Sabato 6 giugno 2026
Menu

Editoriali ed interviste apparse oggi a proposito di Piergiorgio Welby (1)

U.E. - ITALIA
Notizia ·

Ora un sussulto di vitalit? del Parlamento
Da il Riformista del 27 dicembre 2006, di Umberto Ranieri

Ho deciso di partecipare ai funerali di Welby dopo aver appreso che il vicariato di Roma rifiutava di concedere l'omaggio religioso a Piergiorgio. Ho riletto pi? volte, incredulo, il comunicato del vicariato. Non credevo possibile che la Chiesa romana negasse il conforto religioso alla signora Welby, l'anziana religiosissima madre di Piergiorgio, e alla sua mite e dolcissima compagna, Mina. E lo facesse ricorrendo ad un linguaggio freddo e cavilloso quasi fosse una pratica di cui liberarsi nel pi? breve lasso di tempo. Una condotta, quella del vicariato, che ha suscitato in tanti dolore e tristezza. Ho vissuto la mia infanzia a Napoli nel rione Sanit? e poi la mia adolescenza a Secondigliano. Ho ben vivo il ricordo di come le parrocchie mostrassero misericordia accogliendo per il commiato religioso le spoglie di chi aveva bruciato la propria vita nelle bande malavitose nei vicoli della Sanit? o nel tenebroso labirinto delle Vele di Scampia. La stessa chiesa che mostra flessibilit? e comprensione in quei quartieri difficili di Napoli ostenta chiusura burocratica di fronte a un uomo come PiergiorgioWelby: un uomo che "ha reso a tutti noi un servizio enorme perch? ci ha messo davanti al mistero del dolore mostrando una forza morale incredibile".

La verit? ? che Welby ha posto tutti dinanzi al tema drammatico della morte. Non solo della morte come naturale conclusione del disegno biologico cui apparteniamo. Ma come scelta consapevole di chi intende affrontare il trapasso cui un male incurabile conduce sottraendosi ad una esperienza di accanimento terapeutico che segnerebbe un ultimo affronto alla sua umanit?. Nei volti delle donne e degli uomini che l'altra mattina salutavano Welby, mi sembrava di leggere la convinzione laica e religiosa insieme, che ciascuno vive la terribile esperienza della malattia inesorabile secondo i propri canoni morali, le proprie convinzioni, la propria sensibilit?. Conosco direttamente il doloroso cammino di quelle famiglie che, nonostante la irreversibilit? del male, non intendono rinunciare alla sopravvivenza del proprio caro anche se affidata esclusivamente ad una macchina. ? un modo in cui si esprime l'amore. Ed ? lo stesso sentimento di amore che conduce tante famiglie, quando il protrarsi della terapia trasforma il paziente da soggetto in oggetto, a chiedere che sia rispettata la volont? del loro caro di morire in pace garantendo l'assistenza che ? necessaria perch? ci? avvenga con umanit?. Non ? una logica egoistica che muove chi decide in questo senso. A simili decisioni occorre guardare con piet? e comprensione. ? una scelta cui si giunge di fronte ad un trattamento che non recupera la vita ma rinvia solo la morte e si trasforma in un penoso accanimento che viola la dignit? del malato. Anche chi opera in una prospettiva religiosa dovrebbe comprendere i motivi di una tale decisione.

Di fronte alla vicenda Welby la politica, malgrado l'appello del presidente della Repubblica, non si ? mostrata all'altezza della situazione. Oggi c'? da augurarsi un sussulto di vitalit? del Parlamento italiano. Un sussulto che consenta di adottare misure che rendano accessibili provvedimenti che, come scrive monsignor Paglia, garantiscano a una morte degna e con minori sofferenze possibili a chi come Welby soffre ed ha espresso una comprovata volont? contraria all'accanimento terapeutico. Si potrebbe lavorare in questa direzione. E farlo senza steccati ideologici e pregiudiziali. Sulla base dei contenuti dalle Convenzione di Oviedo del 1997 ratificata nel 2001 dal nostro paese e degli orientamenti fissati dal Comitato per la Bioetica ? possibile impegnare il Parlamento in una riflessione che, con intelligenza critica affronti un tema di tale delicatezza. I tempi sono maturi. Ci vuole ormai poco a rendersi conto che da anni le "questioni ultime" hanno fatto irruzione nelle societ? occidentali. Vita e morte, scansione del ciclo vitale proprio o altrui, trasformazione del patrimonio genetico. La bioetica ha contribuito a spostare l'interesse dell'etica dalla sfera dell'anima o dell'invisibile a quella della corporeit?, accreditando la convinzione che non solo abbiamo un corpo, ma siamo anche un corpo. Dilemmi di questa portata fanno s? che l'etica pubblica non sia pi? assorbita dalle consuetudini o relegata nella sfera della morale privata.

Ecco perch? la politica democratica deve essere capace di misurarsi con queste sfide. E tocca farlo anche alle religioni. Ha ragione Habermas quando, ricorrendo ad Hegel, ricorda che "le grandi religioni rientrano nella storia stessa della ragione e che sarebbe irragionevole emarginare quelle tradizioni quasi fossero un residuo arcaico". Ma si tratta di ritrovare la connessione che le collega alle forme moderne di pensiero perch? possano esercitare una loro forza di ispirazione. Questa ? la sfida. Per i credenti la vita va considerata come un dono, qualcosa di cui non si pu? disporre autonomamente. Siamo tutti, in questo senso, come scrive Remo Bodei, "ospiti della vita". E tuttavia pu? la vita degli uomini essere intesa come un mero fatto meccanico suscettibile di prolungamenti artificiali? Non ? forse da intendere la vita come possibilit? di relazione e di autorealizzazione in riferimento alla personalit? e alla soggettivit? dell'uomo? Penso che le cose stiano in questi termini. Ecco perch? trovo difficile ignorare la sentenza della Corte d'Appello di Milano che intervenendo su questa delicata questione ha ricordato in una sentenza del 1999 che "la perdita irreversibile della coscienza non pu? non costituire un limite di ogni trattamento medico giacch? segna il momento in cui cessa definitivamente la possibilit? di una vita dignitosa". Condurre in Parlamento la discussione su come permettere al cittadino che necessita di terapie di riappropriarsi della decisione su se e a quali cure sottoporsi, cos? come sostiene Umberto Veronesi, ? un dovere della politica.


