Fini: per l'integrazione necessari obiettivi e valori condivisi
"L'integrazione dei cittadini stranieri e' una delle grandi sfide che si presentano oggi all'Italia e dalla capacita' di risposta si misura, tra le altre cose, la nostra capacita' di 'leggere' il futuro. La scommessa piu' complessa e' legata al dialogo interculturale. E se l'eliminazione di ogni discriminazione e la realizzazione dell'uguaglianza dei diritti e' il primo passo da compiere, il secondo deve essere quello della condivisione di valori e di obiettivi comuni, perche' l'integrazione non implica soltanto la coesistenza di gruppi diversi soggetti al rispetto di una stessa legge, ma anche la condivisione di valori e di obiettivi comuni". Lo afferma il presidente della Camera, Gianfranco Fini, nella prefazione alla ricerca "Donne del Mediterraneo. L'integrazione possibile", realizzato dalla Fondazione Farefuturo, di cui Fini e' presidente, che viene presentato oggi a Roma in un omonimo convegno che lo stesso fini concludera' nel pomeriggio.
L'integrazione nei termini in cui Fini la prospetta, e' un traguardo che per lo stesso presidente della Camera "puo' essere raggiunto solo quando lo straniero che risiede nel nostro Paese arriva a condividere i princi'pi di fondo della nostra societa', sentendosi coinvolto nel suo destino senza per questo rinunciare alla propria cultura di origine. L'integrazione e' infatti una conquista, non una menomazione. Una conquista per chi si integra. Una ricchezza per chi, a sua volta, integra. La prospettiva deve essere quella di una nuova cittadinanza, aperta e inclusiva, quale e' nell'avvenire dell'Italia". In questa sfida per l'integrazione, come emerge dal rapporto di ricerca, la donna ha un ruolo centrale perche', se protagonista delle migrazioni degli anni 50 e 60 era l'uomo, mentre la donna restava nel paese di provenienza a occuparsi della famiglia e di forme di economia di sussistenza (come l'agricoltura), nelle recenti migrazioni, specie dal Sud Europa, la donna assume una centralita' importante, tanto da indurre molti studiosi a parlare di una "femminilizzazione" delle migrazioni come dato tendenziale.
Il rapporto della Fondazione Farefuturo e' un'analisi, curata da Valentina Cardinali e realizzata insieme all'Istituto Piepoli, sulle aspettative, le opinioni, le condizioni di integrazione di quegli immigrati che, provenendo dal Mediterraneo, hanno scelto l'Italia come loro nuova casa e, soprattutto, sul ruolo della donna quale agente di integrazione, quale opportunita' attraverso cui passa la possibilita' di conciliare culture, esigenze, realta' diverse.
"Inserendosi nell'ambito del 2008 Anno europeo del dialogo interculturale -come ha spiegato Adolfo Urso, segretario generale della Fondazione, presentando il convegno- Farefuturo, impegnata a promuovere una profonda riflessione sul Mediterraneo quale luogo di confronto e di sviluppo di un modello di convivenza europeo, ha voluto dedicare il suo primo lavoro di ricerca proprio al tema dell'immigrazione, ma da una prospettiva diversa, quella di chi arriva nel nostro Paese".
"A dispetto di vecchi stereotipi e luoghi comuni che vogliono la destra poco attenta alle esigenze degli immigrati, la nostra Fondazione ha voluto ascoltare innanzi tutto -ha sottolineato Urso- le ragioni e le emozioni dell'altro, cioe' di chi vive questa difficile esperienza, soprattutto delle donne, su cui gravano molte delle questioni legate all'integrazione, per riflettere e contribuire alla crescita del dialogo e del confronto, e soprattutto delle soluzioni, in un mondo che puo' appunto fare futuro, se guarda con fiducia al domani. Le conclusioni di questo rapporto ci aiuteranno meglio a conoscere, quindi a capire e ad agire per sviluppare l'integrazione possibile nel rispetto delle reciproche identita'".
