Editoriali ed interviste apparsi oggi sui quotidiani a proposito di Piergiorgio Welby
Nessun omicidio Il dottore è stato soltanto coraggioso
da Libero del 22 dicembre 2006, di Massimo Rossi
La morte di Piergiorgio Welby rischia purtroppo di rendere sterile, quantomeno nel breve periodo, il dibattito giuridico sulla fondatezza o meno della sua pretesa di essere lasciato morire attraverso il distacco dal ventilatore polmonare che lo teneva in vita. Resta infatti fermo il provvedimento del Tribunale di Roma che ha rigettato il ricorso considerandolo inammissibile. Provvedimento criticabile, perché contraddittorio e poco rispettoso della normativa vigente.
Una decisione, quella del giudice di Roma, che dopo aver accolto e ribadito i principi per cui Welby aveva ragione nel chiedere che venisse acclarato il suo diritto a non vedersi somministrare un trattamento terapeutico (il ventilatore polmonare) da lui non consentito in modo consapevole e perfettamente informato, è poi scivolata nell'errore indotto dalla confusione che il dibattito sul caso ha prodotto, mescolando a sproposito concetti quali eutanasia, accanimento terapeutico, divieto degli atti di disposizione del proprio corpo (art. 5 del Codice Civile), omicidio del consenziente(art.579delCodicePenale) e stato di necessità (art. 54 Codice Penale). Tutti argomenti interessanti, ma che nulla hanno a che vedere col caso.
Un errore, quello del primo giudice, che si è concretizzato nella finale attribuzione al medico curante di un potere discrezionale sulle terapie da somministrare al paziente, che contraddice la linearità e la semplicità di una situazione giudirica assolutamente formata e perfetta. Un errore che ha indotto lo stesso giudice a ritenere che, pur essendo accoglibile la tesi per cui Welby aveva diritto a veder staccare la spina, un vuoto "politico"e legislativo impediva la realizzazione del diritto dello stesso Welby, perché mancherebbero, a dire di quel giudice, norme di esecuzione pratica di quella volontà, ma, soprattutto, di quel diritto.
Un diritto, si badi bene, di rango addirittura costituzionale, perché garantito in modo chiaro dall'articolo 32 della nostra Costituzione: nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. Un diritto sancito con chiarezza dalla norma che costituisce la prima delle leggi cui il medico deve atteners: il suo codice deontologico, quell'insieme di regole inviolabili da un punto di vista etico prima ancora che professionale.
Dice infatti l'articolo 32 del Codice di Deontologia Medica: in ogni caso, in presenza di documentato rifiuto di persona capace di intendere e di volere, il medico deve desistere dai conseguenti atti diagnostici e/o curativi, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona. Fanno eccezione solo i trattamenti sanitari obbligatori, che trovano la loro necessità nella tutela della salute pubblica o di quella del soggetto incapace psichico. Nessuna discrezionalità, al contrario di quanto affermato dal Tribunale di Roma, era concessa al medico di Welby.
Si discute oggi, dopo che un diverso medico ha dichiarato di aver staccato la spina, se questo potrà essere incriminato per omicidio. La risposta è negativa e trova le sue ragioni in quanto detto sopra .Al contrario si è fin qui trascurato di valutare che, se un reato emerge da tutta la vicenda, è quello di cui proprio Welby è rimasto vittima: quello di violenza privata (art. 610 Codice Penale) commesso dai medici che gli hanno imposto una terapia contro la sua volontà. Né si può concordare con la tesi del giudice di Roma circa il vuoto normativo che avrebbe impedito l'esecuzione del pieno diritto del povero Welby.
La Legge offre infatti la risposta idonea attraverso l'articolo 612 del Codice di Procedura Civile,in applicazione del quale il giudice dell'esecuzione avrebbe potuto determinare le modalità di esecuzione del provvedimento, designando l'Ufficiale Giudiziario che deve procedere all'esecuzione e le persone che debbono provvedere al compimento dell'opera non eseguita. In parole più semplici, se il giudice avesse dato ragione a Welby(e l'ha fatto), un altro giudice avrebbe poi ordinato a un servitore dello Stato (l'Ufficiale Giudiziario) di eseguire il provvedimento con l'ausilio di personale tecnico(medici e infermieri).Quasi sempre le leggi ci sono e sono chiare e coraggiose. Spesso non può dirsi altrettanto della giustizia. Insomma, il povero Welby aveva ragione, ma non c'era bisogno di un giudice. Bastava un medico coraggioso.
"Lo affido nelle mani del Signore"
da Il Tempo del 22 dicembre 2006, di Paolo Luigi Rodari
"Penso a Piergiorgio Welby come a un fratello, anzi come a un figlio e in questo momento terribile vorrei innanzitutto affidarlo al Signore perché soltanto Lui può guardare nella sua coscienza e conoscerlo nel suo intimo. Vorrei dire a Welby che gli voglio bene, che prego per lui, che gli sono vicino in questo momento di passaggio. Tutto il resto sono soltanto chiacchiere che non mi interessano. Non mi riguardano i commenti di parte, non sono interessato a prendere le difese di una qualche posizione. Vorrei soltanto pregare per Welby e essergli in questo modo vicino. In questo momento penso a lui e Io immagino davanti al Signore e rispetto a questa cosa credo siano necessari esclusivamente il silenzio e la preghiera".
A parlare, a caldo, a poche ore dalla morte di Piergiorgio Welby avvenuta dopo che il medico Mario Riccio ha deciso di staccargli la spina del respiratore che lo teneva in vita, è il cardinale Ersilio Tonini, arcivescovo emerito di Ravenna-Cervia, porporato che più di tutti ha contribuito a portare la testimonianza della sua esperienza sacerdotale in tante trasmissioni televisive, per le quali è diventato una delle figure più conosciute e popolari della Chiesa in Italia. Ersilio Tonini è apparso sereno, quasi contento di poter dare la sua testimonianza su una persona, Piergiorgio Welby, che egli sente essere un amico, una persona che sente vicina anche per il fatto che, qualche tempo, fa fu lo stesso Welby a entrare in rapporto con il porporato nativo di Centovera di Sangiorgio Piacentino, attraverso una lettera fatta pervenire a casa del cardinale.
Lei ha conosciuto Welby?
"In un certo senso posso dire di averlo conosciuto. Qualche tempo fa Welby mi scrisse una lettera molto scherzosa e anche pungente in merito ad un mio articolo uscito su un quotidiano. Dissentiva da quanto avevo scritto. Eppure, nella sua lettera, mi sembrava volesse comunque parlare con me, avere un dialogo, cercare un rapporto direi quasi di amicizia e non era per nulla risentito delle mie parole. La sua era una lettera ironica ma anche gioiosa. In queste ore sono andato a rileggere quella lettera e mi è sgorgato dal cuore un afflato di tenerezza per lui. Ecco, tenerezza è il sentimento che provo per Piergiorgio Welby in questo momento. Ora ritengo che non sia arrivato il momento di esasperare i giudizi intorno a quanto è capitato, ma soltanto di essere consapevoli che, come diceva Sant' Agostino, innanzi a Dio unico testimone sarà la nostra coscienza. Ed è vero. È così: Dio solo ci conosce nel profondo, fin dentro l'intimo di noi stessi e ci ama incondizionatamente".