???

Io, cattolico praticante, non ho capito
Da il Riformista del 27 dicembre 2006, di Fabrizio d'Esposito

Esimio don Camillo Ruini, sono cattolico, per giunta praticante, e col tempo ho tenuto a bada i miei fremiti anti-clericali imparando a memoria il canone sull'obbedienza dei fedeli, anche se poi ho scoperto che persino i papi hanno disobbedito al Cielo e alla Vergine non rivelando per intero il testo del segreto di Fatima, ma questa ? un'altra storia. Capisco, allora, che la Chiesa viva un periodo tremendo e debba giocare in difesa su tanti fronti (un pontefice senza il carisma del predecessore, il relativismo, gli integralisti islamici che attaccano un Occidente che sta perdendo la fede, le unioni tra omosessuali e non, l'aborto e il preservativo, i preti pedofili, il celibato dei presbiteri, la crisi delle vocazioni, i limiti della ricerca scientifica, l'eutanasia e finanche il presepe), ma mi creda, la sua decisione di negare le esequie cristiane a Piero Welby ha turbato, sconvolto e addolorato tanti cattolici come me. Preciso: cattolici comuni, non dissidenti o di base, che magari sono d'accordo spesso con la dottrina e non amano preti come don Vitaliano il no global. So gi? che potrebbe obiettare pi? o meno in questo modo: "Guidare questa barca non ? facile e il potere che abbiamo comporta anche decisioni come questa. Adesso non lo capite, ma un giorno s?".

Ecco, don Camillo, mi riesce difficile chiamarla eminenza in questo momento, il punto ? proprio questo: dubito che si comprender? mai una decisione del genere. Negare le esequie a Welby va ben oltre l'atto pedagogico che deve servire di monito al gregge di cui faccio parte: l'eutanasia o il suicidio non c'entrano pi? nulla. Piuttosto ? come negare Cristo, che fino all'ultimo, anche sulla Croce, ha perdonato tutto e tutti in nome dell'Amore assoluto: persino i suoi aguzzini e un ladro comune, il quale, pochi lo sanno, ? poi diventato pure santo. Negazione per negazione, inoltre, lei assomiglia, me lo lasci dire, a quel corvo gesuita cui il monsignore interpretato da Nino Manfredi nella scena finale de In nome del papa re ha il coraggio di negare la comunione.

Non a caso lei sta facendo di tutto per trasformare Welby in un'icona laicista come Monti e Tognetti, gli ultimi condannati a morte del boia pontificio, oppure Giordano Bruno. Per questo le chiedo: ne ? valsa la pena, alla vigilia di Natale, sbarrare le porte della chiesa di San Giovanni Bosco alla bara di Piero Welby? La Chiesa non ha perso forse un'occasione per dimostrare di essere una grande madre che spalanca le sue braccia a tutti, anche a coloro che sono morti contro la sua legge etica? Nel Vangelo che ho letto e riletto in questi giorni, non c'? traccia di una durezza del genere: Cristo ? il redentore di tutti, di prostitute e di pubblicani, e l'unica volta che minaccia le fiamme della Gehenna ? per i pedofili, e qui mi fermo altrimenti dovrei ritornare sulla sporcizia all'interno della Chiesa di cui parl? l'allora cardinale Ratzinger in una via Crucis di qualche anno fa.

No, per trovare una simile aridit? di sentimenti, ho ripescato dal Salterio il salmo 87, forse la preghiera pi? spietata e inascoltata dell'Antico Testamento, e l? ho visto gli ammalati come Welby: "? tra i morti il mio giaciglio, sono come gli uccisi stesi nel sepolcro, dei quali tu non conservi il ricordo e che la tua mano ha abbandonato. Mi hai gettato nella fossa profonda, nelle tenebre e nell'ombra di morte. Pesa su di me il tuo sdegno e con tutti i tuoi flutti mi sommergi". E ancora: "Sono infelice e morente dall'infanzia, sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori. Sopra di me ? passata la tua ira, i tuoi spaventi mi hanno annientato". ? forse questo, esimio don Camillo, il terrificante Dio cui lei si ? appellato per negare l'estremo saluto cristiano a Welby?

Lei, per prendere la sua decisione, si ? aggrappato al Catechismo della Chiesa cattolica, laddove si parla di eutanasia e suicidio diretto. Bene, almeno dal suo punto di vista. Le rammento, per?, che, sempre nel Catechismo, ancora viene contemplata la pena di morte, al numero 2267: "L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identit? e della responsabilit? del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani". Tutto sommato, trattando Welby come un delinquente, lei poteva considerare l'accanimento terapeutico come un'impiccagione qualsiasi e cavarsela con pi? furbizia. Anche perch?, senza dover risalire ai roghi dell'Inquisizione, il ricordo di Mastro Titta non ? cos? lontano nel tempo. E che dire poi, dell'affronto alla moglie di Piero, Mina, cattolica e da quarant'anni al suo fianco (tutto l'arco della malattia), che volle sposarlo a tutti i costi, minacciando che altrimenti avrebbe fatto la missionaria in Africa. Le ricordo infine che la Chiesa proprio qualche settimana fa ha assicurato le esequie cristiane a quell'assassino del generale cileno Augusto Pinochet. Mica vorrebbe farmi credere che Piero sia all'Inferno e Pinochet in Paradiso? O forse s??


???

