Editoriali ed interviste apparse oggi a proposito di Piergiorgio Welby (2)
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Welby, funerale "radicale" lungo tre giorni
Da Il Giornale del 27 dicembre 2006, di Luca Telese
Funerale laico, funerale politico, funerale radicale. Roma, piazza don Bosco, venerdì mattina: la chioma bianca di Marco Pannella, quella grigia di Mina Welby, quella bruna di Marco Cappato, e quella biondo-argentea di Emma Bonino. Basta un colpo d'occhio a questa squadrata piazza di periferia affollata di gente e passione politica per rendersi conto che ci sono funerali che possono durare molto più di un giorno, per il segno che lasciano e le polemiche che catalizzano.
Roma, piazza don Bosco, mille persone: si seppellisce Piergiorgio Welby, ma la cerimonia dura più di tre giorni, perché viene continuamente replicata su Radioradicale, e attraversa le feste come un contrappunto drammatico, un ennesimo simbolo dell'Italia divisa, le due Italie che non si parlano e che tornano a dividersi fra guelfi e ghibellini, fra le ragioni dell'Italia laica e di quella clericale. In fondo la scena è molto semplice. Accanto alla bara c'è una donna anziana, la madre di Piergiorgio: resta seduta su una seggiola con la mano poggiata sul feretro per tutta la cerimonia, pare quasi pietrificata. E poi naturalmente c'è la moglie Mina, la donna che ha combattuto tutta la battaglia del marito: "Questo è stato un Natale come Piergiorgio non se lo sarebbe mai immaginato. Un Natale di gioia dato che lui adesso è davvero libero". E poi ovviamente c'è Marco Pannella, l'uomo che con maggiore caparbietà ha voluto la trasfigurazione di questo funerale in una manifestazione politica: "Oggi è già Natale, e grazie alla morte opportuna, conquistata e serena di Welby è nata una speranza".
Il Natale della vita, della passione, della speranza. Se ascolti il tono di questi interventi, ti sembra davvero che uno strano cortocircuito abbia portato nella piazza la simbologia e il lessico di una cerimonia para-religiosa, come se i radicali fossero arrivati a celebrare, con queste esequie, una sorta di epifania civile. E non c'è dubbio che il grande regista e demiurgo sia ancora una volta lui, Pannella. L'uomo che adesso dal palco spiega: "È stata una celebrazione popolare, veramente autoconvocata: se tanti lo avessero saputo prima sarebbero stati qui come per tutte le grandi battaglie civili contro lo sfascio delle famiglie, contro l'aborto clandestino. Su tutto ciò la gente ha le idee chiare: è questa politica che è oligarchica e non democratica - conclude - ed accumula ritardi che significano per molti sofferenze enormi". Ed è ovviamente quasi inevitabile che tutta la cerimonia sia attraversata dal fuoco della polemica per le esequie religiose richieste dalla moglie Mina (cattolica praticante) e non concesse a Piergiorgio, con una decisione illustrata da monsignor Fisichella anche in una intervista al Giornale ("È stato lui a chiedere di morire, così ha tradito i principi cristiani").
Sì, sono davvero dei funerali lunghi, interminabili, persistenti: tanto è breve la cerimonia, in piazza, tanto è lungo il filo della polemica, nel Paese, con le radio romane assediate dalle telefonate, da chi è pro e da chi è contro, con Radioradicale che diventa la vera camera ardente mediatica del corpo di Welby. Un funerale laico, un funerale politico, un funerale radicale, anche perché sono i radicali a trasformare questa piazza in un simbolo. Dice Emma Bonino dal palco: "Voi esprimete una profonda religiosità, non quella bigotta, ma una religiosità altra, secondo cui il corpo di ognuno appartiene a Dio, per chi ci crede, ma non certo allo Stato nè al governo". Anche per queste parole la senatrice della Margherita Paola Binetti continua a ripetere: "Deve dimettersi". Un funerale politico perché suscita le passioni estreme della politica, accende il dibattito tra i pro e i contro: "La sinistra radicale e anti cattolica - attacca Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc - si è scatenata strumentalizzando la morte di Welby, così come ne aveva strumentalizzato le ultime ore di vita". Cesa dice che "i radicali strumentalizzano la morte", il ministro Alfonso Pecoraro Scanio ribatte che è un errore "non far prevalere la pietà cristiana". Il sottosgretario Manconi dice che "il Parlamento non deve disperdere la sua lezione morale", il senatore di An Riccardo Pedrizzi aggiunge che "la decisione del vicariato di non concedere le esequie è stata sacrosanta".
Intanto Welby risorge, almeno in libreria, dove durante le feste è andato a ruba il suo pamphlet autobiografico Lasciatemi morire (Rizzoli, 9 euro) con la bellissima lettera a Giorgio Napolitano. Nulla come la scrittura dà l'idea della vendetta retroattiva, nulla come un libro postumo pubblicato in vita, dà l'idea del paradosso Welby.
Un funerale laico, un funerale politico, un funerale radicale. Un funerale che dura tre giorni. Forse anche perché Piergiorgio avrebbe compiuto 61 anni proprio ieri.
