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Interviste ed editoriali su Piergiorgio Welby apparsi oggi sui quotidiani

U.E. - ITALIA
Notizia ·
Pubblichiamo alcuni editoriali ed interviste apparsi oggi sui quotidiani su Piergiorgio Welby.

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"Welby, come Wojtyla, ha qualcosa di religioso"
Eutanasia. Conversazione col presidente dell'Ordine dei medici.

Il Riformista del 5 dicembre 2006, pag. 9
di Anna Meldolesi

La battaglia personale e civile di Piergiorgio Welby si combatte anche sul piano semantico. Come dimostra la contrapposizione tra Rosy Bindi e Ignazio Marino, il significato che politici, me­dici, giudici vorranno dare alla parola eutanasia inci­derà in modo decisivo sulla sorte del copresidente del­l'associazione Luca Coscioni e di chi, eventualmente, vorrà aiutarlo a porre fine alle sue sofferenze. Se quel­la di Welby non è una ri­chiesta di eutanasia ma il ri­fiuto di un inutile accani­mento terapeutico - come sostiene il presidente della commissione Sanità del Se­nato - non ci sono ragioni per cui non debba essere accolta. Se è vero il contrario - come afferma il ministro della Fa­miglia - l'interru­zione della respira­zione artificiale si colloca al di fuori della legge italiana e della deontologia medica.

Amedeo Bianco, presi­dente dell'Ordine dei medi­ci, è schierato su quest'ulti­ma posizione e gli abbiamo chiesto di spiegarci perché. Le sue argomentazioni sono inusuali: a suo avviso non è tanto l'intervento auspicato da Welby (il distacco del re­spiratore accompagnato da sedazione) né l'esito che ne conseguirebbe (la morte) a rendere la richiesta irricevibile. L'elemento decisivo sa­rebbe un altro. "La differen­za tra rifiuto dell'accani­mento terapeutico ed euta­nasia sta nel percorso con cui si arriva alla decisione, nei valori che si testimonia­no. Welby rivendica il diritto di scegliere come terminare la propria vita ed è proprio questo che caratterizza il suo caso in termini eutanasici" sostiene Bianco. Dunque conta poco il fatto che non si tratta di somministrare un'i­niezione letale, ma di lasciare semplicemente che la malattia faccia il suo corso, attraverso l'insuf­ficienza respirato­ria che ne deriva. Sono le intenzioni politiche che richiamano l'eutanasia. E se di questo si tratta, va da sé che può realizzarsi solo at­traverso un atto di disobbedienza civile. È opinione co­mune che Welby intrapren­dendo la sua battaglia abbia rinunciato alla strada più fa­cile: quella di vivere il suo dramma privatamente e di staccare privatamente la spi­na come accade spesso, sen­za attirare l'attenzione di politici o magistrati. Ma non è questo che Bianco vuole dire. Provate a immaginare che Piergiorgio abbia un fra­tello gemello, ugualmente malato e senza speranza, ma senza grilli radicali per la te­sta. Per il presidente del­l'Ordine dei medici, questo fratello di fantasia potrebbe arrivare a concordare con il suo medico la sospensione della respirazione artificiale, mentre Piergiorgio non può. La differenza non sta nel fatto che la morte del primo può passare inosservata, è piuttosto di ordine qualitati­vo. "In un caso - sostiene Bianco - parliamo di un le­gittimo percorso di "cura della morte" fatto di valori di dignità ed empatia tra medico e paziente, mentre nell'altro caso c'è la rivendi­cazione di un diritto alla morte". I valori in campo in­somma sarebbero così di­versi da concedere a uno ciò che viene negato all'altro. Bianco ci tiene a precisare il suo rispetto per Welby e ag­giunge che le sue sofferenze non sono inutili: "II mondo non è sordo né cieco". Non si definisce cattolico: "Sono un laico che crede in alcuni valori cattolici, ma non ne farei una questione di reli­gione". Sostiene che Welby ha preso una strada opposta a quella di Karol Wojtyla, che ha continuato ad affac­ciarsi alla finestra finché hanno potuto accompa­gnarcelo. "Ma in entrambi i casi c'è stata una scelta di testimonianza, di coraggio e sofferenza, mi azzarderei quasi a dire che tutti e due hanno qualcosa di religio­so". Eppure quando il papa ha preferito rinunciare agli ultimi tentativi di cura si è parlato di un alto esempio di accettazione della morte, mentre la richiesta di Welby per alcuni suona come una bestemmia.

