Germania. Medicina palliativa: intervista a Gian Domenico Borasio
Gian Domenico Borasio dirige il centro interdisciplinare di Medicina palliativa all'Universita' di Monaco di Baviera; Susanne Schaefer lo ha intervistato per la Sueddeutsche Zeitung.
Com'e' che la medicina palliativa presta aiuto alle persone prossime a morire?
Medicina palliativa significa, in parte, mitigare le sofferenze e i sintomi gravosi come l'insufficienza respiratoria. Ma non basta occuparsi dei dolori del corpo. L'altra parte del nostro lavoro consiste nell'accompagnamento psico-sociale e spirituale. Spesso, per i moribondi la maggiore preoccupazione non e' come moriranno, ma cosa succedera' dopo alle loro famiglie. Quindi noi aiutiamo i malati occupandoci dei loro parenti.
Quanto sono state sfruttate finora le opportunita' della medicina palliativa?
Negli ultimi anni in Germania e' progredita molto. Pero' e' nella ricerca che dobbiamo recuperare. Per esempio, l'insufficienza respiratoria, che affligge tanti moribondi e scatena il panico, non e' stata ancora ben studiata. E anche quello che gia' conosciamo non e' utilizzato al meglio. C'e' poi l'immotivata paura di tanti medici nei confronti della morfina. Oppure capita che ai malati in avanzato stato di demenza venga inserita una sonda nello stomaco benche' sia stato ampiamente dimostrato come un simile intervento non allunghi la vita ne' migliori la sua qualita'. Qualche volta un rimedio volto ad alleviare la sofferenza si trasforma nel suo opposto. Se a un moribondo si iniettano litri d'acqua nelle vene nonostante che l'organismo in fase terminale non consumi quasi piu' acqua, il liquido puo' accumularsi nei polmoni e provocare un'insufficienza respiratoria.
Da dove viene l'incertezza?
In medicina prevale la cultura del fare. Pensiamo sempre di dover fare qualcosa se vogliamo adempiere al nostro compito. Molti medici sono poi insicuri riguardo alla loro posizione giuridica, per cui magari inseriscono un sondino nello stomaco del malato solo per il timore di conseguenze legali. I sondaggi mostrano che il 60% dei medici confessa di temere conseguenze giuridiche qualora dovessero interrompere le cure che mantengono in vita il paziente. In realta', se un medico lascia che la malattia allo stadio terminale faccia il suo corso senza agire per prolungare l'agonia, non solo non e' punibile, ma compie un atto dovuto. L'incertezza non riguarda pero' soltanto i medici. In un'indagine realizzata tra i giudici tutelari, piu' della meta' non sapeva distinguere correttamente tra eutanasia passiva, autorizzata, ed eutanasia attiva, proibita.
Che cosa s'insegna nella materia Medicina palliativa?
Oltre alla formazione nella terapia del dolore e del sollievo dei sintomi, insegniamo aspetti giuridici, ad esempio le disposizioni del paziente. Le guide spirituali tengono seminari su temi religiosi, mentre gli psicologi spiegano agli studenti come possono dare conforto al malato. Si fanno delle esercitazioni pratiche, dove gli studenti interpretano il ruolo del medico quando deve spiegare al paziente che ha una malattia incurabile E' uno dei momenti piu' importanti nella vita di una persona, e per il medico l'inizio delle cure palliative.
In un colloquio di quel genere, su che cosa dovrebbe focalizzarsi l'attenzione del medico?
Dovrebbe ascoltare. Spesso in una situazione come quella il medico parla e il paziente e' talmente sotto choc che dopo tre frasi stacca la spina. Molte persone, dopo le numerose viste sanno piu' o meno gia' di cosa soffrono. Percio', ai nostri studenti suggeriamo d'interpellare il paziente: "Ha un'idea di quale sia la sua malattia?" In questo modo e' lui a condurre la conversazione.
Migliori prestazioni della medicina palliativa potrebbero rendere superfluo il dibattito sull'eutanasia attiva?
No, certamente no. Con una buona medicina palliativa ci potra' essere un minor numero di pazienti che desiderano morire prima del tempo, ma ci sara' sempre qualcuno che si augura la morte. La societa' dovra' porsi questo problema. Prima pero' dovremmo garantire a tutti che alla fine della loro vita potranno accedere a delle buone cure palliative.
