Sabato 6 giugno 2026
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Editoriali ed interviste sui quotidiani di oggi a proposito di Piergiorgio Welby

U.E. - ITALIA
Notizia ·
Il medico: il caso di Piero è stato strumentalizzato
dal Corriere della Sera del 18 dicembre 2006, di Margherita De Bac

"Ho visto un uomo malato, in una stanzetta al quarto piano di una casa di periferia. Di fronte a lui solo una tv, l'unica finestra è  lontana, non può guardare fuori. Al suo fianco la moglie e, per poche ore a settimana, un'assistente  sociale". E' racchiusa anche in questa desolante  descrizione l'origine della sofferenza di Piergiorgio  Welby. Giuseppe Casale, il medico palliativista  che si è rifiutato di esaudire la richiesta di eutanasia, è convinto che con opportune cure antidolore quell'uomo potrebbe avviarsi con serenità verso il termine della vita.

 Che situazione ha visto?
"Una persona molto sofferente non nel fisico, ma nella psiche e nello spirito. Un dolore intimo, profondo, tipico di chi non riesce a dare più senso  alla vita. E rabbia".

 E non ritiene che abbia diritto ad essere rispettato?
"Sono contrario all'eutanasia, se così non fosse non avrei scelto di dedicarmi alle cure palliative. E' la risposta sbagliata di una società che  non sa prendersi cura di chi soffre".

 Welby sa che esistono alternative?
"Certo, gli ho proposto di assisterlo a casa con farmaci, e sostegno psicologico e spirituale oppure  con ansiolitici e antidepressivi. Non ha accettato. Infine gli ho prospettato una sedazione  non per accelerare la morte ma per smettere di soffrire. Gli ho assicurato che gli sarei stato vicino  quando se ne sarebbe andato naturalmente, dopo pochi giorni. Ma lui vuole essere addormentato  e subito staccato dal respiratore".

 Cosa la amareggia di più?
"Che un caso straziante sia stato strumentalizzato  per fini politici. Chi porta avanti la battaglia  per l'eutanasia e usa Welby per aprire una breccia dimentica che dietro tutto questo c'è la solitudine e il dolore di un essere umano. Quella sentenza non è una mia vittoria".


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"Da laica dico no all'eutanasia"
da Il Tempo del 18 dicembre 2006, di Giancarla Rondinelli

"A volte ho la sensazione che la politica sia ancora restia ai cambiamenti. Che abbia paura ad adattarsi a questi nuovi scenari". Eppure lei, Livia Turco, di cambiamenti ne ha fatti parecchi in questi ultimi sei mesi, da quando cioè è ministro della Salute. Dai diritti per la donna e il bambino, alla legge sulla droga, dai nuovi criteri di nomina dei direttori scientifici degli enti alle ultima novità per i ticket previste dalla Finanziaria. Più volte è stata attaccata e criticata per le sue scelte, anche da persone della sua stessa coalizione, ma lei è andata avanti, con la lucidità e la determinazione che le appartengono, avendo chiaro fin dall'inizio come volesse essere "ministro della Salute".

Il tribunale civile di Roma ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Piergiorgio Welby, per l'interruzione delle terapie mediche. Quale pensa possa essere la soluzione o comunque la scelta "più giusta"?
"In questi casi non penso esista la scelta "giusta". Ho seguito fin dall'inizio la drammatica vicenda di Piergiorgio Welby con totale e grande rispetto e un forte sentimento di vicinanza. Come Ministro ho avviato due iniziative: ho chiesto al Consiglio Superiore di Sanità di chiarire con un suo parere se i trattamenti cui è sottoposto possano definirsi accanimento terapeutico e ho istituito presso il Ministero una Commissione per definire entro la prossima primavera un piano nazionale per le cure palliative e per assicurare procedure e linee guida affinché le migliaia di cittadini nelle condizioni di Welby, o comunque costretti a convivere per anni con la loro malattia, abbiano a disposizione tutti i supporti sanitari e assistenziali idonei. Come persona ho già espresso il mio no, un no discreto, personale, di coscienza, all'eutanasia. Un no che, devo dirlo, la vicenda umana e la forza spirituale, mentale e vitale di Welby ha ulteriormente rafforzato".

Ministro quando e perché ha cominciato a fare politica?
"Ho iniziato negli anni '70 a Torino. La politica per me è impegno, responsabilità, competenza, sensibilità di ascolto ma soprattutto volontà e capacità di "fare". Per cambiare, innovare, avvicinare le istituzioni al cittadino, rispondere quotidianamente ai veri bisogni e alla domanda di una società più giusta, solidale ed equa. Anche al di là delle classiche divisioni destra-sinistra. Certamente l'Italia di oggi non è quella di trenta anni fa. Ma è indubbio che, soprattutto se pensiamo al welfare e anche se le esigenze particolari sono cambiate, il nostro Paese presenta ancora troppi ritardi e troppe disuguaglianze sul piano dei diritti, dell'equità, della qualità e dell'efficienza dei servizi pubblici".

Pensa che oggi, rispetto ad allora, sia più difficile fare politica?
"Trent'anni non sono pochi. La società è cambiata e certamente la politica non è rimasta indenne da questi mutamenti. Ma c'è un elemento, un filo rosso fatto di persone, idee, visioni della società e anche del ruolo della politica quale strumento primario per il governo dei processi di sviluppo e crescita delle società, che non abbiamo dimenticato né tanto meno rigettato. E che dobbiamo avere la capacità di riversare nel progetto del Partito Democratico. Detto questo, rispetto agli anni '70 ciò che trovo profondamente cambiate sono le forme e gli strumenti della comunicazione politica. La Tv è certamente la nuova Piazza, il nuovo Palco da dove presentarsi e proporsi. E poi c'è internet insieme alle nuove frontiere multimediali con le quali siamo tenuti a confrontarci per far sì che possano essere validi strumenti di dibattito e crescita collettiva".