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La Chiesa ha fatto bene: parola di un non credente
Da Il Giornale del 27 dicembre 2006, di Ruggero Guarini
L'aspetto forse più interessante della controversia sulla decisione della Chiesa di non concedere i funerali religiosi a Piergiorgio Welby è il fatto che mentre fra coloro che la disapprovano figurano non solo tanti non credenti ma anche molti credenti convinti di essere bravi e sinceri cattolici fra coloro che la approvano figurano, insieme a tanti credenti, anche molti non credenti convinti di essere bravi e sinceri laici.
I motivi per cui ai primi questa scelta della Chiesa è sembrata inaccettabile si riducono all'idea (che è in larga misura un prodotto dell'influsso dell'ideologia laicista su vastissime aree del mondo cattolico italiano) che il cristianesimo sia (o dovrebbe essere) una religione dell'amore senza verità.
Le ragioni per le quali a non pochi non credenti questa scelta è sembrata al contrario saggia e provvidenziale rimandano invece alla convinzione che sia necessario opporre un argine alla deriva spirituale dell'Occidente generata da quello che forse è il suo sogno miraggio più pericoloso: il sogno - insieme ridicolo e sinistro, sentimentale e feroce, filantropico e nichilista - di un mondo in cui sia finalmente non solo permesso tutto, ma venga addirittura riconosciuto esplicitamente il diritto di commettere qualsiasi atto con l'esplicita approvazione delle autorità ufficiali, siano esse profane e statali o ecclesiastiche e religiose.
Ma perché, si obietterà, questo sogno può sembrare pernicioso anche a un non credente? Anzi soprattutto a lui? Perché esso può apparirgli come il più codardo e puerile dei progetti umani, giacché un'esistenza dalla quale venisse estirpata del tutto, soprattutto in quelle situazioni che possono imporci una scelta estrema e radicale, la dimensione della decisione e del rischio personale, non sarebbe in fondo altro che un'esistenza senza coscienza.
Su questo tema tutto o quasi tutto ciò che conta veramente è stato detto lapidariamente da Agostino ("dilige et quod vis fac": ama e fa' ciò che vuoi) e da Pascal ("la vrai morale se moque de la morale": la vera morale si fa beffe della morale). Da queste due celebri massime, scaturite entrambe dalla consapevolezza dello scacco a cui è votato ogni tentativo di fondare una legge morale assoluta, si deduce infatti che nell'ora delle scelte decisive, e dunque anche in quei terribili momenti in cui potremmo dover decidere se assecondare o no la volontà di morire di un altro essere umano, saremo sempre assolutamente soli con noi stessi - e con quell'insopprimibile Altro che nessuno sa bene se risieda solo fuori o solo dentro di noi.
Se mai dunque dovesse accaderci di trovarci accanto a una persona cara che ci supplica di aiutarla a spegnersi, non potremmo né dovremmo fare altro che ciò che il cuore ci imporrà di fare. Senza illuderci però che una legge dello Stato o una sentenza della chiesa potrebbero disfarci del peso del dubbio che - qualunque sia la nostra decisione - graverà sulla nostra coscienza.
Disporre di questa libertà non è certo un privilegio rassicurante, ma è consolante sapere che due cristianissimi giganti del pensiero occidentale ci autorizzano a servircene infischiandoci sia della legge che della morale.
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"Nessuna eutanasia. E non c'è bisogno di nuove leggi". Intervista a Mario Riccio
Da L'Unita' del 27 dicembre 2006, di Edoardo Novella
"Era sereno Welby mercoledì sera, sono sereno io adesso: non è stata eutanasia - anche se era questo, questa parola che lui usava e voleva - ma solo una sedazione praticata mentre toglievo il respiratore. Nel pieno rispetto della legge". Mario Riccio è l'anestesista che ha staccato la spina. Quello che in molti hanno definito "dottor morte". "So che c'è chi ha pure chiesto che mi arrestassero ... Non scherziamo. Sono 15 anni che mi occupo di bioetica, interrompere la ventilazione e sedare è assolutamente nel campo della legalità. Quando mi hanno chiamato quelli dell'associazione Coscioni mi sono detto: non puoi non mettere in atto praticamente ciò di cui sei convinto. Allora sono venuto a Roma".
Dottore, cosa è successo in quella stanza?
"Una cosa molto semplice. Ho praticato una sedazione venosa mentre stubavo Piergiorgio. Ho fatto le due operazioni contestualmente. Il professor D'Agostino, ex presidente della Consulta di bioetica e medico cattolico, ha sostenuto che prima stubare e poi sedare sarebbe stata una pratica ammissibile. Ma se anche un solo secondo Welby avesse sofferto?".
Ma lei ha agito, ha avuto un comportamento attivo. Perché non è eutanasia? Perché sostiene di non aver contravvenuto al nuovo codice deontologico dei medici che all'art. 17 prescrive che "il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti finalizzati a provocarne la morte"?
"Perchè avrei dovuto somministrare un farmaco che portasse alla morte, ad esempio potassio cloruro. Oppure dare una sostanza paralizzante ... Invece non c'è stati i alcuna volontà eutanasica. E la conferma è che di eutanasia, adesso che della questione si sta finalmente dibattendo con un pc' di cognizione di causa in più, nessuno parla più seriamente, a parte qualche oltranzista".
Lei cosa rischia per aver sedato Welby?
"Lo devono decidere altri, io so di essermi mosso nel pieno rispetto delle regole. Ed è quello che ho raccontato ai magistrati. Adesso aspettiamo l'autopsia di Welby, soprattutto per quanto riguarda i valori tossicologici".
In Italia esiste un buco legislativo su questi temi?
