Fecondazione. Indagine Censis: coppie italiane sfavorite in Ue. Il Pdl apre ad una modifica?
Un'indagine del Censis su un campione di 606 coppie prese in carico da un centro di procreazione medicalmente assistita evidenzia che secondo la maggior parte di esse (80,5 per cento) l'attuale quadro normativo sulle tecniche di fecondazione artificiale sfavorisce gli aspiranti genitori rispetto agli altri Paesi europei. Mentre per il 77,4 per cento delle coppie la legge 40 del 2004 che regola la materia ha ridotto le loro possibilita' di diventare genitori. Sono alcuni dei dati emersi dall'indagine "Il desiderio di diventare genitori, problemi e speranze di chi combatte l'infertilita'", commissionata al Censis dalla Fondazione Cesare Serono, presentata a Roma. Le coppie con problemi di fertilita' soffrono di una sorta di sospensione esistenziale legata alla genitorialita' mancata. Il trascorrere del tempo senza riuscire a ottenere una gravidanza rappresenta una delle cause principali di disagio (per l'87,3 per cento delle coppie). Poco meno della meta' (44,5 per cento) soffre per il sentimento di diversita' legato alla condizione di infertilita'. Il 44 per cento vive questo problema come un assillo, sembra non riuscire a pensare ad altro. In gran parte - rileva il Censis - le coppie sono pero' fiduciose che riusciranno, prima o poi, ad avere un figlio (il 70,8 per cento), e se la terapia cui si stanno sottoponendo non avra' successo, ci riproveranno (per il 65 per cento circa, e quasi il 5 per cento ha gia' deciso che lo fara' all'estero). L'indagine realizzata dal Censis sul campione di coppie prese in carico da un centro di procreazione medicalmente assistita (l'eta' media degli uomini e' pari a 37,7 anni, quella delle donne a 35,3) evidenzia altre sacche di disagio profondo che, seppure minoritarie, sono sintomatiche delle implicazioni psicologiche, sociali ed affettive dell'infertilita'. Una coppia su dieci non ha confidato a nessuno ne' l'esistenza del problema, ne' di essere in cura; il 20 per cento circa non trova comprensione presso amici e parenti; quasi il 30 per cento lamenta un peggioramento della qualita' della vita sessuale. Ma 7 coppie su 10 indicano invece che questa esperienza ha consolidato il rapporto. Oltre la meta' delle coppie (il 56,2 per cento) ha inoltre lamentato difficolta' nel conciliare le esigenze della terapia con i tempi lavorativi, sommando cosi' ai disagi emotivi e pratici anche una problematica professionale. "L'infertilita' e' un problema diffuso che in Italia riguarda 1 coppia su 5 di quelle in eta' fertile - ha affermato Giovanni Scacchi, presidente della Fondazione Cesare Serono -. Attraverso la realizzazione di questa indagine, abbiamo voluto dare voce proprio a coloro che convivono ogni giorno con il dramma di non poter avere figli. L'obiettivo e' di far conoscere anche il loro punto di vista, non sempre preso in considerazione all'interno dei grandi dibattiti sul tema della fecondazione assistita". L'accesso a un centro di procreazione medicalmente assistita - evidenzia il Censis - rappresenta il punto di arrivo di un percorso che spesso taglia fuori le coppie piu' deboli sotto il profilo culturale ed economico. Le donne del campione intervistato dal Censis sono laureate nel 30,3 per cento dei casi (la quota corrispondente nella popolazione generale e' pari al 17,7 per cento), gli uomini sono laureati nel 26,9 per cento dei casi (contro il 14,2 per cento della popolazione generale maschile). In tutte le fasi del trattamento terapeutico si rileva che le coppie svantaggiate sotto il profilo culturale hanno perso piu' tempo, hanno sofferto di piu', e probabilmente molte di loro hanno rinunciato prima di arrivare al centro di procreazione assistita. Il tempo intercorso tra i primi tentativi di diventare genitori e il primo contatto con il medico (21,4 mesi in media) passa da 15,5 mesi per le coppie con titoli di studio piu' elevati a 30 mesi per quelle con basso tasso di scolarizzazione. Il percorso diagnostico - sottolinea il Censis - rappresenta una fase piuttosto lunga e complessa. Dura in media poco piu' di un anno (13,6 mesi). Ma la variabile territoriale e soprattutto quella culturale pesano in modo decisivo sui tempi. Si arriva a 18,7 mesi in media al Sud e 21,3 mesi tra le coppie meno scolarizzate, contro i 9 mesi nel Nord Est e i 10,4 mesi delle coppie piu' istruite. Ad aver ottenuto una diagnosi certa sulle cause dell'infertilita' e' il 63,8 per cento delle coppie, il 29,1 per cento non l'ha ottenuta, mentre nel 7,1 per cento dei casi e' rimasta incertezza sulle cause possibili. Il ruolo del ginecologo si conferma centrale. È sua la diagnosi nel 48,4 per cento dei casi in cui ne e' stata formulata una. Il 47,4 per cento delle coppie ha pero' dovuto interpellare piu' medici prima di arrivare a una diagnosi. Il valore aumenta ancora una volta tra le coppie residenti al Sud (55,1 per cento) e tra quelle con livelli di istruzione piu' bassi (56 per cento). Le