Cosa dire del medico che ha deciso di staccargli il respiratore e di coloro che in queste settimane si sono battuti perché a Welby fosse concesso di morire? Si è trattato di un omicidio a suo avviso oppure no? "Vorrei su questo punto sospendere il giudizio. Non voglio dire nulla in merito al gesto compiuto dal medico e da quanto hanno fatto le persone che volevano soddisfare le sue richieste. Credo che in questo momento, e ci tengo a ribadirlo con forza, siano necessari e d'obbligo soltanto il silenzio e la preghiera. Anche perché l'intimo di Welby, come quello di ogni uomo, lo conosce soltanto Dio 0 quale ama ogni uomo senza alcuna preclusione. Ora Welby è davanti a Dio. E un Padre quando sta davanti a suo figlio ha interesse soltanto al suo bene".
Nelle scorse ore il cardinale Javier Lozano Barragan, "ministro della salute" del Vaticano, ha detto che sarebbe favorevole ad una legge che permetta a chi lo desidera di rinunciare all'accanimento terapeutico, E su questo punto i pareri sembrano poter essere favorevoli nella Chiesa. Lei cosa ne pensa?
"Non credo serva una legge. E comunque queste sono cose a cui innanzitutto la politica è chiamata a rispondere. Sarà il parlamento a decidere in merito ai casi di accanimento terapeutico. È chiaro che - ma non mi sto riferendo a Piergiorgio Welby - nei casi in cui la morte sia oramai certa sia normale e anche lecito accettarla senza chiedere altro alla medicina, senza accanirsi in cure inutili. Anche Giovanni Paolo II, quando stava per morire, chiese che lo si lasciasse andare alla casa del Padre. La sua ultima frase fu: "Ora lasciatemi andare alla casa del Padre". È una cosa normale accettare serenamente la morte e Papa Wojtyla, in questo senso, fu un maestro. Egli si affidò esclusivamente e con fede nella mani di Dio e anche in questo fu di testimonianza per il mondo".
Wojtyla chiese che lo si lasciasse morire perché sapeva che oramai non c'era più nulla da fare?
"Non so rispondere con esattezza e non voglio nemmeno farlo, ma sono certo che lui fosse del tutto affidato nelle mani del Padre. Lui aveva fede in Dio e per questo motivo credo avesse capito che fosse giunta la sua ora. A parte Wojtyla, vorrei dare una testimonianza mia personale di due casi di persone che sono morte davanti ai miei occhi accettando cristianamente il volere di Dio sulla loro vita. Quando ero un semplice parroco a Salsomaggiore ho avuto la grazia di stare vicino a tante persone morenti e quegli attimi non so definirli in nessun altro modo se non dicendo che furono momenti mirabili. Ma la morte di due persone care, due persone della mia famìglia, mi è rimasta dentro al cuore in modo indelebile tanto che ancora oggi il loro ricordo mi fa commuovere. Una di queste persone era mia sorella. L'altra era mia mamma. Quando mia sorella comprese che stava per morire, fece chiamare una sua amica e le chiese, proprio nel momento più difficile, di aiutarla a recitare insieme il "Magnificat". Era consapevole che sarebbe trapassata e si affidò senza paure nelle mani della Madonna. Mia mamma, invece, morì che aveva soltanto cinquantaquattro anni. La sua morte fu un momento solenne. Chiamò tutti i suoi figli attorno al capezzale e ci chiese di recitare assieme il Rosario perché, ne era sicura, il giorno seguente sarebbe andata in cielo. "Diciamo insieme il Rosario perché domani morirò", furono le sue parole. Il giorno dopo peggiorò ulteriormente e verso sera ci lasciò. Morì serena e affidata a Dio".
"Lo disse Ratzinger: la morte non può essere impedita". Conversazione con Ignazio Marino
da Il Riformista del 22 dicembre 2006, di Tommaso Labate
"Sono scosso. Molto scosso. Ho ricevuto le telefonate della signora Mina e di Marco Pannella che mi hanno annunciato una lettera che il signor Welby, colpito dal colloquio che aveva avuto con me qualche giorno fa, mi ha indirizzato prima di morire". Parlando con il Riformista, Ignazio Marino, chirurgo di fama internazionale, oggi senatore dei Ds e presidente della commissione Sanità di Palazzo Madama, tradisce un po' di commozione. "Quando un medico incontra un paziente come Welby, con una patologia tale da non dare speranze di miglioramenti, di fronte a un corpo devastato dalla malattia, che non si muove ma fa ragionamenti sottili e lucidi...Come si fa a non commuoversi davanti a un uomo del genere?"
Ignazio Marino era impegnato in una diretta radiofonica quando ha appreso la notizia della morte di Welby. La sua lettera aperta al vicepresidente dell'associazione Coscioni, pubblicata da Repubblica, è stata attaccata da Eugenio Scalfari ("Che dire della crudeltà mentale di cui è intrisa?", ha scritto). La "distanza" tra la sua posizione e le parole del fondatore di Repubblica ha colpito il senatore diessino. "Naturalmente, io ho inviato il mio intervento ma non ho fatto, come lei può immaginare, il titolo con cui è stato pubblicato. Pensavo comunque di aver manifestato, anche in quello scritto, la mia posizione. Per me, ogni individuo ha il diritto di accettare o meno la terapia cui dev'essere sottoposto. C'è scritto nella Costituzione: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana"". Ignazio Marino aggiunge che "chiunque mi conosca dal punto di vista professionale può testimoniare che la "crudeltà mentale" è quanto di più lontano ci sia dal sottoscritto. Per quella lettera a Welby ho ricevuto centinaia di sms. Gliene leggo uno che ho conservato. Me l'ha inviato un collega che da anni vive nei reparti di terapia intensiva. Mi ha scritto: "Sono emozionato e commosso per lo spirito con cui hai espresso le tue idee a Piergiorgio Welby"".
Nel giorno della morte di Piergiorgio, Marino ricorda il loro incontro. "La malattia - dice il presidente della commissione Sanità del Senato - non dava a Welby alcuna speranza. Non avrebbe potuto più tornare a muoversi, a camminare, a scrivere con il computer. Durante il colloquio, gli ho chiesto più volte: "Ma sei davvero sicuro che vuoi morire?" La sua risposta è stata inequivocabile. In questo caso, non c'entrano nulla né l'eutanasia, né l'omicidio. Si trattava, ripeto, di rispettare la volontà espressa in piena coscienza".
Ignazio Marino difende l'operato del suo collega Mario Riccio, l'anestesista cremonese che ha assistito Welby nelle sue ultime ore. "Non saprei dirle in che situazione si è trovato il dottor Riccio anche perché nella mia esperienza non mi è mai capitato un caso del genere "a domicilio". Posso riportarle però l'esperienza che ho fatto negli Stati Uniti, dove ho lavorato per molto tempo. Laggiù, se un paziente fornisce indicazioni precise sul suo trattamento sanitario, un medico non può andare oltre. Se lo facesse, qualsiasi infermiere chiamerebbe subito il direttore sanitario".
Nel giorno in cui dalla Casa delle libertà più d'uno parla di "omicidio", Ignazio Marino invita i suoi colleghi parlamentari a più miti consigli. "Credo che sia nell'Unione che nella Cdl ci siano esponenti politici dotati di grandi capacità intellettuali. L'ha detto anche il presidente Napolitano: la gente non ci chiede di alzare i toni né di esasperare i contrasti. Anche perché, così facendo, non rendiamo alcun servizio al paese".