"No. Vede, che esista il diritto del paziente a rifiutare le cure lo ha detto la sentenza del tribunale di Roma. In maniera assoluta lo riconosce la Costituzione, lo riconoscono le sentenze della Cassazione, lo riconosce il codice deontologico dei medici e pure la Convenzione di Oviedo. Certo, si dice che non si riesce ad imporre al medico di andare a staccare la spina, ma io credo dipenda più da un caos tra organi competenti che da un vuoto di legge".
Esiste l'eutanasia clandestina?
"Io credo che con il no all'inchiesta conoscitiva del Parlamento si è persa una grande occasione. Non tanto per l'eutanasia, quanto per quel che si chiama "pianificazione della cura". È quel che succede nelle aree critiche di molti ospedali: la dialisi, la respirazione meccanica sono trattamenti che insieme al paziente vengono decisi per un termine di tempo determinato. Se non va ... ".
E il testamento biologico?
"No, questa è un'altra cosa. Che ci sia un problema lo spiego ricordando come la legge sulla donazione degli organi del '99 non è ancora stata attuata. Che significa? Che le donazioni di organi naturalmente si fanno, ma che è salvo il diniego del coniuge o dei parenti ... ".
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L'ira dei cattolici: che errore quel no. Dopo lo stop vaticano a funerali religiosi, ifedeli si sfogano sui siti radicali
Da La Repubblica del 27 dicembre 2006, di Alessandra Longo
Si può celebrare i funerali in chiesa "di mafiosi e assassini" e negarli a Piergiorgio Welby, si può concedere gli "onori e la sepoltura nella cripta di Sant'Apollinare a uno dei capi della banda della Magliana" e trovare inopportuna una divina benedizione pur invocata dalla religiosissima e anziana madre del leader radicale, si può fare la croce "sulla bara di Pinochet" e voltare la testa dall' altra parte quando a chiamare è un uomo inchiodato per nove anni ad un respiratore? In questa storia laica e dolorosa di Natale, succede che centinaia e centinaia di cattolici sfoghino la loro delusione di credenti non sul giornalino della parrocchia ma sui siti dei radicali.
L'Associazione Luca Coscioni diventa un po' a sorpresa il confessionale di persone altrimenti lontane dal mondo di Welby. Clicchi radicale e scopri
che la decisione della Chiesa di negare i funerali religiosi a chi, malato terminale, ha deciso di opporsi all'accanimento terapeutico, crea diffuso turbamento, imbarazzo, rabbia. Stefano è un informatico di 34 anni, malato anche lui, della stessa malattia di Welby: "Sono indignato scrive - la prossima settimana andrò dal mio parroco e gli chiederò di fare una messa per Piergiorgio. Voglio proprio vedere che cosa mi risponderà. lo non so quando arriverà per me l'ora dell'immobilità, ma voglio scegliere e alla Chiesa dico: tenetevi i vostri funerali religiosi". E Silvana, madre di famiglia, annuncia: "Intendo chiedere il mio "sbattezzo", non voglio più far parte di una comunità che non sa perdonare". Accendono candele, pregano ("Credo in Dio ma non in questa Chiesa", dice Giancarlo), rassicurano Mina, la moglie di Welby: "Sono certa che Piergiorgio sia ora al cospetto di nostro Signore che è stato accanto alui in questi anni
di sofferenza ... per lui le porte del regno celeste sono state aperte ... la sua anima è stata accolta tra le schiere degli angeli, glielo assicuro io, credente e figlio di Dio, e in questo istante gode della meravigliosa presenza di Dio".
Saldatura emotiva tra due comunità culturalmente distanti.
Dialogo che rifiuta mediazioni politiche e religiose. Dialogo che va oltre Ruini e anche oltre Pannella, confronto e sfogo su temi che sono materia prima e toccano tutti: "Piergiorgio, c'è un oceano che prega per te", scrive Walter. Enzo, medico in pensione, digita sul computer la sua fede: "Io, cattolico, sono sicuro che il nostro Dio, Padre buono, molto più buono di chi ti ha chiuso le porte del perdono e della carità cristiana, in questo momento ti tiene fra le sue braccia". Un'insegnante cita Victor Hugo e la sepoltura di Fantine nei "Miserabili": finisce in "una fossa comune ma il Signore sa fortunatamente dove ritrovare la sua anima". Altri progettano ritorsioni verso l'establishment d'Oltretevere: lo sciopero dell'otto per mille o, addirittura, il rifiuto in blocco dei funerali religiosi "diventati prassi burocratica", concessi "ai mafiosi e ai pluriassassini", denuncia Rita dall'America, e poi negati a Welby"perunapiccola, grande, futile, infantile vendetta".
Natale "con l'amaro in bocca", "qualcosa si è rotto dentro di me", "mi riconosco in una religiosità altra, quella capace di pietà". Stefania, sposata in Chiesa, i figli battezzati, invia ai radicali dell'Associazione Casciani il testo della mail che ha indirizzato all'Osservatore Romano: "Sono una persona qualunque che si ritiene cattolica, credo nell'immensa bontà e comprensione del Padre celeste e credo che egli prediliga soprattutto i sofferenti. Penso che Welby sia già tra le braccia del Padre con o senza il vostro benestare".
