. Lo stesso Giovanni Paolo II, al secondo ricovero al Gemelli, ha detto: lasciatemi andare a casa. È vero che nella Chiesa, fra coloro che si occupano di bioetica, c'è una sorta di riflesso condizionato, un atteggiamento tendenzialmente vitalistico che ritiene sia la vita, più che la persona, ad essere sacra. Ma la nozione di sacralità della vita può essere fuorviante. Rischia di non far capire la ragione per cui la vita è importante: perché lo è la persona. Una persona ha il dovere di vivere fino in fondo. Ma vivere fino in fondo non significa vivere a tutti i costi. E talvolta include anche l'avvicinarsi della morte e il lasciarla accadere".
E l'eutanasia propriamente detta?
"La rifiuto per la stessa ragione: è una scissione della persona dalla vita. Si pensa di affermare la propria libertà cancellandone la base, il proprio corpo. E l'argomento di Kant contro il suicidio: chi si uccide pensa alla propria libertà come fosse disincarnata, si scinde dal proprio corpo e così usa se stesso come un mezzo".
Come si esce da tutto questo?
"Cercando di definire un'etica democratica che sia lontana dagli opposti massimalismi e abbia al centro, in senso kantiano, la persona come fine e non come mezzo".
"Eutanasia? In questo caso è buona morte"
(L'Unità del 6 dicembre 2006, di Roberto Monteforte)
"L'eutanasia, soprattutto in una situazione come questa, è una buona morte e non un morte anticipata". Non ha dubbi don Andrea Gallo, l'animatore della Comunità di San Benedetto al Porto. Sul caso Welby il prete genovese non ha paura di pronunciare la parola "eutanasia". Ricorda come in greco voglia dire "buona morte". Sa di dire cose che possono non piacere alle gerarchie. Si prende tutte le sue responsabilità "come prete che da 47 anni ama la sua Chiesa".
Bisogna accogliere la richiesta di Welby e staccare la spina?
"Intanto è fondamentale chiarire il concetto di vita. Con la tecnica in continuo avanzamento sarà sempre più difficile distinguere il "dovere di cura", dall'"accanimento terapeutico". E poi va premesso che nella nostra Santa Madre Chiesa il primato della coscienza è dottrina certa. Chi dice il contrario è eretico. In questo caso si tratta di accompagnare verso una buona morte. Mi meraviglio delle tante incertezze attorno a questa che è una morte assistita, richiesta, invocata. Il paziente è vivo solo per le leggi biologiche dell'organismo. Si trova in quella notte buia della coscienza che non attende più nessuna alba".
Cosa vi è da chiarire?
"Si oscilla in modo pauroso tra la vita anonima dell'organismo e quella personalizzata dell'individuo che nelle sue residue possibilità biologiche non riconosce nessuna immagine di sé. So che la mia Chiesa è attestato sul no e che molti credenti, partendo dal concetto che la vita è un dono di Dio, ne chiedono il rispetto sino all'ultimo respiro. Ma su questo punto cerco di dare il mio dissenso alla Chiesa e proprio come un'attestazione di amore..".
Su cosa dissente?
"L'argomento usato dalla Chiesa cattolica è troppo generico, quando, addirittura non diventa materialistico. Riduce il concetto di vita al semplice suo prolungamento biologico. Questa, invece, dovrebbe essere un'occasione per riflettere a fondo su cosa sia la vita. È la semplice animazione della materia, magari grazie a strumentazioni tecnologiche? Oppure, come credo, è il rispetto dell'individuo, della sua coscienza, della sua deliberazione che il Cristianesimo e non altri, ha eletto a valore indiscusso, trasmettendo questo riconoscimento alla cultura laica che lo ha assunto a principio della sua organizzazione sociale? Questa vicenda non mette in gioco il valore della vita, ma il valore dell'individuo che in certe condizioni può sentirsi in diritto di decidere di porre fine ad un'esistenza in cui non si riconosce altro che come puro processo biologico che grazie alle macchine procede nella sua anonima irreversibilità".
E tornando al caso Welby?
"Nel rispetto di questa persona chiedo che vi possa essere serena accettazione della morte come naturale compimento della vita. Per il credente è presentarsi al Padre. Non è quindi qualcosa di estraneo alla vita stessa, fatta di amori ed amicizie. Amori e amicizie che dovrebbero poter accompagnare la persona sino alla fine. Questa è la morte umana, che va assolutamente distinta da quella biologica. Allora le parole della Chiesa cattolica, quando parla dell'accettazione della sofferenza, possono essere riascoltate. Come quel chiedere di non sopprimere con troppa leggerezza l'esperienza del dolore, perché su questa strada disimpariamo a trattarlo e quando si presenta non conosciamo altro che la radicalità di un gesto. È così che ci si può emancipare da un grossolano materialismo che cadenza la vita solo sulle sortì della materia e l'espropria dell'impronta che le abbiamo dato. Così risulterebbe più facile anche la decisione se prolungare o meno la vita del nostro organismo. Anche se è necessaria una legislazione molto più chiara su questa materia".
