Venerdì 5 giugno 2026
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Germania. Considerazioni sull'eutanasia di Stephan Sahm

U.E. - GERMANIA
Notizia ·
Pubblichiamo un articolo di Stephen Sahm apparto su Frankfurter Allgemeine Zeitung lo scorso 21 luglio

A settembre, il Congresso dei giuristi discutera' se l'accompagnamento alla morte necessiti di una regolamentazione nel Diritto Penale. L'emerito penalista Klaus Luederssen, il 21 marzo invitava i suoi colleghi, in un articolo su questo giornale, a pronunciarsi per la legalizzazione dell'eutanasia attiva. Il professore postula addirittura il dovere di uccidere. Recentemente, il criminologo Torsten Verrel, incaricato di presentare una relazione al Congresso, sollecitava i medici, su "Neue Juristische Wochenschrift", a non opporsi piu' al suicidio medicalmente assistito in base ai loro principi etici. E gia' lo scorso autunno, un gruppo di giuristi che si autodefiniscono professori alternativi, gruppo cui appartiene Verrel, auspicavano una modifica del codice di procedura penale. Hanno anche presentato una bozza alternativa sull'accompagnamento alla morte, il cui titolo riecheggia un documento degli anni '80, Abbozzo alternativo per una legge sull'aiuto a morire. All'epoca quel documento suscito' grande scalpore poiche' prevedeva l'autorizzazione all'eutanasia attiva in casi eccezionali. Gli odierni esperti di diritto penale non vogliono spingersi cosi' lontano, benche' ritengano che nel codice debba essere chiaramente stabilita' l'impunibilita' per l'assistenza medica al suicidio.
Alla base di tutte queste proposte, per quando diversificate possano apparire, c'e' un coacervo di supposizioni errate che sembrano sorreggersi l'una all'altra, ma solo fin quando il dibattito si svolge lontano dal letto del malato e dall'esperienza del medico. Dopo aver premesso che uccidere e' un'azione riprovevole, i fautori dell'eutanasia attiva usano due argomenti per giustificarla. Gli uni rimandano al diritto all'autodeterminazione; chi lo prende sul serio deve rispettare il desiderio di chi e' stanco di vivere, e corrispondere alla sua richiesta d'essere aiutato a morire. Gli altri sostengono che esistono situazioni compromesse a un punto tale che si possono risolvere solo con la morte. Sono stati di necessita' gravissimi, e l'eutanasia diventa un atto d'assistenza medica alla persona sofferente. Luederssen ammette che ci possano essere dei punti di frattura tra questi argomenti, percio' li collega l'uno all'altro. Ma e' un legame che non elimina le loro debolezze.
Il riferimento all'autodeterminazione situa i sostenitori del secondo argomento in una situazione particolare: se fanno propria la tesi dell'autonomia che si esprime con la richiesta di essere uccisi, non possono poi sostenere in maniera convincente che l'eutanasia debba essere circoscritta alle malattie incurabili. Se si usa l'argomento dell'autonomia, non ci si puo' riferire soltanto a situazioni di natura fisica. Nella vita, e non solo nella letteratura, s'incontrano spesso persone che desiderano morire per altre ragioni. Per un dissesto economico, per solitudine, per la sensazione di essere di peso agli altri. Sono motivi altrettanto concreti per indurre le persone a desiderare la morte. Non si puo' invocare, come fa Luederssen, la volonta' di chi e' stanco di vivere, il rispetto della sua volonta' e della sua individualita', e nel contempo confinare tutto questo all'interno di una diagnosi medica. Ne discende che i motivi che portano a limitare l'eutanasia ai casi di malattie gravissime, parlano contro la pratica in se' e fanno cadere il castello di carte costruito sull'autonomia.
Rimane la tesi, secondo cui uno stato di necessita' estremo rende equiparabile un atto soppressivo a un trattamento medico, e quindi non solo lo giustifica ma lo eleva a dovere. E' su questo criterio che e' stata impostata la legge olandese, e non sul diritto all'autodeterminazione, come spesso si dice, sbagliando. Lo stato di necessita' merita di essere preso in considerazione solo se non lo si voglia intendere come una variante dell'uccidere per pieta', che e' l'argomento piu' suscettibile di abusi. Uccidere per pieta' nasce dal giudizio sulla qualita' della vita del malato. E il giudizio lo formula un osservatore esterno. Ora, il concetto di sofferenza insopportabile non e' affatto chiaro e univoco: un conto e' la sofferenza percepita dal paziente, un altro il giudizio di chi osserva. Sembrerebbe una discussione astratta, invece nella realta' quotidiana e' evidente e dimostrabile. Dai sondaggi emerge che esistono sofferenze e trattamenti giudicati sopportabili dal paziente, mentre chi e' al di fuori dice che non li augurerebbe al peggior nemico.