"Credo in un Dio che sta vicino a chi soffre: sono certa che Welby è già tra le sue braccia"
"Non voglio più far parte di una comunità che non è capace di perdonare"
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E il Papa sciolse in nodo Welby
Dal Quotidiano Nazionale del 27 dicembre 2006, di Gaspare Barbiellini Amedei
Alla fine, dopo che sull'onda di una grande emozione collettiva atei e agnostici hanno per giorni spiegato come si debba essere cristiani, parlò Ratzinger. Disse una frase dolcissima sulla dignità dell'uomo al "naturale tramonto". Così le aspre polemiche sulla liceità del rifiuto di accanimenti terapeutici e sulla inaccettabilità dell'eutanasia venivano allontanate dal cuore della gente.
La burocrazia della fede aveva fatto il suo non invidiabile mestiere, negando il rito alla salma di Piergiorgio Welby. Soltanto poche ore dopo la parola tornava al Papa. E ciascuno ha vissuto più sereno il suo Natale. Quella porta di parrocchia romana non spalancata avrebbe pesato a lungo come un dubbio sull' opinione pubblica, da una parte frastornata ormai da anni per l'accanito assalto dell'anticlericalismo ai sentimenti cristiani della maggioranza degli italiani, da un'altra parte spesso perplessa di fronte alle difficoltà operative del cattolicesimo ufficiale nell'intercettare la materia del contendere, che i media sovente distorcono, dividendo il mondo fra scienza buona e preti cattivi. Qualcuno voleva confondere le idee nella disputa non solo filologica fra diritto individuale, sancito anche all'articolo 32 della Costituzione, di rifiutare i trattamenti sanitari estremi, e il drastico comandamento di non uccidere e di non farsi quindi neppure aiutare ad essere uccisi.
Una semplicità innocente e giusta è restituita al tormentante tema dall'intuizione lucida di questo Pontefice. La sua eccezionale intelligenza di fede e ragione strappa all'ambiguo contesto emotivo la formula anche umanamente vincente: "Naturale tramonto". Non potranno essere quindi le contese politiche a tracciare il corretto confine fra la naturalezza del declino e la ostinazione delle macchine. Ratzinger ha colto il punto nevralgico di una questione enorme. L'Italia fra non molto avrà una popolazione per un quarto sopra i 65 anni. Codificare il "naturale" declino di ciascuna di quelle persone, da sottrarre all'arbitrio altrui, non può essere affidato né agli azzeccagarbugli delle anime né agli organizzatori di supermarket etici e teologici in stile New Age. La natura non appartiene né agli Stati che legiferano né alle morali che cambiano. Non appartiene neppure a una esasperata tecnologia della obbligata sopravvivenza. Nello spazio breve di poche ore Ratzinger, ha colto due segnali: l) il suo popolo era sconcertato o almeno disinformato di fronte al no al funerale; 2) nella parte opposta, con il favore dell'emozione, rischiava di trovare grande spazio una strategia a favore dell' eutanasia. Con due parole Benedetto XVI ha restituito serenità ai fedeli e ha fatto retrocedere un disegno che la maggioranza di noi, cattolici e non, mai accetterà. I governi cambiano, le maggioranze si alternano, ma ce ne vuole prima che gli italiani cancellino il quinto comandamento.
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Eminenze, Cristo dov'e'?
Da L'Unita' del 27 dicembre 2006, di Antonio Padellaro
"Ora sta contemplando il volto di Dio, perché Dio è misericordioso": hanno saputo dire ciò che c'è nel nostro cuore le due suore che parlavano al Tg1, davanti al feretro di Piergiorgio Welby, portato a spalla dai compagni radicali sobillatori di scandali necessari, davanti alla chiesa che il giorno della vigilia della nascita di Gesù ha sprangato le porte della carità e della misericordia. Perché? ci chiediamo in tanti. In fondo, chi non crede avrà una ragione in più per dissentire, per diffidare, per non rimpiangere l'assenza di una fede così poco consolatoria. Ma chi crede e non capisce deve poter domandare, deve poter insistere, deve poter protestare poiché troppo grande è lo smarrimento che prende e il gelo che assale. Lasciamo da parte le polemiche su laici e cattolici' sulle interferenze delle gerarchie vaticane nella politica italiana. Non chiamiamo in causa ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio perché qui Cesare non c'entra affatto. Qui la potestà, il diritto, la scelta appartengono esclusivamente a coloro che Dio sono chiamati a rappresentare su questa terra. Leggiamo le parole di monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, cappellano della Camera dei deputati e forte personalità della curia. Un vescovo ascoltato e influente, ricco di sapienza, addentro alle cose della politica, dotato di un sorriso patema che non ammette repliche; e, del resto, un semplice parroco potrebbe mai contraddirlo? Ci spiega dunque monsignore che le esequie cattoliche per Welby non sono state concesse dal vicariato di Roma "con tristezza ma per un atto di responsabilità e di fedeltà al nostro credo".
ul concetto di fedeltà ai principi costitutivi della fede cattolica l'alto prelato insiste sottolineando come invece Welby abbia mostrato "ostinazione reiterata nel chiedere la propria morte, un'esplicita consapevolezza nel negare i principi fondamentali della fede cristiana riguardanti il valore della vita e il senso della sofferenza". Ecco la colpa.