Dio non vuole una vita insensata
(La Stampa del 6 dicembre 2006, di Elena Loewenthal)
Un uomo non va colto nell'ora del suo dolore", dice un adagio ebraico. Questo mite imperativo etico ci spiega due cose importanti. La prima è che la sofferenza trasfigura, ci rende diversi. La seconda è una verità severa, quasi inaccettabile, di fronte alla quale vacilla anche la fede più salda: la sofferenza è imperscrutabile. Non c'è modo di spiegarla. Il dolore è un mistero fitto, quasi sempre ingiusto. "Non tenete in vita il dolore" è il nome della campagna per concedere il paradossale beneficio della morte a Piergiorgio Welby, incatenato da anni a un simulacro artificiale di vita. Sembra automatico attribuire alla modernità laica tutto ciò che è diritto individuale, affidando al fortilizio delle fedi la conservazione di una morale superata. Come se le domande che ci poniamo in questi tempi fossero nuove di zecca, e invece non è affatto così.
Per l'ebraismo la vita è il valore primario (è patrimonio di Dio): diventa obbligatorio trasgredire la legge, quando c'è una vita in gioco. La tradizione si confronta, ovviamente, anche con il dolore. Ciò che lo riguarda è avvolto da innumerevoli "forse": forse esso è espiazione. Forse è un modo per legarsi di più a Dio. L'unica certezza, intorno alla sofferenza, è che ad essa s'ha da porre un limite, quando diventa insopportabile. In quel momento la vita non è più vita, non appartiene né a Dio né agli uomini. L'ebraismo racconta con una leggenda questa verità. Rabbi Yehudah era morente. Al suo capezzale i devoti discepoli continuavano a pregare Iddio di tenerlo in vita: docile alle suppliche, il Cielo ubbidiva. Per fare arrivare la morte, ci volle il gesto pietoso di una serva affezionata, che dalla cucina fece cadere un oggetto di coccio, procurando un gran frastuono. Gli oranti sussultarono e interruppero per un istante le loro preghiere: in quel momento di silenzio il maestro spirò. E fu sollievo. La tradizione non condanna la serva per aver deliberatamente procurato la morte del maestro: la considera anzi un esempio di virtù. Difficile, ma necessaria là dove la vita non è più vita.
Compassione senza pietà. La morte privata e quella pubblica di Welby sono due cose diverse.
(da Il Foglio del 6 dicembre 2006)
La compassione senza pietà è una truffa. Anche se a predicarla siano Sofri, Bianchi, Veronesi, Welby o Pannella. Anche se a predicarla siano uomini di fede o atei secolaristi di vario conio e saio. Aiuterei chiunque mi sia caro e me lo chieda a morire sedato, opportunamente sedato per evitare la sofferenza fisica, ma esigo che la procedura legale mi resti contraria: lo aiuterei per compassione, questo chiunque che mi sarebbe caro per il solo fatto che me lo chiede, e mi prenderei per aiutarlo un debole rischio carico di attenuanti, ma non scioglierei mai il vincolo pietoso del comandamento "non uccidere". La morte di Welby e la morte in pubblico di Welby sono due cose diverse, sono una doppia verità che dobbiamo saper praticare. Ho compassione per Welby, provo pietà per la condizione umana. Con la sua supplica di morte, Welby sceglie il primato della sua coscienza, ma con la sua invocazione di una nonna fatta per la morte sceglie il primato della sua cultura. Sono cose diverse, con conseguenze diverse. La coscienza è insindacabile e anche inafferrabile, è relativa, individuale, privata, ma la cultura è un terreno solido di oggettività, è la possibilità di unire logica ed etica, ragione e speranza, adeguando nella misura del possibile l'intelletto alla cosa.
Esorcizziamo la guerra degli eserciti, che è una trovata crudele della storia per la rimozione del male, che solo la storia è in grado di combattere, e con il medesimo movimento la serializziamo nella pancia delle donne, con il formidabile e demoniaco pretesto della loro "salute", oppure facciamo guerra all'umanità embrionale nei laboratori eugenetici e a quella adulta nel diritto di morire come nuovo codice morale. Compassionevoli quando si tratti della coscienza libera e solitaria, del desiderio illimitato dì essere padroni di sé, un sé senza se e senza ma, del diritto a spurgare di significato e di dolore l'esistenza, e spietati per tutto il resto, cultori dongiovanneschi della morte della devozione, che della pietà, del sentimento tragico della vita, è l'aspetto più desueto ma anche più sincero.
La morfina può sedare il dolore ma non il suo significato, che resta fermo come la roccia nel vecchio e nel nuovo testamento, nella legge e nel compimento della legge attraverso il racconto cristiano della passione e della redenzione, nella storia umana e nel pensiero degli uomini e delle donne a ogni latitudine e longitudine, nella poesia, nel vagito smarrito dei bambini, nell'occhio dei cani e degli altri animali, nella perdita e nella rinuncia, nell'assenza e nel presentimento della fine. Senza questo significato siamo dispersi e senza nome, omologati e spietati o impietosi. Con questo significato siamo invece pii, buoni, davvero disponibili a vivere e a morire per noi stessi e per gli altri.