Welby e i vecchi peccati della Chiesa

Da Europa del 27 dicembre 2006, di Federico Orlando

Non ? affar nostro, tanto meno nostro diritto, insegnare a Totti a tirare i rigori, ai nostri ministri a comunicare la Finanziaria, a Ruini se le chiese del Vicariato debbano restare chiuse o aprirsi ai feretri di tormentati "peccatori". Noi possiamo soltanto dire che quel calciatore ci appare fuori forma, che quei ministri dovrebbero prendere qualche lezione privata in comunicazione, che quel vescovo si ? un po' troppo innamorato di commi e articoli, con rischio per la sua missione pastorale: perch? si comincia dagli articoli e dai commi della legge referendaria (metti i machiavelli per raggiungere o meglio non raggiungere il quorum) e si arriva ai capoversi del catechismo indicati con numeri arabi, punto, eccetera. Proprio come nelle segreterie dei partiti, nei gabinetti ministeriali, negli uffici stampa, che infatti non comunicano pi?, non dialogano con la gente, coi seguaci, coi fedeli, facendo cadere una dietro l'altra le strutture di cui l'edi ficio sociale ha bisogno per stare in piedi.

Per carit?, la stizza del Vicariato nel negare alla salma di Welby l'ingresso in chiesa (fosse toccato a me, non avrei creato il problema) ? solo una delle tante gocce che, come cittadini di questa nazione, conteggiamo da 150 anni: da quando Pio IX ritir? le sue truppe inviate in Lombardia a fianco di Carlo Alberto nella prima guerra d'indipendenza nazionale; a quando, vinte quelle guerre dalla rivoluzione liberale, lo stesso Pio e il successore Leone tennero fermo il ri- fiuto della Legge delle Guarantigie e di ogni altra offerta del nuovo Stato a superare la "questione romana" e riconciliarsi; a quando Pio XII non perdon? al cattolico De Gasperi il no a un blocco clerico-fascista per le amministrative di Roma e rifiut? di riceverlo in udienza con la famiglia (un'altra porta chiusa, ai vivi); a quando Giovanni Paolo II "chiuse" la citt? santa per quell'allegra mascherata di pessimo gusto che ? il Gay Pride (a Roma e dovunque).

Dunque la Chiesa, governata dal parroco di Senigallia o dal filosofo di Ratisbona, non sa tenersi estranea a quell'atteggiamento molto terreno e non edificante che ? la stizza, cio? il reagire a dispetto per sottolineare una riprovazione, una condanna, un dissenso. Una volta la chiesa escludeva dalle funzioni sacre e dai camposanti prostitute, suicidi, attori.

Capit? a un mio arcibisnonno della compagnia Tamberlani, ai tempi della dilacerazione tra Stato e Chiesa, come Jemolo defin? quei decenni.

Oggi accade ai fautori di nuove libert? civili, ed ? segno che non solo "il secol si rinnova", come cantava Carducci, ma anche la chiesa.

Con Welby s'? rinnovata in peggio, perch? il cardinale Ratzinger aveva formulato un giudizio sulla fine della vita molto diverso da quello ora espresso da papa. Segno, come hanno scritto in tanti, che la Chiesa si sente assediata e teme che la minima concessione, invece di procurarle alleati nella competizione mondiale delle religioni e delle culture, apra valichi nelle sue mura ai cavalli (chi sa perch? "nemici") del libero pensiero. La segreteria della Cisl, per Natale, ha regalato un bel libro di Anna Vanzan, La storia velata (Edizioni Lavoro) ossia Le donne dell'Islam nell'immaginario italiano. ? una rivisitazione di otto secoli di menzogne o di mezze verit? raccontate in Occidente e in Italia dai viaggiatori "cristiani" sulla sensualit?, la lascivia, la lussuria delle donne islamiche (arabe, africane, asiatiche), prefigurazione terrena dell'aldil? delle Huri (non paradisus sed lupanar, secondo l'ascetico abate Sperandio). In questo modo, spiega l'autrice del testo, si preparavano i popoli cristiani alla disistima del nemico islamico e si favoriva la mobilitazione per le crociate (non si sa se per godere di quelle lascivie o per ripulirle col ferro e col fuoco).

Accadde la stessa cosa con l'Unit? d'Italia. "Il mito di un'Italia creazione della Massoneria fu accettato in modo acritico", scriveva Spadolini (L'Italia della ragione, ed. Le Monnier), ricordando le polemiche contro La Civilt? Cattolica per gli eccessi di antisemitismo in cui s'era distinta nel trentennio del dilaceramento. Di questo passo, n? "la religione della libert?", che qualcuno aveva profetizzato nella rivoluzione italiana, riusc? a convertire la maggioranza dei nuovi cittadini, n? la "vecchia religione" cattolica riusc? a mantenersi maggioranza come nei secoli contadini; l'Italia non ? diventata liberale, e lo sconta ogni giorno; la Chiesa ? sempre pi? chiusa a difesa, e cammina spesso con la testa all'indietro per correggere qualcosa del suo passato anzich? della sua linea presente. Mondo cattolico e mondo laico hanno cercato invano "compromessi storici", perch? le forze politiche non possono intendersi (a parte gli interessi) se una di esse si ispira a un'autorit? morale che sta ferma non solo ai principi ultimi, come ? logico che stia, ma ai commi dei catechismi.

Col risultato d'aver prodotto la fine della politica, la corruzione, la disobbedienza fiscale di massa, l'etica degli interessi al governo, il populismo.

Il no della folla di piazza san Giovanni Bosco alla chiesa e ai (pochi) politici presenti ? appunto il no di un popolo che non riconosce pi? guide morali e statuali, ma si fa da s? una sua religione, una sua politica, un suo ordine sociale: che reggono fin tanto che tutto il resto del mondo regge. Ci? rende difficile creare partiti e regole nuove, liberalizzazioni e organizzazioni del lavoro e della cultura, delle istituzioni e della politica, della religiosit? e della laicit?. Una falla si tappa con la laicit? religiosa di Welby, un'altra col tentativo di un partito democratico. Ma se arriva un'onda anomala?


???

Una scelta di crudelt? Certo, ma da che parte?
Da Avvenire del 27 dicembre 2006, di Davide Rondoni

La misericordia, la libert?. E i rimestatori. Nei giorni successivi al tragico epilogo della vicenda Welby ? accaduto un fatto straordinario. Sui media si ? dibattuto della misericordia di Dio. Il tema pi? grande e misterioso, pi? antico e importante ? entrato addirittura nelle polemiche del giorno. Poteva essere, e in certi passaggi lo ? stato, un momento per aprire il cuore e la mente al pi? grande mistero. Per restare in silenzio, volgendo il cuore al pi? profondo senso delle cose. Che poi fossero poche le voci disposte a riflettere con grandezza di cuore e d'intelletto sulla misericordia di Dio e sulla libert? degli uomini, non cambia la preziosit? del momento.