Come ha trovato, complessivamente, la sanità italiana?
"Per usare una metafora medica definirei la sanità italiana come un paziente con una robusta costituzione che ha però bisogno di cura e attenzione per mantenerla sana e, soprattutto, per migliorarla. È questo il nostro obiettivo: ridefinire modi e forme del sistema perché esso sia finalmente completamente orientato verso i bisogni e le esigenze dei cittadini e nella garanzia della più totale equità. Per far questo dobbiamo agire soprattutto su due fronti: quello della qualità delle cure ma anche dei processi gestionali e quindi avviando politiche di attenzione concreta all'efficienza misurando i risultati di quanto facciamo ogni giorno nelle migliaia di strutture sanitarie pubbliche".

Subito dopo il suo insediamento ha detto di essersi posta degli obiettivi. Quali sono?
"Voglio ridare fiducia ai cittadini e riavvicinare la medicina ai loro bisogni e alle loro esigenze. Questo è il senso del mio programma di governo da rendere operativo attraverso scelte condivise con le Regioni. Il primo risultato di questa politica l'abbiamo avuto con il Patto per la Salute e la legge Finanziaria che rendono il Servizio sanitario nazionale più solido e più certo del suo futuro. Con più risorse finanziarie, più investimenti per migliorare i servizi e aprire nuove strutture. E poi abbiamo indicato obiettivi di salute concreti a partire dalla terapia del dolore, della salute mentale, dalle malattie rare, dalla disabilità, dall'assistenza alle persone non autosufficienti e alla prevenzione della tossicodipendenza. Ma la mia grande sfida di legislatura è quella di porre il cittadino nelle condizioni di essere protagonista del sistema sanitario attraverso una profonda riorganizzazione della medicina delle cure primarie. La medicina veramente vicina al cittadino, quale secondo grande pilastro, insieme all'ospedale, del diritto alla salute".

Altro tema caldo di questi giorni, le coppie di fatto, sui cui lei si è schierata a favore. Ma le polemiche sono tante soprattutto da parte del Vaticano. Pensa si riuscirà a mettere tutti d'accordo su un tema così importante?
"Quello che ci unisce è il programma dell'Unione e la volontà politica espressa chiaramente nel capitolo dedicato alle unioni civili dove si impegna al riconoscimento giuridico di diritti prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto, al di là della natura e della qualità delle unioni e del loro orientamento sessuale. Penso che la via sia questa. Con pazienza, tenacia, coinvolgimento, ascolto. La mia ricetta, come vede, non è cambiata in trent'anni di attività politica".


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Il grande imbroglio
da Il Giornale del 18 dicembre 2006, di Massimo Teodori

C'è qualcuno in Italia che non è angosciato per Piergiorgio Welby? Tutti, proprio tutti, cattolici e laici, ministri e sacerdoti, medici e giuristi, quando devono affrontare in pubblico e in privato i dilemmi che sono di fronte al Grande Ammalato, abbassano la voce e cercano le difficili parole per non emettere giudizi sulla vita e la morte di un uomo.

Il tribunale, che ha riconosciuto alla persona il diritto a rifiutare l'accanimento terapeutico ma nel contempo ha registrato la mancanza di una legge specifica che tuteli tale diritto, ha ingarbugliato ancor più la vicenda, già di per sé terribilmente complicata.

È stata coraggiosa la scelta di Welby di trasformare la sua condizione di prigioniero della tortura di una respiratore artificiale in un caso pubblico. Ma la sua generosità volta a giovare a quanti si trovano nelle sue stesse condizioni e vogliono fare una scelta analoga, ha paradossalmente avuto l'effetto opposto a quello che si proponeva.

Siamo infatti venuti a conoscenza che nelle strutture pubbliche e private viene spesso facilitato il trapasso in nome della pietà umana e della sapienza medica. È stato proprio Don Verzè a darne coraggiosa testimonianza senza reticenza. Nel caso di Piergiorgio, invece, ciò che molti malati hanno ottenuto e molti medici hanno effettuato - il distacco della spina con la sedazione del dolore - non è stato più possibile per il clamore della vicenda.

Perciò, se per un verso va reso merito ai radicali di avere portato all'attenzione pubblica una questione sempre più incombente con l'allungamento artificiale della vita, per un altro si resta sbigottiti di fronte al burocratico labirinto messo in moto che forse domani darà i suoi effetti ma oggi rende l'intera vicenda, umanamente, medicalmente e giuridicamente, più irrisolvibile di prima.

Non avremmo mai immaginato che il semplice rifiuto del trattamento sanitario, previsto dall'articolo 32 della Costituzione, divenisse una sarabanda in cui tutti emettono sentenze generali e nessuno si assume responsabilità precise. I medici chiedono che si pronuncino i magistrati, e questi invocano l'intervento legislativo dei parlamentari che preferiscono dichiarare sui sacri principi.
Ma il grande imbroglio non finisce qui: si è visto una ministra buonista che dichiara di non volere lasciare sole le famiglie degli ammalati mentre si immischia senza costrutto nel caso Welby; un ordine dei medici che emette sentenze senza senso perché la responsabilità appartiene solo alla coscienza deontologica del singolo medico; un consiglio superiore della sanità e un comitato etico che disquisiscono sui grandi principi senza alcun effetto sul caso urgente da cui hanno preso le mosse. Poteva accadere di peggio?

