Gb. I medici aiutano gran parte dei pazienti terminali a morire
I medici aiutano a morire circa due terzi dei malati terminali, cessando il trattamento di sostentamento vitale o somministrando antidolorifici che accorciano la vita. Ma lo fanno solo quando credono che la morte sia imminente e dopo essersi consultati con i pazienti, i famigliari e gli altri medici.
Con questo studio Clive Seale, della scuola di scienze sociali e legge della Brunel University di Londra, ha prodotto le uniche cifre certe sulla diffusione di queste pratiche fra i medici britannici, attraverso l'eutanasia o la cessazione del trattamento di sostentamento vitale. Contrariamente a quanto si puo' pensare, avverte Seale, la sua ricerca, pubblicata sul numero di ottobre di Palliative Medicine, dimostra che i medici britannici prendono piu' precauzioni dei loro colleghi all'estero.
In un sondaggio fra 857 medici, ha scoperto che la stragrande maggioranza -il 91%- ha detto che le proprie azioni non hanno accelerato la morte di piu' di una settimana.
In tutti gli altri Paesi dove e' stato fatto lo stesso sondaggio, in Europa e in Australia, i medici hanno ammesso di aver accorciato maggiormente la vita. Nei Paesi dove l'eutanasia e' legale, il 59% dei medici ha detto di aver accorciato la vita dei pazienti al massimo di una settimana, mentre nei Paesi dove l'eutanasia e' proibita e' l'81% dei medici che dice di non aver mai accorciato la vita per piu' di sette giorni.
Secondo Seale sono due i dati rassicuranti che emergono dal suo studio: "In Gran Bretagna la vita viene accorciata di molto poco, e consultarsi con pazienti, famigliari e colleghi e' pratica molto diffusa".
I medici britannici sono anche piu' aperti a parlare di decisioni sul fine vita dei loro colleghi in altri Paesi dove l'eutanasia e' illegale. Ma non ne discutono cosi' spesso quanto i medici dei Paesi dove l'eutanasia e' legale.
Con questo studio Clive Seale, della scuola di scienze sociali e legge della Brunel University di Londra, ha prodotto le uniche cifre certe sulla diffusione di queste pratiche fra i medici britannici, attraverso l'eutanasia o la cessazione del trattamento di sostentamento vitale. Contrariamente a quanto si puo' pensare, avverte Seale, la sua ricerca, pubblicata sul numero di ottobre di Palliative Medicine, dimostra che i medici britannici prendono piu' precauzioni dei loro colleghi all'estero.
In un sondaggio fra 857 medici, ha scoperto che la stragrande maggioranza -il 91%- ha detto che le proprie azioni non hanno accelerato la morte di piu' di una settimana.
In tutti gli altri Paesi dove e' stato fatto lo stesso sondaggio, in Europa e in Australia, i medici hanno ammesso di aver accorciato maggiormente la vita. Nei Paesi dove l'eutanasia e' legale, il 59% dei medici ha detto di aver accorciato la vita dei pazienti al massimo di una settimana, mentre nei Paesi dove l'eutanasia e' proibita e' l'81% dei medici che dice di non aver mai accorciato la vita per piu' di sette giorni.
Secondo Seale sono due i dati rassicuranti che emergono dal suo studio: "In Gran Bretagna la vita viene accorciata di molto poco, e consultarsi con pazienti, famigliari e colleghi e' pratica molto diffusa".
I medici britannici sono anche piu' aperti a parlare di decisioni sul fine vita dei loro colleghi in altri Paesi dove l'eutanasia e' illegale. Ma non ne discutono cosi' spesso quanto i medici dei Paesi dove l'eutanasia e' legale.
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