? vero, hanno prevalso i discorsi dei formalisti, dei cinici approfittatori, dei cavillatori interessati. Da un lato, c'? stata la posizione della Chiesa: per l'anima di Welby, come per quella di chiunque, ci si affida alla misericordia di Dio e la si invoca. Dio fa quello che vuole. Dice il Salmo: la sua misericordia ? eterna, e sovrasta l'uomo. Ma non ne elimina la libert?.

Per rispetto alla libert? stessa del defunto e di tutti coloro che invece desiderano ascoltare la voce della Chiesa, si ? deciso di non celebrare il rito del funerale religioso. L'atto compiuto deliberatamente da Welby era contro la concezione della vita che la Chiesa insegna. Lo sapeva lui, e lo sapevano coloro che lo hanno voluto accompagnare in un cammino di ricerca della morte invece che in un cammino di speranza. Sarebbe stato mancare di rispetto alla libert? di quell'uomo fare finta di niente. E pretendere, con la celebrazione di un rito, di rendere tutto uguale. E sarebbe stato mancare di rispetto verso coloro che, riconoscendo la vita come dono, e pur trovandosi in situazioni simili o a volte peggiori, hanno deciso, in consonanza con la visione cristiana, di non rifiutare il mistero di questo dono.

Nel momento del dolore, come insegna la vicenda dei due ladroni inchiodati accanto a Cristo, la libert? di un uomo ? messa alla prova. E pu? decidere se abbracciare il Signore o la propria rabbia solitaria. La Chiesa ha grande rispetto per la libert?, non pretende di essere il notaio di tutto e tutti. E nemmeno di essere la padrona della misericordia di Dio. Altri lo hanno preteso, ciarlandone a tratti in modo insulso. La Chiesa sa che Dio fa quello che vuole. E che anche gli uomini, figli ad immagine e somiglianza, fanno quello che vogliono. Tenendo conto di questo, la Chiesa non si stanca di educare gli uomini a considerare Dio padre della vita e destino buono per ognuno. Perci? esistono le sue indicazioni, che rispettano la libert? di chiunque, e valgono per chi le riconosce. Invece in molti, con cinismo e banalit?, si sono voluti fare formalisti interpreti del costume cristiano e si sono messi a giudicar la Chiesa, i cristiani e ad accusare chiunque non plauda il loro progetto. Con un formidabile uso e abuso dei media, con spregiudicatezza nello speculare sul dolore si sono voluti impancare a giudici sulla vita e la morte. Hanno straparlato di grande battaglia ideale. Vedremo se in nome di tale ideale, che in un funerale trova la sua pubblica manifestazione, faranno battaglia entro un governo che sembra diversamente orientato. E se, in caso di sconfitta, questi idealisti da bara, rinunceranno ai loro importanti ministeri, alle poltrone.

La misericordia di Dio, come sempre, si cura poco delle chiacchiere sentimentaloidi e dei maneggi del mondo. Segue altre vie. E non manca di sostenere chi la chiede con cuore sincero, come mostrano mille e mille discrete e impressionanti testimonianze.


???

Quando si accetta che ci siano vite meno nobili di altre
Da Avvenire del 27 dicembre 2006, di Carlo Cardia

Mentre ? giunta a termine la vicenda umana, drammatica e ricca di implicazioni, di Piergiorgio Welby, si pu? tornare a riflettere sulla sostanza di questioni cruciali.

I problemi del dolore e dell'afflizione esistono, possono crescere con l'allungamento della vita, con la solitudine che spesso accompagna le sue fasi finali. Questa realt? ? stata utilizzata per chiedere che la legge preveda le condizioni per interrompere il flusso della vita. Ma tutti noi possiamo rovesciare la visuale e la logica di questa utilizzazione, perch? c'? un'altra domanda, esattamente contraria, che si deve porre. Cosa si pu? fare per lenire il dolore, per mitigare l'afflizione e la solitudine, per incoraggiare ciascuno ad affrontare i momenti, o le fasi conclusive del suo cammino?

Pu? sembrare che la politica e la legge c'entrino poco con questi problemi. Un affetto non si sostituisce, la solitudine non si riempie a comando, il significato dell'esistenza non lo si impone dall'esterno. Eppure, quante cose potrebbero farsi per rispondere alle tante domande delle famiglie, e degli individui, che si trovano in condizioni difficili. Cominciando col diffondere, e con l'attivare, quei centri per la cura del dolore che sono necessari nei momenti finali, e in tante situazioni di difficolt? e di abbandono. Incoraggiando i medici a definire il concetto di accanimento terapeutico. E poi, affrontando senza finzioni il problema della solitudine, che ? l'anticamera delle pulsioni di morte presenti in una societ? apparentemente e chiassosamente felice come la nostra.

Esistono organizzazioni, di matrice religiosa e volontaria, che assistono persone incapaci di autonomia, sofferenti, dando alle loro vite quel senso e quella dignit? che altri vorrebbero negare. Perch? non potenziarle, sostenerle, chiamarle insieme alle strutture pubbliche ad affrontare i casi difficili dei malati pi? gravi, offrendo cos? una risposta positiva alle domande sulla vita e sulla morte? Questa azione concreta, che gi? tanti s volgono con abnegazione e profonda convinzione, darebbe corpo e sostanza ai sentimenti di solidariet? e di vicinanza che sentiamo verso chi soffre o ? in grande difficolt?