La ricerca ha "voluto interrogarsi, proprio nella prospettiva di chi ci chiede accoglienza -ha spiegato Mario Ciampi, coordinatore organizzativo della Fondazione- sulle percezioni, le situazioni e prospettive di integrazione delle diverse comunita' provenienti dal Mediterraneo, di uomini e donne, di diversa etnia, religione, condizione anagrafica e professionale, presenti in Italia, chiamati quindi a confrontarsi con le sfide, i dubbi e le possibilita' di integrazione sui temi della vita quotidiana, come il lavoro, le condizioni di vita e la famiglia, la scuola, i rapporti interpersonali, la visione della donna e dei rapporti di genere, la religione e la cultura".
Per il rapporto, la presenza delle donne rappresenta dunque l'elemento di reale novita' della recente immigrazione, oramai numericamente equilibrata tra i sessi, e la conseguenza diretta di questo fenomeno e' la tendenza graduale dell'immigrazione verso la stabilizzazione e la "familiarizzazione" nel Paese ospitante, in particolare per alcuni sistemi migratori entrati in una nuova fase della loro evoluzione.
La donna evidenzia statisticamente il suo ruolo chiave nel processo migratorio e in quello di inserimento nello Stato di destinazione ed e' di per se' un importante "agente di integrazione" in relazione al proprio nucleo familiare e alla comunita' di appartenenza - anche per il suo ruolo chiave di trasmissione di identita' in fase educativa.
In questo ruolo a favore dell'integrazione la donna immigrata assomma in se' fattori di forza e di debolezza: e', infatti, il soggetto debole che risente maggiormente del disagio abitativo, delle difficolta' connesse al lavoro, ma e' anche l'anello forte di trasmissione della cultura di provenienza e di sintesi con l'incontro di quella ospitante all'interno del nucleo familiare. E' pertanto essa stessa un potente agente di buona o scarsa integrazione e ha certamente un ruolo chiave nel processo di dialogo.
E' infatti la donna, come emerge dal rapporto, che va a definire elementi di rottura e di innovazione rispetto all'uomo della stessa comunita' di appartenenza, su temi diversi, dai rapporti uomo donna, alla religione, all'educazione, arrivando essa stessa a definire le caratteristiche di un'integrazione possibile. Oltre la meta' delle donne intervistate dalla ricerca, che analizza la popolazione immigrata regolare, residente in Italia e proveniente equamente da nazioni del Mediterraneo del Sud (Tunisia, Marocco, Algeria, Libia, Egitto, Etiopia, Eritrea, Somalia), e dell'Est (Croazia, Slovenia, Bosnia, Serbia, Albania, Macedonia, Turchia, Libano, Paesi arabi), non ritiene, ad esempio, di rappresentare un modello che si contrappone a quello della donna italiana.
E, ancora, definisce facili le relazioni con gli italiani, e ritiene tendenzialmente compatibili le proprie caratteristiche di nazionalita', cultura e religione con quelle del paese ospitante.
Un'apertura che le porta ad essere, rispetto alla componente immigrata maschile, tendenzialmente piu' attente ai fattori miranti a una maggior accettazione delle diversita' culturali e di costume e a valorizzare gli elementi di incontro piuttosto che quelli di divisione.
La distanza tra uomini e donne immigrati si avverte anche relativamente a molte altre questioni determinanti nei processi di integrazione, come ad esempio le questioni di genere, la parita' dei diritti o la percezione dei segni esteriori riferibili alla religione di appartenenza, primi fra tutti il velo islamico o la poligamia, verso i quali gli uomini tendono ad avere un atteggiamento piu' unitario e tradizionalista, parlando perlopiu' di "scelta volontaria" e "rispetto dei precetti religiosi", e le donne invece plurale e autonomo, sfatando lo stereotipo della donna immigrata, soprattutto musulmana, appiattita sulle posizioni del marito.
E se e' vero che accettazione e integrazione con la popolazione ospitante vanno di pari passo, come evidenzia bene la ricerca, con il livello di istruzione e con l'inserimento nel mercato del lavoro, e' altrettanto evidente, come rivela il rapporto, che ben l'80% degli immigrati si sente "molto" o "abbastanza integrato" in Italia e che, anche in caso di difformita' tra le norme dello Stato ospitante e le consuetudini o il costume del proprio Paese di origine, prevale nettamente tra gli intervistati la necessita' del rispetto della legge e dell'adattamento, senza distinzione significativa di genere, di eta', di stato civile e condizione nel mercato del lavoro.
