Sabato 6 giugno 2026
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Inquinamento compromette anche le nostre staminali

U.E. - ITALIA
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"Uno dei problemi che non viene assolutamente preso in considerazione è che se io respiro pulviscolo è vero che questo mi va nei polmoni, ma nessuno pensa che questo materiale potrebbe andare a minare la radice del nostro essere: le cellule staminali.
Pensiamo sempre all'inquinamento come a quella cosa che ti dà un tumore, ti rovina un organo o una funzione.
Di fatto questo effetto può avvenire secondo noi a due livelli: uno alla cellula consolidata, un altro sul mio tesoretto, cioè le mie cellule staminali che servono a tenermi il sistema sempre mantenuto. Fintanto che io mino il mattone, cioè la parte più esposta, lo posso anche nel tempo riparare. Ma se io vado a minare la radice, mi sego le gambe. E' come tagliare la radice ad un albero". Così il dottor Paolo Di Nardo, cardiologo e docente dell'Università di Roma Tor Vergata, spiega all'AgenParl le ultime ricerche sui pericoli dell'inquinamento. Da oltre 20 anni il dottor Di Nardo ha aperto a Tor Vergata un laboratorio che si occupa di staminali. Il laboratorio ha ora sedi in tutto il mondo: una in Giappone, una di prossima apertura in Nord America. Nel 1994 organizzò a Viterbo una settimana di conferenze chiamando i maggiori scienziati del mondo a discutere della possibilità di rigenerare il cuore. "Allora - ricorda Di Nardo - era una follia, come dire andiamo a piedi sulla luna, ora questo fatto è divenuto all'ordine del giorno, quasi banale".

"Stiamo mettendo a punto un modello sulla capacità delle staminali di incorporare nanoparticelle - continua Di Nardo spiegando la recente attività del laboratorio - stiamo cercando di capire come la cellula staminale umana, si badi non sperimentale, anzi siamo gli unici ad avere cellule staminali umane di cuore a livello planetario, si comporta quando uno mi mette una pallina di qualcosa, il famoso pulviscolo. Stiamo facendo un test con una delle sostanze a basso impatto, perché se a questa fase sperimentale ce ne mettiamo una a più alto impatto, l'effetto potrebbe essere così dirompente da non farci capire. Abbiamo bisogno di qualcosa che vada piano perché dobbiamo decifrare i singoli punti e capire cosa succede".

Quali le possibili soluzioni?

"Poss iamo identificare una serie di strategie, ma l'intervento come al solito non può essere monocorde. Non è possibile riparare un danno che permane. Per far fronte a questo tipo di problematiche così a 360 gradi ci vuole sempre un'azione duplice: la cura si fa sempre curando l'emittore.
La cura di queste cose si fa alla fonte. Non voglio parlare di prevenzione in senso banale, ma sicuramente ci sono processi industriali che possono essere benissimo modificati senza aggravi particolari per l'azienda.
C'è un'altra parole chiave molto importante su cui noi stiamo lavorando, a dicembre abbiamo fatto un convegno al Campidoglio e un altro lo faremo a gennaio 2012 a Firenze: la parola chiave è standardizzazione. Noi abbiamo bisogno per le staminali da una parte e per gli studi di cui stiamo piu' direttamente parlando dall'altra, di uno sforzo colossale e condiviso di standardizzazione.
Degli approcci, dei test, dei processi. Sennò non ne veniamo fuori. Non posso curare una persona qui in modo diverso che in India o in America".

C'è bisogno di una regolamentazione da parte delle autorità?

"Le autorità sono molto sorde. A livello nazionale, non solo in Italia, ognuno cerca di scansare un po' il problema. Alla fine della strada deve esserci un atto regolamentatorio, semplice ma estremamente chiaro, altrimenti, ripeto, non se ne esce"
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