coppie intervistate sono abbastanza compatte nel ritenere che l'attuale quadro normativo le sfavorisca rispetto agli altri Paesi europei (80,5 per cento) e che danneggi soprattutto le coppie con minori possibilita' economiche (77,4 per cento). In maggioranza sentono che la legge 40 ha di fatto ridotto le loro possibilita' di diventare genitori (77,4 per cento) e piu' della meta' sono disposte a recarsi in un centro all'estero (55,5 per cento). Infine, e' pari al 32,5 per cento la quota di coppie disposte a sottoporsi a fecondazione eterologa. "Il percorso delle coppie che effettuano i trattamenti di procreazione medicalmente assistita e' lungo e spesso tortuoso - ha affermato Concetta M. Vaccaro, responsabile del settore welfare del Censis -. Il percorso e' tendenzialmente piu' facile per chi ha un livello culturale e socioeconomico piu' elevato. Queste coppie individuano prima il problema e riescono in tempi brevi ad avviare gli interventi piu' appropriati, senza perdersi nei meandri di un sistema frammentato e pieno di ostacoli. Circa un terzo delle coppie non fertili sperimenta una sofferenza psicologica profonda che puo' minare anche lo stesso rapporto di coppia". Di "bilancio positivo" per la legge 40 "che tiene conto di molte variabili e non solo dei figli in braccio" ha parlato invece il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella. Tra le altre cose, Roccella ha sottolineato l'importanza del fatto che "in Italia sia avvenuto un crollo delle iperstimolazioni ovariche e che non esista il problema del commercio degli ovociti, come accade invece in altri Paesi". Anche la tutela della salute della donna e quella dell'embrione sono, secondo Roccella, altri due aspetti positivi delle norme che regolano la procreazione assistita.
"Ci sono alcune incongruenze della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita che possono essere sanate per migliorare una disciplina che ha tanti aspetti positivi". La pensa cosi' Giuseppe Palumbo (Pdl), presidente della commissione Affari Sociali della Camera, intervenuto alla presentazione dell'indagine "Il desiderio di diventare genitori, problemi e speranze di chi combatte l'infertilita'", commissionata al Censis dalla Fondazione Cesare Serono. Palumbo, che e' anche medico ginecologo, estrinseca il suo pensiero: "Un problema e' quello del divieto di diagnosi pre-impianto: questo, e' un punto della legge che eventualmente puo' essere modificato. Tale indagine certo non puo' essere fatta con leggerezza, ma oggi vi sono alcune malattie per le quali si puo' effettuare una diagnosi prima dell'eventuale impianto dell'embrione nell'utero. La diagnosi, nelle coppie a rischio - sottolinea Palumbo -, puo' (e non deve) essere fatta dopo, durante la gravidanza, mediante l'amniocentesi nella quattordicesima settimana. Spetta alla coppia assumere le eventuali decisioni dopo la diagnosi. Sarebbe invece opportuno un regolamento che definisse i casi nei quali e' possibile procedere alla diagnosi pre-impianto". In questo modo si eviterebbe quella che per molti e' un'incongruenza della legge, per la quale si costringono le coppie a rischio a fare l'amniocentesi - nel caso in cui vogliano farla, naturalmente - intorno alla quattordicesima settimana, eventualmente interrompendo la gravidanza successivamente, come prevede la legge in caso di aborto terapeutico.
"Ci sono alcune incongruenze della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita che possono essere sanate per migliorare una disciplina che ha tanti aspetti positivi". La pensa cosi' Giuseppe Palumbo (Pdl), presidente della commissione Affari Sociali della Camera, intervenuto alla presentazione dell'indagine "Il desiderio di diventare genitori, problemi e speranze di chi combatte l'infertilita'", commissionata al Censis dalla Fondazione Cesare Serono. Palumbo, che e' anche medico ginecologo, estrinseca il suo pensiero: "Un problema e' quello del divieto di diagnosi pre-impianto: questo, e' un punto della legge che eventualmente puo' essere modificato. Tale indagine certo non puo' essere fatta con leggerezza, ma oggi vi sono alcune malattie per le quali si puo' effettuare una diagnosi prima dell'eventuale impianto dell'embrione nell'utero. La diagnosi, nelle coppie a rischio - sottolinea Palumbo -, puo' (e non deve) essere fatta dopo, durante la gravidanza, mediante l'amniocentesi nella quattordicesima settimana. Spetta alla coppia assumere le eventuali decisioni dopo la diagnosi. Sarebbe invece opportuno un regolamento che definisse i casi nei quali e' possibile procedere alla diagnosi pre-impianto". In questo modo si eviterebbe quella che per molti e' un'incongruenza della legge, per la quale si costringono le coppie a rischio a fare l'amniocentesi - nel caso in cui vogliano farla, naturalmente - intorno alla quattordicesima settimana, eventualmente interrompendo la gravidanza successivamente, come prevede la legge in caso di aborto terapeutico.
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