Molti hanno osservato, a ragione, che una vicenda così dolorosamente autentica, non doveva divenire il terreno per scontri politici, per conflitti ideologici, per rivendicazioni corporative e per evocazioni generiche del tutto inadeguate a cogliere la verità di un uomo di fronte al mistero della vita e della morte. Auguriamoci che, dopo Luca Coscioni e Piergiorgio Welby, anche per il valore delle loro straordinarie testimonianze, non vi sia più bisogno di una pietosa vicenda umana per risolvere problemi medici, giuridici e politici che essa comporta.


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L'accanimento scuote le coscienze
da La Padania del 18 dicembre 2006, di Roberto Schena

Nel momento in cui soffiano le polemi­che, con una testi­monianza totalmente di­versa, Umberto Bossi ha umilmente chiesto di re­carsi in visita al capezzale di Piergiorgio Welby. Senza esprimere giudizi di me­rito. Senza condannare nessuno.

Speriamo che Welby ac­cetti, la comunità nazio­nale ha solo bisogno di ge­sti solidali come questi. Bossi ha trovato per lui forse le parole meno po­litiche e più giuste da dire in questi giorni, a Welby e alle coscienze di noi tutti, cosi disturbate, così pro­fondamente scosse dall'assistere alla sofferenza altrui, "So cosa vuoi dire il dolore e sentire l'odore del­la morte", ha detto, "vorrei andare a trovarlo subito, se possibile e se lui vuole: credo che si senta solo nel suo dolore".

A una settimana da Na­tale, in un'atmosfera che avrebbe dovuto essere fe­stosa, nel momento meno opportuno, esplode uno dei grossi nodi drammatici della vita civile. I radicali, come loro solito, hanno af­frontato la questione di petto, con durezza e senza aspettare un periodo "mi­gliore", che forse non c'è.

Si sono inseriti con tanta forza nei dialoghi quotidia­ni della vita civile e fami­liare da suscitare più di una protesta per la "stru­mentalizzazione" del pa­ziente, impossibilitato a parlare. Ora, siamo d'ac­cordo, i radicali sono "roz­zi", ma tentino gli altri a sollevare un tema così scottante con le dovute maniere e a importo all'at­tenzione generale. Bossi ci ha provato unendo la sua dolorosa esperienza e forse il gesto potrà aiutare a ma­turare una scelta, qualun­que essa sia.

La gente, dal canto suo, resta perplessa di fronte alla legge che finora non è stata capace di stabilire quando è il caso di stac­care la spina di un malato consenziente, perfetta­mente al corrente di essere senza speranza e che se potesse muoversi avrebbe già deciso per la cessazio­ne delle fìnte "cure". L'im­pressione che se ne ricava è che in nome dell'estrema difesa della vita, del suo associarsi alle questioni di fede, siamo oggi tutti in­distintamente chiamati a portare il nostro fardello fino in fondo, senza essere ascoltati nemmeno quan­do per pietà si chiede di porvi termine. È il caso dei tanti Welby passati, pre­senti e, purtroppo, futuri. Ergo, a Natale, invece di parlare di pace e di doni, siamo qui a discutere di un caso, di mille casi di accanimento terapeutico.

Qui l'eutanasia neppure c'entra. Il messaggio di Welby si ferma molto pri­ma, non è la richiesta di una legge "olandese". Ma appunto per questo si pa­ventano per il futuro leggi che passo dopo passo si muovano in direzione del­l'eutanasia. Tuttavia, l'as­sunzione delle responsabi­lità cede il passo a una serie interminabile di dibattiti, polemiche, guerre laico-religiose, con relativa gazzar­ra, televoto e magari un altro inutile referendum.

I tribunali si tirano in­dietro. Chiamati spesso a decidere là dove il Parla­mento lascia notevoli vuoti di legge perché non riesce a mettersi d'accordo su que­stioni etiche di primaria, secondaria e perfino ter­ziaria importanza, questa volta hanno rispedito la palla al mittente. Welby ha sì diritto di chiedere l'in­terruzione della respira­zione assistita ma la legge non consente a nessuno di staccare la spina, il diritto a chiedere l'interruzione non è "concretamente tu­telato" e non sarà un giu­dice a togliere la patata bollente dalle mani dei politici, che - è questo il mes­saggio - debbono assumer­si da soli le loro competenze, anche e forse "so­prattutto nei casi terribili.

E' bene avvertire che nessuno deve illudersi, il Parlamento non deciderà per molto tempo. D'altra parte, i tempi del Parla­mento sono già per loro natura così lunghi da non potere mai essere quelli di Piergiorgio. Non resta che attendere una parola di chiarimento dal Consiglio Superiore di Sanità: mer­coledì 20 dovrà dare un parere al ministro della Sa­lute Livia Turco, che glielo ha chiesto espressamente, non sapendo neanche lei che è dì sinistra quali pesci pigliare. Tanta incertezza danneggia le istituzioni, il rischio è di una paralisi morale del Paese sui molti temi dell'etica sociale, dove le parti non decidono mai, mentre salgono polemiche e proteste, fino alla con­tinuamente ventilata di­subbidienza civile. Però la lotta permanente fra bene e male riguarda le coscien­ze, non lo Stato.
 