Com'e' che la medicina palliativa presta aiuto alle persone prossime a morire?
Medicina palliativa significa, in parte, mitigare le sofferenze e i sintomi gravosi come l'insufficienza respiratoria. Ma non basta occuparsi dei dolori del corpo. L'altra parte del nostro lavoro consiste nell'accompagnamento psico-sociale e spirituale. Spesso, per i moribondi la maggiore preoccupazione non e' come moriranno, ma cosa succedera' dopo alle loro famiglie. Quindi noi aiutiamo i malati occupandoci dei loro parenti.
Quanto sono state sfruttate finora le opportunita' della medicina palliativa?
Negli ultimi anni in Germania e' progredita molto. Pero' e' nella ricerca che dobbiamo recuperare. Per esempio, l'insufficienza respiratoria, che affligge tanti moribondi e scatena il panico, non e' stata ancora ben studiata. E anche quello che gia' conosciamo non e' utilizzato al meglio. C'e' poi l'immotivata paura di tanti medici nei confronti della morfina. Oppure capita che ai malati in avanzato stato di demenza venga inserita una sonda nello stomaco benche' sia stato ampiamente dimostrato come un simile intervento non allunghi la vita ne' migliori la sua qualita'. Qualche volta un rimedio volto ad alleviare la sofferenza si trasforma nel suo opposto. Se a un moribondo si iniettano litri d'acqua nelle vene nonostante che l'organismo in fase terminale non consumi quasi piu' acqua, il liquido puo' accumularsi nei polmoni e provocare un'insufficienza respiratoria.
Da dove viene l'incertezza?
In medicina prevale la cultura del fare. Pensiamo sempre di dover fare qualcosa se vogliamo adempiere al nostro compito. Molti medici sono poi insicuri riguardo alla loro posizione giuridica, per cui magari inseriscono un sondino nello stomaco del malato solo per il timore di conseguenze legali. I sondaggi mostrano che il 60% dei medici confessa di temere conseguenze giuridiche qualora dovessero interrompere le cure che mantengono in vita il paziente. In realta', se un medico lascia che la malattia allo stadio terminale faccia il suo corso senza agire per prolungare l'agonia, non solo non e' punibile, ma compie un atto dovuto. L'incertezza non riguarda pero' soltanto i medici. In un'indagine realizzata tra i giudici tutelari, piu' della meta' non sapeva distinguere correttamente tra eutanasia passiva, autorizzata, ed eutanasia attiva, proibita.
Che cosa s'insegna nella materia Medicina palliativa?
Oltre alla formazione nella terapia del dolore e del sollievo dei sintomi, insegniamo aspetti giuridici, ad esempio le disposizioni del paziente. Le guide spirituali tengono seminari su temi religiosi, mentre gli psicologi spiegano agli studenti come possono dare conforto al malato. Si fanno delle esercitazioni pratiche, dove gli studenti interpretano il ruolo del medico quando deve spiegare al paziente che ha una malattia incurabile E' uno dei momenti piu' importanti nella vita di una persona, e per il medico l'inizio delle cure palliative.
In un colloquio di quel genere, su che cosa dovrebbe focalizzarsi l'attenzione del medico?
Dovrebbe ascoltare. Spesso in una situazione come quella il medico parla e il paziente e' talmente sotto choc che dopo tre frasi stacca la spina. Molte persone, dopo le numerose viste sanno piu' o meno gia' di cosa soffrono. Percio', ai nostri studenti suggeriamo d'interpellare il paziente: "Ha un'idea di quale sia la sua malattia?" In questo modo e' lui a condurre la conversazione.
Migliori prestazioni della medicina palliativa potrebbero rendere superfluo il dibattito sull'eutanasia attiva?
No, certamente no. Con una buona medicina palliativa ci potra' essere un minor numero di pazienti che desiderano morire prima del tempo, ma ci sara' sempre qualcuno che si augura la morte. La societa' dovra' porsi questo problema. Prima pero' dovremmo garantire a tutti che alla fine della loro vita potranno accedere a delle buone cure palliative.
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