Fancia. Banlieue. "Ribelli in cerca di una causa" di Jean Daniel
All'origine dei gravi episodi di vandalismo che pochi mesi fa hanno sconvolto le periferie francesi, e con esse una larga fetta dell'opinione pubblica europea, il grande giornalista transalpino Jean Daniel pone il "dramma dei giovani dell'immigrazione" e individua due cause fondamentali: il "fallimento della lotta di emancipazione dei loro Paesi d'origine" e lo speculare fallimento dell'integrazione in Francia. "Abbiamo fallito nell'integrazione punto e basta. Partire da un Paese di cui si sarebbe voluti essere fieri per andare a vivere in un altro che non è fiero di noi: questa è una difficoltà che viene sottovalutata per mancanza di fantasia". Le interessanti riflessioni di Daniel sono oggi raccolte in un volume ("Ribelli in cerca di una causa", editore Baldini Castoldi Dalai) che propone una selezioni di articoli sui temi dell'immigrazione, del razzismo, delle banlieue, delle frizioni interreligiose, analizzati da un'ottica francese, estendibile però agli altri Paesi europei -come l'Italia- che vivono una forte pressione migratoria dal Mediterraneo.
Per Daniel alla base dei problemi dei "ghetti" nei quali oggi vivono segregate centinaia di migliaia di nuovi francesi, c'è il "comunitarismo": un atteggiamento che porta sempre più a definire gli individui in base a "un'origine geografica, etnica o religiosa che li programmerebbe in modo tale da rendere prevedibili i comportamenti prima ancora che essi abbiano agito".
Una sorta di determinismo sociale, insomma, che scivola ambiguo lungo i confini del razzismo e si ricollega alle tesi di Jean-Marie Le Pen, spesso citate da Daniel.
Senza nascondersi le grandi difficoltà che stanno dietro a un processo di difesa della laicità e di integrazione consapevole degli immigrati ("Se lo Stato rispetta tutte le culture - scrive il giornalista - certe culture non rispettano lo Stato"), Daniel rivendica però gli ideali della Rivoluzione francese e indica il "nemico" nel "fare di ogni erba un fascio. Perché - nota - l'indispensabile lotta contro la discriminazione deve andare di pari passo con la consapevolezza che non è fatta solo di razzisti e xenofobi". E le critiche di Daniel sono rivolte anche alla sinistra, parte politica di cui si sente di fare parte: "Non perdonerò mai alla sinistra di non aver capito che la concessione dello 'ius soli' [ossia la concessione della nazionalità a chi nasce in territorio francese, ndr] rendeva obbligatorio celebrare l'ottenimento della cittadinanza dei neo francesi e integrarli nella storia e nei progetti della Repubblica".
E proprio nel fare degli immigrati dei veri francesi, nell'accoglierli e renderli partecipi dei valori civici, Daniel pone la sola strada per uscire dai ghetti e dalle violenze. Il giornalista rimpiange, per esempio, l'istituto del servizio militare obbligatorio ("Era uno spazio di cameratismo dove le differenze culturali si stemperavano in un universo francese") e con esso la "scuola repubblicana, la forza integratrice dei sindacati e l'assenza dei ghetti etnici". Più francesizzazione insomma, "per fare di tutto per reinserire [i giovani delle banlieue] nella comunità nazionale". Perché, per Jean Daniel, l'antidoto alle notti di incendi e scontri non è l'espulsione degli immigrati o la chiusura delle frontiere, ma la condivisione della Marsigliese. (Apcom)
Per Daniel alla base dei problemi dei "ghetti" nei quali oggi vivono segregate centinaia di migliaia di nuovi francesi, c'è il "comunitarismo": un atteggiamento che porta sempre più a definire gli individui in base a "un'origine geografica, etnica o religiosa che li programmerebbe in modo tale da rendere prevedibili i comportamenti prima ancora che essi abbiano agito".
Una sorta di determinismo sociale, insomma, che scivola ambiguo lungo i confini del razzismo e si ricollega alle tesi di Jean-Marie Le Pen, spesso citate da Daniel.
Senza nascondersi le grandi difficoltà che stanno dietro a un processo di difesa della laicità e di integrazione consapevole degli immigrati ("Se lo Stato rispetta tutte le culture - scrive il giornalista - certe culture non rispettano lo Stato"), Daniel rivendica però gli ideali della Rivoluzione francese e indica il "nemico" nel "fare di ogni erba un fascio. Perché - nota - l'indispensabile lotta contro la discriminazione deve andare di pari passo con la consapevolezza che non è fatta solo di razzisti e xenofobi". E le critiche di Daniel sono rivolte anche alla sinistra, parte politica di cui si sente di fare parte: "Non perdonerò mai alla sinistra di non aver capito che la concessione dello 'ius soli' [ossia la concessione della nazionalità a chi nasce in territorio francese, ndr] rendeva obbligatorio celebrare l'ottenimento della cittadinanza dei neo francesi e integrarli nella storia e nei progetti della Repubblica".
E proprio nel fare degli immigrati dei veri francesi, nell'accoglierli e renderli partecipi dei valori civici, Daniel pone la sola strada per uscire dai ghetti e dalle violenze. Il giornalista rimpiange, per esempio, l'istituto del servizio militare obbligatorio ("Era uno spazio di cameratismo dove le differenze culturali si stemperavano in un universo francese") e con esso la "scuola repubblicana, la forza integratrice dei sindacati e l'assenza dei ghetti etnici". Più francesizzazione insomma, "per fare di tutto per reinserire [i giovani delle banlieue] nella comunità nazionale". Perché, per Jean Daniel, l'antidoto alle notti di incendi e scontri non è l'espulsione degli immigrati o la chiusura delle frontiere, ma la condivisione della Marsigliese. (Apcom)
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