Giappone. Indagine rivela che l'eutanasia passiva e' praticata in 13 su 95 hospice
Sta facendosi sempre piu' pressante Giappone il dibattito sulla 'morte dignitosa', rilanciato ora da un sondaggio che ha rivelato come l'eutanasia passiva sia praticata negli ospedali in un significativo numero di casi.
Sebbene nella terra del harakiri non esistano specifiche preclusioni contro l'eutanasia, sono molti i tradizionalisti che vi si oppongono per motivi sociali, morali o religiosi e vi sono state varie vicende come quella di Piergiorgio Welby in Italia.
I risultati dell'inchiesta, pubblicati dall'agenzia 'Kyodo', hanno indicato che, in mancanza di disposizioni legislative in merito, i medici si trovano talora a decidere in base a una prassi non codificata se disattivare gli apparati respiratori di degenti le cui funzioni vitali sono per il resto compromesse.
Su 95 centri clinici per malati terminali, 13 hanno ammesso all'agenzia di avere assentito a richieste dei famigliari dei pazienti affinche' fosse 'staccata la spina' degli apparati di respirazione. Interrogati sui criteri in proposito, 7 di questi centri hanno detto di essersi riferiti agli standard per la rimozione degli organi destinati ai trapianti e principalmente basati sugli indicatori di morte cerebrale. Nel tempo il 68,4% degli interrogati ha indicato di avere fatto ricorso ad altri mezzi di eutanasia passiva, come la sospensione della somministrazione di medicine e alimenti per endovena.
E' una serie di dati che ha fatto scalpore, in considerazione della notoria riluttanza di molti sanitari nipponici ad affrontare apertamente un argomento dai contorni sociali e giudiziari ancora indefiniti. Un paio di anni or sono, per esempio, aveva suscitato animate discussioni il caso di una dottoressa che aveva deciso di rimuovere le apparecchiature che tenevano in vita un uomo da tempo in coma profondo: la sanitaria aveva detto di avere agito in base ai desideri del degente, ma i congiunti avevano contestato la decisione: i giudici si erano infine limitati a infliggere alla donna una condanna simbolica.
Gia' in precedenza altri casi simili finiti alla ribalta delle cronache, ma tuttora non esiste alcuna legge sulla 'songenshi', come e' chiamata in Giappone l'eutanasia passiva.
In un sondaggio condotto in aprile fra sanitari di tutto il paese solo il 39% si era dichiarato propenso a 'staccare la spina' nei casi di pur acclarata morte cerebrale.
Ma un mese fa l'Associazione nazionale per la cura delle sindromi acute' si e' pronunciata per la prima volta per una disattivazione degli apparati di sopravvivenza per i pazienti terminali che abbiano dato un preciso consenso: data la delicatezza dell'argomento, tuttavia, l'associazione ha chiesto il parere di tutti i suoi aderenti prima di ufficializzare la sua posizione. Tale ufficializzazione potrebbe avere infatti molto peso su uno studio condotto in merito dal ministero della Sanita', allo scopo di pubblicare una prima normativa in aprile.
Tra i principali problemi in tale contesto vi e' la precisa definizione di malati terminali, che una commissione ad hoc dell'associazione ha descritto come 'pazienti in stato di morte cerebrale o destinati con tutta evidenza a morire nel giro di ore o di giorni nonostante qualsiasi cura'.
Quanto alla disattivazione degli apparati di sopravvivenza, la commissione ha indicato che la decisione dovrebbe essere 'presa razionalmente e obiettivamente da almeno 2 medici compreso quello curante', in base a un documento da cui risulti una volonta' del paziente in tal senso. Secondo la 'Kyodo' due terzi dei centri interrogati nella sua inchiesta hanno espresso disponibilita' alla songenshi qualora esistano incontestabili indicazioni sulla volonta' del paziente. (Fonte: Ansa)
Sebbene nella terra del harakiri non esistano specifiche preclusioni contro l'eutanasia, sono molti i tradizionalisti che vi si oppongono per motivi sociali, morali o religiosi e vi sono state varie vicende come quella di Piergiorgio Welby in Italia.
I risultati dell'inchiesta, pubblicati dall'agenzia 'Kyodo', hanno indicato che, in mancanza di disposizioni legislative in merito, i medici si trovano talora a decidere in base a una prassi non codificata se disattivare gli apparati respiratori di degenti le cui funzioni vitali sono per il resto compromesse.
Su 95 centri clinici per malati terminali, 13 hanno ammesso all'agenzia di avere assentito a richieste dei famigliari dei pazienti affinche' fosse 'staccata la spina' degli apparati di respirazione. Interrogati sui criteri in proposito, 7 di questi centri hanno detto di essersi riferiti agli standard per la rimozione degli organi destinati ai trapianti e principalmente basati sugli indicatori di morte cerebrale. Nel tempo il 68,4% degli interrogati ha indicato di avere fatto ricorso ad altri mezzi di eutanasia passiva, come la sospensione della somministrazione di medicine e alimenti per endovena.
E' una serie di dati che ha fatto scalpore, in considerazione della notoria riluttanza di molti sanitari nipponici ad affrontare apertamente un argomento dai contorni sociali e giudiziari ancora indefiniti. Un paio di anni or sono, per esempio, aveva suscitato animate discussioni il caso di una dottoressa che aveva deciso di rimuovere le apparecchiature che tenevano in vita un uomo da tempo in coma profondo: la sanitaria aveva detto di avere agito in base ai desideri del degente, ma i congiunti avevano contestato la decisione: i giudici si erano infine limitati a infliggere alla donna una condanna simbolica.
Gia' in precedenza altri casi simili finiti alla ribalta delle cronache, ma tuttora non esiste alcuna legge sulla 'songenshi', come e' chiamata in Giappone l'eutanasia passiva.
In un sondaggio condotto in aprile fra sanitari di tutto il paese solo il 39% si era dichiarato propenso a 'staccare la spina' nei casi di pur acclarata morte cerebrale.
Ma un mese fa l'Associazione nazionale per la cura delle sindromi acute' si e' pronunciata per la prima volta per una disattivazione degli apparati di sopravvivenza per i pazienti terminali che abbiano dato un preciso consenso: data la delicatezza dell'argomento, tuttavia, l'associazione ha chiesto il parere di tutti i suoi aderenti prima di ufficializzare la sua posizione. Tale ufficializzazione potrebbe avere infatti molto peso su uno studio condotto in merito dal ministero della Sanita', allo scopo di pubblicare una prima normativa in aprile.
Tra i principali problemi in tale contesto vi e' la precisa definizione di malati terminali, che una commissione ad hoc dell'associazione ha descritto come 'pazienti in stato di morte cerebrale o destinati con tutta evidenza a morire nel giro di ore o di giorni nonostante qualsiasi cura'.
Quanto alla disattivazione degli apparati di sopravvivenza, la commissione ha indicato che la decisione dovrebbe essere 'presa razionalmente e obiettivamente da almeno 2 medici compreso quello curante', in base a un documento da cui risulti una volonta' del paziente in tal senso. Secondo la 'Kyodo' due terzi dei centri interrogati nella sua inchiesta hanno espresso disponibilita' alla songenshi qualora esistano incontestabili indicazioni sulla volonta' del paziente. (Fonte: Ansa)
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