Probabilmente, se su un tema come l'aborto non vi fosse stata l'esasperazione di un referendum, il vento laicista che negli anni suc­cessivi ha effettivamente condotto a un uso disin­volto, dello strumento, non avrebbe avuto così tanto spazio, Uno dei messaggi più profondi lanciati dal­l'astensione di massa di fronte al referendum sulla fecondazione assistita è stato proprio questo riba­dire che la gente non ha alcuna voglia di rimmergersi in epici scontri fra laici e cattolici. Non alme­no per questioni che pos­sono essere risolte a ta­volino, 'con buonsenso. I problemi concreti di uno Stato hanno bisogno di es­sere affrontati in un'atmo­sfera diversa da questa.


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Vita, morte e politica
da L'Unità del 18 dicembre 2006, di Furio Colombo

Il paradosso italiano mi viene improvvisamente svelato da un visitatore americano che sa un po? l?italiano e niente dell?Italia, ma mentre sta in Italia ascolta la radio. Mi dice: "Sapevo che siete un Paese cattolico ma non credevo fino a questo punto. Sessanta veglie contro il dolore e la sofferenza, continue notizie per solidarietà con la lunga agonia di un uomo, anche per un Paese profondamente cristiano non è un po? troppo"?

Ho potuto rassicurarlo. La vicenda è quella di un uomo, Piergiorgio Welby, che soffre troppo e chiede di morire. Ma sono i miscredenti che si mobilitano contro la sua sofferenza, sono gli atei (o in tal modo sono descritti), sono i militanti del partito Radicale che è forse l?unico partito in Italia a non essere intimidito da ciò che prescrive la gerarchia ecclesiastica. Il politichese italiano, tutto, si ispira alle istruzioni dei cardinali che dicono: "Peccato che soffra ma va bene così". Oppure al politichese dei partiti che dicono: "Peccato che soffra ma purtroppo non c?è una legge". Oppure, in un?altra versione, che però è del tutto equivalente: "Peccato che soffra, non c?è una legge e non ci sarà mai".

C?è chi aggiunge che è bene stare vicino a chi soffre, ma non spiega per fare che cosa. E chi, in un impeto di sincerità, nel titolo di un giornale considerato religiosamente "osservante", intitola "La veglia dei boia" per descrivere le manifestazioni di solidarietà dei non cristiani per la sofferenza inumana di Welby.

Scrivo - ingiustamente lo so - "i non cristiani" perché sto aspettando, come tutta l?Italia, una parola cristiana di pietà, (nel senso di amore e rispetto) e dunque di intervento per Welby. Sappiamo che prese di posizione (e iniziative di fatto) per salvare altri Welby dalla tortura ci sono state nel mondo, e non da parte di miscredenti e di assassini. In Italia silenzio o frasi vuote, mentre Welby continua a morire.

Mi unisco sin d?ora a chi deciderà di dire (e di fare) ciò che la civiltà impone: il silenzio è colpa, il rinvio è scusa. Un uomo non può essere abbandonato alla sua pena indicibile.


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Welby il diritto negato

da Il Mattino del 18 dicembre 2006, di Biagio de Giovanni

Nessuno nega a Welby la libertà di invocare che sia staccata la spina che lo lega a una vita insopportabile per la sua ancora lucida coscienza. Ma - molti dicono - non si tratta di un "diritto", in quanto non tutelato dall'ordinamento giuridico, né si può criticare la decisione di un giudice che rifiuta di ordinare al medico il distacco di quella spina: dove è la norma che lo consentirebbe? La norma effettivamente non c'è, ma c'è la sua premessa, e ha la forza del dettato costituzionale. È in quell'articolo 32 della Costituzione che suona così: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Nel primo comma dello stesso articolo si dice che la legge tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività. Dunque, la salute è un diritto ed è tutelato come tale. Ma che cos'è la salute? È il diritto a viver bene, non solo a vivere. È questo diritto a viver bene che la Costituzione intende tutelare, tanto che lo Stato si obbliga a proteggere gli "indigenti" perché questo diritto possa essere realizzato. E lo tutela aggiungendo che in quel diritto ne è compreso un altro, che è il rispetto della persona umana, della sua dignità che la legge è obbligata a tutelare. Un grande testo, improntato a una religiosità civile, che segna una via maestra. Quel limite, dunque, è dato dal "rispetto della persona umana", nella sua consistenza oggettiva, vitale, e nella sua coscienza: espressione che è il cuore stesso e il nucleo pulsante della cultura occidentale e cristiana. Lo ha invaso, questo limite, il giudice di Roma, negando a Welby il diritto a staccare la spina?
 