Marino è d'accordo con Napolitano anche sull'apertura di un confronto serio sulle questioni che Piergiorgio Welby ha posto nei suoi ottantotto giorni di battaglia politica. Il presidente del Consiglio ha ricordato ieri che la priorità è sempre la vita. E il senatore diessino, cattolico, interpreta le parole di Prodi citando Ratzinger. "Credo che il presidente del Consiglio abbia in mente quello che l'allora cardinale Joseph Ratzinger scrisse nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Proprio oggi sono andato a recuperare quelle carte in cui l'attuale papa sosteneva testualmente: "L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente"".
"Ognuno può dire basta a cure intollerabili" Intervista a Ignazio Marino
Il Giornale del 22 dicembre 2006
"Ognuno di noi ha diritto di chiedere l'interruzione di un percorso terapeutico quando lo ritenga non soltanto inappropriato ma anche intollerabile per se stesso". Il presidente della Commissione Sanità del Senato, il professor Ignazio Marino della Margherita, ha incontrato Piergiorgio Welby pochi giorni fa e si dice certo della sua determinazione a seguire la strada della "rinuncia a una tecnologia che riteneva inappropriata".
Non si tratta di eutanasia?
"L'eutanasia è un intervento attivo, di solito un'iniezione di cloruro di potassio che in pochi secondi fa cessare il battito cardiaco. In quel caso si uccide. In questo invece al contrario si sospende una terapia che si ritiene non appropriata e si configura come accanimento terapeutico".
Il Consiglio superiore di sanità aveva detto che nel caso Welby non c'era accanimento terapeutico.
"Non voglio polemizzare ma certe decisioni le può prendere soltanto il medico insieme al paziente: le istituzioni non possono inserirsi in questo rapporto perché soltanto il medico curante può far capire al paziente l'efficacia reale di una terapia".
La Cdl parla di omicidio.
"Chiedo ai responsabili politici dell'opposizione di non gridare e invece di aprire una riflessione senza piantare bandiere ideologiche. Nel Catechismi o della Chiesa cattolica è scritto che "l'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o da coloro che ne hanno legalmente il diritto sempre rispettando la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente"".
La questione è se siamo oppure no padroni del nostro stare al mondo. Conversazione con Giulio Giorello
da Il Riformista del 22 dicembre 2006, di Luca Mastrantonio
Il primo pensiero di Giulio Giorello, che approva il testamento biologico e più che di eutanasia parla di "libertà di suicidio", è alle sofferenze di Welby. Aggravate dalla spettacolarizzazione della sua vicenda politico-mediatica: "Mi dispiace che la vicenda si sia conclusa in questo modo, con una tensione psicologica e fisica molto pesante, che si è riverberata anche sui familiari. Detto questo, sono contrario all'uso dei casi personali come bandiere. Nessuno ha diritto di sindacare sulla vita delle persone, entrando nel loro cuore. La vicenda è stata un po' troppo spettacolarizzata, l'ho detto ai Radicali. Ovviamente rinnovo l'iscrizione alla fondazione Luca Coscioni, ma sono contrario a usare le sofferenze delle persone come vessillo. Come filosofo morale, sono portato a discutere e migliorare gli argomenti a sostegno di certi diritti che riguardano le nostre scelte future. Clienti dell'istituzione medica siamo tutti. Non stiamo parlando di Welby. O almeno non di lui soltanto. Stiamo parlando di noi".
Giulio Giorello, ordinario di Filosofia della scienza all'università degli studi di Milano, rilancia e sviluppa alcuni concetti già espressi nel libro scritto con Veronesi, La libertà della vita: "O noi pensiamo che non siamo padroni di noi stessi e del nostro corpo, e allora in questo caso rimettiamoci alla volontà dell'Onnipotente. Oppure, se siamo padroni del nostro corpo, non è una questione di legislazione. Il diritto a morire non è questione di legge. Non è che gli altri possano decidere per noi. Io questo diritto me lo prendo. Su questo punto differisco da Veronesi. Ovviamente ben vengano legislazioni eventuali. Mi auguro che in questo Parlamento approvino il living will, ma nessuna legge ci può espropriare una nostra decisione. Lo stato non ha il diritto di impicciarsi di come voglio vivere e morire. Io e solo io sono il giudice delle mie azioni. Come diceva l'irlandese John Mitchel, se io ho saldato i miei debiti e provveduto ai miei figli, posso fare quello che voglio".
Giorello torna su alcune critiche che gli sono state mosse da Avvenire. "Sostengono che io abbia teorizzato la libertà assoluta, ma non è vero. C'è un forte vincolo di rispetto verso altri. Dopo tante letture, battaglie culturali e politiche, ho ritrovato il mio eroe in un vecchio signore: Thomas Jefferson, il ribelle della Virginia, poi divenuto terzo presidente Usa. Questo per sgombrare anche il campo da quanti, a sinistra, prendono con il contagocce la grande democrazia americana. Jefferson diceva che un vicino di casa può credere in chi vuole e agire di conseguenza, purché non mi azzoppi o derubi. Ecco questo è il grande messaggio del libertarismo americano. Dico libertarismo e non liberalismo perché in Italia oggi si dicono tutti liberali. Le persone devono essere responsabili del proprio destino. Lo stato è come il guardiano notturno di Locke, deve controllare che non entrino i ladri in casa, ma non deve impicciarsi negli affari miei. I credenti obiettano che i diritti devono essere fondati su principi divini, ma io sono stanco di fondare o ridondare norme o codici morali, penso che si debbano migliorare quelle che ci sono".
A Giorello non piacciono le battaglie vetero-anticlericali: "Purtroppo questa è una battaglia di retroguardia, la difesa di un cittadino di uno stato, siamo costretti a combatterla perché siamo di fronte a un montante neofondamentalismo. Non so se sia peggio, a questo punto, quello islamico o quello papista. Io non ce l'ho con i cattolici ma, diciamo, con i papisti. Sia destra che sinistra fanno a gara per andare appresso al papa. Ratzinger teme che gli esseri umani decidano in base alle loro voglie, che io chiamo preferenze, come scrivono i teorici dell'economia del benessere come Stuart Mill e John Harsanyi". L'esempio negativo portato da Giorello è la Binetti, "è sconcio il discorso dell'obiezione di coscienza, ci sono ospedali laici dove una donna non può interrompere la gravidanza perché sono tutti obiettori di coscienza".
Per Giorello, Welby ha dato una "grande lezione" con il suo libro e le lettere, quella a Napolitano e quella ai direttori. "Sono state azioni ammirevoli, perché penso alla sofferenza, fisica e psicologica, che ha avuto. Mi sento schiacciato dall'idea di quanto deve essergli costata".
Tornando alle leggi, Giorello sostiene la posizione di Giuseppe Pisapia sul living will, ossia il testamento biologico, andando oltre alcuni rischi dell'eutanasia, fermo restando che considera il diritto al suicidio inalienabile: "Un living will potrebbe eliminare alcune perplessità anche legittime sull'eutanasia. Mi riferisco al rischio dell'abuso eventuale dell'eutanasia su coloro che non sanno esprimere in modo chiaro la propria volontà. Non amo l'eutanasia passiva e l'idea che qualcun altro decida per me. E poi ci sono casi di minori, bambini malformati e simili".
