Fini: gli imam predichino in italiano
Gianfranco Fini propone che nelle moschee si introducano prediche in italiano. Per una ragione di sicurezza, spiega il leader di Alleanza Nazionale. "Ognuno prega il suo Dio come vuole, ma noi abbiamo il diritto di sapere cosa accade dentro le moschee. Dobbiamo sapere se si prega Allah o si semina l'odio", sottolinea Fini chiarendo il senso della sua proposta, avanzata nel corso della Festa del 'Secolo' svoltasi ieri a Rieti.
Un'idea di fronte alla quale gli imam non si 'scompongono'. Anzi, le guide religiose fanno sapere di lavorare per metterla in pratica gia' tempo. Il mondo politico, invece, si divide: consensi dal centrodestra, critiche e perplessita' dal centrosinistra. Anche il governo scende in campo con il ministro della Solidarieta' Sociale, Paolo Ferrero, che boccia la proposta e mette in evidenza che "in 20 anni non abbiamo insegnato l'italiano a nessuno'.
'In particolare, in 5 anni il governo di centrodestra non ha sborsato una lira per dei corsi in italiano per gli immigrati e ora il presidente di An Fini pretende che i sermoni degli imam nelle moschee si facciano non in lingua madre, ma in italiano. Nella misura in cui praticheremo delle vere politiche di integrazione per gli immigrati -avverte Ferrero- allora si' che diventera' naturale fare il rito islamico in italiano. Quando parlo di politiche di integrazione, mi riferisco in particolare alla possibilita' di fare corsi in italiano per coloro che arrivano dai paesi islamici e anche alla possibilita' di formare gli imam in Italia'.
Al di fuori della polemica politica, gli 'addetti ai lavori' concordano invece con la proposta del leader di An. "L'introduzione della predica in italiano e' anche uno dei nostri obiettivi. Come Ucoii ci stiamo lavorando e stiamo cercando di raccogliere le risorse per realizzare questo obiettivo", spiega l'imam di Firenze, Izzedin Elzir. Mentre Abdelhamid Shaari, presidente del Centro di cultura islamica di viale Jenner a Milano, osserva con una punta polemica che "l'onorevole Fini arriva in ritardo. Da anni si fanno sermoni in italiano in diverse moschee". Padre Justo Lacunza Balda, ex-rettore del Pontificio Istituto di cultura araba ed islamistica, parla di "una proposta che merita grande attenzione". Mentre il cardinale Giovanni Cheli appare invece tiepido: "Mi sembra una strada difficile da praticare".
"Mi pare una proposta che merita una grande attenzione ed insieme la cosa piu' normale del mondo: il sermone non e' una recita ma un atto di comunicazione e in quanto tale e' giusto sia fatto nella lingua nazionale", dice padre Justo Lacunza Balda sulla proposta di Fini. Secondo Lacunza, uno dei massimi esperti di cultura araba del Vaticano, sarebbe "la cosa piu' normale del mondo" visto che in molti altri paesi di lingua non araba, i sermoni vengono gia' fatti nella lingua nazionale.
"Accade in Malesia, in Indonesia, in Nigeria e in tanti altri paesi. Non c'e' alcuna violazione dell'ortodossia in quanto il sermone non e' una recita, ma un atto di comunicazione che deve essere capito da chi ascolta. Anche in Italia e' giusto adottare questa pratica, visto che moltissimi musulmani residenti nel nostro paese non sono arabi", spiega padre Lacunza. Inoltre, secondo l'ex-rettore del Pontificio Istituto di cultura araba, la predica in italiano avrebbe anche un valore di integrazione: "Adottando la lingua nazionale, che e' il veicolo di comunicazione per eccellenza, l'identita' culturale musulmana verrebbe arricchita e maggiormente compresa anche dagli italiani".
Di parere diverso e' il cardinale Giovanni Cheli, ex rappresentante all'Onu a New York e gia' presidente del 'ministero' vaticano che si occupa di immigrazione e di sfollati. "A prima vista mi pare che sia una strada impraticabile. Il fatto e' che molti imam non sanno una parola di italiano e pretendere che parlino la lingua degli immigrati, magari appena arrivati nel nostro Paese, mi pare difficile da realizzare. Senza dimenticare poi - aggiunge il cardinale Cheli - che questa proposta non varrebbe solo per le moschee ma per tutti i luoghi che frequentano gli imam. Bisognerebbe riflettere, ma credo che sia una proposta irrrealizzabile. Con quel criterio, allora, non si potrebbe nemmeno tornare alla messa in latino....".
In molte moschee la pratica del sermone bilingue, in arabo e italiano, e' gia' in atto da tempo, come spiega Roberto Piccardo, ex-presidente dell'Ucoi e residente in Liguria: "Noi ad Imperia gia' da tempo abbiamo adottato il sermone biligue: arabo e italiano. E anche molte altre moschee lo stanno gia' facendo. Credo che col tempo diverra' partica comune in tutti i luoghi di culto".