Fermiamoci un attimo a meditare queste frasi stando bene attenti a non oltrepassare il recinto dottrinario così austeramente innalzato attorno a quella povera bara. Sappiamo che per la Chiesa il principio della difesa della vita fino al suo naturale esaurimento non è in alcun modo trattabile, e ne siamo rispettosi. Così come non sono da discutere i ripetuti ammonimenti di una gerarchia severa nei confronti della religione-fai-da te, visto che il cristianesimo non è un obbligo ma libera scelta di regole non adattabili. Non ci chiederemo, infine, se di eutanasia si sia trattato o non piuttosto di accanimento terapeutico. Essendo materia quanto mai controversa e perché, infine, tutto ciò riguarda quanto accadeva prima che Piergiorgio Welby esalasse l'ultimo respiro. E dopo che toccava alla Chiesa dire una parola definitiva, e quella parola è stata: no, niente funerali religiosi. No,
Welby da morto non può più varcare il portone della sua parrocchia, si è messo fuori e fuori deve restare. E' un verdetto durissimo che l'eminente prelato d'accordo, si presume, con le più eminentissime porpore, e con qualcuno ancora più in alto, motiva con un atto di accusa nei confronti di Welby, descritto come un ostinato negatore di principi e di valori fondanti della fede cristiana, tra cui il senso della sofferenza. Non è davvero troppo che da un pulpito (da quel pulpito!) si possa dire: tu non hai saputo soffrire come si deve, rivolgendosi a un uomo, a un morto, che di una sofferenza infinita ha fatto il proprio sudario?
C'è un castigo, dunque, ma da quale violazione scaturisce? Dove sono contenuti quei principi costitutivi della "nostra fede" a cui monsignor Fisichella si riferisce? Nei commi 2277 o 2325 del nuovo catechismo, citati in questi giorni come si fa con le norme del codice della strada? Oppure quei principi per i quali Piergiorgio Welby è stato lasciato laggiù, riscaldato dall'affetto di una folla devota all'umana solidarietà, quei valori sono contenuti nel Vangelo? E quando mai, chiediamo, in un libro colmo di amore, di carità, di misericordia, Cristo se l'è presa con i deboli, i sofferenti, i malati, i moribondi? Lo abbiamo visto scagliarsi contro i mercanti nel Tempio, promettere le pene dell'inferno ai corruttori di bambini, fustigare prepotenti e violenti, ammonire i ricchi e i potenti dalle vesti sontuose. Non ci hanno forse insegnato che l'agnello di Dio è venuto a salvare i peccatori, i reìetti, i ladroni e le maddalene? Quanto ai farisei abbiamo l'impressione che gli dessero parecchio sui nervi. E quando mai quel Cristo che disse al pubblicano di non nascondersi in fondo al tempio avrebbe abbandonato Welby al freddo? Il giorno prima che Welby se ne andasse, Corrado Augias citava su la Repubblica queste parole di don Milani: "Per un prete quale tragedia più grossa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Avere la chiesa vuota". Sappiamo che la Chiesa è anche saggezza. E che sa ammettere i propri errori, È quanto ci auguriamo in questi giorni difficili ma di speranza.
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Welby, perché la Chiesa non ha perdonato?
Da Libero del 27 dicembre 2006, di Cesare Lanza
"Quale colpa ha in più, secondo la logica della Chiesa, Piergiorgio Welby, che la morte liberatoria non è stato in grado neppure di concedersela autonomamente con le proprie mani, ma solo l'ha desiderata e richiesta? Forse di essere divenuto, suo malgrado, un personaggio troppo famoso, per concedere in extremis il perdono? Quello stesso perdono cristiano di cui la stessa Chiesa ostentatamente si fa sostenitrice e portabandiera e che richiede a tutti i suoi fedeli. Dove è finita la Carità Cristiana e tutta la coreografia allegata? Mi vien fatto di pensare, che nei secoli sono cambiati i modelli culturali, sono cambiati i codici morali, evolutisi nel tempo, sono cambiate le ideologie, ma la Chiesa no, con la sua morale vendicativa e miopemente retriva. Sono cambiati i modi, ma la morale e i principi informatori sono rimasti gli stessi".
"Non si fanno più processi agli scienziati come Galileo Galileo, costretto a rinnegare il proprio pensiero e solo di recente riabilitato dal passato Papa, non si erigono roghi ai critici, come Giordano Bruno, non si bruciano più gli eretici, colpevoli solo di pensarla diversamente, non si bruciano più le donne come streghe, non esistono più i tribunali della Santa Inquisizione, per coercizzare e reprimere il libero pensiero, merito dei tempi moderni, ma si negano i funerali religiosi a Piergiorgio Welby, membro comunque di questa Chiesa e figlio di una madre religiosissima. Dove è finito il perdono alla 'pecorella smarrita'?"
"Sono stato battezzato e appartengo quindi formalmente a questa Chiesa che nega i funerali religiosi a Piergiorgio Welby. Cercherò di informarmi circa le modalità per non appartenere più a questa Chiesa che non sa perdonare".
Rispondo: pur senza la severità dialettica e intransigente di Mazzullo, penso anch'io che la Chiesa abbia commesso un errore micidiale, negando una compassionevole, doverosa (in coerenza con i suoi valori) accoglienza religiosa al povero Piergiorgio Welby, un uomo infelice e disgraziato, di animo sensibile, intelligente, tormentato eppur coraggioso nell'affrontare la sua sventura e l'estremo addio a questo ingiusto mondo.