Una legge con il living will "liberalizza" il paese, continua Giorello, è "una buona prospettiva riformista. Ma non basta. Quando si ha a che fare con uomini e donne adulte, lo Stato non ha il diritto di mettere le sue zampacce. Anzi, come diceva Cromwell, non deve mettere le sue adunche unghie nella coscienza dell'individuo. Chi è religioso e vede la vita come un dono di Dio, come un affitto, scelga pure di soffrire, anche stoicamente. È un diritto sacrosanto, come è sacrosanto e inalienabile il diritto di scegliere diversamente. Non c'è burocrazia della morte che tenga, la scelta del vivente è libera. La modernità si apre con una battuta del filosofo ebreo e olandese Spinoza: a nulla pensa meno che alla morte l'uomo saggio, ma la sua è una meditazione non della morte bensì della vita. E Welby ha lottato per la vita, con coraggio, non possiamo che riconoscerglielo, con grande affetto e solidarietà. E soprattutto rispetto".
Ma la vita non va affidata alla burocrazia
da Il Giornale del 22 dicembre 2006, di Eugenia Roccella
Non ci siamo riusciti. Non siamo riusciti a trattenere in vita Piergiorgio Welby, a fargli capire che nessuna vita umana è indegna di essere vissuta, e tantomeno la sua, così ricca di volontà di farsi ascoltare, di intervenire, di aprire il dibattito pubblico su temi scottanti. La sua morte è un gesto politico, come sottolineano i radicali definendo il loro compagno "un grande leader"; ma è anche un fallimento, come sempre è una richiesta di morte.
Welby, attaccato al respiratore dal '97, pare che già allora avrebbe voluto rifiutare l'intervento di tracheostomia che gli ha permesso di continuare a vivere. Eppure in questi dieci anni, che gli sono stati regalati (dovremmo dire imposti?) dalla decisione della moglie di salvarlo, ha combattuto le sue battaglie, è stato vivo come non mai. Ci sarebbe piaciuto che Welby avesse scelto, come tanti altri nella sua condizione, di restare in questo mondo, magari anche per lottare contro l'inadeguatezza delle cure palliative nei nostri ospedali, o per porre il problema della dignità della fine. Non è andata così; lui se n'è andato, e a noi restano i dubbi angosciosi, le polemiche politiche, le questioni di diritto.
E' stata eutanasia? La legge italiana è stata violata? Se lo è stata, e questo lo accerterà la magistratura, la scelta è stata tecnicamente superflua, ma politicamente consapevole.
Welby poteva essere accompagnato a una morte senza sofferenze nel rispetto della normativa attuale. Il paziente ha, in qualunque momento, il diritto di sospendere un trattamento che non desidera, e se questo provoca sofferenze, può ricorrere a tutte le terapie a disposizione (assolutamente efficaci) per eliminarle.
Ma Welby ha sempre chiesto una sedazione che lo portasse immediatamente alla morte, e questo è stato fatto. Quel tubo era una forma di accanimento terapeutico? ll Consiglio Superiore di Sanità ha suggerito che no, le cure erano proporzionate alla gravità della condizione del paziente, il quale non era un malato terminale. Nei prossimi giorni ci si arrotolerà intorno a queste domande e ad altre, ed è facile prevedere che la tragedia personale di Welby diventerà più che altro un caso di accanimento ideologico che impedirà di trattare la questione della morte con la cautela e la delicatezza necessarie.
La prima conseguenza del modo che i radicali hanno scelto per far entrare di forza l'eutanasia nell'agenda politica è il ricorso alla magistratura, perché tutto deve essere chiarito dalla rigidità di un preciso articolo di legge, tutto deve essere normato, e ogni situazione deve essere incasellata in una casistica. E' sorprendente come i radicali non si rendano conto che, insistendo in questa direzione, la libertà individuale, che a parole si vuole difendere, verrebbe stritolata dalla spersonalizzazione burocratica. Poiché è impossibile che l'infinita varietà delle storie personali possa rientrare in una legge, si aprirebbe la strada (e già con Welby si è effettivamente aperta) all'interpretazione dei tribunali, all'appello ai giudici. E si è visto, con Terri Schiavo, dove questo possa portare: per esempio a genitori che assistono impotenti all'agonia della figlia, con le forze dell'ordine schierate accanto al letto per impedire persino un'ultima carezza. Non dobbiamo dimenticare che la giustizia americana decise la morte di Terri per rispettare la sua volontà, espressa di fronte al marito; dunque in nome di una libera scelta soggettiva. Non resta che sperare che il gesto estremo di Welby non finisca per ritorcersi contro i malati come lui e come Terri Schiavo.
Welby non c'è più. Amen
Libero del 22 dicembre 2006, di Vittorio Feltri
Ha avuto quello che voleva e aveva chiesto con insistenza: Welby è morto. Una mano pietosa ha staccato la spina del respiratore automatico, come sapete e come tutti immaginavamo sarebbe accaduto, e lui se ne è andato affidando l'anima al Padreterno, segno che era pure credente o quantomeno lo era diventato - accade a molti, quasi tutti - al momento di salire sulla barca nera di Caronte. Un'altra mano pietosa gli ha praticato una iniezione di sedativo allo scopo di lenire le estreme sofferenze, quelle del fiato che manca, dell'aria che non va giù, della gola che si stringe e provoca un senso insopportabile di soffocamento.
Che male c'è ad aiutare un cristiano a volare via da questa terra, quando la esistenza è solo una pena, non ha un presente né un futuro, non offre nulla se non l'attesa di chiudere gli occhi? Per quanto mi sforzi di trovare un motivo di rimprovero contro chi si è adoperato per realizzare il desiderio di Welby - uscire di scena con serenità -, resto dell'idea sia stata imboccata la strada meno tortuosa: un addio senza rimpianti.
Non so se ciò costituisca reato oppure sia tollerato dalla nostra lacunosa legislazione. Sento però che ha prevalso il buon senso, anzi, il senso pratico, quel sentimento che prescindendo da norme e pandette punta dritto al nocciolo del problema: porre un termine alle torture inflitte dalla natura (orrendamente crudele per definizione) a un essere umano privo di colpe ma non di sensibilità.
In questa vicenda - forse l'ho già scritto -hanno messo il becco tutti ma proprio tutti: sacristi, parroci, vescovi, teologi, filosofi, psicologi, sociologi, pubblici ministeri, giudici di vario livello, moralisti, politici e commentatori. Ciascuno ha detto la sua più o meno in buona fede. L'unico che pareva non aver titolo per esprimersi era lui, il malato, il solo che provasse sulla sua pelle il dolore scatenato da un morbo implacabile. Un dibattito mostruoso, un monte di parole gratuite: bisogna fare così, bisogna fare colà. La vita è un dono, la vita è un bene prezioso, non ci è consentito rifiutarla. Retorica, storielle edificanti: dedichiamo i nostri spasimi a Dio, espiamo i nostri peccati.
Come è facile sdottoreggiare sul corpo inerte e sull'anima ferita degli altri. I tribunali che decidono di non decidere. I politici che discettano e prendono tempo. Gli editorialisti che arrotano il loro periodare elegante e denso di presunzioni. Ma andate al diavolo signori parolai e lasciate che la gente provveda a se stessa, niente imposizioni, nessun obbligo e nessun divieto.