Piccardo e' convinto che in breve tempo la pratica del sermone bilingue sara' del tutto comune: "In altri paesi lo e' da tempo. In Austria addirittura la predica viene fatta in quattro lingue: arabo, tedesco, turco e albanese".
L'imam di Firenze, Izzedin Elzir, pone l'accento sull'aspetto 'economico' della questione: "L'introduzione della predica in italiano e' anche uno dei nostri obiettivi. Come Ucoii ci stiamo lavorando e stiamo cercando di raccogliere le risorse per realizzare questo obiettivo. Servono infatti fondi adeguati per corsi di lingua, in quanto non tutti gli imam sono in grado di svolgere un intero sermone in italiano".
Quanto al versante sicurezza, Elzir aggiunge: "Vorremmo che l'Islam fosse compreso in tutti i suoi aspetti. Quello della sicurezza e' uno dei punti di vista, ma le moschee sono innanzitutto luoghi di culto e il nostro impegno per introdurre il sermone in italiano e' dovuto in primo luogo a ragioni di culto ovvero perche' tutti i credenti, compresi quelli che non sanno l'arabo e sono molti, possano comprendere la predica. E comunque sia chiaro che noi per primi siamo consapevoli -conclude l'imam di Firenze- che la sicurezza dell'Italia e' la nostra sicurezza".
Mario Scialoja, membro della Consulta per l'Islam italiano, giudica positivamente la proposta di Fini: "E' giusto -osserva- perche' il sermone deve essere compreso da tutti e quindi va fatto nelle lingua piu' diffusa tra i credenti. In Italia risiedono molti musulmani che non conoscono l'arabo perche' sono, ad esempio, bengalesi. Non conoscono l'arabo, ma sanno l'italiano perche' vivono e lavorano nel nostro Paese".
"Alla moschea di Roma, ad esempio -aggiunge Scialoja- gia' da qualche tempo si e' introdotto l'uso del sermone bilingue e si sta anche sperimentando quello in tre lingue: arabo, italiano e inglese.
Quindi la proposta di Fini e' condivisibile da ogni punto di vista e non incontra certo ostacoli da parte nostra. Forse qualche imam ultraortodosso potrebbe non essere d'accordo, ma e' inevitabile che piu' passa il tempo, piu' le famiglie musulmane crescono in Italia e piu' sara' normale che l'italiano -conclude Scialoja- diventi la lingua del sermone nelle moschee".
L'imam di Centocelle, a Roma, Samir Khaldi, aggiunge che "non c'e' nulla di nuovo nella proposta di Fini, qui nella moschea di Centocelle e' da oltre 10 anni che il sermone viene fatto sia in arabo che in italiano. Molti dei nostri fratelli sono arabi ma ci sono anche italiani, rumeni, pakistani che non capiscono l'arabo e hanno anche loro il diritto di capire cio' di cui si parla. E' doveroso per noi dare a tutti la possibilita' di cogliere pienamente il messaggio del sermone".
Il presidente del Centro di cultura islamica di Milano, Abdelhamid Shaari, risponde a Fini con un accento polemico: "L'onorevole Fini arriva in ritardo. Gia' da anni numerose moschee hanno introdotto il sermone bilingue e l'Ucoii si sta impegnando per diffondere al massimo l'uso di prediche in arabo e in italiano in tutti i luoghi di culto". Shaari nel puntualizzare che la predica in italiano non solo e' gia' diffusa in diverse moschee, ma e' anche una priorita' per l'Ucoii, si lamenta per la percezione che viene data del mondo islamico in Italia.
"Purtroppo c'e' una conoscenza non sempre precisa di quello che accade nelle moschee -aggiunge Shaari- e troppo spesso si parla di noi soltanto dal punto di vista dell'ordine pubblico e della sicurezza, mentre le moschee sono molto, molto di piu'".
"I musulmani in Italia sono un milione, rappresentiamo il 6 per cento del Pil e la stragrande maggioranza e' perfettamente integrata nelle societa' italiana. Per questo ci dispiace che si parli di noi solo quando ci sono problemi di ordine pubblico. Siamo consapevoli che c'e' una parte che rappresenta un problema per lo Stato italiano, ma noi per primi teniamo alta la guardia. Perche', se questa parte rappresenta un problema per lo Stato, assicuro -conclude Shaari- che rappresenta un grande problema anche per noi".
"E' necessario sapere che cosa insegnano gli imam nelle moschee". E' l'opinione del vicepresidente della Commissione europea e commissario Ue per la Giustizia, Franco Frattini, che esorta a "tenere gli occhi aperti e a guardare al problema dell'integrazione come ad un tema difficile, complesso, attorno al quale sviluppare il massimo di sensibilita' e di attenzione. Noi -puntualizza- non pensiamo ad una guerra di religione, al contrario pensiamo che un Islam nazionale rappresenti senz'altro un valore positivo".