Il rifiuto di un trattamento medico non è eutanasia
(da Il Riformista del 6 dicembre 2006, di Anna Meldolesi)
Il giorno dopo l'intervista rilasciata al Riformista dal presidente dell'ordine dei medici Amedeo Bianco, dal mondo della bioetica si leva un appello: lasciamo perdere la parola eutanasia. Mettiamola in frigorifero, perché è così indefinita e carica di emotività che può portare soltanto confusione nel dibattito sul caso Welby. Sandro Spinsanti, Cinzia Caporale, Demetrio Neri, Amedeo Santosuosso guardano alle tematiche di fine vita da angolazioni diverse ma sono tutti d'accordo: se si cacciano i fantasmi evocati da questa categoria, il caso di Piergiorgio appare come un legittimo rifiuto di un trattamento medico.
Le parole più forti, anche se le dice con grande pacatezza, sono quelle di Spinsanti. "Ciò che chiede il copresidente dell'associazione Coscioni non è diverso dal "Lasciatemi andare alla casa del Padre" pronunciato da Giovanni Paolo II". Spinsanti, direttore della rivista Janus e dell'istituto Giano per le medical humanities, è una figura di spicco del panorama bioetico italiano. Dovendo assegnargli un'etichetta, si potrebbe dire che è un cattolico poco interessato alle ideologie, anche quelle che albergano in una parte del mondo cattolico. Ricorda che Wojtyla non ha voluto essere attaccato al respiratore artificiale, lo stesso che tiene in vita Welby contro la sua volontà. E dalla memoria fa riaffiorare altri esempi illuminanti di religiosi che hanno chiesto di fermare gli interventi medici, convinti di compiere una scelta che non si pone in contrasto con l'etica. C'è quello di monsignor Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, che ha detto: "Voglio che non facciate più niente" ed è stato accontentato. C'è un sacerdote di Corno, che ha chiesto e ottenuto dal suo vescovo monsignor Maggiolini di poter rinunciare alla dialisi. E poi la storia di Madre Teresa di Calcutta, che ha espresso il desiderio di non essere sottoposta a un'operazione chirurgica al cuore: "Ho scelto di vivere da povera, ora non voglio morire da ricca". Le sue consorelle non l'hanno assecondata e si è operata, allontanando la morte di qualche mese. "Ma anche questo è un esempio di come una religiosità pienamente vissuta non sia in contrasto con l'idea di porre dei limiti alla vita terrena, se questa è diventata un fardello insostenibile o quando sopravvivere significa tradire la propria vocazione", spiega Spinsanti.
"Non voglio polemizzare con chi parla di eutanasia come il presidente dell'ordine dei medici e Rosy Bindi, ma credo che si dovrebbe dare meno importanza alle parole e più ai fatti", dice. Certe chiusure, aggiunge, possono trovare una spiegazione anche in termini sociologici. E in atto uno spostamento di poteri dal medico al paziente e la comunità medica offre qualche resistenza. "Ma se il medico s'impone sul paziente siamo di fronte a una patologia sociale, proprio come quando avviene il contrario, il modello a cui tendere è quello della condivisione". La cultura dell'autonomia, ragiona Spinsanti, spaventa anche una parte del mondo cattolico, quella che non ha mai salutato con entusiasmo il passaggio verso la modernità e il liberalismo.
Cinzia Caporale, una laica che all'interno del comitato nazionale di bioetica (Cnb) ha sempre cercato un punto di incontro con le posizioni cattoliche, suggerisce di rileggere uno dei documenti più intransigenti approvati dal comitato, con le firme di membri come Francesco D'Agostino e Paola Binetti. Per escludere la possibilità di sospendere l'alimentazione artificiale ai pazienti in stato vegetativo, si sostiene che non si tratta di un atto medico, diversamente dalla ventilazione artificiale. Ma se è legittimo rinunciare al respiratore quando si è in stato di incoscienza, attraverso il testamento biologico, non può non esserlo quando a chiederlo è una persona capace di intendere e volere come Welby. "Abbandoniamo l'idea di governare per legge la zona grigia dell'accanimento terapeutico, anche perché tracciare un discrimine fra terapie proporzionate o sproporzionate è arbitrario. L'esperienza al comitato di bioetica dell'Unesco mi ha insegnato che il quadro cambia radicalmente con le condizioni sociali, economiche, culturali" dice Caporale. "Accanimento è ciò che il paziente giudica tale", afferma anche Demetrio Neri, che nel Cnb ha strenuamente difeso il punto di vista laico e ora contesta l'approccio del presidente dell'ordine dei medici. Bianco sostiene che un paziente che fosse nelle stesse condizioni di Welby, ma non volesse farsi promotore di una battaglia civile, potrebbe concordare con il suo medico il distacco del respiratore mentre Welby non può. Ma Neri rifiuta l'idea che un medico possa mettersi a sindacare sui valori dei pazienti e tracci un confine politico tra chi può rifiutare un trattamento e chi non può. Gli da man forte Amedeo Santosuosso, giudice e studioso di tematiche di fine vita. "La costituzione italiana stabilisce che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento e non si può privare qualcuno dei suoi diritti costituzionali sulla base delle sue opinioni politiche o filosofiche".