Sembra difficile negarlo, in termini di fatto. Naturalmente, ciò che la Costituzione scrive dovrebbe trovare forza attuativa in una norma, che non c'è, e dunque tutta la situazione diventa obbiettivamente intricata, "anticostituzionale" e insieme "legale": paradosso italiano, non solo per questo problema. Il caso Welby è emblematico. Welby è una coscienza che vive senza corpo, una coscienza vivissima e lucida cui manca qualsivoglia possibilità realizzativa, perché il corpo è stato abolito dalla malattia. Ma in quel diritto alla salute, che è diritto a viver bene, non c'è, in maniera essenziale, un rapporto per quanto elementare con il proprio corpo? E che cosa è la persona umana se non sinolo di mente e corpo? E che significa rispetto della sua dignità se non anche rispetto di quel sinolo? E che fare quando quel sinolo, in casi estremi, si spezza? Welby potrebbe accettare la sua condizione, come fanno molti altri, o essere nella condizione di non poterla né accettare né non accettare, ma il fatto è che egli, con una coscienza lucidissima che nessuno mette in discussione, non la accetta, e non la accetta chi sta intorno a lui, la sua famiglia, le persone che gli sono legate da affetto, la "comunità Welby". Il fatto che Welby sia entrato nel circolo mediatico non rende facile nemmeno una soluzione più silenziosa, in un colloquio intenso e riservato con il proprio medico, giacché quella nuda coscienza è interamente sotto i riflettori, e ogni suo spasimo si traduce nel linguaggio pubblico e non appartiene più a se stessa e al medico che ne sorveglia il tragitto finale. La sua volontà, espressa con determinazione assoluta, è una invocazione, la disperata intenzione di voler decidere della propria morte, essendo Welby nell'impossibilità materiale di darsela. La disperata volontà di un uomo che chiede di morire nell'impossibilità di darsi da solo la morte, dovrà trovare tutela, e diventare perciò un vero diritto? In fondo il nodo vero è questo, e la Costituzione offre la via maestra per rispondere al problema. Essendo il legislatore tale in uno Stato laico deve escludere, dalle sue decisioni, il peso esclusivo di quelle culture della sacralità della vita, che la sottraggono alla disponibilità dell'uomo, essendo la vita dono di Dio. Questa visione della vita, cui si deve ogni rispetto, non può fondare l'assolutezza di un confine normativo che non si debba varcare. Gli interrogativi che si disegnano, oltre il caso Welby, stanno, secondo me, in un altro orizzonte. Toccano il tema del rapporto fra libertà e individuo; i vincoli che vanno certamente posti alla libertà come mero arbitrio; i punti-limite fino ai quali questa libertà può disporre di se stessa. Se l'individuo non è monade, e se l'ordinamento deve tener conto della comunità che sta "in interiore hominis", la tutela della libertà di morire deve trovare in ciò le proprie articolazioni e i propri confini. Non esser negata sulla base del principio della sacralità della vita, della sua indisponibilità, ma studiata, auscultata nella sua specifica fisionomia, nell'orizzonte essenziale del "rispetto della persona umana". In questo quadro, certo, quello di Welby è il caso limite di una coscienza ormai separata dal corpo, e il suo "diritto" a voler morire dovrebbe apparire fuori discussione. La norma futura dovrebbe essere capace come non mai di aderire alle cose, non staccarsi in mera, astratta fattispecie, ma porsi, proprio perché in relazione alla vita, in un rapporto virtuoso con la sua complessità. Mai come in una fattispecie così problematica, il legislatore dovrà essere esperto del senso della vita, comprendere che quando la legge giunge fino a questo confine la sua responsabilità cresce enormemente. Non si può ergere un confine che rifiuti di vedere il problema, non si può nemmeno aprire un varco piantato soltanto sulla libertà come mero arbitrio individuale. Sarà insomma difficile la misura da cercare.


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Su Welby l'occasione mancata dai giudici

da La Repubblica del 18 dicembre 2006, di Stefano Rodotà

E' sconcertante, ai limiti quasi della denegata giu­stizia, la decisione con la quale il Tribunale di Roma ha re­spinto la richiesta di Piergiorgio Welby di poter morire con di­gnità. La palla è stata rilanciata nel campo della politica. Ma i tempi della politica non sono quelli della vita. Dichiarando inammissibile quella richiesta, il giudice non ha voluto seguire la via pianamente indicata dal pa­rere della Procura romana ed ha usato un argomento, appunto quello della inammissibilità, che comincia a ricorrere in maniera preoccupante nelle decisioni che riguardano i diritti delle per­sone nelle materie in cui il loro modo di vivere si intreccia con le tecnologie. Lo aveva già fatto re­centemente la Corte costituzio­nale, chiamata a pronunciarsi sulla legge in materia di procrea­zione medicalmente assistita. E questo modo di argomentare se­gna un abbandono da parte del­la magistratura non di un ruolo di supplenza quando la politica è silenziosa o distratta, ma del suo proprio compito di essere il luo­go istituzionale dove le nuove domande di diritti trovano im­mediate risposte sulla base dei principi già esistenti nel sistema giuridico. Molte ricerche hanno mostrato come, nel tempo pre­sente, siano appunto i giudici ad intervenire là dove l'innovazio­ne scientifica e tecnologica offre nuove possibilità e fa nascere nuovi problemi. Si è così soste­nuto che il diritto giurispruden­ziale sia preferibile alla minuta regolamentazione legislativa. Quest'ultima è rigida, destinata quindi ad essere superata e ad entrare in conflitto con i nuovi dati di realtà, mentre l'interven­to del giudice segue la vita in tut­te le sue pieghe, è capace di adat­tare alle situazioni concrete i principi di base rinvenibili nelle costituzioni e nelle grandi leggi di principio. Nella materia della bioetica questa impostazione si rivela particolarmente impor­tante e grazie ad essa, nei più di­versi paesi, sono state affrontate e risolte questioni difficili. Il caso di Piergiorgio Welby, quale che sia il punto di vista dal quale lo si consideri, doveva essere risolto accogliendo la sua richiesta, per­ché così vogliono principi e re­gole ormai solidamente fondati nel nostro sistema giuridico.