Probabilmente alla morte agognata da Welby seguiranno code velenose, e qualcuno avrà delle grane giudiziarie: la persona che fisicamente ha staccato la spina, il medico che davanti alle smorfie dell'agonizzante ha praticato l'iniezione analgesica o anestetica o come diavolo preferite definirla. Si aprirà un'inchiesta. Si svolgeranno interrogatori. Chi griderà al delitto, chi invocherà misericordia. Altre chiacchiere, chiacchiere vane.
Abbiamo però una speranza. Che la vicenda tribolata del nostro amico Welby serva a qualcosa, dopo l'inconcludente piagnisteo delle prefiche votive. Serva a scuotere il mondo politico e lo spinga a riconoscere che ogni cittadino è padrone di sé e merita d'essere legittimato a scegliere il proprio destino quando il corpo è ridotto a contenitore dolente di organi incapaci a svolgere la loro funzione. La libertà non è una gran pretesa; spetta a tutti, specialmente a chi non può abusarne se non su se stesso.
Accanimento della provocazione. Il trapasso statalizzato
da Il Giornale del 22 dicembre 2006, di Maurizio Belpietro
In cinquant'anni di vita il Partito radicale ci ha abituati alle sue battaglie di disobbedienza civile. Ricordate gli aborti praticati da Emma Bonino per spingere la classe politica a fare una legge che consentisse l'interruzione di gravidanza? Il rifiuto a indossare la divisa per far approvare il diritto a non impugnare un'arma, svolgendo un servizio civile alternativo a quello militare? O - ancora - l'hashish distribuito da Marco Pannella per indurre il Parlamento a liberalizzare le droghe? Quelle dei militanti della Rosa nel pugno erano autentiche provocazioni, pugni nello stomaco con cui gli stessi radicali erano pronti a rischiare l'illegalità pur di richiamare l'attenzione su un problema. Le loro erano scelte politiche studiate ad arte per suscitare scandalo, finire sui giornali, aprire processi in cui, alla fine, non loro - i radicali - ma le questioni degli aborti clandestini, dell'obiezione di coscienza e dello spaccio di droga finissero sul banco degli imputati.
Si può essere d'accordo - e talvolta noi lo siamo stati - o meno su quelle "disobbedienze civili", ma è fuor di dubbio che i radicali mettevano in gioco loro stessi, anche dal punto di vista penale, pur di costringere il Paese a discutere, pur di riuscire a smuovere l'opinione pubblica e la politica.
Nel caso Welby però ci sembra siano andati oltre il pugno nello stomaco. Ciò che resta di quel partito appare vittima, stavolta, di un riflesso condizionato che lo condanna al ruolo di disobbedienza, senza rendersi conto che in gioco non c'era il diritto alla "canna" giornaliera o quello di non tenere in mano il fucile, ma una vita umana.
Confesso che il dramma di Piergiorgio Welby mi ha colpito e ha suscitato in me profonda tristezza. E non solo per il dolore di un uomo che soffre e non riesce più a vivere, ma anche per una vita piegata alle esigenze della battaglia politica: una campagna condotta in nome del diritto alla morte garantito per legge. Durante la conferenza stampa in cui i radicali hanno annunciato la morte dell'ex pittore non ho trovato traccia del dolore per la fine di questa vita.
Il tono delle frasi pareva quello di una vittoria per mettere il Paese di fronte al fatto compiuto: Welby è morto, eutanasia è fatta. La provocazione ha conseguito l'obiettivo. La disobbedienza civile ha avuto il sopravvento e per i radicali il successo politico è ottenuto: il medico che ha staccato la spina probabilmente sarà indagato. Si farà un processo. Ci sarà, nuovamente, grande clamore mediatico. Si aprirà dunque un caso e il Parlamento non potrà rimanere inerte. Welby è morto, viva Welby. Se avesse continuato a vivere, prima o poi il dibattito sull'eutanasia sarebbe stato accantonato. Così invece non sarà.
Ciò che sconcerta è la sbrigatività con cui si liquida una vita, il cinismo con cui si reclama la morte garantita dallo Stato. Anzi, morte assistita dallo Stato o dai suoi rappresentanti. Perché è questo il nocciolo del problema: la morte, per loro, dev'essere un diritto sancito per legge. Un diritto da delegare perché qualcuno esegua.
Si obietterà: Welby voleva morire, Welby non voleva più vivere in quel modo. Lo so, e mi domando: chi stabilirà qual è il modo giusto in cui si può decidere che non si vuole più vivere e si lascia ad altri il compito di staccare la spina? Solo in caso di sclerosi che ti paralizza in un letto o anche in altri casi? Chi deciderà a che punto si può ricevere aiuto per morire? Risposta: l'individuo stesso, basterà un testamento biologico. Ognuno metterà per iscritto quando e se staccare la spina. Semplicissimo.
La verità è che alla fine a deliberare sarà sempre un comitato, di giudici o esperti. Rappresentanti dello Stato decreteranno la modica quantità di vita che dà diritto alla morte. Una commissione sentenzierà se ci sono le condizioni per accedere all'assistenza per andare all'aldilà.
Che orrore e che terrore. Già lo Stato ci prende per mano appena nati e ci assilla fino alla morte. Così ci aiuterà anche a raggiungerla più in fretta, se lo vorremo o se avremo - qualche anno prima - espresso il desiderio di essere assistiti nel trapasso. È la statalizzazione della fine di una vita. Quasi un fatto burocratico. Si compila un modulo e si attende. E la chiamano battaglia di civiltà.
Il suo diritto di scegliere, il nostro dovere di rispettarlo
da Il Riformista del 22 dicembre 2006, di Orlando Franceschelli
"Io amo la vita". È con queste parole semplicissime e toccanti che Piergiorgio Welby ha sempre accompagnato la sua decisione di porre fine alla sua lunga sofferenza. Amore per la vita, libertà di poterne disporre, pene divenute non più tollerabili: dimenticare uno solo di questi tre punti, significa precludersi ogni comprensione rispettosa, solidale e costruttiva della vicenda umana e pubblica di Piergiorgio. Qualcuno che si eserciterà in una simile dimenticanza, certo non mancherà. Ma con la sua vita e la sua morte, Welby ci ha offerto una testimonianza che veramente non suscita soltanto umana partecipazione. Richiede di più: ci impegna a rimuovere le intolleranze ideologico-religiose e le strumentalizzazioni politiche che ancora impediscono di affrontare con la necessaria laicità il punto decisivo e ormai ineludibile di tutto il confronto su questi temi eticamente sensibili: il riconoscimento del diritto all'uscita volontaria dalla vita. Quello che Piergiorgio si è ripreso. Pur amando la vita. Pur essendo amato con dedizione estrema. Quella con cui la moglie Mina l'ha saputo accompagnare per anni. E fino all'ultimo addio.