Di tutto ci? non si vuole parlare. Mentre si parla di aiutare le persone a morire, ad essere assistite nel suicidio, di poter disporre della vita e della morte, come fosse un diritto da rivendicare. Solo l'individuo pu? decidere in qualunque momento se la sua vita ? degna di essere vissuta, o di porle termine: questo lo slogan che ha prevalso. No, questo non lo si pu? accettare, proprio in nome della dignit? dell'uomo. Questo, lo si deve dire sinceramente, ? il vero spartiacque che ha diviso in questi giorni due culture. Non si cerchi di stabilire per legge qual ? la vita degna di essere vissuta, perch? si aprirebbe una strada senza ritorno. Tutto cadrebbe nell'oblio, non ci si occuperebbe pi? dei malati terminali, perch? a quel punto essi (o i loro familiari) sapranno come por fine alla loro esistenza, e dunque non potranno chiedere nient'altro alla societ?. Questa rester? sorda alle richieste di aiuto, pensando di essersi liberata del problema.

La prospettiva umana (e cristiana) ? un'altra. ? quella di ritenere che tutte le vite sono piene di dignit?, sono preziose, come fondamentale e prezioso ? il dovere di alleviare le sofferenze con i mezzi crescenti che la scienza mette a disposizione. Tutte le vite hanno eguale valore, e danno ancor pi? senso alla vita di coloro che le aiutano, le sostengono, le incoraggiano. Non superiamo questa soglia, perch? se la oltrepassiamo tutto diventa facile per lo Stato che non deve fare pi? nulla, ma ogni cosa si fa pi? difficile per chi soffre, perch? avr? davanti a s? la triste alternativa di restare solo o di cedere all'abbandono della vita. Riflettiamo su questo aspetto centrale della questione, perch? siamo di fronte ad un crinale di civilt? tra individualismo e solidariet?, abbandono e sostegno, tra il senso e il nulla.

Se si sceglie il principio dell 'eguale dignit? per tutte le vite, la politica ha molto da fare, la societ? pu? attrezzarsi e agire per aiutare davvero chi soffre, offrirgli la possibilit? di rimanere se stesso, mettergli a disposizione un vero sostegno scientifico e umano. Su questa strada si scoprirebbe che ? possibile giungere a soluzioni condivise, come ? stato autorevolmente proposto e auspicato.


???

La Chiesa presa di mira per i funerali negati. Quasi sempre ? madre Qualche volta maestra
Da Avvenire del 27 dicembre 2006, di Paola Ricci Sindoni

Non conviene mai fidarsi, anche da credenti, delle proprie reazioni immediate quando si ? in piena tempesta emotiva, enfatizzata - ? il caso di Welby - da una massacrante campagna massmediatica e da un'indegna strumentalizzazione politica. Da notare che uno dei risultati indiretti ma ormai noti di queste campagne mediatiche ? proprio il pesante condizionamento del senso critico e dell'autonomia nelle valutazioni personali. Bisogna allora ragionare con pacatezza, soprattutto per comprendere le motivazioni che hanno indotto la Chiesa di Roma a non concedere i funerali religiosi per Welby.

Una prima osservazione d'obbligo: ? scorretto giuridicamente ed eticamente far leva su di un singolo caso - come hanno fatto i Radicali - per imporre all'opinione pubblica e alla classe politica la richiesta di risoluzione di un tema - l'eutanasia - di complessa valenza giuridica, dunque generale. ? vero: questa prassi , spesso utilizzata da Pannella e compagni, non consente una equilibrata messa a punto delle molte implicazioni che tale questione bioetica comporta. Ma, attenzione, non ? solo il grande problema dell'eutanasia a rischiare di essere inquinato, ? anche il caso di partenza, quello concreto del povero Welby, che per quanto ammantato di pietas risente di tutta la strumentalizzazione che gli ? stata riversata addosso.

Che cosa significa, allora, dopo tanto clamore e dopo le ripetute dichiarazioni fatte dal protagonista, acconsentire ai funerali religiosi? Forse approvare la lunga strumentalizzazione che era stata fatta? Anche in quel caso ci sarebbe stato un problema d'immagine per la Chiesa, fosse pure quella di chi accetta una cappellania rituale, a orpello di manovre ad essa esterne ed estranee.

? questa - si pu? supporre - una delle ragioni che potrebbe aver indotto la Chiesa a fare un passo indietro: accettare il "caso" singolo avrebbe significato esporsi alla strumentalizzazione politica di quanti ne avrebbero visto una forma di cedimento di fronte alla chiarezza del dettato cristiano: la vita ? indisponibile, non si tocca.

Questo non ha significato certamente - come da pi? parti si ? pur obiettato - negare un atto di misericordia a Welby, se ? vero che in molte chiese, compresa la sua parrocchia, si ? esplicitamente inserito il suo dramma nella preghiera dei fedeli, chiedendo a Dio la misericordia e consolazione per i familiari.

La Chiesa ? mater et magistra, molte volte madre accogliente e premurosa, qualche volte maestra, che non significa giustiziera, ma educatrice che dice la verit?, anche quando questa ? dura e scomoda. Nello scegliere la strada rischiosa e impopolare che poi ? stata opzionata, si ? certo evocato il gesto del rifiuto, non tanto per? verso chi ? gi? nelle braccia misericordiose del Padre, ma per quanti, attorno a quel morto, avevano soffiato e soffiano sul fuoco della polemica, pretendendo un diritto - quello di gestire la vita a proprio piacimento - che i credenti non possono accettare, pena la perdita della verit? della vita, che ? indisponibile perch? sempre donata.

Come a Natale ha detto Benedetto XVI, non si pu? cambiare ambiguamente la vita con la morte; non si pu? reclamare pretestuosamente un diritto alla vita quando c'? stata morte voluta, decisa, programmata. Non c'? dubbio quindi che la Chiesa continua ad essere madre e che ogni credente percorrer?, insieme ai pastori, la via della misericordia, portando ai piedi del Bambino le proprie pene, ma anche il calvario di Welby con il suo terribile epilogo.

Ora si apre per la politica la via della riflessione e dell'oggettiva valutazione del problema bioetico dell'eutanasia, una volta attenuato il pathos del caso particolare. Ogni legislazione, per essere equa, non pu? essere sottoposta all'urto violento delle emozioni, ma deve fare spazio alla ragionevolezza dei tanti malati gravi ospedalizzati, che senza telecamere attendono, per esempio, risposte certe sulle cure palliative e contro l'accanimento terapeutico. Anche questo eviter? il ripetersi di future, angosciose strumentalizzazioni.