Tuttavia, aggiunge, "c'e' qualcuno che pensa ad una 'religione in guerra' con noi. E allora veramente dobbiamo sapere 'chi insegna a chi' e pretendere che il mondo musulmano batta un colpo e dica insieme a noi: 'non in nome nostro'. Quello che e' successo in Italia negli ultimi giorni a proposito delle moschee e degli Iman, e' molto, molto preoccupante. E va al di la' della nostra immagine comune del terrorismo che pure conosciamo tragicamente come una scuola ed una pratica di guerra".
Per il vicepresidente, "i dialoghi ed i discorsi che le autorita' di polizia italiane ora hanno registrato, durante mesi di ascolto, dimostrano che la moschea di Ponte Felcino era una 'scuola dell'odio' e della violenza. Voglio credere - conclude Frattini - che Ponte Felcino sia l'eccezione, non la regola. Ma certo qui ci troviamo di fronte ad una 'religione di guerra' insegnata da iman-guerrieri ".
Secondo il parlamentare di Forza Italia, Angelo Sanza "Fini ha ragione" perche', osserva, "e' nel diritto del paese che ospita stranieri di religione musulmana pretendere che le omelie vengano pronunciate nella lingua di quella nazione". Introdurre la pratica della predica in italiano, inoltre, sarebbe "un piccolo ulteriore contributo per monitorare le nicchie di facinorosi e di terroristi in nuce".
Anche la deputata di Fi ed ex-sottosegretario alla Giustizia, Jole Santelli, concorda con il leader di An. "Condivido assolutamente la proposta di Gianfranco Fini. Il sermone in italiano favorirebbe la trasparenza e rappresenterebbe un importante strumento d'integrazione perche' costringerebbe la comunita' islamica ad imparare l'italiano.
E' una proposta in perfetta sintonia con quella avanzata qualche giorno fa con l'ex presidente del Senato Marcello Pera e con Khaled Fouad Allam della Margherita, sull'istituzione di un registro degli Imam".
Stesso il parere di Margherita Boniver, componente del direttivo del gruppo di Forza Italia della Camera: "Dopo la scoperta della moschea di Perugia, come scuola di terrore, e' assolutamente giusto e necessario che, come propone Fini, si eserciti da parte dello Stato un controllo rigoroso sui predicatori di odio. Non esiste nulla di piu' criminale di certo buonismo che mette a repentaglio la convivenza, il dialogo, la reciproca comprensione che sono alla base della nostra civilta'".
Piu' che condivisibile per Carlo Giovanardi dell'Udc la proposta di Fini anche perche', spiega l'esponente centrista, "il linguaggio comune e' un elemento unificante e di integrazione ed e' giusto che gli immigrati conoscano e utilizzino la lingua italiana. Questo deve valere anche per la predicazione degli imam nelle moschee, anche per evitare gli equivoci e i pericoli che possono derivare da una predicazione con toni di odio od eversivi".
Diverso invece il parere del senatore dell'Udc, Francesco Pionati, che ha giudizio diametralmente opposto a quello del collega Giovanardi: "Quella di Fini e' una proposta banale per risolvere un problema serio. E' ininfluente ai fini della lotta al terrorismo che si fronteggia sostanzialmente attraverso il potenziamento dell'intelligence. Chiedere agli imam di fare i sermoni non nella lingua madre potrebbe essere offensivo per loro e quindi metterli sulla difensiva e creare attriti di cui non abbiamo bisogno".
Mentre il capogruppo al Senato della Lega, Roberto Castelli, 'sposa' la proposta di Fini: 'In questo modo non si risolve certo il problema, ma si puo' fronteggiare la minaccia terroristica. Ci insegnano, infatti, che l'indottrinamento dei giovani e' un terreno fertile per il proselitismo. Mi fa piacere -sottolinea il senatore leghista- che dopo tante aperture ai paesi islamici, anche Fini abbia capito che bisogna intervenire e impedire di seminare odio nel nostro Paese'.
Diverso il tenore dei commenti da parte del centrosinistra. C'e' ad esempio Mauro Fabris, capogruppo dell'Udeur alla Camera, che usa il sarcasmo. "Di questo passo Fini dovrebbe proibire anche la celebrazione delle messe cattoliche in latino, delle messe ortodosse in russo e di quelle dei valdesi in francese. Capisco -aggiunge Fabris- che oggi Alleanza nazionale debba ritrovare l'identita' perduta alla ricerca del partito unico del centrodestra, ma mi sembra risibile che Fini voglia stabilire l'italiano come lingua autarchica per ogni fede e pratica religiosa sul territorio italiano".
Antonello Falomi, deputato di Rifondazione, e' perplesso: "Quella di Fini e' una proposta strana. Costringere gli imam a predicare in italiano mi sembrerebbe una forma di intervento dello stato sulla liberta' religiosa che invece la Costituzione garantisce.
Mi sembra che cosi' si coltiva l'idea che tutto quello che e' islam e' terrorismo e si alimenta lo scontro di civilta'.