Per evitare abusi, l'argomento di stato di necessita' lo si collega a due condizioni. Se un paziente giudica intollerabile la propria situazione, bisogna che un medico constati l'impossibilita' di utilizzare altri rimedi efficaci. Di recente, il bioetico olandese Guy Widdershoven, difendendo la legge, ha rivendicato il ruolo del medico: gli si puo' dar credito; un medico e' sufficientemente esperto per valutare se in una data situazione sia possibili intervenire o no. Inoltre, e sempre seguendo lo stato di necessita', ci vuole una perizia medica che autorizzi l'eutanasia. Ma poi diventa chiaro che essa si basa su una premessa sbagliata: non esiste nessuna ragione medica che giustifichi un atto omicida. E' questa l'opinione concorde di quasi tutte le organizzazioni mediche del mondo civile. Sono soltanto i medici olandesi e belgi a voler vedere le cose in altro modo. Non si tratta di voler esaltare la sofferenza, ma e' la medicina a constatare che non esistono situazioni in cui non sia possibile intervenire con cure palliative. Persino le peggiori, come la difficolta' a respirare, il panico, la nausea e i dolori sono trattabili, magari con una sedazione. Con questo termine s'intende la somministrazione di calmanti e di oppiacei in dosi sufficienti a mitigare la coscienza del soggetto, senza arrivare alla narcosi. Per di piu' le dosi si possono adeguare e successivamente anche ridurre se e' il caso. Eppure, non di rado si tende a gettare discredito sulle cure palliative, sostenendo che la sedazione altro non sarebbe che una lenta eutanasia farmacologica. E' falso. La sedazione palliativa tende ad allungare la vita, in quanto impedisce il crollo fisiologico del paziente che subisce sintomi e dolori insopportabili. Certo, la sedazione palliativa necessita di esperienza, ma non e' cosi' complicata da non poter essere praticata in una normale struttura sanitaria. Da un punto di vista etico e normativo, le cure palliative si differenziano dall'eutanasia attiva per il fatto di essere eseguite senza nessun intento omicida. Con l'eutanasia attiva ci si comporta in un altro modo e, nelle loro proposte di riforma, i professori alternativi chiedono ai medici di abbandonare il rifiuto categorico verso quelle pratiche. Invece ci sono delle ottime ragioni per mantenerle.
In punto di diritto, il suicidio non e' un atto punibile. Quindi, anche l'aiuto prestato per un'azione non punibile e' difficilmente sanzionabile. Ma e' da un punto di vista etico che e' importante respingere l'assistenza professionale al suicidio. Non e' che dalle normative attuali discenda un'accettazione sociale al suicidio; semplicemente la legge si astiene dal giudizio. Ma cio' vale, sensatamente, solo per la morte che uno si e' dato in liberta', dopo aver tratto un bilancio della propria vita. La psichiatria ci dice che solo il 5% dei suicidi rientra nella categoria del darsi la morte in liberta'. Invece, l'offerta di un'assistenza professionale al suicidio puo' suggerire l'idea di un consenso sociale. La suggestione del consenso sociale esclude di per è la liberta' incondizionata quale premessa al suicidio. E chi ritenesse di nuovo troppo astratto questo ragionamento, si vada a leggere i rapporti dei medici olandesi che offrono l'assistenza al suicidio. Con la supposta liberta' viene meno l'umanita', e i pazienti sono strattonati da una parte all'altra, tra l'offerta di trattamento dei sintomi e l'assistenza al suicidio. E in mezzo a tutto questo non ci si accorge nemmeno piu' che l'ordine dei medici olandese, in realta' esige che la richiesta d'assistenza al suicidio debba partire tassativamente dal malato. Senza malizia alcuna, i medici scrivono sui giornali che sono loro a portare il discorso sul suicidio.
L'ordine dei medici tedesco respinge, a buon diritto e in sintonia con la stragrande maggioranza delle organizzazioni mediche di altri Paesi, l'aiuto professionale al suicidio; lo giudica non compatibile con il proprio ruolo. Ogni altra regolamentazione corrompe l'etica professionale. Non tutto cio' che la legge consente dev'essere promosso dalla medicina. On nome della libera volonta' non si punisce il suicidio, ma l'umanesimo di una societa' libera non si misura sul fatto che qualunque desiderio dei suoi membri debba essere esaudito.
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