???

I teologi "leggono" il rifiuto dei funerali religiosi a Welby
Da Avvenire del 27 dicembre 2006, di Giorgio Bernardelli

Una scelta presa non certo a cuor leggero. Con l'occhio fisso sulla grande sfida per il cristiano di oggi: quella di coniugare l'annuncio della verit?, soprattutto su temi cruciali come la vita e la morte, con una misericordia che non giudica la persona. Si pu? probabilmente inquadrare cos? la decisione, sofferta, di non concedere i funerali religiosi a Piero Welby. Una scelta che non ha mancato di suscitare anche accenti diversi all'interno della comunit? cristiana. Tutti accomunati, per?, da due punti fermi: la complessit? di un evento cos? strumentalizzato e l'idea che rifiutare il rito non vuol dire puntare il dito contro qualcuno, ma solo affermare un valore.

"In un momento in cui viviamo il pericolo della mancata percezione della distinzione tra scelte di fondo diverse riguardo alla vita - commenta monsignor Piero Coda, presidente dell'Associazione dei teologi italiani -, credo sia stato importante prendere una posizione netta riguardo a questo gesto con cui si ? posta fine a un'esistenza quando la sofferenza ha superato un limite determinato da noi. A me ? venuta in mente la chiarezza dell'evangelico "sia il vostro parlare s? s? e no no". Una posizione che non ha niente a che vedere con la valutazione soggettiva nei confronti della persona, che ? sempre affidata nelle mani dell'amore infinito e sorprendente di Dio. Mi pare che si sia posto un punto fermo per evitare il pericolo di un'equiparazione tra qualsiasi scelta".

Una posizione che ? anche una sfida per il credente. "Si tratta di dare queste indicazioni - aggiunge Coda - trovando, nello stesso tempo, i modi pi? comprensibili di manifestare la nostra accoglienza delle persone. Il Vangelo del "s? s? e no no" ? lo stesso della parabola del Padre misericordioso. Solo misurare la nostra esistenza sulle parole di Ges? ci aiuta a coltivare questo equilibrio. Sapendo che alla comunit? cristiana oggi ? chiesta la fatica di un nuovo stile di presenza. Perch? viviamo in un mondo pluralistico che ci interpella. Non dobbiamo avere paura di essere segno di contraddizione. Ma con il volto della Croce, che sa trasmettere un amore pi? grande".

"Immagino che la scelta di non celebrare per Piero Welby funerali cristiani sia stata presa dai responsabili solo con molta fatica - aggiunge monsignor Giuseppe Angelini, ordinario di teologia morale fondamentale alla Facolt? teologica dell'Italia Settentrionale -. Il caso proponeva infatti in maniera esasperata quella tensione tra attenzione alle persone concrete da un lato, e attenzione al significato pubblico del gesto dall'altro, tensione che si produce con significativa regolarit? nella vicenda sociale contemporanea".

? su questo rapporto tra il singolo e chi gli sta intorno che il teologo milanese invita a fermare lo sguardo. "La scelta di Welby, come in genere le scelte di ogni persona che viva un'esperienza estrema analoga alla sua - continua Angelini -, non ? certo una faccenda che possa essere aggiudicata alla competenza esclusiva e insindacabile di chi la prende; riguarda invece anzi tutto le persone pi? care che stanno intorno; e riguarda poi anche i medici che vi sono coinvolti. Per tutti costoro il compito non ? certo quello di registrare semplicemente la volont? dell'interessato; ? invece quello di confermare il vincolo di prossimit? umana a fronte di una scelta tanto ardua. Il vincolo di prossimit? ha la figura di un'alleanza; come ogni alleanza, fa di necessit? riferimento a una legge. Interpretare il senso della legge morale dei vincoli umani in una situazione tanto estrema ? obiettivamente difficile. Per riferimento a tale aspetto, dobbiamo riconoscere - penso - che la stessa coscienza cristiana non ha fino ad oggi ancora elaborato una sapienza proporzionalmente esperta e competente, a fronte dei complessi problemi posti dalle nuove risorse della medicina. Nel rapporto personale con i singoli al difetto del sapere possono e debbono supplire le risorse di una comunicazione, che non ? solo, n? soprattutto, verbale".

"Il fatto che un caso singolo sia investito del compito di valere come test per il confronto pubblico sui principi universali del vivere e del morire costituisce per se stesso una violenza - precisa ancora monsignor Angelini -; viene infatti in tal modo rimosso il molto che non pu? essere pubblicamente detto, ma deve invece essere in qualche modo espresso nella relazione personale. E certo anche nel rapporto pastorale. Nel caso Welby poi la filosofia pubblicamente invocata a legittimazione della scelta era decisamente discutibile. Anzi tutto per questo aspetto elementare: il "rispetto" della volont? del singolo sarebbe in ogni caso criterio insindacabile di ci? che ? giusto. Appunto l'attenzione a questo profilo pubblico ha imposto - mi pare - la decisione di rifiutare la celebrazione di un funerale cristiano; sarebbe stato in effetti difficile immaginare con quali parole articolare il senso di un tale rito. Rimane per altro - conclude Angelini - l'obiettiva complessit? del caso di Welby, come di molti altri casi analoghi, per i quali non sono disponibili soluzioni precise, dettate in ipotesi da una casistica astratta. Occorre invece elaborare i criteri di una sapienza umana e medica, la quale mai esonerer? le scelte singole dalla necessit? di passare attraverso la mediazione attenta delle coscienze coinvolte".

Di un gesto che "mostra da che parte si ?, senza per questo pronunciare un giudizio" parla monsignor Giuseppe Lorizio, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Universit? Lateranense. "? stata una scelta certamente scomoda, ma non avrebbe giovato un atteggiamento buonista di fronte a un atto come quello di Welby, compiuto in maniera pubblica e a suo modo motivata. ? bene che ci sia stata questa presa di distanza, che non toglie nulla alla misericordia di Dio. Tra l'altro ricordiamoci che i funerali sono un momento pubblico di preghiera, non un sacramento. E in un'altra forma questa stessa preghiera per il defunto c'? stata. Chi viene a dire che si ? offerta l'immagine del Dio giudice e non quella del Padre misericordioso, sbaglia. Servire la verit? su questi valori che, come ci dice il Papa, sono non negoziabili, ? un modo per dare contenuti alla misericordia".