Il deputato della Rosa nel Pugno, Maurizio Turco, interpreta la proposta di Fini piu' come una boutade che altro. "E' una proposta piu' di facciata che di utilita' concreta. Se il problema e' di agevolare le indagini, non si puo' pensare che che esse si fermino soltanto perche' non si riesce a capire la lingua degli imam. La proposta riprende il disegno di Sarkozy di francesizzare la religione islamica, ma vorrei ricordare che ai nostri emigranti agli inizi del Novecento non veniva certo impedito di celebrare le funzioni religiose nella propria lingua".
Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, boccia Fini su tutta la linea: "Mi sembra paradossale obbligare gli imam a fare i loro sermoni nelle moschee in italiano, proprio quando la Chiesa cattolica con una decisione del Papa Benedetto XVI ha autorizzato l'ampio ricorso alla celebrazione della messa in latino.
E' una proposta che serve a creare ulteriori problemi e non certo a risolvere quelli attuali".
Secondo l'esponente dei Comunisti italiani per combattere il terrorismo serve soprattutto il lavoro della nostra intelligence: "Bastano uomini dei nostri servizi infiltrati che conoscano la lingua per capire cosa dicono gli imam nelle loro prediche".
Per il capogruppo dei Verdi alla Camera, Angelo Bonelli, la proposta del leader di An "si commenta da sola. Ognuno deve pregare il suo Dio come vuole, deve poter esprimere il culto nella lingua originale. Non e' questo il modo di combattere il terrorismo che si fronteggia attraverso il potenziamento dell'intelligence. Questa proposta non coglie assolutamente il problema. E' solo una proposta mediatica per conquistare le prime pagine dei giornali. Il punto e' un altro. E' come dire -conclude- che andando a pregare ci si scambiano messaggi terroristici. Non e' cosi'.
'La proposta di Fini e' figlia di una paura del diverso che deve essere invece contrastata con la capacita' dell'accoglienza e della comprensione'. Il presidente dei deputati di Rifondazione comunista, Gennaro Migliore, commenta cosi' le ultime dichiarazioni del leader di An e aggiunge che "Fini si dovrebbe mettere d'accordo con il Pontefice che chiede il ripristino della messa in latino. E lo dico con tutto il rispetto. Penso che bisogna colpire e contrastare chi utilizza impropriamente un luogo di culto per fare propaganda antisemita e proselitismo per azioni terroristiche. Ma cio' si contrasta con una maggiore integrazione e capacita' di comprensione, compresa quella della lingua'.
Dal centrosinistra, tuttavia, non vengono solo voci negative.
Khaled Fouad Allam, deputato dell'Ulivo, ad esempio, commenta positivamente la proposta di Fini. "Anche negli altri Paesi come ad esempio la Bosnia e la Turchia, i sermoni vengono celebrati nella lingua locale, mentre le singole letture del Corano sono recitate in lingua araba. Non vedo perche' non debba essere fatto anche in Italia".
"La proposta di Fini -aggiunge- e' assolutamente complementare a quella avanzata con l'ex presidente del Senato Marcello Pera e con Jole Santelli di Forza Italia, di istituire un registro per gli imam.
Si tratta di un piccolo passo verso la trasparenza. Presenteremo il progetto contemporaneamente sia alla Camera sia a Palazzo Madama".
La responsabile Diritti Civili dei Ds, Ivana Bartoletti, osserva che non e' con le prediche in italiano che si risolvono i problemi di sicurezza, ma non boccia la proposta di Fini: 'Francamente non credo il problema sia in che lingua vengono pronunciati i sermoni. 'Anzi -dice l'esponente della Quercia- credo che siano molte le realta' dove gia' si pratica il bilinguismo nelle moschee". Secondo l'esponente Ds, comunque, sarebbe un bene che i sermoni in italiano fossero diffusi il piu' possibile nelle moschee.
"Credo che l'apprendimento della lingua italiana per coloro che giungono nel nostro paese sia essenziale, anche come straordinario fattore di integrazione e convivenza'.
Pertanto, osserva Bartoletti, 'mi piacerebbe che sempre piu', nelle moschee, si parlasse italiano, sarebbe un segnale di meticciato ben riuscito: ma non lo imporrei per legge. Piuttosto, credo sia giunta l'ora di ragionare in maniera pacata di come sia possibile intervenire sulla formazione degli imam che operano nel nostro paese.
Esistono legislazioni avanzate in Europa e un paese che riconosce la potenzialita' pubblica delle religioni non puo' non porsi il problema di come impedire che fanatici si improvvisino imam. In questa direzione -conclude l'esponente dei Ds- un primo passo mi parrebbe quello di istituire un albo pubblico".
Nel dibattito sull'idea lanciata dal leader di An c'e' anche una rivendicazione di 'primogenitura' da parte di Francesco Storace.