Morire senza soffrire
(da L'Opinione del 6 dicembre 2006, di Paolo Pillitteri)
Sarà pure una gran brava persona l'autorevole rappresentante della Margherita, l'onorevole Paola Binetti, ma di certo ha/avrà ben poco a che fare con l'istituendo Partito Democratico, che si preannuncia come sintesi del progressismo-riformismo cattolico e socialista e alla cui base dovrebbe esserci, quanto meno, una dose di laicismo, se non massima almeno minima.
Parliamo delle reazioni della Binetti alla decisione di Emma Bonino, ministro di questo Governo, di promuovere uno sciopero della fame a favore di Piergiorgio Welby che altro non desidera che di morire in santa pace, rivendicando un diritto: di morire senza soffrire. Lo stupore dell'onorevole Binetti, non dissimile da quello dell'onorevole Volontè, non sta soltanto nella decisione in sé dell'onorevole Emma Bonino, ovverosia nel favorire in tempi rapidi una decisione parlamentare bipartisan sull'eutanasia, quanto soprattutto sulla "messa in pratica di una condotta tipica di un esponente radicale". Dal che si deduce che per certi cattolici, di destra e di sinistra, i radicali e/o laici buoni sono soltanto quelli che non affrontano tematiche come quella del caso Welby o dei diritti civili e che si limitano a fare il ministro di Prodi con la regola dello "zitti e mosca".
Al contrario, la presenza laica e radicale in un governo, specialmente in uno come questo che sta mostrando uno scarso laicismo, ha un significato e una dimensione "politici" proprio nell'esprimere posizioni chiare sulla eutanasia, non tanto o soltanto perché essa non è una questione né di destra né di sinistra, ma perché "nessuno può condannare una persona alla tortura". L'agonia di Welby sta a indicare che una certa politica si accanisce a tenere in vita il dolore con l'alibi della "tentazione autoritaria sulla fine della vita" (Volontè), mentre semmai è il contrario. In realtà, l'agonia di Welby finisce col diventare l'agonia di tutte le persone sensibili. Solo che le persone sensibili sono poche, soprattutto là dove il dramma di Welby, che chiede da tre mesi di poter finire la sua vita nella piena legalità (e che vede la maggioranza assoluta degli italiani "politicamente" al suo fianco) potrebbe e dovrebbe avere una soluzione legislativa, cominciando innanzitutto con il rinnovo del Comitato di bioetica scaduto da mesi. Il gesto di Emma, della associazione "Luca Coscioni" e delle centinaia di persone da giorni in digiuno pro-Welby ha il merito di tenere sollevato il velo di ipocrisia e di solidarietà pelosa su un caso che necessita di un approccio davvero laico con una legge il più democratica possibile, quella cioè che permette a ognuno di agire come crede. Democrazia e libertà stanno a significare che lo Stato deve godere di piena autonomia nel fare le leggi. Nel caso Welby, nella fattispecie dell'eutanasia, del suicido assistito, delle preannunciate iniziative del ministro della Salute per cure palliative e dignità di fine vita, la bussola da tenere è quella di sempre, e già dagli albori di questo Stato,quando il suo più geniale "creatore", Camillo Benso Conte di Cavour proclamò: libera Chiesa in libero Stato.
"Non è eutanasia, Welby non deve essere curato per forza"
(Corriere della Sera del 6 dicembre 2006, di Gian Guido Vecchi)
"Sono d'accordo con quanto diceva Don Verzé, per lo più l'eutanasia è un falso problema, una battaglia tra massimalismi opposti che diventa immediatamente ideologica e ci vieta la strada verso soluzioni ragionevoli. E questo è uno dei casi in cui la cosa è più evidente...". Roberto Mordacci, 41 anni, docente di Filosofia morale all'università San Raffaele di don Luigi Verzé, è autore tra l'altro di Una introduzione alle teorie morali. Confronto con la bioetica (Feltrinelli). Su Welby lo dice subito: "Le posizioni dei radicali sono fuorvianti e ideologiche. Qui non si tratta di eutanasia. E non è una legalizzazione dell'eutanasia ciò di cui hanno bisogno i malati come lui e la nostra cultura".
E allora cos'è, professore?
"Anzitutto si tratta di applicare ciò che sulla carta è già sancito all'articolo 32 della Costituzione, "nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario". Nessun paziente può essere sottoposto a una cura che egli rifiuta e che giudica essere un accanimento terapeutico nei suoi confronti. È un principio che non viene rispettato ogni volta che si esercita una cura approfittando dell'impossibilità del paziente di andarsene".
Emanuele Severino diceva al Corriere: la tragedia è quando le gambe non funzionano...
"E ha ragione. Questo chiedono i malati come Welby: lasciatemi andare. Invece prevale una idea di "bene medico", deciso da ciò che il medico ritiene sia bene. Una forma di paternalismo".
Severino diceva anche che, su questi temi, ognuno deve poter agire come crede.
"Dipende, la stessa tradizione liberale pone dei vincoli all'autodeterminazione, come il non violare la libertà altrui. Anche il diritto di non essere ucciso è inalienabile. Ma il punto è che qui non si tratta di essere ucciso, ma di essere lasciato morire. E la differenza è sostanziale".