Parla di una questione che ci spinge a riflettere su due rischi opposti, legati alla nostra identit? di Chiesa, Andrea Grillo docente di teologia sacramentaria al Pontificio Istituto Sant'Anselmo. "Da una parte - spiega - c'? il pericolo di essere identificati come una semplice agenzia di servizi, che deve dare i sacramenti a chiunque li chieda. E questo sarebbe un errore. Ma non dobbiamo cadere nemmeno nell'estremo opposto, nella tendenza a rinchiuderci in una specie di setta, di cui fanno parte solo i "giusti"". Non nasconde i suoi dubbi sulla vicenda, Grillo ("Forse alla fine sono stati il dibattito e le strumentalizzazioni costruite intorno a questo caso a dettare la scelta sui funerali", commenta). Ma invita soprattutto ad andare al di l? del caso singolo: "C'? intorno a noi una pretesa inaccettabile di ridurre la fede dentro l'orticello del privato - spiega -. La risposta, per?, si declina non solo nel dibattito pubblico, ma anche nella vita della comunit?. ? qui, nella concretezza dei rapporti, che ciascuno di noi deve testimoniare la verit? mostrando insieme misericordia".

"Il funerale avrebbe avuto inevitabilmente un significato ufficiale - ricorda don Michele Aramini, teologo ed esperto di bioetica dell'Universit? Cattolica di Milano -, avrebbe costituito in qualche modo un riconoscimento della scelta operata, che contrasta con l'insegnamento morale cristiano. Non dimentichiamo, per?, che mentre sulla piazza si celebrava il rito che le tv ci hanno mostrato, nella chiesa di San Giovanni Bosco si pregava per Welby. La sua comunit? lo ha accompagnato cos?. Del resto il modo in cui altri si erano impossessati della sua storia, aveva reso impraticabile anche l'ipotesi delle esequie in forma privata. Sarebbero state comunque strumentalizzate".


???

Welby, pacs e idolatria giacobina
Da La Stampa del 27 dicembre 2006, di Gian Enrico Rusconi

Come in una sorta di liberazione si parla pubblicamente della morte. Della morte naturale che naturale non ? pi?. Il caso Welby ne ha offerto l'occasione. Con l'avvertenza che in discussione non ? tanto la morte in s? - quasi evento metafisico - ma le tecnologie che la rendono irriconoscibile e priva di dignit?. In questa ottica sono discusse le misure da adottare per correggere questa situazione, nel quadro pi? ampio e meditato dell'allargamento dei diritti di civilt?.

Mancano quindi il bersaglio gli appelli, ancora e sempre ripetuti nelle sedi religiose pi? alte, al rispetto della "morte naturale" e dell'uomo - quando si tratta proprio di recuperare l'una e l'altro. Che cosa c'? di "umano" o di "naturale" in esseri diventati appendici sofferenti o alienate di macchine tese alla mera sopravvivenza? Sviluppata per portare guarigione o alleviare la sofferenza, la tecnologia ? arrivata - in alcuni casi estremi - ad accrescerla, anzi a deformare l'umanit? cui si applica.

L'accettazione della morte e della sofferenza non ? affatto una prerogativa del religioso. Ma questo atteggiamento viene offeso quando le tecnologie riducono l'uomo/la donna a componenti di un complesso corpo-macchina la cui reattivit? ? misurabile soltanto con criteri e indicatori tecnici.

Si tratta quindi di recuperare la dignit? dell'uomo, non gi? di invocarla come fosse un dato di fatto, naturale o metafisico, quando gi? non c'? pi?.

Chiamare questo recupero di dignit? un "diritto civile" non significa cedere a un'idolatria giacobina dei diritti, ma mettere al sicuro tale dignit? dalla intrusione delle ideologie e delle tecnologie.

Chiariamo subito e senza possibilit? di fraintendimenti che non ? minimamente in discussione la bont? della tecnologia. Ad essa anzi facciamo senz'altro credito della capacit? tecnica e della maturit? etica di sapersi autocontrollare. Accettiamo anche - con una certa malinconica rassegnazione - l'eccesso di medicalizzazione dell'intera nostra esistenza. Non ? questo il punto. A questo proposito tuttavia, in questi giorni, abbiamo ascoltato troppe storie edificanti sulla buona morte del passato. Storie che ignorano e cancellano d'un colpo la brutalit?, la disumanit?, l'irrazionalit? di milioni di morti indegne, prima che la tecnologia potesse offrire il suo aiuto. Prima della medicalizzazione della nostra vita, che pure nei casi ultimi ha come sottoprodotto la trasformazione del ricovero in ospedale in anticamera della morgue. Su questo sfondo non si capisce perch? il desiderio di assumersi la responsabilit? della propria morte scateni tanto furore moralistico. Non si capisce perch? essa venga stigmatizzata come hybris blasfema, come sfida di onnipotenza contro Dio. In realt? siamo davanti all'equivoco dei teologi moralisti che non hanno il coraggio intellettuale di prendere atto che la tecnologia rimette in discussione il nesso tra natura e una certa idea tradizionale di Dio. La de-naturalizzazione della morte ? l'ultimo segnale della necessit? di riflettere radicalmente sul concetto tradizionale di natura che sta alla base delle dottrine religiose tradizionali. E quindi della necessit? di ricostruire i criteri della moralit? a partire da qui.

Ovviamente non saranno questi i discorsi che occuperanno i dibattiti delle prossime settimane. La discussione pubblica si svilupper? attorno ad alcuni concetti o formule gi? collaudate, lasciando nel vago se e quanto esse discendano da opzioni di valore "non negoziabili" (come si usa dire) o non dipendano invece da ragionevolezza politica.