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La vita e' sacra come la pieta'
Da L'Indipendente del 27 dicembre 2006, di Justo Lacuna Balda
Che la vita o la morte di Piergiorgio Welby fossero diventate un caso politico lo si sapeva da tempo. Alla fine, la sua esistenza è stata stroncata dopo tante polemiche. Il fatto che volesse morire non cambia l'essenza dell'atto in sè. Welby, malato terminale, è morto perché un medico lo ha sedato e poi ha staccato la spina. Qualcuno la chiama eutanasia, ma la realtà cruda è che la sua vita è stata spenta dalla volontà di un altro. E nessuno ha il diritto di decidere il momento della morte. Ma per rendere la vicenda ancora più difficile, complicata e polemica, il Vicariato ha vietato i funerali religiosi in chiesa. Tutto questo è successo in un Paese che è di forte tradizione cristiana. Un Paese che è paladino nella difesa dei diritti umani. Ma, soprattutto, è successo alla vigilia della celebrazione del Natale, la festa che rende evidente la follia dell'amore di Dio per l'umanità. Che è pazzia per gli uomini e sapienza per Dio. Una festa che ci deve far riflettere fuori dai parametri misurati soltanto con i canoni della legge fatta a misura di uomo.
Il Natale ci spinge a discutere e a meditare sul piano etico e religioso. E per farlo non possiamo lasciar passare le feste natalizie. Proprio perché la sacralità della vita viene riconfermata e illuminata dalla nascita di Gesù che è avvenuta in circostanze dolorose. Una grotta in periferia, il freddo dell'inverno e della notte. Il pianto e la solitudine dei genitori. Un parto in un stalla, la vita di un bambino appesa a un filo. In braccia umane la vita e il destino del Figlio di Dio. Questa è la realtà cruda del Natale. Fuori dai riflettori colorati, fuori dai piani perfetti. Fuori dal clamore che impedisce di vedere, di ascoltare e di capire. Una realtà che sconvolge anche una visione troppo legale della fede, che ci avvicina al mistero insondabile della vita, che illumina le ombre della nostra strada umana. Un evento memorabile che sorpassa le "leggi antiche". Perché sono nati "i cieli nuovi" e "la terra nuova". E' passato il tempo della "legge" e della "legalità" quando si parla della sacraIità e della difesa della vita. E lo sappiamo. Non c'è vita senza dolore e pianto. Non c'è vita senza sofferenza e gioia. Ma non c'è vita nemmeno senza pietà, misericordia e riconciliazione. Il Natale è la celebrazione del mistero dell'umanità. La festa della vita. La nostra festa perché è quella di Dio.
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"In ogni caso avremo più certezza del diritto". Intervista a Marco Cappato
Da Europa del 27 dicembre 2006, di Gabriella Monteleone
Le più di mille firme raccolte da sabato a sostegno di Mario Riccio, l'anestesista che ha disattivato l'elettroventilatore che teneva in vita Piergiorgio Welby, è solo un iniziativa "locale" di quell'associazione Luca Coscioni che già va oltre. Dopo Coscioni appunto, c'è stato Welby e domani ci sarà qualcun altro in condizioni analoghe pronto a prendere lo stesso testimone. Intanto a livello nazionale si va avanti con la raccolta di firme sulla petizione "Welby al parlamento" per una commissione di indagine sull'eutanasia clandestina. Nel frattempo il caso è destinato a creare comunque un precedente. Qualunque sia infatti lo sbocco del fascicolo aperto dalla procura di Roma - sia che venga archiviato dopo i risultati dell'autopsia, sia che il dottor Riccio venga iscritto nel registro degli indagati per omicidio del consenziente o per suicidio assistito - "si sarà guadagnata comunque una maggiore certezza del diritto per casi come questo" dice Marco Cappato, il presidente dell'associazione Luca Coscioni "perché a quel punto dice - tutte le persone e i medici che si trovassero ad operare in quelle condizioni sapranno di farlo non contando, semplicemente, su un'implicita accettazione ma su un precedente noto a tutta l'opinione pubblica, forte".
Il tribunale ha individuato però un vuoto normativo.
"La solidità di quanto è stato realizzato risulta dal combinato disposto di Costituzione e codici: lo aveva stabilito la procura della Repubblica e lo stesso tribunale, pur dichiarando inammissibile il ricorso, aveva riconosciuto la sussistenza di quel diritto a staccare il respiratore artificiale sotto sedazione terminale, che è quanto accaduto. Vedremo se quel diritto verrà affermato: senza, o con l'apertura di un procedimento".
Ci sono già altre persone disponibili a combattere apertamente la stessa battaglia di Welby o Luca Coscioni?
"Nella nostra associazione ce ne sono diverse nelle loro condizioni. Certo, sono persone malate o disabili gravi che fanno politica sulle libertà individuali. Dopodiché di Welby ce nè uno e di Luca Coscioni pure.
Il vescovo Luigi Moretti, a Radio Vaticana, ha motivato tra "altro il no della Chiesa al funerale per Welby "per il modo in cui è stata condotta la vicenda". Per le persone che rifiutano la vita, ha detto, i funerali si fanno affidando sempre tutto alla misericordia di Dio, in questo caso il discorso è dlverso. Non vi sentite in qualche modo responsabili?
"Dire che noi abbiamo 'strumentalizzato' la vicenda, è un modo per dare a Welby dell'incapace di intendere e di volere. Dire poi che è 'colpa nostra' se non ha avuto i funerali religiosi è un modo per dire che lui non c'entra niente e sono le persone che lo hanno manipolato. Mi pare però un ulteriore insulto a Welby.