Al centro del nostro sistema giuridico è la persona con la sua volontà, non più paziente sottoposto al volere del medico, ma "soggetto morale" nel senso più alto, al qua­le competono soprattutto le decisioni che ri­guardano i drammi dell'esistere. Lo riconosce anche l'ordinanza romana, quando ripercorre la storia non breve che ha portato a fondare esclusivamente sul consenso della persona in­teressata qualsiasi trattamento riguardante la salute, legittimando in primo luogo il rifiuto di cure. "Un diritto soggettivo perfetto", come si legge nella stessa ordinanza. Che, però, subito dopo ritiene che quel diritto davvero perfetto non è, mancando le condizioni per la sua con­creta tutela. Lasciamo da parte le molte consi­derazioni che potrebbero esser fatte su questo modo di argomentare, e vediamo quali sareb­bero queste condizioni. Sostanzialmente due: la mancata specificazione di che cosa debba intendersi per accanimento terapeutico e la "indi­sponibilità del bene vita". Ma questa conclusio­ne è il risultato di un fraintendimento grave dei dati normativi e dell'effettivo significato del ri­fiuto di cure.

Nell'ordinanza, infatti, si stabilisce una rela­zione tra il "diritto del paziente ad 'esigere' e 'pretendere' che sia cessata l'attività medica di mantenimento in vita" ed una situazione di "mero accanimento terapeutico". E qui la con­fusione concettuale è massima, poiché rifiuto di cure e accanimento terapeutico sono cose di­verse, descrivono situazioni indipendenti l'una dall'altra. Non è vero che il rifiuto di cure sia am­missibile solo in presenza di un accanimento terapeutico. Tra i moltissimi casi, mi limito a ri­cordarne uno solo, di particolare evidenza: quello di una donna che, non ritenendo accet­tabile il vivere con una menomazione, ha rifiu­tato l'amputazione di una gamba in cancrena, ed è morta. Siamo di fronte all'opposto dell'accanimento terapeutico, poiché la cura le avreb­be salvato la vita. Questo dimostra che il rifiuto di cure deve essere rispettato in ogni caso, quan­do vi sia una esplicita manifestazione di volontà dell'interessato, esattamente quel che ha fatto Welby. Si risolve così anche un altro problema, impropriamente sollevato dall'ordinanza, rela­tivo al fatto che la vita di una persona dipende­rebbe dalla valutazione soggettiva del medico, chiamato a decidere se vi sia o no accanimento terapeutico, mentre il medico non deve com­piere alcuna valutazione discrezionale, ma li­mitarsi ad accertare quale sia la volontà della persona.

Comunque sia, è infondata anche la tesi, so­stenuta nell'ordinanza, secondo la quale non sarebbe possibile fondare una decisione giudi­ziaria sull'accanimento terapeutico, poiché questa nozione, come altri principi, sarebbe "incerta ed evanescente". Ma il diritto è sempre più ricco di queste clausole generali, di questi concetti non specificamente determinati, che sono finestre aperte su un mondo sempre più mutevole e che hanno la funzione di consentire l'adattamento della norma alla realtà senza bi­sogno di continui aggiustamenti legislativi. È storia lunga, che i tecnici del diritto dovrebbero ben conoscere, che riguarda ad esempio nozio­ni come "comune senso del pudore" o "buona fede", non specificate nel dettaglio dal legislatore e che vivono proprio grazie al lavoro dei giu­dici, che ne precisano un contenuto che varia nel tempo e nei contesti. E l'approssimazione culturale finisce con il travolgere persine il prin­cipio della dignità della persona di cui, secondo l'ordinanza, il giudice non potrebbe servirsi proprio per la sua indeterminatezza, mentre a questo principio fanno costante riferimento sentenze della Corte costituzionale e delle altre magistrature, coerentemente con il fatto che es­so è ormai uno dei fondamenti delle nostre or­ganizzazioni sociali, tanto da aprire la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. L'ap­prossimazione continua quando si afferma apoditticamente che il bene della vita è indispo­nibile, mentre proprio il diritto al rifiuto di cure, ormai largamente e ripetutamente esercitato, dimostra che così non è.

Se l'ordinanza avesse ripercorso correttamente l'itinerario costituzionale, sarebbero sta­ti evitati errori e sgrammaticature. L'articolo 32 fornisce una linea nitida: la salute è diritto fon­damentale dell'individuo, non possono essere imposti trattamenti sanitari se non per legge, e mai la legge può violare "i limiti imposti dal ri­spetto della persona umana". Poiché per salute deve intendersi "il benessere fisico, psichico e sociale" della persona (questa è la definizione dell'Organizzazione mondiale della sanità, ac­colta nel nostro sistema), questo vuol dire che il governo dell'intera vita è fondato sulle libere de­cisioni degli interessati. Poiché nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario, l'ar­gomentazione dell'ordinanza deve essere rove­sciata: la mancanza di una legge rende illegitti­mo il trattamento, non la richiesta di interrom­perlo. Poiché nulla può esser fatto che violi la di­gnità, "il rispetto della persona umana", questo vuol dire, soprattutto in situazioni estreme e drammatiche, che nessuno può imporre la pri­gionia della sofferenza.

L'ordinanza è una occasione mancata, e mi auguro che le sue molte storture possano essere corrette se i legali di Welby decideranno di im­pugnarla, anche per mettere un freno ad una regressione culturale. Ma fraintendimenti e rischi non si fermano qui. Che cosa avverrà quando verrà reso noto il parere del Consiglio superiore di sanità, chiesto con una certa approssimazione, visto che a questo organismo non spetta la decisione su casi singoli? Se dirà che Welby non è oggetto di un accanimento terapeutico, e mi sembra difficile, non per questo escluderà la le­gittimità della richiesta di rifiuto di cure, dato che le questioni stanno su piani diversi, come ho già ricordato. Ma se riconoscerà l'accanimento terapeutico, scatterà l'articolo 14 del codice di deontologia e il medico sarà obbligato ad inter­rompere il trattamento, con tutte le ovvie caute­le necessarie per evitare ulteriori e mutili soffe­renze.