"Una forte volonta' di integrarsi, dunque -ha spiegato Urso- che passa attraverso le istituzioni e il rispetto delle leggi e che riconosce alla donna una particolare volonta' e capacita' di conciliazione, contro ogni stereotipo culturale che la vuole, con il suo carico di scelte e responsabilita', con la sua famiglia, monogamica o poligamica, con i figli, e quindi il tema dell'educazione e del diritto di cittadinanza, un elemento di scontro e di conflitto, soprattutto nel confronto con il mondo islamico".
L'integrazione nei termini in cui Fini la prospetta, e' un traguardo che per lo stesso presidente della Camera "puo' essere raggiunto solo quando lo straniero che risiede nel nostro Paese arriva a condividere i princi'pi di fondo della nostra societa', sentendosi coinvolto nel suo destino senza per questo rinunciare alla propria cultura di origine. L'integrazione e' infatti una conquista, non una menomazione. Una conquista per chi si integra. Una ricchezza per chi, a sua volta, integra. La prospettiva deve essere quella di una nuova cittadinanza, aperta e inclusiva, quale e' nell'avvenire dell'Italia". In questa sfida per l'integrazione, come emerge dal rapporto di ricerca, la donna ha un ruolo centrale perche', se protagonista delle migrazioni degli anni 50 e 60 era l'uomo, mentre la donna restava nel paese di provenienza a occuparsi della famiglia e di forme di economia di sussistenza (come l'agricoltura), nelle recenti migrazioni, specie dal Sud Europa, la donna assume una centralita' importante, tanto da indurre molti studiosi a parlare di una "femminilizzazione" delle migrazioni come dato tendenziale.
Il rapporto della Fondazione Farefuturo e' un'analisi, curata da Valentina Cardinali e realizzata insieme all'Istituto Piepoli, sulle aspettative, le opinioni, le condizioni di integrazione di quegli immigrati che, provenendo dal Mediterraneo, hanno scelto l'Italia come loro nuova casa e, soprattutto, sul ruolo della donna quale agente di integrazione, quale opportunita' attraverso cui passa la possibilita' di conciliare culture, esigenze, realta' diverse.
"Inserendosi nell'ambito del 2008 Anno europeo del dialogo interculturale -come ha spiegato Adolfo Urso, segretario generale della Fondazione, presentando il convegno- Farefuturo, impegnata a promuovere una profonda riflessione sul Mediterraneo quale luogo di confronto e di sviluppo di un modello di convivenza europeo, ha voluto dedicare il suo primo lavoro di ricerca proprio al tema dell'immigrazione, ma da una prospettiva diversa, quella di chi arriva nel nostro Paese".
"A dispetto di vecchi stereotipi e luoghi comuni che vogliono la destra poco attenta alle esigenze degli immigrati, la nostra Fondazione ha voluto ascoltare innanzi tutto -ha sottolineato Urso- le ragioni e le emozioni dell'altro, cioe' di chi vive questa difficile esperienza, soprattutto delle donne, su cui gravano molte delle questioni legate all'integrazione, per riflettere e contribuire alla crescita del dialogo e del confronto, e soprattutto delle soluzioni, in un mondo che puo' appunto fare futuro, se guarda con fiducia al domani. Le conclusioni di questo rapporto ci aiuteranno meglio a conoscere, quindi a capire e ad agire per sviluppare l'integrazione possibile nel rispetto delle reciproche identita'".
La ricerca ha "voluto interrogarsi, proprio nella prospettiva di chi ci chiede accoglienza -ha spiegato Mario Ciampi, coordinatore organizzativo della Fondazione- sulle percezioni, le situazioni e prospettive di integrazione delle diverse comunita' provenienti dal Mediterraneo, di uomini e donne, di diversa etnia, religione, condizione anagrafica e professionale, presenti in Italia, chiamati quindi a confrontarsi con le sfide, i dubbi e le possibilita' di integrazione sui temi della vita quotidiana, come il lavoro, le condizioni di vita e la famiglia, la scuola, i rapporti interpersonali, la visione della donna e dei rapporti di genere, la religione e la cultura".
