Immigrati. Respingimenti: ricorso contro l'Italia alla Corte europea dei diritti dell'uomo
Undici cittadini somali e tredici cittadini eritrei, raccolti lo scorso anno da navi militari italiane in acque maltesi e consegnati alle autorita' libiche, hanno presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo contro l'Italia, denunciando di essere stati vittime di un'espulsione collettiva priva di ogni fondamento legale. Un'espulsione che - sostengono i ricorrenti - e' avvenuta senza essere ne' identificati ne' ascoltati, e che li avrebbe messi a rischio di torture e maltrattamenti. Lo rende noto la stessa Corte di Strasburgo, che in settimana ha comunicato il ricorso al governo italiano, chiedendo chiarimenti sull'accaduto. La Corte europea dei diritti dell'uomo chiede al governo italiano di fornire anche tutte le informazioni sul numero di immigrati che ogni mese sbarcano sulle coste della Penisola e quelle sul trattamento che viene riservato in Libia agli immigrati irregolari respinti.
Una volta ricevuti dalle autorita' italiane i chiarimenti richiesti, la Corte decidera' sull'ammissibilita' del ricorso ed eventualmente sul merito. La vicenda risale al maggio 2009. I ricorrenti sostengono di aver fatto parte di un gruppo di circa 200 persone, tra cui bambini e alcune donne incinta, che a bordo di tre imbarcazioni avevano lasciato le coste libiche nel tentativo di raggiungere quelle italiane. Il 6 maggio le imbarcazioni si trovavano a 35 miglia a sud di Lampedusa, in zona sotto controllo maltese, e sono state raggiunte dalle navi della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera italiana. I militari italiani dopo averli trasferiti sulle navi, li hanno ricondotti in Libia, dove gli immigrati sono stati consegnati alle autorita' locali. I ricorrenti affermano che durante il viaggio le autorita' italiane non li avrebbero informati sulla loro destinazione, ne' avrebbero effettuato alcuna procedura di identificazione. I 24 cittadini somali ed eritrei sostengono quindi di essere stati oggetto di un'espulsione collettiva atipica e priva di ogni fondamento legale e di non essere stati in grado di contestare davanti alle autorita' italiane il loro rinvio in Libia. Sostengono inoltre che, riconducendoli in Libia, le autorita' italiane li avrebbero esposti al rischio di essere torturati o maltrattati. Tutto cio' in violazione della Convenzione europea sui diritti dell'uomo. Nel comunicare il ricorso al governo italiano, la Corte di Strasburgo, oltre a domandare chiarimenti sull'episodio specifico, ha chiesto a Roma di produrre i testi degli accordi firmati con il governo libico il 27 dicembre 2007 e il 4 febbraio 2009, e di spiegare il rapporto che esiste tra le operazioni condotte in base a questi accordi con la Libia e le attivita' svolte nell'ambito della missione dell'Agenzia europea Frontex. Inoltre al governo viene chiesto di fornire tutte le informazioni disponibili sul numero di immigrati che arrivano ogni mese sulle coste italiane, in particolare a Lampedusa, ma anche sul trattamento che viene riservato in Libia agli immigrati irregolari respinti.
Una volta ricevuti dalle autorita' italiane i chiarimenti richiesti, la Corte decidera' sull'ammissibilita' del ricorso ed eventualmente sul merito. La vicenda risale al maggio 2009. I ricorrenti sostengono di aver fatto parte di un gruppo di circa 200 persone, tra cui bambini e alcune donne incinta, che a bordo di tre imbarcazioni avevano lasciato le coste libiche nel tentativo di raggiungere quelle italiane. Il 6 maggio le imbarcazioni si trovavano a 35 miglia a sud di Lampedusa, in zona sotto controllo maltese, e sono state raggiunte dalle navi della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera italiana. I militari italiani dopo averli trasferiti sulle navi, li hanno ricondotti in Libia, dove gli immigrati sono stati consegnati alle autorita' locali. I ricorrenti affermano che durante il viaggio le autorita' italiane non li avrebbero informati sulla loro destinazione, ne' avrebbero effettuato alcuna procedura di identificazione. I 24 cittadini somali ed eritrei sostengono quindi di essere stati oggetto di un'espulsione collettiva atipica e priva di ogni fondamento legale e di non essere stati in grado di contestare davanti alle autorita' italiane il loro rinvio in Libia. Sostengono inoltre che, riconducendoli in Libia, le autorita' italiane li avrebbero esposti al rischio di essere torturati o maltrattati. Tutto cio' in violazione della Convenzione europea sui diritti dell'uomo. Nel comunicare il ricorso al governo italiano, la Corte di Strasburgo, oltre a domandare chiarimenti sull'episodio specifico, ha chiesto a Roma di produrre i testi degli accordi firmati con il governo libico il 27 dicembre 2007 e il 4 febbraio 2009, e di spiegare il rapporto che esiste tra le operazioni condotte in base a questi accordi con la Libia e le attivita' svolte nell'ambito della missione dell'Agenzia europea Frontex. Inoltre al governo viene chiesto di fornire tutte le informazioni disponibili sul numero di immigrati che arrivano ogni mese sulle coste italiane, in particolare a Lampedusa, ma anche sul trattamento che viene riservato in Libia agli immigrati irregolari respinti.
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