Ambienti vicini all'ex-senatore di An sostengono che a parlare per primo di prediche in italiano nelle moschee e' stato proprio Storace:'E' un altro dei punti sui quali Storace, ossia la vera Destra, ha anticipato le posizioni di via della Scrofa. E Fini e' arrivato ancora una volta secondo o peggio, ha copiato l'ex 'senatore ribelle'". (Adnkronos)
Un'idea di fronte alla quale gli imam non si 'scompongono'. Anzi, le guide religiose fanno sapere di lavorare per metterla in pratica gia' tempo. Il mondo politico, invece, si divide: consensi dal centrodestra, critiche e perplessita' dal centrosinistra. Anche il governo scende in campo con il ministro della Solidarieta' Sociale, Paolo Ferrero, che boccia la proposta e mette in evidenza che "in 20 anni non abbiamo insegnato l'italiano a nessuno'.
'In particolare, in 5 anni il governo di centrodestra non ha sborsato una lira per dei corsi in italiano per gli immigrati e ora il presidente di An Fini pretende che i sermoni degli imam nelle moschee si facciano non in lingua madre, ma in italiano. Nella misura in cui praticheremo delle vere politiche di integrazione per gli immigrati -avverte Ferrero- allora si' che diventera' naturale fare il rito islamico in italiano. Quando parlo di politiche di integrazione, mi riferisco in particolare alla possibilita' di fare corsi in italiano per coloro che arrivano dai paesi islamici e anche alla possibilita' di formare gli imam in Italia'.
Al di fuori della polemica politica, gli 'addetti ai lavori' concordano invece con la proposta del leader di An. "L'introduzione della predica in italiano e' anche uno dei nostri obiettivi. Come Ucoii ci stiamo lavorando e stiamo cercando di raccogliere le risorse per realizzare questo obiettivo", spiega l'imam di Firenze, Izzedin Elzir. Mentre Abdelhamid Shaari, presidente del Centro di cultura islamica di viale Jenner a Milano, osserva con una punta polemica che "l'onorevole Fini arriva in ritardo. Da anni si fanno sermoni in italiano in diverse moschee". Padre Justo Lacunza Balda, ex-rettore del Pontificio Istituto di cultura araba ed islamistica, parla di "una proposta che merita grande attenzione". Mentre il cardinale Giovanni Cheli appare invece tiepido: "Mi sembra una strada difficile da praticare".
"Mi pare una proposta che merita una grande attenzione ed insieme la cosa piu' normale del mondo: il sermone non e' una recita ma un atto di comunicazione e in quanto tale e' giusto sia fatto nella lingua nazionale", dice padre Justo Lacunza Balda sulla proposta di Fini. Secondo Lacunza, uno dei massimi esperti di cultura araba del Vaticano, sarebbe "la cosa piu' normale del mondo" visto che in molti altri paesi di lingua non araba, i sermoni vengono gia' fatti nella lingua nazionale.
"Accade in Malesia, in Indonesia, in Nigeria e in tanti altri paesi. Non c'e' alcuna violazione dell'ortodossia in quanto il sermone non e' una recita, ma un atto di comunicazione che deve essere capito da chi ascolta. Anche in Italia e' giusto adottare questa pratica, visto che moltissimi musulmani residenti nel nostro paese non sono arabi", spiega padre Lacunza. Inoltre, secondo l'ex-rettore del Pontificio Istituto di cultura araba, la predica in italiano avrebbe anche un valore di integrazione: "Adottando la lingua nazionale, che e' il veicolo di comunicazione per eccellenza, l'identita' culturale musulmana verrebbe arricchita e maggiormente compresa anche dagli italiani".
Di parere diverso e' il cardinale Giovanni Cheli, ex rappresentante all'Onu a New York e gia' presidente del 'ministero' vaticano che si occupa di immigrazione e di sfollati. "A prima vista mi pare che sia una strada impraticabile. Il fatto e' che molti imam non sanno una parola di italiano e pretendere che parlino la lingua degli immigrati, magari appena arrivati nel nostro Paese, mi pare difficile da realizzare. Senza dimenticare poi - aggiunge il cardinale Cheli - che questa proposta non varrebbe solo per le moschee ma per tutti i luoghi che frequentano gli imam. Bisognerebbe riflettere, ma credo che sia una proposta irrrealizzabile. Con quel criterio, allora, non si potrebbe nemmeno tornare alla messa in latino....".
In molte moschee la pratica del sermone bilingue, in arabo e italiano, e' gia' in atto da tempo, come spiega Roberto Piccardo, ex-presidente dell'Ucoi e residente in Liguria: "Noi ad Imperia gia' da tempo abbiamo adottato il sermone biligue: arabo e italiano. E anche molte altre moschee lo stanno gia' facendo. Credo che col tempo diverra' partica comune in tutti i luoghi di culto".
Piccardo e' convinto che in breve tempo la pratica del sermone bilingue sara' del tutto comune: "In altri paesi lo e' da tempo. In Austria addirittura la predica viene fatta in quattro lingue: arabo, tedesco, turco e albanese".