A che pro continuate la battaglia sull'eutanasia sapendo che il parlamento è in stragrande maggioranza contrario?
"Da giovedì a sabato discuteremo come radicali anche di questo, di strategie. e di obiettivi. Di sicuro, grazie a Welby, partiamo dall' opinione pubblica e non dai partiti. Tutti i sondaggi dicono che la parola eutanasia farà paura ai partiti ma non alla gente. La maggior parte pare essere d'accordo. Invece l'indagine conoscitiva è stata già accantonata dieci giorni fa: i partiti sono terrorizzati anche di conoscere e del fatto che l'opinione pubblica trasformi quella opinione in volontà politica. Non ci aspettiamo me questi partiti negozino su questo tipo di riforme: basti vedere come si sono comportati Fassino o D'Alema. Si faccia quindi il testamento biologico, ma non una cosa finta come alcuni vorrebbero, e avanti con l'ìndagine conoscitiva -se si fa, diventa più difficile negare la realtà.
Da L'Unita' del 27 dicembre 2006, di Furio Colombo
Un grande silenzio è disceso su questo Paese quando, per cinque giorni, hanno taciuto i giornali. Niente titoli, niente corsivi e commenti, e il sommario della vita incapsulato nei titoli detti "di lancio" dei diversi, identici telegiornali.
Ci sono state tante benedizioni in quei titoli, immagini solenni di chiesa e di preghiera che avranno dato l'impressione "come è buono il mondo". O almeno: una parte di mondo. Che vuol dire "noi". Tutte quelle benedizioni e preghiere e visioni di chiese gremite e di folle devote servivano a dirci "c'è male nel mondo, crudeltà e indifferenza". In certe parti di questo nostro pianeta ci sono persino bambini che muoiono di fame o lavorano come schiavi o si possono vendere o comprare o si possono persino uccidere o perché una bomba cade nel luogo sbagliato o perché uomini armati (come in Darfur, proprio adesso, mentre io scrivo e voi leggete ed è appena passato il Natale) aspettano vigili accanto ai pozzi. Quando si presentano i bambini assetati con i loro contenitori di latta da riempire d'acqua per i più vecchi e per i più piccoli, quei bambini vengono subito uccisi. Sei mesi dopo si farà un rapporto alle Nazioni Unite, di cui il Sudan è membro (il Darfur è grande come mezzo Sudan) e l'ambasciatore sudanese, con residenza in Park Avenue a New York, eleverà una velata protesta. Noi no, noi siamo buoni, abbiamo le piazze piene, le chiese piene, si levano canti sacri e il Papa li benedice.
Bello, se fosse vero. Infatti, se fosse vero, come spiegare che, in questi giorni di gloriosa celebrazione di tutto ciò che è buono e fraterno, un corpo di uomo martoriato da anni e anni di dolore è stato dichiarato indegno e tenuto fuori da una chiesa?
Perché la sua voce - che non era più voce eppure era piena di passione ed era chiara - non si doveva ascoltare a meno di cedere al male e di arrendersi all'immoralità dei comandamenti violati? Devo una risposta a chi sta per dirmi con un po' di esasperazione: "Oh, andiamo, ancora quella storia di Welby? Nel mondo ne succedono tante di cose brutte e voi vi intestardite con questa vicenda italiana che per fortuna è ormai finita! E poi la Chiesa ha le sue regole. Non puoi violarle e poi pretendere che non sia successo niente. Ogni autorità ha il suo diritto, e il primo diritto è di essere padrona in casa sua".
La risposta che mi sento di dare è questa: l'affermazione che ho appena trascritto è logica. Ma la logica è implacabile, non è un treno che si ferma per fine binario. Il percorso continua e arriva in un punto in cui nega tutto ciò che viene proclamato nei titoli di lancio dei Tg che ci hanno guidato e accompagnato mentre i giornali tacevano, durante le festività natalizie. Quella negazione significa: siamo tutti buoni meno gli esclusi. Siamo tutti fratelli meno gli indisciplinati che non possono più reggere il dolore indicibile. Siamo tutti figli di Dio meno quelli che vengono espulsi dal club e che non possono, a causa di alcuni insopportabili guasti nel fisico, fare un salto in chiesa col cappotto migliore prima della pasticceria. Chi non è in regola con le regole, via, fuori. Fuori dalla Chiesa. Probabilmente un piccolo prete non tanto intelligente da capire il vero senso di ciò che faceva, ha preso la decisione di umiliare il cadavere di un uomo morto di dolore, tenendolo sul marciapiede fumi dalla chiesa. Ma il gesto è stato compiuto, è stato approvato, non è stato negato, non ha provocato scandalo.
Ed ecco la conseguenza: quel gesto di indifferenza crudele da circolo del golf che umilia il socio non in regola con i contributi, nega tutti gli altri gesti buoni, fraterni, affettuosi, le 62 lingue della benedizione per tutti, le invocazioni di pace, le esortazioni al bene. È come sottrarre alla accettazione di una valuta il deposito di riserve che la sostiene. E' come negare in contemporanea, in diretta, su un piccolo schermo laterale che però tutti vedono, le grandiose scene di folla credente che appaiono, negli stessi giorni e ore e minuti, su tutti gli altri schermi.