Guardando ai compiti del legislatore, si insi­ste nel dire che problemi come questi saranno risolti dalla legge su testamento biologico. Con­tinuo ad essere sbalordito da questa ulteriore confusione, poiché quel tipo di documento riguarda la situazione del morente incapace di manifestare la propria volontà, mentre Pier­giorgio Welby è lucidissimo e determinato nella scelta intorno al modo di porre fine alla sua vita. Anche questa operazione di pulizia concettuale è indispensabile, per impedire che la già diffici­le discussione sul testamento biologico venga complicata dal caricare su di essa altre e impro­prie finalità.

Mi è tornato alla memoria, in questi giorni, quel che nel 1970 Paolo VI scriveva al cardinale Villot, responsabile dei medici cattolici: "Pur escludendosi l'eutanasia, ciò non significa ob­bligare il medico ad utilizzare tutte le tecniche della sopravvivenza che gli offre una scienza infaticabilmente creatrice (...). Il dovere del medi­co consiste piuttosto nell'adoperarsi a calmare le sofferenze, invece di prolungare il più a lungo possibile, con qualunque mezzo e a qualunque condizione, una vita che non è più pienamente umana". L'ordinanza romana avrebbe potuto mettere il buon diritto in sintonia con la vita, re­stituendole l'umanità. Non lo ha fatto. Ma non può interrompere un difficile cammino di inci­vilimento che porterà, anche in Italia, a poter pubblicare un sereno annuncio della morte di una persona come quello apparso il 6 dicembre sui giornali del Canton Ticino, dove il fratello dello scomparso ringraziava i medici che l'ave­vano "portato a una morte dolce e indolore co­me lui desiderava, senza nessun accanimento terapeutico".


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Troppo lunghi i tempi politici valutiamo la disobbedienza civile

da La Repubblica del 18 dicembre 2006, di Mario Reggio

"I tempi della politica non permettono a Welby di risolvere il suo anelito ad interrompere la sofferenza senza via d'uscita. Il gruppo dei Radicali sta valutando, assieme a lui ed ai familiari, la possibilità di un atto di disobbedienza civile. Ma non è una scelta facile". Emma Bonino, leader storico del movimento radicale, ministro per le Politiche Comunitarie del governo Prodi, parla per la prima volta del dramma di Piergiorgio Welby.

Come ipotizza lo scenario futuro?
"Ormai è stato accertato e confermato, anche a livello di opinione pubblica, che esiste per ogni persona li diritto a rifiutare l'accanimento terapeutico. Il problema è che c'è una sorta di nebulosa giuridica che impedisce di capire quello che si può fare dopo che l'accanimento terapeutico è stato accertato. Ricorreremo contro la sentenza del Tribunale Civile di Roma, ma il tempo è tiranno. Non solo per Piergiorgio Welby, ma per le centinaia di persone senza nome che vivono il suo stesso dramma umano ed etico".

La campagna radicale sul dramma di Welby ha scatenato anche reazioni polemiche.
"A proposito delle veglie che si sono svolte in 50 città italiane ed europee alcuni giornali cattolici, a dire il vero molto sguaiati ed irrispettosi della sofferenza degli esseri umani, hanno titolato "la veglia degli assassini". Io ripeto che la condanna alla tortura e la vita dei cittadini non appartengono allo Stato. La vita di Welby non è di proprietà né dello Stato né del governo ma appartiene a Piergiorgio Welby. La verità è che lui è destinato a morire in poco tempo. Il problema è se vogliamo che muoia soffocato tra sofferenze inenarrabili o se muoia sedato e con un pò di serenità. L'Italia è un Paese bizzarro, perché appena si tocca il senso della decisione individuale e quindi della laicità, dà segnali di nervosismo fuori luogo".

Il giudice del Tribunale Civile di Roma ha respinto il ricorso di Welby adducendo come motivo il vuoto legislativo che dovrebbe essere colmato dal Parlamento.
"Per prima cosa vorrei chiarire che nel caso di Piergiorgio Welby non si tratta assolutamente di eutanasia. Prima o dopo dovremo cominciare a parlarne perché quando una situazione come quella non è regolata da norme nasce la clandestinità. Quindi Welby non c'entra nulla con l'eutanasia; ma chi vuole aiutarlo ad interrompere la sua softerenza disumana diventa soggetto del Codice Penale, grazie ad una norma che risale alla legislazione fascista".

Livia Turco ha assicurato che renderà operativa la Convenzione di Oviedo, che riguarda le garanzie per i malati e le terapie.
"Apprezzo la decisione del ministro della Salute. La Convenzione di Oviedo, firmata da tutti i Paesi dell'Unione Europea, è stata approvata nel 2001 dal Parlamento italiano. Poi il governo ha glissato sulle deleghe attuative che erano necessarie per far diventare operativi i principi sul testamento biologico e il consenso informato. Ma il Parlamento non può attendere, bisogna bruciare i tempi".

Sul dramma di Piergiorgio Welby c'è stata una spaccatura trasversale tra maggioranza ed opposizione.
"E' successo in tutte le battaglie sui diritti civili, anche sui referendum relativi al divorzio e all'aborto. Ci sono cattolici che vivono la loro fede, ma che vivono in maniera laica le loro scelte. Ed e bene così".

Gianfranco Fini vi accusa di voler strumentalizzare politicamente il caso Welby.
"E' l'ennesima mancanza di rispetto: quella che faceva soffrire Luca Coscioni, che diceva: oltre che malato mi devo sentir dire che sono strumentalizzato".