Per chi è credente, la vita è un dono del Creatore. È qualcosa di sacro, che non ci appartiene e di cui non si può disporre. Al punto che l'uscita volontaria dalla vita è la ribellione estrema all'ordine della stessa creazione divina. Giuda, diceva già Agostino, nel momento in cui si è tolto la vita, ha peccato contro Dio perfino più di quando ha tradito Gesù. Da qui anche da parte della chiesa cattolica la condanna dei suicidi. Inappellabile al punto da negare loro perfino funerale e sepoltura religiosi. Ma, come riconoscono non pochi ed eminenti teologi, solo un estremo furore integralista potrebbe indurre a non riconoscere i propri convincimenti etico-teologici debbano valere anche per quei cittadini che alla vita e alla morte guardano al di fuori di ogni logica religiosa o di sacralità. A cosa pensano dunque i nostri cattolici anche impegnati in politica: a far passare per una colpa morale la mancanza di fede religiosa? Oppure a provare effettivamente a dialogare non con l'arbitrio relativistico, ma con le umanissime e solide ragioni di altri protagonisti della sfera pubblica, che si sentono responsabilmente titolari anche della libertà di morire, del diritto di poter ritenere ormai non più sopportabile, non più vita, la condizione di sofferenza o di umiliazione nella quali si trovano?
La predisposizione degli opportuni strumenti giuridici che rendano finalmente praticabile sia il testamento biologico, sia il potersi sottrarre ad ogni forma di accanimento terapeutico, è auspicata da più parti. E nessuno ovviamente propone che venga riconosciuto a qualcuno il diritto a sopprimerne con una morte dolce e dignitosa la vita di un altro.
Ma proprio l'opposizione a fini riforme di eutanasia e ad ogni tipo di accanimento terapeutico, non può portare ancora una volta ad eludere la questione decisiva sollevata da Welby: il diritto all'uscita volontaria dalla vita anche da parte di un malato impossibilitato praticamente a metterla in atto da solo. E la cui condizione di sofferenza, come tutti sappiamo, può essere ormai prolungata fino all'inverosimile dalla tecnica medica. E vero piuttosto il contrario: solo un confronto laico e costruttivo sulla questione decisiva della libertà di morire, può far fare passi avanti significativi anche a livello politico-parlamentare.
Tanto più se non si dimentica l'altra, grande lezione che Piergiorgio e chi gli è stato vicino hanno saputo darci: l'amore dignitoso e struggente per la vita che ha sempre accompagnato la sua decisione di porre fine ad una condizione che ormai non riusciva più ad apparirgli come una vita degna di essere vissuta. L'operosa sollecitudine per chi soffre è un dovere al quale tutti dovremmo essere sensibili. Ed a cui è sempre bene essere richiamati. Ma come non riconoscere che l'amore autentico è anche e forse soprattutto amore e rispetto della libertà altrui ed ancora di più del suo diritto a giudicare il senso e la sop-portabilità di una sofferenza sua e di nessun altro. Non contrapponiamo più libertà e amore. Sia della vita, sia degli altri. Farlo vorrebbe dire veramente mancare di ogni umana e rispettosa comprensione per la decisione di Piergiorgio Welby e di chi gli è stato accanto. Comprensione, appunto, non umana misericordia: capacità di confrontarsi veramente con quei sentimenti e quei pensieri che in ognuno di noi suscita un atto di libertà così estremo e autentico.
Preferirei la morte del cugino Michele. La libertà come tanatofilia non mi va. Però ho orrore per la sola idea dell'obbligo di cura. Il gesto pubblico del radicale Welby è controverso, il suo privato bisogno di riposo no
da Il Foglio del 22 dicembre 2006
Sogno una morte diversa da quella di Piergiorgio Welby. Preferirei di no. Preferirei la fine del cugino Michele, una casa di provincia linda come non è mai stata, una stanza da letto che sembra un sacrario di specchiere e madie senza un grammo di polvere, le visite dei parenti e degli amici che sono accolti nel tinello dalle donne di famiglia e dai bambini, poi introdotti discretamente dal malato semicosciente che subisce le loro carezze, un viso sofferente e rassegnato sfiorato dall'amore al cospetto di lenzuola bianche come la luce del mattino d'estate, i cateteri nascosti con pudore, e forse anche la foto del Papa, forse anche un frate pieno di bonomia che mi sfruculia e mi dice che sono sulla via del ritorno. Il mio è un sogno laico, non credente, di chi non accetta la banalizzazione della vita anche attraverso la serializzazione della morte come sfida analgesica al significato del dolore. Ed è anche un sogno a cui non posso dire di saper corrispondere, quando la realtà si metterà ad inseguirlo. Penso anche che una società in cui si muore così come il cugino Michele ha un rapporto più stretto e fiducioso con la verità, qualunque essa sia, massima delle verità essendo quella che io agisco da uomo libero ma non sono il mio padrone. Chi sia il padrone, poi si vedrà faccia a faccia, ma ora, nell'enigma, so di non esserlo io stesso.
Tuttavia capisco il bisogno di requie, capisco il requiem laico di Welby e dei suoi compagni, compreso il medico anestesista che su sua richiesta lo ha sedato e ha staccato la spina. Sono contrario all'eutanasia per legge, che è la sostanza del problema dissimulata con grande e legittima abilità politica nella campagna di cui Welby ha voluto essere il banditore, ma non posso approvare l'obbligo di cura, che è una contraddizione in termini, e non posso negare ad alcuno le terapie sedative della sofferenza fisica quando la vita si esaurisce, per lo meno nel corpo. Vorrei che la norma giuridica se ne stesse il più possibile lontana dalla legalizzazione della morte, che ha già fatto progressi abbastanza spettacolari con il trionfo culturale e la pratica indiscriminata dell'aborto, con il protocollo di Groningen sull'eutanasia dei bambini ammalati, con lo spegnimento coatto per sentenza comminato a Terry Schiavo, con un disprezzo per il vicino che genera terrore senza fine e impone la brutta e bronzea legge della guerra giusta in soccorso del convivere e della tranquillità dell'ordine. Le uniche norme che accetto sono quelle a difesa della vita dal suo inizio alla sua fine naturale, con la depenalizzazione dell'aborto come eccezione assoluta e non come forma relativistica di controllo della riproduzione o di contraccezione ex post.
Tuttavia considererei una sciagura un processo nato dal caso Welby, e idiota il grido di "assassino" indirizzato a coloro che hanno realizzato la sua volontà, amministrando il loro culto attraverso una strana forma legale di disobbedienza civile. Il culto radicale per le libertà civili, che ormai sistematicamente si converte in battaglie religiose intorno all'idolo giacobino dei diritti dell'uomo, compreso il diritto di ordinare la propria morte o comminarla ad altri in nome della libertà di vivere come si vuole, io lo combatto. Ma se i radicali, nell'ambivalenza che è propria di ogni guerra religiosa, si fanno scudo dell'orrore che non si può non provare per la sola idea dell'obbligo di cura, abbasso la mia lancia. Tra i radicali, per la sua e per la mia dignità, annovero anche Welby. Il cui gesto pubblico è ovviamente controverso. Il cui bisogno privato di riposo, imperativi della fede a parte, non lo è.
La risposta ai teorici del niente
da Il Giornale del 22 dicembre 2006, di Filippo Facci
La risposta è questa: niente. Io rovescio la domanda, e chiedo a quei tanti che da settimane declamavano solo ciò che non andava fatto: dite, che cosa andava fatto? Mascherata da astratta difesa della vita, la loro implicita risposta resta questa: niente. Bisogna lasciare le cose come stanno. Bisogna lasciare che il caso Welby possa sembrare solo l'ultima baracconata dei Radicali, bisogna lasciar credere che Piergiorgio Welby fosse un depresso che chiedeva l'eutanasia: e non un uomo coraggioso che da anni aveva chiesto di poter evitare quella morte per soffocamento che nessun respiratore gli avrebbe infine evitato, un uomo che negli ultimi giorni di vita, invitato a resistere, rispose che non voleva più restare nel braccio della morte.