Sì, ma un medico come fa?
"Si tratta di definire estensioni e limiti del diritto di rifiutare le cure sancito dalla Costituzione, per evitare l'accanimento terapeutico che non è solo oggettivo, ma anche soggettivo: è accanimento quando il paziente lo rifiuta, naturalmente se è lucido. Insieme, la legge deve dare una definizione chiara di quando un medico, per avere acconsentito al rifiuto delle cure chiesto dal paziente, non commette omissione di soccorso".
Ma staccare la spina e l'alimentatore, come vorrebbe Welby, non è in sé eutanasia attiva, un "atto" che fa morire?
"No, non è vero: l'atto medico è quello con cui la macchina viene attaccata e tenuta accesa. Si dice che, una volta intrapresa una cura, non la si può interrompere. Ma le situazioni di urgenza sono una cosa, quelle croniche un'altra. In una situazione cronica, di prolungamento indefinito della mera sopravvivenza in condizioni sempre peggiori, il paziente può rifiutare l'espropriazione della fase finale della vita, il sequestro della malattia per mezzo delle macchine. È un delirio di onnipotenza medico pensare che anche sospendere la cura, in quelle condizioni, sia un "atto" che uccide! Il medico, piuttosto, fa un passo indietro davanti a un rifiuto esplicito. Il problema è un altro".
Quale?
"Nel caso di Welby non basta staccare la spina. La morte per asfissia è atroce. Bisogna dare un sedativo che, certo, ha anche l'effetto di abbreviare la vita. La situazione pare ambigua, ma a ben vedere è chiara: pure Pio XII, parlando agli anestesisti nel '57, ammetteva la possibilità di dare palliativi per ridurre la sofferenza anche se si prevede, ma non si desidera, che comportino l'abbreviazione della vita".
La Chiesa, però, sembra fare muro.
"Nella tradizione magisteriale, come illustra anche Pio XII, c'è la chiara consapevolezza che non bisogna prolungare le sofferenze invano. Lo stesso Giovanni Paolo II, al secondo ricovero al Gemelli, ha detto: lasciatemi andare a casa. È vero che nella Chiesa, fra coloro che si occupano di bioetica, c'è una sorta di riflesso condizionato, un atteggiamento tendenzialmente vitalistico che ritiene sia la vita, più che la persona, ad essere sacra. Ma la nozione di sacralità della vita può essere fuorviante. Rischia di non far capire la ragione per cui la vita è importante: perché lo è la persona. Una persona ha il dovere di vivere fino in fondo. Ma vivere fino in fondo non significa vivere a tutti i costi. E talvolta include anche l'avvicinarsi della morte e il lasciarla accadere".
E l'eutanasia propriamente detta?
"La rifiuto per la stessa ragione: è una scissione della persona dalla vita. Si pensa di affermare la propria libertà cancellandone la base, il proprio corpo. E l'argomento di Kant contro il suicidio: chi si uccide pensa alla propria libertà come fosse disincarnata, si scinde dal proprio corpo e così usa se stesso come un mezzo".
Come si esce da tutto questo?
"Cercando di definire un'etica democratica che sia lontana dagli opposti massimalismi e abbia al centro, in senso kantiano, la persona come fine e non come mezzo".
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"Eutanasia? In questo caso è buona morte"
(L'Unità del 6 dicembre 2006, di Roberto Monteforte)
"L'eutanasia, soprattutto in una situazione come questa, è una buona morte e non un morte anticipata". Non ha dubbi don Andrea Gallo, l'animatore della Comunità di San Benedetto al Porto. Sul caso Welby il prete genovese non ha paura di pronunciare la parola "eutanasia". Ricorda come in greco voglia dire "buona morte". Sa di dire cose che possono non piacere alle gerarchie. Si prende tutte le sue responsabilità "come prete che da 47 anni ama la sua Chiesa".
Bisogna accogliere la richiesta di Welby e staccare la spina?
"Intanto è fondamentale chiarire il concetto di vita. Con la tecnica in continuo avanzamento sarà sempre più difficile distinguere il "dovere di cura", dall'"accanimento terapeutico". E poi va premesso che nella nostra Santa Madre Chiesa il primato della coscienza è dottrina certa. Chi dice il contrario è eretico. In questo caso si tratta di accompagnare verso una buona morte. Mi meraviglio delle tante incertezze attorno a questa che è una morte assistita, richiesta, invocata. Il paziente è vivo solo per le leggi biologiche dell'organismo. Si trova in quella notte buia della coscienza che non attende più nessuna alba".
Cosa vi è da chiarire?
"Si oscilla in modo pauroso tra la vita anonima dell'organismo e quella personalizzata dell'individuo che nelle sue residue possibilità biologiche non riconosce nessuna immagine di sé. So che la mia Chiesa è attestato sul no e che molti credenti, partendo dal concetto che la vita è un dono di Dio, ne chiedono il rispetto sino all'ultimo respiro. Ma su questo punto cerco di dare il mio dissenso alla Chiesa e proprio come un'attestazione di amore..".
Su cosa dissente?