Si riparlerà di eutanasia?
"Per il momento vediamo di far chiarezza su questo. Chi crede può pensare di appartenere a Dio. Ma chi non crede non può appartenere allo Stato. Vivere o meno dipende dalla sua libertà di scelta ".


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Welby, la sentenza dice altro

da L'Unità del 18 dicembre 2006, di Gilberto Corbellini

Se la grammatica della lingua ita­liana, e la logica, non sono cam­biate, e rimangono valide soprat­tutto nella sfera del diritto che tutela le libertà personali, la sentenza del giudi­ce sul ricorso di Welby non dice che Welby non può rifiutare il trattamen­to a cui è sottoposto. Dice soltanto, e forse non poteva dire altrimenti per­ché non viviamo purtroppo in un sistema giuridico di common law, che lei (giudice) non può obbligare il medico a compiere alcun intervento ovvero impedirgli di agire secondo "scienza e coscienza", nel momento in cui la coscienza di Welby esce di scena. Ma di­ce che Welby ha un diritto assoluto di rifiutare il trattamento, e fa riferimen­to non solo alla Costituzione ma an­che a sentenze della Cassazione le qua­li ribadiscono che il medico non può far niente senza il consenso del pazien­te. Non posso, dice il giudice, obbliga­re il medico a togliere il respiratore e a non rimetterlo a sua discrezione, per­ché mi manca un ordinamento esplici­to a cui possa richiamarmi. Anzi se prendo in considerazione l'ordina­mento nel suo complesso incontro una situazione contraddittoria. Han­no ragione i giuristi che si inalberano perché se quel giudice rispettasse la na­turale gerarchia degli ordinamenti, la Costituzione dovrebbe prevalere sui Codici. Ma è vero che non esiste un legge che preveda il diritto di un citta­dino italiano di ottenere un atto medi­co che si configura come sottrazione di un trattamento in corso. Di fatto i medici, in Italia, accettano il rifiuto del trattamento perché rischiano una de­nuncia per lesioni personali o violen­za privata.

Nondimeno il giudice, nella penulti­ma pagina della sentenza, dice che "non può parlarsi di tutela (del diritto di interruzione del trattamento) se poi quanto richiesto dal ricorrente deve sempre essere rimesso alla totale discre­zionalità di qualsiasi medico al quale la richiesta vanga fatta, alla sua co­scienza individuale, alle sue interpreta-zioni soggettive dei fatti e delle situazioni, alle proprie convinzioni etiche, religiose e professionali" E qui riporta gli improbabili argomentazioni del dottor Casale, che dovrebbe riflettere con la propria coscienza se non abbia di fatto ingannato Welby. Così come dovrebbe riflettere il Presidente del­l'Ordine dei Medici, che all'indomani dell'azione di Welby ha tirato in ballo, improvvidamente, prima l'omicidio e poi l'eutanasia. E minacciato, quasi in stile corporativista, di perseguire ai sen­si del codice deontologico chi si fosse prestato alla richiesta di Welby. Allora è una presa in giro l'articolo 32 del Co­dice di Deontologia Medica? Orbene, sempre se la logica vale anco­ra e se la dichiarazione di "inammissi­bilità dell'azione tutelare" viene soste­nuta "attesa la sua finalità strumentale e anticipatoria degli effetti del futuro giudizio di merito", un medico che va­luti secondo un diverso giudizio clinico e una diversa, e più eticamente pertinente interpretazione dei suoi dover­si (in particolare l'articolo 32 del codi­ce deontologico) l'evoluzione della situazione, può agire nel senso richiesto da Welby. Quindi può fare quello che Welby chiede. Sarebbe importante se a questo punto qualche medico specia­lista fosse disposto ad aiutare Welby, perché è solo attraverso qualche azio­ne che torni a valorizzare la relazione di fiducia tra paziente e medico che si possono ricostituire le condizioni per una efficace collaborazione tra queste due figure nella lotta quotidiana con­tro la sofferenza.
 
A mio modesto modo di vedere, que­sta sentenza non dice, quindi, cosa di­versa da quanto detto da quella della Procura. Ovvero che non è possibile, in base all'ordinamento vigente, ordi­nare quello che Welby chiede al medi­co. Ma che Welby ha il diritto di rifiuta­re il trattamento e deve risolvere nel contesto della relazione terapeutica il problema. Forse, come giustamente di­ceva Francesco D'Agostino durante una trasmissione televisiva, potrebbe addirittura denunciare il medico per violenza privata se non gli toglie il re­spiratore e non lo seda. Lo stesso presi­dente onorario del CNB ha pratica­mente detto che esistono dei protocol­li definiti di sedazione, che escludono qualsiasi possibile interpretazione del­l'atto in senso eutanasico. Il giudice, poi, invita la politica ad far luce, in senso giuridico sulla materia. E qui si mette a chiedere che vengano definiti per legge che cosa sono accani­mento terapeutico o dignità della per­sona. Prospettiva che a quanto pare at­trae molto anche la Ministra Turco. At­tenzione! Deve essere chiaro che le eventuali indicazioni per dare un sen­so oggettivo all'accanimento terapeuti­co possono vale sono quando il pa­ziente perde la coscienza, e a partire dalle sue direttive anticipate (testa­mento biologico). In stato di coscien­za, capacità del paziente e un indica­zioni scritte o riportare, solo a lui deve spettare la decisione finale se un tratta­mento è accanimento o meno. E quan­do la vita è - per lui non in base a una legge dello Stato altrimenti sì che tor­niamo a rischiare grosso - non è più de­gna di essere prolungata.
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