Un uomo che ha cercato di percorrere una via di legalità formale, un uomo come i tanti che si sono immolati in un Paese incapace di non procedere a strappi, un uomo che mercoledì notte ha chiesto che gli fosse staccato il respiratore non certo sulla base dei tempi della politica o della magistratura e purtroppo dello sciopero dei giornalisti: ha scelto e basta, ha rifiutato l'elemosina di un distacco clandestino, e non esiste il rischio che diventi una bandiera come teme qualche onorevole: lo è già. Ma ciò non si vuole. E allora bisogna lasciar credere che il nostro Paese non abbia neppure bisogno di una normativa più chiara: e non sull'eutanasia, che nessuno o quasi realisticamente chiede, ma sul maledetto accanimento terapeutico o sulla possibilità di un testamento biologico, sul cosiddetto consenso informato, ciò che c'è in tutta Europa mentre da noi c'è questo: niente.
È così chiara, la norma, che abbiamo delegato la vita o la morte di Welby alle carte bollate dei tribunali, oppure a medici secondo i quali per legge non si poteva intervenire mentre un altro medico ha pensato evidentemente di sì, sicché la spina l'ha staccata. È chiarissima, la norma.
È per questo che anche il Consiglio Superiore di Sanità ha chiesto una nuova legge per distinguere tra accanimento e cura: perché è chiara. La verità, a latere del nostro prezioso dibattere, è che il fisiologico ritardo culturale della politica ha registrato un ulteriore distacco dalla realtà. Le opinioni sui giornali sono lampanti, ma mai abbastanza da illuminare il grigio di quella clandestinità italiana dove il decesso di centinaia di migliaia di persone è accompagnato da un intervento non dichiarato dei medici.
È stata un'indagine del Centro di Bioetica dell'Università Cattolica di Milano, e non di Pannella, ad aver appurato che il 3,6 per cento di essi ha praticato l'eutanasia e il 42 per cento la sospensione delle cure, tipo appunto staccare un respiratore. È una rivista autorevole come Lancet ad aver sostenuto che il 23 per cento dei decessi, in Italia, è stato preceduto da una decisione medica, e che il 79,4 per cento dei medici è disposto ad interrompere il sostentamento vitale. Ma come stiano realmente le cose non interessa: la Commissione affari sociali, ieri l'altro, ha inspiegabilmente respinto la proposta d'istituire un'indagine conoscitiva sul fenomeno. Si fa, non si dice né si deve sapere. È questa la morale molto italiana che avvolge un dibattito che Welby chiese al Presidente della Repubblica, ricevendone in cambio questo nostro fumo: del resto si trattava solo di aspettare che morisse, scambiando per vita la sua agonia. Ora è finita.
Chi lo amava, chi nei suoi occhi leggeva ormai solo la più terrificante delle umane coscienze, chi in quella stanza osservava la morte che pazientava con clinica certezza, senza fretta, così da poterlo gratuitamente torturare, ora dice grazie.
Va ringraziato
da Il Riformista del 22 dicembre 2006, di Oscar Giannino
È la parola alla quale tutti si dovrebbero attenere, nel caso Welby. Dignità dell'uomo, dignità del malato, dignità del malato che chiede consapevolmente di cessare l'accanimento terapeutico, dignità di una politica che dovrebbe assumere di fronte a questo tema toni e contenuti diversi dalle contrapposte scomuniche a colpi di roboanti princìpi che non c'entrano nulla con ciò che ci si trova di fronte. Per quanto mi consta dalla conoscenza diretta di padiglioni ospedalieri e di malati affetti da patologie attualmente da considerare irreversibili o comunque avviate allo stadio terminale per inefficacia delle cure, non ho dubbi sul fatto che staccare la ventilazione forzata, di fronte alla dichiarata e consapevole coscienza del paziente di non intendere affrontare oltre il calvario della sofferenza, non configuri affatto la fattispecie dannatamente scivolosa dell'eutanasia. La norma costituzionale che afferma il diritto del malato non chiede affatto una normativa prescrittiva e casistica, per la sua attuazione, ma una semplice norma di principio che lasci ai medici la libertà o meno di attuare il pieno diritto del paziente. E se il medico c'è, che decide di dare attuazione alla disposizione di ultima volontà del malato, non c'è reato. Né sacrilegio. Né disprezzo della vita. Né trionfo della tecnica onnipotente sull'etica. Né superomismo polemista sul mistero della vita di cui tutti siamo espressione caduca ed ef-fimera, dal punto di vista fisico e biologico. Niente di tutto ciò che infiamma le polemiche di una politica acchiapavoti sulle crociate, ha a che fare con la scelta consapevole di Piergiorgio. Che va solo ringraziato, per aver voluto fare della sua dolorosa esperienza personale una testimonianza pubblica, invece di soddisfare silenziosamente la sua richiesta accettando magari di pagare un infermiere per la bisogna, come invece accade nella quotidiana realtà che la politica finge o si ostina a non vedere.
È morto come un eroe moderno
da Il Riformista del 22 dicembre 2006, di Emanuele Macaluso
Piergiorgio Welby è morto, lucido e fermo nei suoi convincimenti, rivendicando la libertà di coscienza e la laicità di uno Stato che dovrebbe garantire i diritti individuali, compreso quello di vivere e morire. Piergiorgio, quindi, è morto come un combattente, un eroe moderno. In questa vicenda, la sommità della lunga scala nazionale dell'ipocrisia è stata toccata non dalla Chiesa, che svolge il suo ruolo anche nella società, ma da organi dello Stato come il Consiglio superiore di sanità, il quale ha "scoperto" che Welby era lucido e quindi non c'era accanimento terapeutico, anche se non era in condizione di eseguire le sue volontà, così come avrebbe fatto liberato dalle macchine che ormai gli rendevano la vita insopportabile. Ipocriti sono gli uomini politici che vogliono, per motivi elettorali, ingraziarsi le gerarchie cattoliche. Ancora una volta i radicali hanno individuato un tema affrontato laicamente in tutte le società moderne e hanno fatto una battaglia che noi abbiamo sostenuto con convinzione e continueremo a sostenere in nome della libertà di tutti, anche di quelli che hanno opinioni diverse e non vogliono praticare né il divorzio né l'aborto né la fecondazione artificiale né l'eutanasia.
Campanile e "Il povero Piero" (Welby)
da La Voce di Romagna del 22 dicembre 2006, di Simone Mariotti
"Il povero Piero" è un romanzo umoristico che con tagliente ferocia, Achille Campanile scrisse nel 1959, quando oramai era sparita dalla circolazione la vittima predestinata dei suoi primi romanzi, quella piccola borghesia del ventennio da lui dileggiata in tutte la sue paranoie in una serie di capolavori come "Agosto moglie mia non ti conosco", "In campagna è un'altra cosa" , "Se la luna mi porta fortuna" e nelle lapidarie "Tragedie in due battute" che arricchivano i giornali della prima metà del Novecento.