L'imam di Firenze, Izzedin Elzir, pone l'accento sull'aspetto 'economico' della questione: "L'introduzione della predica in italiano e' anche uno dei nostri obiettivi. Come Ucoii ci stiamo lavorando e stiamo cercando di raccogliere le risorse per realizzare questo obiettivo. Servono infatti fondi adeguati per corsi di lingua, in quanto non tutti gli imam sono in grado di svolgere un intero sermone in italiano".
Quanto al versante sicurezza, Elzir aggiunge: "Vorremmo che l'Islam fosse compreso in tutti i suoi aspetti. Quello della sicurezza e' uno dei punti di vista, ma le moschee sono innanzitutto luoghi di culto e il nostro impegno per introdurre il sermone in italiano e' dovuto in primo luogo a ragioni di culto ovvero perche' tutti i credenti, compresi quelli che non sanno l'arabo e sono molti, possano comprendere la predica. E comunque sia chiaro che noi per primi siamo consapevoli -conclude l'imam di Firenze- che la sicurezza dell'Italia e' la nostra sicurezza".
Mario Scialoja, membro della Consulta per l'Islam italiano, giudica positivamente la proposta di Fini: "E' giusto -osserva- perche' il sermone deve essere compreso da tutti e quindi va fatto nelle lingua piu' diffusa tra i credenti. In Italia risiedono molti musulmani che non conoscono l'arabo perche' sono, ad esempio, bengalesi. Non conoscono l'arabo, ma sanno l'italiano perche' vivono e lavorano nel nostro Paese".
"Alla moschea di Roma, ad esempio -aggiunge Scialoja- gia' da qualche tempo si e' introdotto l'uso del sermone bilingue e si sta anche sperimentando quello in tre lingue: arabo, italiano e inglese.
Quindi la proposta di Fini e' condivisibile da ogni punto di vista e non incontra certo ostacoli da parte nostra. Forse qualche imam ultraortodosso potrebbe non essere d'accordo, ma e' inevitabile che piu' passa il tempo, piu' le famiglie musulmane crescono in Italia e piu' sara' normale che l'italiano -conclude Scialoja- diventi la lingua del sermone nelle moschee".
L'imam di Centocelle, a Roma, Samir Khaldi, aggiunge che "non c'e' nulla di nuovo nella proposta di Fini, qui nella moschea di Centocelle e' da oltre 10 anni che il sermone viene fatto sia in arabo che in italiano. Molti dei nostri fratelli sono arabi ma ci sono anche italiani, rumeni, pakistani che non capiscono l'arabo e hanno anche loro il diritto di capire cio' di cui si parla. E' doveroso per noi dare a tutti la possibilita' di cogliere pienamente il messaggio del sermone".
Il presidente del Centro di cultura islamica di Milano, Abdelhamid Shaari, risponde a Fini con un accento polemico: "L'onorevole Fini arriva in ritardo. Gia' da anni numerose moschee hanno introdotto il sermone bilingue e l'Ucoii si sta impegnando per diffondere al massimo l'uso di prediche in arabo e in italiano in tutti i luoghi di culto". Shaari nel puntualizzare che la predica in italiano non solo e' gia' diffusa in diverse moschee, ma e' anche una priorita' per l'Ucoii, si lamenta per la percezione che viene data del mondo islamico in Italia.
"Purtroppo c'e' una conoscenza non sempre precisa di quello che accade nelle moschee -aggiunge Shaari- e troppo spesso si parla di noi soltanto dal punto di vista dell'ordine pubblico e della sicurezza, mentre le moschee sono molto, molto di piu'".
"I musulmani in Italia sono un milione, rappresentiamo il 6 per cento del Pil e la stragrande maggioranza e' perfettamente integrata nelle societa' italiana. Per questo ci dispiace che si parli di noi solo quando ci sono problemi di ordine pubblico. Siamo consapevoli che c'e' una parte che rappresenta un problema per lo Stato italiano, ma noi per primi teniamo alta la guardia. Perche', se questa parte rappresenta un problema per lo Stato, assicuro -conclude Shaari- che rappresenta un grande problema anche per noi".
"E' necessario sapere che cosa insegnano gli imam nelle moschee". E' l'opinione del vicepresidente della Commissione europea e commissario Ue per la Giustizia, Franco Frattini, che esorta a "tenere gli occhi aperti e a guardare al problema dell'integrazione come ad un tema difficile, complesso, attorno al quale sviluppare il massimo di sensibilita' e di attenzione. Noi -puntualizza- non pensiamo ad una guerra di religione, al contrario pensiamo che un Islam nazionale rappresenti senz'altro un valore positivo".
Tuttavia, aggiunge, "c'e' qualcuno che pensa ad una 'religione in guerra' con noi. E allora veramente dobbiamo sapere 'chi insegna a chi' e pretendere che il mondo musulmano batta un colpo e dica insieme a noi: 'non in nome nostro'. Quello che e' successo in Italia negli ultimi giorni a proposito delle moschee e degli Iman, e' molto, molto preoccupante. E va al di la' della nostra immagine comune del terrorismo che pure conosciamo tragicamente come una scuola ed una pratica di guerra".