"L'argomento usato dalla Chiesa cattolica è troppo generico, quando, addirittura non diventa materialistico. Riduce il concetto di vita al semplice suo prolungamento biologico. Questa, invece, dovrebbe essere un'occasione per riflettere a fondo su cosa sia la vita. È la semplice animazione della materia, magari grazie a strumentazioni tecnologiche? Oppure, come credo, è il rispetto dell'individuo, della sua coscienza, della sua deliberazione che il Cristianesimo e non altri, ha eletto a valore indiscusso, trasmettendo questo riconoscimento alla cultura laica che lo ha assunto a principio della sua organizzazione sociale? Questa vicenda non mette in gioco il valore della vita, ma il valore dell'individuo che in certe condizioni può sentirsi in diritto di decidere di porre fine ad un'esistenza in cui non si riconosce altro che come puro processo biologico che grazie alle macchine procede nella sua anonima irreversibilità".
E tornando al caso Welby?
"Nel rispetto di questa persona chiedo che vi possa essere serena accettazione della morte come naturale compimento della vita. Per il credente è presentarsi al Padre. Non è quindi qualcosa di estraneo alla vita stessa, fatta di amori ed amicizie. Amori e amicizie che dovrebbero poter accompagnare la persona sino alla fine. Questa è la morte umana, che va assolutamente distinta da quella biologica. Allora le parole della Chiesa cattolica, quando parla dell'accettazione della sofferenza, possono essere riascoltate. Come quel chiedere di non sopprimere con troppa leggerezza l'esperienza del dolore, perché su questa strada disimpariamo a trattarlo e quando si presenta non conosciamo altro che la radicalità di un gesto. È così che ci si può emancipare da un grossolano materialismo che cadenza la vita solo sulle sortì della materia e l'espropria dell'impronta che le abbiamo dato. Così risulterebbe più facile anche la decisione se prolungare o meno la vita del nostro organismo. Anche se è necessaria una legislazione molto più chiara su questa materia".
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Dio non vuole una vita insensata
(La Stampa del 6 dicembre 2006, di Elena Loewenthal)
Un uomo non va colto nell'ora del suo dolore", dice un adagio ebraico. Questo mite imperativo etico ci spiega due cose importanti. La prima è che la sofferenza trasfigura, ci rende diversi. La seconda è una verità severa, quasi inaccettabile, di fronte alla quale vacilla anche la fede più salda: la sofferenza è imperscrutabile. Non c'è modo di spiegarla. Il dolore è un mistero fitto, quasi sempre ingiusto. "Non tenete in vita il dolore" è il nome della campagna per concedere il paradossale beneficio della morte a Piergiorgio Welby, incatenato da anni a un simulacro artificiale di vita. Sembra automatico attribuire alla modernità laica tutto ciò che è diritto individuale, affidando al fortilizio delle fedi la conservazione di una morale superata. Come se le domande che ci poniamo in questi tempi fossero nuove di zecca, e invece non è affatto così.
Per l'ebraismo la vita è il valore primario (è patrimonio di Dio): diventa obbligatorio trasgredire la legge, quando c'è una vita in gioco. La tradizione si confronta, ovviamente, anche con il dolore. Ciò che lo riguarda è avvolto da innumerevoli "forse": forse esso è espiazione. Forse è un modo per legarsi di più a Dio. L'unica certezza, intorno alla sofferenza, è che ad essa s'ha da porre un limite, quando diventa insopportabile. In quel momento la vita non è più vita, non appartiene né a Dio né agli uomini. L'ebraismo racconta con una leggenda questa verità. Rabbi Yehudah era morente. Al suo capezzale i devoti discepoli continuavano a pregare Iddio di tenerlo in vita: docile alle suppliche, il Cielo ubbidiva. Per fare arrivare la morte, ci volle il gesto pietoso di una serva affezionata, che dalla cucina fece cadere un oggetto di coccio, procurando un gran frastuono. Gli oranti sussultarono e interruppero per un istante le loro preghiere: in quel momento di silenzio il maestro spirò. E fu sollievo. La tradizione non condanna la serva per aver deliberatamente procurato la morte del maestro: la considera anzi un esempio di virtù. Difficile, ma necessaria là dove la vita non è più vita.
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Compassione senza pietà. La morte privata e quella pubblica di Welby sono due cose diverse.
(da Il Foglio del 6 dicembre 2006)
La compassione senza pietà è una truffa. Anche se a predicarla siano Sofri, Bianchi, Veronesi, Welby o Pannella. Anche se a predicarla siano uomini di fede o atei secolaristi di vario conio e saio. Aiuterei chiunque mi sia caro e me lo chieda a morire sedato, opportunamente sedato per evitare la sofferenza fisica, ma esigo che la procedura legale mi resti contraria: lo aiuterei per compassione, questo chiunque che mi sarebbe caro per il solo fatto che me lo chiede, e mi prenderei per aiutarlo un debole rischio carico di attenuanti, ma non scioglierei mai il vincolo pietoso del comandamento "non uccidere". La morte di Welby e la morte in pubblico di Welby sono due cose diverse, sono una doppia verità che dobbiamo saper praticare. Ho compassione per Welby, provo pietà per la condizione umana. Con la sua supplica di morte, Welby sceglie il primato della sua coscienza, ma con la sua invocazione di una nonna fatta per la morte sceglie il primato della sua cultura. Sono cose diverse, con conseguenze diverse. La coscienza è insindacabile e anche inafferrabile, è relativa, individuale, privata, ma la cultura è un terreno solido di oggettività, è la possibilità di unire logica ed etica, ragione e speranza, adeguando nella misura del possibile l'intelletto alla cosa.