Comunque sia, nel discorso pubblico si dovr? venire a capo di alcune nozioni che si stanno accavallando in modo confuso: rifiuto delle cure, accanimento terapeutico, testamento biologico, suicidio assistito, eutanasia attiva. Sono concetti da tenere distinti e da definire con chiarezza, uno per uno. Ma purtroppo non vedo nel nostro Paese una qualche istanza istituzionale capace di fare questa chiarezza in modo autorevole. La magistratura appare sconcertata, confusa, elusiva. I politici sembrano pi? preoccupati delle dinamiche interpartitiche e intrapartitiche che non di offrire una piattaforma per una intesa ragionevole che potrebbe anche essere trasversale senza provocare con ci? ribaltoni politici o prestarsi ad altri trucchi tattici. Quanto al governo, non voglio credere alla risibile tesi, sussurrata nei giorni scorsi, che questa problematica non ? nel suo programma.

Il caso Welby e la questione dei Pacs stanno introducendo una nota di seriet? nella vita politica italiana. Pongono all'ordine del giorno l'allargamento ragionato e motivato dei diritti civili. Sappiamo che in nessuno dei due casi sar? facile trovare soluzioni soddisfacenti per tutti. Ma ? troppo aspettarci dai nostri politici innanzitutto rispetto di tutte le convinzioni e ragionevolezza? Certamente sono qualit? difficili da identificare in modo concreto. Ma c'? un criterio sicuro: che gli italiani si sentano trattati come cittadini maturi e responsabili.

???

La chiesa imprigionata nel secolo del diritto di morire rivendicato da Welby, e del diritto cristiano a essere
Da Il Foglio del 27 dicembre 2006

Che la chiesa possa discernere, agire, affermare e negare alcunch? ? considerato disdicevole se non scandaloso dall'immenso popolo moderno e secolarizzato, orientato a una idea di compassione in cui tutto va, tutto scorre, tutto ? possibile, tutto ? lecito. Se hai visto in tv un uomo soffrire, e pensi che ? stato poi respinto, dopo morto, alle porte di un sacramento, il funerale religioso, ti arrabbi e diventi compassionevole di brutto, per cos? dire. E' oggi, di fronte al caso di Piergiorgio Welby, lo stato d'animo della stragrande maggioranza degli italiani, si presume. Nel giudizio su una parabola umana importa solo la fede (sola fide), e beninteso una fede individuale, una fede vissuta ciascuno alla propria maniera, tutti membri del popolo di Dio, tutti appartenenti a Cristo, con o senza chiesa, nell'accettazione o nel rifiuto, indifferentemente, di questa vita e di quell'altra, ipotetica. Semmai ? la chiesa che ? talvolta una chiesa senza Cristo, come pensano le anime belle, e anche quelle bellissime e giustamente care a noi tutti, nel caso del documento canonistico o catechistico, con il quale in modo gentile e formale, sebbene un po' tanto burocratico (il defunto dott. Welby), il vicariato di Roma ha dato istruzioni perch? la misericordia per quell'uomo addolorato non implicasse una deroga alla regola che non permette esequie religiose per chi in coscienza, volontariamente e liberamente, ha rifiutato la vita.

Si pu? e forse si deve pensare il contrario, e ipotizzare che Ruini e il Papa abbiano avuto di nuovo ragione. Welby ha compiuto un gesto necessario per il suo riposo, e che sia benedetto, ma ancora pi? importante per la sua coscienza umana e personale. Non ? laico disconoscere la sua lettera pro eutanasia al presidente della Repubblica, e abrogare per compassione ipocrita la sua poetica idea, condivisibile da qualunque non credente, che la morte sia preferibile a una vita non degna di essere vissuta, e che sia giusto darsela e farsela pubblicamente dare dalla comunit?, quando latiti lo stato con la sua norma specifica. Si tradisce il lascito della sua battaglia pubblica se non se ne colga il radicale punto di vista, che ? esplicitamente anticristiano, almeno finch? la tradizione vivente del cristianesimo continuer? a dire quel che ha sempre detto per duemilasei, quasi duemilasette, anni della nostra era.

Welby voleva morire piuttosto che vivere in quel modo, e voleva morire in pubblico come testimone di un diritto pubblico a morire di chi ? imprigionato da sofferenza analoga alla sua. Ha scelto, con i suoi compagni laici e pietosi, di cantare il proprio requiem attraverso la musica dissimulata del rifiuto della cura e della sedazione antidolore, due veri diritti che nessuno nega, chiesastico o no. Ma la volont? era manifestamente quella: morire e affermare il diritto di morire. Sta di fatto che la chiesa cattolica questo diritto non pu? accettarlo e sanzionarlo, ed ? laico consentire la libertas ecclesiae, sottrarre la chiesa e il clero al linciaggio morale e mediatico cui la sottopone oggi la compassione facile.

La piet? cristiana invece ? difficile. E per dimostrarlo ? da citare un grande cristiano ribelle, un monaco sassone che ha sradicato l'unit? cattolica d'Europa cinquecento anni fa, Martin Lutero. Il quale scriveva, nella sua lettera a Leone X intitolata La libert? del cristiano, che la forza della sola fede innalza un cristiano "sopra tutte le cose" facendo di lui, "spiritualmente, il signore di tutte le cose, poich? nessuna pu? nuocere alla sua beatitudine". E citava l'amato Paolo, I Corinzi 3: "Tutte le cose sono vostre, la vita e la morte, le cose presenti e le cose future". Ma ecco un grande "ma" senza tenere conto del quale ? futile dare lezioni di cristianesimo alla chiesa (eppure si sta citando Lutero). Ma, continua il monaco riformatore, "questa ? una signoria spirituale che regna anche nell'oppressione del corpo, poich? io posso migliorare me stesso secondo l'anima in tutte le cose, talch? anche la morte e il dolore devono servirmi ed essermi utili alla beatitudine eterna". E conclude: "Guarda quanto ? preziosa questa libert? e potenza dei cristiani!". Ecco. Inutile cincischiare. Coloro che scambiano la piet? cristiana per un esercizio qualunque di compassione umanitaria ? a questa potenza e libert? del cristiano, molto poco laicamente, che vogliono attaccare la loro critica intollerante.


???

ADUC è indipendente
Nessun finanziamento pubblico né pubblicità. Solo le donazioni ci rendono liberi.
Sostienici →