Per il rapporto, la presenza delle donne rappresenta dunque l'elemento di reale novita' della recente immigrazione, oramai numericamente equilibrata tra i sessi, e la conseguenza diretta di questo fenomeno e' la tendenza graduale dell'immigrazione verso la stabilizzazione e la "familiarizzazione" nel Paese ospitante, in particolare per alcuni sistemi migratori entrati in una nuova fase della loro evoluzione.
La donna evidenzia statisticamente il suo ruolo chiave nel processo migratorio e in quello di inserimento nello Stato di destinazione ed e' di per se' un importante "agente di integrazione" in relazione al proprio nucleo familiare e alla comunita' di appartenenza - anche per il suo ruolo chiave di trasmissione di identita' in fase educativa.
In questo ruolo a favore dell'integrazione la donna immigrata assomma in se' fattori di forza e di debolezza: e', infatti, il soggetto debole che risente maggiormente del disagio abitativo, delle difficolta' connesse al lavoro, ma e' anche l'anello forte di trasmissione della cultura di provenienza e di sintesi con l'incontro di quella ospitante all'interno del nucleo familiare. E' pertanto essa stessa un potente agente di buona o scarsa integrazione e ha certamente un ruolo chiave nel processo di dialogo.
E' infatti la donna, come emerge dal rapporto, che va a definire elementi di rottura e di innovazione rispetto all'uomo della stessa comunita' di appartenenza, su temi diversi, dai rapporti uomo donna, alla religione, all'educazione, arrivando essa stessa a definire le caratteristiche di un'integrazione possibile. Oltre la meta' delle donne intervistate dalla ricerca, che analizza la popolazione immigrata regolare, residente in Italia e proveniente equamente da nazioni del Mediterraneo del Sud (Tunisia, Marocco, Algeria, Libia, Egitto, Etiopia, Eritrea, Somalia), e dell'Est (Croazia, Slovenia, Bosnia, Serbia, Albania, Macedonia, Turchia, Libano, Paesi arabi), non ritiene, ad esempio, di rappresentare un modello che si contrappone a quello della donna italiana.
E, ancora, definisce facili le relazioni con gli italiani, e ritiene tendenzialmente compatibili le proprie caratteristiche di nazionalita', cultura e religione con quelle del paese ospitante.
Un'apertura che le porta ad essere, rispetto alla componente immigrata maschile, tendenzialmente piu' attente ai fattori miranti a una maggior accettazione delle diversita' culturali e di costume e a valorizzare gli elementi di incontro piuttosto che quelli di divisione.
La distanza tra uomini e donne immigrati si avverte anche relativamente a molte altre questioni determinanti nei processi di integrazione, come ad esempio le questioni di genere, la parita' dei diritti o la percezione dei segni esteriori riferibili alla religione di appartenenza, primi fra tutti il velo islamico o la poligamia, verso i quali gli uomini tendono ad avere un atteggiamento piu' unitario e tradizionalista, parlando perlopiu' di "scelta volontaria" e "rispetto dei precetti religiosi", e le donne invece plurale e autonomo, sfatando lo stereotipo della donna immigrata, soprattutto musulmana, appiattita sulle posizioni del marito.
E se e' vero che accettazione e integrazione con la popolazione ospitante vanno di pari passo, come evidenzia bene la ricerca, con il livello di istruzione e con l'inserimento nel mercato del lavoro, e' altrettanto evidente, come rivela il rapporto, che ben l'80% degli immigrati si sente "molto" o "abbastanza integrato" in Italia e che, anche in caso di difformita' tra le norme dello Stato ospitante e le consuetudini o il costume del proprio Paese di origine, prevale nettamente tra gli intervistati la necessita' del rispetto della legge e dell'adattamento, senza distinzione significativa di genere, di eta', di stato civile e condizione nel mercato del lavoro.
"Una forte volonta' di integrarsi, dunque -ha spiegato Urso- che passa attraverso le istituzioni e il rispetto delle leggi e che riconosce alla donna una particolare volonta' e capacita' di conciliazione, contro ogni stereotipo culturale che la vuole, con il suo carico di scelte e responsabilita', con la sua famiglia, monogamica o poligamica, con i figli, e quindi il tema dell'educazione e del diritto di cittadinanza, un elemento di scontro e di conflitto, soprattutto nel confronto con il mondo islamico".
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