Esorcizziamo la guerra degli eserciti, che è una trovata crudele della storia per la rimozione del male, che solo la storia è in grado di combattere, e con il medesimo movimento la serializziamo nella pancia delle donne, con il formidabile e demoniaco pretesto della loro "salute", oppure facciamo guerra all'umanità embrionale nei laboratori eugenetici e a quella adulta nel diritto di morire come nuovo codice morale. Compassionevoli quando si tratti della coscienza libera e solitaria, del desiderio illimitato dì essere padroni di sé, un sé senza se e senza ma, del diritto a spurgare di significato e di dolore l'esistenza, e spietati per tutto il resto, cultori dongiovanneschi della morte della devozione, che della pietà, del sentimento tragico della vita, è l'aspetto più desueto ma anche più sincero.
La morfina può sedare il dolore ma non il suo significato, che resta fermo come la roccia nel vecchio e nel nuovo testamento, nella legge e nel compimento della legge attraverso il racconto cristiano della passione e della redenzione, nella storia umana e nel pensiero degli uomini e delle donne a ogni latitudine e longitudine, nella poesia, nel vagito smarrito dei bambini, nell'occhio dei cani e degli altri animali, nella perdita e nella rinuncia, nell'assenza e nel presentimento della fine. Senza questo significato siamo dispersi e senza nome, omologati e spietati o impietosi. Con questo significato siamo invece pii, buoni, davvero disponibili a vivere e a morire per noi stessi e per gli altri.
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Il rifiuto di un trattamento medico non è eutanasia
(da Il Riformista del 6 dicembre 2006, di Anna Meldolesi)
Il giorno dopo l'intervista rilasciata al Riformista dal presidente dell'ordine dei medici Amedeo Bianco, dal mondo della bioetica si leva un appello: lasciamo perdere la parola eutanasia. Mettiamola in frigorifero, perché è così indefinita e carica di emotività che può portare soltanto confusione nel dibattito sul caso Welby. Sandro Spinsanti, Cinzia Caporale, Demetrio Neri, Amedeo Santosuosso guardano alle tematiche di fine vita da angolazioni diverse ma sono tutti d'accordo: se si cacciano i fantasmi evocati da questa categoria, il caso di Piergiorgio appare come un legittimo rifiuto di un trattamento medico.
Le parole più forti, anche se le dice con grande pacatezza, sono quelle di Spinsanti. "Ciò che chiede il copresidente dell'associazione Coscioni non è diverso dal "Lasciatemi andare alla casa del Padre" pronunciato da Giovanni Paolo II". Spinsanti, direttore della rivista Janus e dell'istituto Giano per le medical humanities, è una figura di spicco del panorama bioetico italiano. Dovendo assegnargli un'etichetta, si potrebbe dire che è un cattolico poco interessato alle ideologie, anche quelle che albergano in una parte del mondo cattolico. Ricorda che Wojtyla non ha voluto essere attaccato al respiratore artificiale, lo stesso che tiene in vita Welby contro la sua volontà. E dalla memoria fa riaffiorare altri esempi illuminanti di religiosi che hanno chiesto di fermare gli interventi medici, convinti di compiere una scelta che non si pone in contrasto con l'etica. C'è quello di monsignor Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, che ha detto: "Voglio che non facciate più niente" ed è stato accontentato. C'è un sacerdote di Corno, che ha chiesto e ottenuto dal suo vescovo monsignor Maggiolini di poter rinunciare alla dialisi. E poi la storia di Madre Teresa di Calcutta, che ha espresso il desiderio di non essere sottoposta a un'operazione chirurgica al cuore: "Ho scelto di vivere da povera, ora non voglio morire da ricca". Le sue consorelle non l'hanno assecondata e si è operata, allontanando la morte di qualche mese. "Ma anche questo è un esempio di come una religiosità pienamente vissuta non sia in contrasto con l'idea di porre dei limiti alla vita terrena, se questa è diventata un fardello insostenibile o quando sopravvivere significa tradire la propria vocazione", spiega Spinsanti.
"Non voglio polemizzare con chi parla di eutanasia come il presidente dell'ordine dei medici e Rosy Bindi, ma credo che si dovrebbe dare meno importanza alle parole e più ai fatti", dice. Certe chiusure, aggiunge, possono trovare una spiegazione anche in termini sociologici. E in atto uno spostamento di poteri dal medico al paziente e la comunità medica offre qualche resistenza. "Ma se il medico s'impone sul paziente siamo di fronte a una patologia sociale, proprio come quando avviene il contrario, il modello a cui tendere è quello della condivisione". La cultura dell'autonomia, ragiona Spinsanti, spaventa anche una parte del mondo cattolico, quella che non ha mai salutato con entusiasmo il passaggio verso la modernità e il liberalismo.