C'è il seme nascosto, ma non tanto nascosto, della guerra santa, nel respingere il cadavere di un uomo che in nome della sua sofferenza chiede accoglienza. C'è perché la decisione è crudele, il giudizio è senza appello. E la sezione" credenti, dunque buoni" è una camera stagna senza altri passaggi che quelli autorizzati da un potere chiuso e sovrano. Tutto il resto sono parole.
Parole dei telegiornali che, per sicurezza, usano nei servizi giornalistici il linguaggio liturgico (sempre meglio mettersi al sicuro dalla cacciata dal club), parole anche belle e nobili e ispirate, ma troppo lontane e separate e diverse e alla fine indifferenti al rifiuto di un corpo che cerca misericordia.
Ecco il punto in cui si è spezzata l'immagine. Se resti - se non altro per pietà, che dovrebbe essere il più religioso dei sentimenti - accanto a quel corpo lasciato sul marciapiede, vedi per forza che non c'è traccia di amore, di carità e di quel potente sentimento umano che viene prima del perdono e induce così tanti a battersi contro la pena di morte anche quando riguarda il peggior criminale. lo sono l'altro, la sua sofferenza mi importa persino se non la conosco, so che non posso far finta che non esista il suo dolore. Quando tutto ciò vola via, e lo spazio vuoto dell'altro come me stesso viene occupato da un implacabile e invalicabile elenco di regole, siamo in un mondo cupo e antico di osservanti e di apostati, di credenti e infedeli, di ammessi e scacciati, di salvati e reìetti, e più le divisioni sono nette e invalicabili più il mondo si spacca fra santi e dannati, ovvero, la guerra santa. Dov'è cominciato l'oscuro crepuscolo che impedisce di vedere quale rischio corre il mondo fra città chiuse e persone abbandonate e non una parola per chi è rimasto chiuso fumi?
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Troppe leggi, troppi pochi diritti
Da La Stampa del 27 dicembre 2006, di Michele Ainis
Il 2006 si chiude con due fatti in primo piano sulla nostra scena pubblica, ma con un unico misfatto. C'è per l'appunto un nesso fra la tormentata approvazione della finanziaria e i tormenti di Piergiorgio Welby sul suo letto di morte: tale nesso chiama in causa la chiarezza del diritto. Era in ultimo questa la domanda posta da Welby nella sua lettera a Napolitano, sapere quali regole s'applicassero al suo caso, dove si situi il confine fra lecito e illecito. Era ancora questa la denuncia pronunziata dal nostro Presidente dopo il mostro giuridico allevato dal maxiemendamento, un atto di ripulsa contro leggi che rimangono occulte al cittadino, come nell'antica Cina fino al sesto secolo a.C., quando invalse l'uso di pubblicarle su vasi di ferro.
Ma la domanda di Welby non ha ottenuto risposte. Il monito di Napolitano è risuonato invano, come del resto accadde a Ciampi nel 2004 e nel 2002, o a Cossiga nel 1990. Anzi, la malattia si è incancrenita. Nel 1995 superammo il record mondiale di commi stipati all'interno d'un solo articolo della finanziaria: 244. Una legge illeggibile, un errore - o un orrore - che il governo dell'epoca promise di non ripetere mai più. Ma nel 1996 la cifra è lievitata ancora (267 commi), è infine raddoppiata nel 2005 (593 commi), è quintuplicata con la finanziaria 2006 (1365 commi, 338 pagine, milioni di parole come coriandoli, senza un ordito che ne orienti la lettura). Nel frattempo s'è via via gonfiato il mare delle leggi, rompendo l'argine della sicurezza collettiva.
C'è infatti un lungo corteo di vittime ai funerali del diritto. I cittadini in ostaggio della burocrazia, alla quale le nostre 50 mila leggi offrono un ombrello protettivo, perché da qualche parte si troverà pur sempre una norma che ne convalida gli abusi. O altrimenti in balia dei giudici, dato che in questa condizione la loro discrezionalità non s'esercita soltanto sul significato delle norme, bensì sulla scelta di quelle da applicare. Le imprese, che pagano costi formidabili all'incertezza del diritto. Gli stessi parlamentari, che ormai non sanno più nemmeno cosa votano, quando pigiano il bottone. E in conclusione la democrazia, nonché la legalità. Se infatti il diritto è inconoscibile - ha stabilito nel 1988 la Consulta - si può violarlo senza subirne conseguenze. Vale per il medico che ha chiuso gli occhi a Welby, ma vale altresì per il truffatore della porta accanto.
Il peggio è che l'inflazione normativa s'alimenta da se stessa, tende inarrestabilmente a peggiorare. Per forza: è un po' come una casa zeppa di cianfrusaglie infilate in ogni
dove. Se me ne serve una, faccio prima a riacquistarla che a trovarla. Sicché scrivo un'altra legge, e così impinguo il disordine. Nel 2005 tuttavia il governo Berlusconi ha fabbricato un cannone contro l'eccesso di diritto: la "taglialeggi", un meccanismo che prescrive di censire entro il 2007 tutte le norme vigenti, per poi abrogare entro il 2009 quelle anteriori al 1970 che non siano più ritenute indispensabili. Ora tocca a Prodi premere il grilletto. Sempre che un ministro, un sottosegretario, un consigliere gli rammenti che da qualche parte c'è un cannone, e c'è anche un nemico di cui prima o poi dovremmo sbarazzarci.