Ne "Il povero Piero" il suo bersaglio cambia. Il lettore è ossessionato da un circo di isterismo collettivo, di figure psicotiche che aleggiano attorno al cadavere di Piero, sballottato qua e là, ricoperto di ridicoli epitaffi dall'esperto in necrologi che alla notizia di un decesso "s'illuminava tutto, s'animava, pareva ringiovanito di dieci anni, mentre due grossi lagrimoni gli scorrevano lungo le guance".
E' il tabù della morte che viene svelato. La morte dissacrata, senza dissacrare il morto (che in realtà non è ancora morto) ma facendosi beffa della comune ipocrisia (e vigliaccheria), che se una volta colpiva solo i defunti, oggi, grazie alla tecnologia, se la prende anche con chi morto naturale lo sarebbe, ma con sofferenza atroce, e guai a sedare un dolore in Italia.
Campanile è tornando alla ribalta da qualche tempo, e per una coincidenza, proprio mentre io ero con altri amici alla veglia di sabato sera per e con Piero Welby, al Teatro del Mare di Riccione la compagnia Attimatti, ha messo in scena alcuni sketch di tratti proprio da "Il povero Piero" ed da altri episodi "mortuari" di Campanile, avendo l'arguzia di intitolare lo spettacolo "Morti o. quasi". Si leggeva nell'invito: "La morte viene sdrammatizzata non solo in quanto evento non sempre infallibile, ma anche in quanto motore che muove "le marionette" umane di chi rimane, mostrando la parte più ridicola e assurda del comportamento dei vivi".
Dal ridicolo e assurdo (come le posizioni pilatesche di gran parte del mondo medico, politico e giudiziario), purtroppo da un po' di giorni attorno alla vicenda di Piero Welby si è passati all'osceno. Ed oscenità per oscenità sono arrivato a dovermi sentir dire, persino dal Codacons, che sto strumentalizzando Piero.
Achille Campanile chiude il suo romanzo così (recuperando un suo testo degli anni venti sulla morte), e lo faccio anch'io oggi, senza dire altro a chi è troppo piccolo e meschino per capire, abbracciando Piero con tutto l'affetto possibile, che sono sicuro apprezza, prontissimo anche lui per l'eternità.
"Soltanto il morto sembra aver capito la situazione ed essersi messa l'anima in pace. Finché c'è vita c'è speranza. Finché c'era un filo di speranza, anch'egli s'è agitato, ha fatto gesti incomposti e detto parole insensate. Ma ora non più, ora è l'unico che sappia fare la propria parte. Guardatelo. E' morto da poche ore e già pare praticissimo di queste cose. Tra fiori e candele, steso sul letto, vestito del suo abito migliore, ha già assunto quell'aspetto impenetrabile, quel pallore, quell'immobilità, quella freddezza caratteristiche. Insomma, ha già quello che i francesi chiamano physique du rôle. Tutti i vivi s'agitano come pulcini nella stoppa Rivelando un'impreparazione deplorevole. Nel morto, nessuna sorpresa. Si direbbe che in vita sua non abbia mai fatto altro che morire. Guardatelo come è steso sul letto. Non dà retta a nessuno, non fa commenti.
"Ma come? Se poche ora fa pareva non volesse mai staccarsi dalle persone e dalle cose che lo circondavano? Possibile che si sia già rassegnato?".
"Che vuol che le dica? Non s'occupa più di nessuno, nemmeno di se stesso. Lo vestano, lo svestano, lo chiudano in una cassa, se e disinteressa completamente".
"Se vogliono lasciarlo lì, ci resta".
"Vogliono pregare? Preghino".
"Piangere? Piangano".
"Sta lì, fermo, e lascia fare tutto".
"Tranquillissimo".
"Come si trattasse d'un altro, avete notato?".
"Ma dove avrà imparato a fare così bene il morto?".
"Non arrivo a capirlo. E non è questione di cultura, d'età o d'altro. I poveri lo sanno fare come i ricchi. I sapienti come gli ignoranti. Giovani e vecchi, fin dal primo momento dopo che son morti, se ne stanno col medesimo assenteismo".
"Guardatelo, com'è disinvolto, e imparate. C'è niente da ridire?".
Viene il medico del municipio, tocca, esamina, lo trova perfettamente a posto. Dice:
"Fategli un clisterino".
E se ne va approvando pienamente.
Viene il prete, benedice il defunto, che lascia fare. E se ne va.
Vengono gli amici e hanno la sorpresa di trovarlo già perfettamente ambientato sul letto di morte. Non ha messo molto a prendere il nuovo aspetto. I sopravvissuti balbettano smarriti:
"Ma come? Ma quando?".
Lui non ci pensa nemmeno. Non ha perso un minuto. Ha preceduto tutti nel farsi, come si suol dire, mente locale. E' già pronto per l'eternità. Bravo!".
Come noi radicali ricevemmo nel 2002 un Sos da un certo P. Welby
da Il Riformista del 22 dicembre 2006, di Sergio Giordano
Chi era Welby e cos'è stato per me lo può anche capire il lettore acquistando in libreria il suo libro: Lasciatemi Morire! (edizioni Rizzoli, 9 euro). Un libro testimonianza che una carissima amica mi aveva sottolineato che sarebbe stato difficile da regalare per il Santo Natale. Ritengo che, mediante i media, il caso Welby ora sia abbastanza conosciuto e diventerà sempre più imbarazzante per chi desidera la pace sociale. Con il mio Comandante Piero, ovvero il Calibano, io umile skipper e tutto l'equipaggio di questa zattera di pazzi e di dannati siamo riusciti a denunciare all'opinione pubblica il tema della tecnologia medica che permette agli organi di vivere creando corpi funzionanti ma senza intelletto oppure, come nel caso di Welby, corpi inanimati ma con cervelli dotati di sensazioni e di progetti, di ansie e di dolori spesso insopportabili.
I primi ad avvertire un senso di impotenza sulla battaglia di Piero sono stati proprio i medici anestesisti che, in scienza e coscienza, sanno bene quando sarebbe opportuno staccare la spina ma temono di essere lasciati soli di fronte a eventuali denunce di parenti intristiti e impreparati al tema di una tecnologia medica aguzzina che ti spaccia spesso speranze impossibili. In questi ultimi mesi nei quali Welby non poteva più arricchire il nostro diario di bordo internettiano parlando di caccia, di pesca, di animali, cibo, vino, sesso, amici, musica, tutti noi abbiamo vissuto il suo dramma e quello di sua moglie Mina. Il nostro affetto non è stato più di ostacolo a questa maledetta distrofia muscolare progressiva che la ricerca medica sembra ancora impotente nel debellare. Alcuni giorni fa ebbi un incubo notturno. Mi trovavo in un deserto di sabbia e allineati, uno vicino all'altro, vidi gente sepolta, con la sola testa libera esposta al sole. Non potevano nemmeno asciugarsi una lacrima. Erano uomini di Chiesa, politici, medici, avvocati, gente comune. Stavano provando le medesime sofferenze che da numerosi anni il mio amico Piero subiva per colpa di questo maledetto morbo giunto ormai all'ultimo stadio. "Come sta il mio Comandante?", chiesi pochi giorni fa a sua moglie Mina. Risposta: "La vita è diventata difficilissima. Viviamo da momento in momento, aggrappati alla zattera. Un bacio e un forte abbraccio a tutti. Piero e Mina". Piero amava la vita, come era possibile rispondergli che