Cinzia Caporale, una laica che all'interno del comitato nazionale di bioetica (Cnb) ha sempre cercato un punto di incontro con le posizioni cattoliche, suggerisce di rileggere uno dei documenti più intransigenti approvati dal comitato, con le firme di membri come Francesco D'Agostino e Paola Binetti. Per escludere la possibilità di sospendere l'alimentazione artificiale ai pazienti in stato vegetativo, si sostiene che non si tratta di un atto medico, diversamente dalla ventilazione artificiale. Ma se è legittimo rinunciare al respiratore quando si è in stato di incoscienza, attraverso il testamento biologico, non può non esserlo quando a chiederlo è una persona capace di intendere e volere come Welby. "Abbandoniamo l'idea di governare per legge la zona grigia dell'accanimento terapeutico, anche perché tracciare un discrimine fra terapie proporzionate o sproporzionate è arbitrario. L'esperienza al comitato di bioetica dell'Unesco mi ha insegnato che il quadro cambia radicalmente con le condizioni sociali, economiche, culturali" dice Caporale. "Accanimento è ciò che il paziente giudica tale", afferma anche Demetrio Neri, che nel Cnb ha strenuamente difeso il punto di vista laico e ora contesta l'approccio del presidente dell'ordine dei medici. Bianco sostiene che un paziente che fosse nelle stesse condizioni di Welby, ma non volesse farsi promotore di una battaglia civile, potrebbe concordare con il suo medico il distacco del respiratore mentre Welby non può. Ma Neri rifiuta l'idea che un medico possa mettersi a sindacare sui valori dei pazienti e tracci un confine politico tra chi può rifiutare un trattamento e chi non può. Gli da man forte Amedeo Santosuosso, giudice e studioso di tematiche di fine vita. "La costituzione italiana stabilisce che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento e non si può privare qualcuno dei suoi diritti costituzionali sulla base delle sue opinioni politiche o filosofiche".
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Morire senza soffrire
(da L'Opinione del 6 dicembre 2006, di Paolo Pillitteri)
Sarà pure una gran brava persona l'autorevole rappresentante della Margherita, l'onorevole Paola Binetti, ma di certo ha/avrà ben poco a che fare con l'istituendo Partito Democratico, che si preannuncia come sintesi del progressismo-riformismo cattolico e socialista e alla cui base dovrebbe esserci, quanto meno, una dose di laicismo, se non massima almeno minima.
Parliamo delle reazioni della Binetti alla decisione di Emma Bonino, ministro di questo Governo, di promuovere uno sciopero della fame a favore di Piergiorgio Welby che altro non desidera che di morire in santa pace, rivendicando un diritto: di morire senza soffrire. Lo stupore dell'onorevole Binetti, non dissimile da quello dell'onorevole Volontè, non sta soltanto nella decisione in sé dell'onorevole Emma Bonino, ovverosia nel favorire in tempi rapidi una decisione parlamentare bipartisan sull'eutanasia, quanto soprattutto sulla "messa in pratica di una condotta tipica di un esponente radicale". Dal che si deduce che per certi cattolici, di destra e di sinistra, i radicali e/o laici buoni sono soltanto quelli che non affrontano tematiche come quella del caso Welby o dei diritti civili e che si limitano a fare il ministro di Prodi con la regola dello "zitti e mosca".
Al contrario, la presenza laica e radicale in un governo, specialmente in uno come questo che sta mostrando uno scarso laicismo, ha un significato e una dimensione "politici" proprio nell'esprimere posizioni chiare sulla eutanasia, non tanto o soltanto perché essa non è una questione né di destra né di sinistra, ma perché "nessuno può condannare una persona alla tortura". L'agonia di Welby sta a indicare che una certa politica si accanisce a tenere in vita il dolore con l'alibi della "tentazione autoritaria sulla fine della vita" (Volontè), mentre semmai è il contrario. In realtà, l'agonia di Welby finisce col diventare l'agonia di tutte le persone sensibili. Solo che le persone sensibili sono poche, soprattutto là dove il dramma di Welby, che chiede da tre mesi di poter finire la sua vita nella piena legalità (e che vede la maggioranza assoluta degli italiani "politicamente" al suo fianco) potrebbe e dovrebbe avere una soluzione legislativa, cominciando innanzitutto con il rinnovo del Comitato di bioetica scaduto da mesi. Il gesto di Emma, della associazione "Luca Coscioni" e delle centinaia di persone da giorni in digiuno pro-Welby ha il merito di tenere sollevato il velo di ipocrisia e di solidarietà pelosa su un caso che necessita di un approccio davvero laico con una legge il più democratica possibile, quella cioè che permette a ognuno di agire come crede. Democrazia e libertà stanno a significare che lo Stato deve godere di piena autonomia nel fare le leggi. Nel caso Welby, nella fattispecie dell'eutanasia, del suicido assistito, delle preannunciate iniziative del ministro della Salute per cure palliative e dignità di fine vita, la bussola da tenere è quella di sempre, e già dagli albori di questo Stato,quando il suo più geniale "creatore", Camillo Benso Conte di Cavour proclamò: libera Chiesa in libero Stato.
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