Per il vicepresidente, "i dialoghi ed i discorsi che le autorita' di polizia italiane ora hanno registrato, durante mesi di ascolto, dimostrano che la moschea di Ponte Felcino era una 'scuola dell'odio' e della violenza. Voglio credere - conclude Frattini - che Ponte Felcino sia l'eccezione, non la regola. Ma certo qui ci troviamo di fronte ad una 'religione di guerra' insegnata da iman-guerrieri ".
Secondo il parlamentare di Forza Italia, Angelo Sanza "Fini ha ragione" perche', osserva, "e' nel diritto del paese che ospita stranieri di religione musulmana pretendere che le omelie vengano pronunciate nella lingua di quella nazione". Introdurre la pratica della predica in italiano, inoltre, sarebbe "un piccolo ulteriore contributo per monitorare le nicchie di facinorosi e di terroristi in nuce".
Anche la deputata di Fi ed ex-sottosegretario alla Giustizia, Jole Santelli, concorda con il leader di An. "Condivido assolutamente la proposta di Gianfranco Fini. Il sermone in italiano favorirebbe la trasparenza e rappresenterebbe un importante strumento d'integrazione perche' costringerebbe la comunita' islamica ad imparare l'italiano.
E' una proposta in perfetta sintonia con quella avanzata qualche giorno fa con l'ex presidente del Senato Marcello Pera e con Khaled Fouad Allam della Margherita, sull'istituzione di un registro degli Imam".
Stesso il parere di Margherita Boniver, componente del direttivo del gruppo di Forza Italia della Camera: "Dopo la scoperta della moschea di Perugia, come scuola di terrore, e' assolutamente giusto e necessario che, come propone Fini, si eserciti da parte dello Stato un controllo rigoroso sui predicatori di odio. Non esiste nulla di piu' criminale di certo buonismo che mette a repentaglio la convivenza, il dialogo, la reciproca comprensione che sono alla base della nostra civilta'".
Piu' che condivisibile per Carlo Giovanardi dell'Udc la proposta di Fini anche perche', spiega l'esponente centrista, "il linguaggio comune e' un elemento unificante e di integrazione ed e' giusto che gli immigrati conoscano e utilizzino la lingua italiana. Questo deve valere anche per la predicazione degli imam nelle moschee, anche per evitare gli equivoci e i pericoli che possono derivare da una predicazione con toni di odio od eversivi".
Diverso invece il parere del senatore dell'Udc, Francesco Pionati, che ha giudizio diametralmente opposto a quello del collega Giovanardi: "Quella di Fini e' una proposta banale per risolvere un problema serio. E' ininfluente ai fini della lotta al terrorismo che si fronteggia sostanzialmente attraverso il potenziamento dell'intelligence. Chiedere agli imam di fare i sermoni non nella lingua madre potrebbe essere offensivo per loro e quindi metterli sulla difensiva e creare attriti di cui non abbiamo bisogno".
Mentre il capogruppo al Senato della Lega, Roberto Castelli, 'sposa' la proposta di Fini: 'In questo modo non si risolve certo il problema, ma si puo' fronteggiare la minaccia terroristica. Ci insegnano, infatti, che l'indottrinamento dei giovani e' un terreno fertile per il proselitismo. Mi fa piacere -sottolinea il senatore leghista- che dopo tante aperture ai paesi islamici, anche Fini abbia capito che bisogna intervenire e impedire di seminare odio nel nostro Paese'.
Diverso il tenore dei commenti da parte del centrosinistra. C'e' ad esempio Mauro Fabris, capogruppo dell'Udeur alla Camera, che usa il sarcasmo. "Di questo passo Fini dovrebbe proibire anche la celebrazione delle messe cattoliche in latino, delle messe ortodosse in russo e di quelle dei valdesi in francese. Capisco -aggiunge Fabris- che oggi Alleanza nazionale debba ritrovare l'identita' perduta alla ricerca del partito unico del centrodestra, ma mi sembra risibile che Fini voglia stabilire l'italiano come lingua autarchica per ogni fede e pratica religiosa sul territorio italiano".
Antonello Falomi, deputato di Rifondazione, e' perplesso: "Quella di Fini e' una proposta strana. Costringere gli imam a predicare in italiano mi sembrerebbe una forma di intervento dello stato sulla liberta' religiosa che invece la Costituzione garantisce.
Mi sembra che cosi' si coltiva l'idea che tutto quello che e' islam e' terrorismo e si alimenta lo scontro di civilta'.
Il deputato della Rosa nel Pugno, Maurizio Turco, interpreta la proposta di Fini piu' come una boutade che altro. "E' una proposta piu' di facciata che di utilita' concreta. Se il problema e' di agevolare le indagini, non si puo' pensare che che esse si fermino soltanto perche' non si riesce a capire la lingua degli imam. La proposta riprende il disegno di Sarkozy di francesizzare la religione islamica, ma vorrei ricordare che ai nostri emigranti agli inizi del Novecento non veniva certo impedito di celebrare le funzioni religiose nella propria lingua".
Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera, boccia Fini su tutta la linea: "Mi sembra paradossale obbligare gli imam a fare i loro sermoni nelle moschee in italiano, proprio quando la Chiesa cattolica con una decisione del Papa Benedetto XVI ha autorizzato l'ampio ricorso alla celebrazione della messa in latino.
E' una proposta che serve a creare ulteriori problemi e non certo a risolvere quelli attuali".
Secondo l'esponente dei Comunisti italiani per combattere il terrorismo serve soprattutto il lavoro della nostra intelligence: "Bastano uomini dei nostri servizi infiltrati che conoscano la lingua per capire cosa dicono gli imam nelle loro prediche".
Per il capogruppo dei Verdi alla Camera, Angelo Bonelli, la proposta del leader di An "si commenta da sola. Ognuno deve pregare il suo Dio come vuole, deve poter esprimere il culto nella lingua originale. Non e' questo il modo di combattere il terrorismo che si fronteggia attraverso il potenziamento dell'intelligence. Questa proposta non coglie assolutamente il problema. E' solo una proposta mediatica per conquistare le prime pagine dei giornali. Il punto e' un altro. E' come dire -conclude- che andando a pregare ci si scambiano messaggi terroristici. Non e' cosi'.
'La proposta di Fini e' figlia di una paura del diverso che deve essere invece contrastata con la capacita' dell'accoglienza e della comprensione'. Il presidente dei deputati di Rifondazione comunista, Gennaro Migliore, commenta cosi' le ultime dichiarazioni del leader di An e aggiunge che "Fini si dovrebbe mettere d'accordo con il Pontefice che chiede il ripristino della messa in latino. E lo dico con tutto il rispetto. Penso che bisogna colpire e contrastare chi utilizza impropriamente un luogo di culto per fare propaganda antisemita e proselitismo per azioni terroristiche. Ma cio' si contrasta con una maggiore integrazione e capacita' di comprensione, compresa quella della lingua'.
Dal centrosinistra, tuttavia, non vengono solo voci negative.
Khaled Fouad Allam, deputato dell'Ulivo, ad esempio, commenta positivamente la proposta di Fini. "Anche negli altri Paesi come ad esempio la Bosnia e la Turchia, i sermoni vengono celebrati nella lingua locale, mentre le singole letture del Corano sono recitate in lingua araba. Non vedo perche' non debba essere fatto anche in Italia".
"La proposta di Fini -aggiunge- e' assolutamente complementare a quella avanzata con l'ex presidente del Senato Marcello Pera e con Jole Santelli di Forza Italia, di istituire un registro per gli imam.
Si tratta di un piccolo passo verso la trasparenza. Presenteremo il progetto contemporaneamente sia alla Camera sia a Palazzo Madama".
La responsabile Diritti Civili dei Ds, Ivana Bartoletti, osserva che non e' con le prediche in italiano che si risolvono i problemi di sicurezza, ma non boccia la proposta di Fini: 'Francamente non credo il problema sia in che lingua vengono pronunciati i sermoni. 'Anzi -dice l'esponente della Quercia- credo che siano molte le realta' dove gia' si pratica il bilinguismo nelle moschee". Secondo l'esponente Ds, comunque, sarebbe un bene che i sermoni in italiano fossero diffusi il piu' possibile nelle moschee.
"Credo che l'apprendimento della lingua italiana per coloro che giungono nel nostro paese sia essenziale, anche come straordinario fattore di integrazione e convivenza'.
Pertanto, osserva Bartoletti, 'mi piacerebbe che sempre piu', nelle moschee, si parlasse italiano, sarebbe un segnale di meticciato ben riuscito: ma non lo imporrei per legge. Piuttosto, credo sia giunta l'ora di ragionare in maniera pacata di come sia possibile intervenire sulla formazione degli imam che operano nel nostro paese.
Esistono legislazioni avanzate in Europa e un paese che riconosce la potenzialita' pubblica delle religioni non puo' non porsi il problema di come impedire che fanatici si improvvisino imam. In questa direzione -conclude l'esponente dei Ds- un primo passo mi parrebbe quello di istituire un albo pubblico".
Nel dibattito sull'idea lanciata dal leader di An c'e' anche una rivendicazione di 'primogenitura' da parte di Francesco Storace.
Ambienti vicini all'ex-senatore di An sostengono che a parlare per primo di prediche in italiano nelle moschee e' stato proprio Storace:'E' un altro dei punti sui quali Storace, ossia la vera Destra, ha anticipato le posizioni di via della Scrofa. E Fini e' arrivato ancora una volta secondo o peggio, ha copiato l'ex 'senatore ribelle'". (Adnkronos)
ADUC è indipendente
Nessun finanziamento pubblico né pubblicità. Solo le donazioni ci rendono liberi.
Sostienici →
Potrebbe interessarti