Per definire l'interruzio­ne dell'accanimento tera­peutico, Bianco indica il de­potenziamento delle terapie nella continua attenzione per il paziente. "Esiste una relazione inversamente proporzionale tra cura e care (tra prescrivere la terapia e farsi carico del malato, ndr)" dice. Per questo non accetta che si parli di eutanasia stri­sciante: "Significherebbe che la richiesta di Welby è di serie A mentre gli altri casi sono di serie B. Quella che per i radicali è eutanasia sommersa io la chiamo "progetto di cura della mor­te". Ci sono centinaia, mi­gliaia di Welby e i medici che se ne fanno carico fino all'ultimo meritano rispet­to". Ma come si fa a distin­guere giuridicamente questi casi da quello di Piergiorgio, tanto più quando lo stato di salute, l'atto richiesto e l'esi­to sono i medesimi? Bianco risponde che "non si può fa­re una distinzione sul piano giuridico, e anzi credo che non possa essere un giudice a decidere". Eppure un in­tervento normati­vo sarebbe neces­sario, aggiunge. "La legge dovreb­be chiarire i profili di responsabilità. Oggi esiste una norma per cui non impedire che un evento avvenga equivale ad averlo commes­so. Questo rende tutto diffi­cile". Il rappresentante dei medici puntualizza che ri­spondere negativamente al­la richiesta di Welby non si­gnifica necessariamente es­sere "parrucconi o paterna-listi" e rivendica di avere posizioni diverse dal Comi­tato nazionale di bioetica e dalla Santa Sede su alcune questioni scottanti. Secondo la bioetica cattolica, per esempio, l'alimentazione ar­tificiale usata per tenere in vita i pazienti in stato vege­tativo come Eluana Englaro non può essere sospesa, per­ché non rientrerebbe nel novero dei trattamenti medici. Proprio questo è uno degli ostacoli principali all'appro­vazione di una legge condi­visa sul testamento biologi­co. Ma Bianco è convinto che la Peg (enterogastrostomia percutanea) sia un in­tervento di cui il paziente deve poter disporre. La revi­sione in corso del codice deontologico, però, non toc­cherà questo punto né le tematiche di fine vita in gene­rale. Nella sua for­ma attuale sostie­ne che il medico deve attenersi alla volontà di curarsi liberamente espressa dalla per­sona (art. 34). Condanna sia l'ac­canimento tera­peutico (art. 14) che l'euta­nasia (articolo 36) e si offre a interpretazioni contra­stanti. "Ma posso affermare che la maggioranza dei me­dici non mette in discussio­ne due principi" afferma Bianco. "Il primo è quello dell'autodeterminazione del paziente. Il secondo è che questa autodeterminazione non implica la possibilità di terminare la vita".

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Emanuele Severino. "Morire senza soffrire è un diritto, lo Stato faccia il suo mestiere"
da Corriere della Sera del 5 dicembre 2006, pag. 33
di Alessandra Mangiarotti

Il filosofo Emanuele Severino si pone "al di là degli amici o nemici di Dio". Ri­vendica "pari dignità di discussione tra un ca­so che interessa un unico uomo immobile in un letto e i più grandi massacri che vive oggi l'umanità". Quindi si guarda dentro, e dice: "Se avessi un amico che soffre come Piergiorgio Welby, un amico del quale ho capito fino in fondo il profondo desiderio di lasciare questo mondo, io lo aiuterei a staccare la spina. Cer­cando di non incorrere nelle sanzioni previste dalla legge, ma lo farei". Primo: "Perché c'è una contraddizione scandalosa nella nostra legge: tratta in modo diverso chi, avendone la capacità fisica, può darsi la morte e chi invece, pur desiderandolo intensamente, non può far­lo". Secondo: "Perché riconoscere a un uomo il diritto di morire senza soffrire oltre un certo li­mite, è rispettare la sua dignità".

Professore, lei dunque sottoscrive l'appello di Welby al presidente della Repubblica Napoli­tano?
"Io parto da un presupposto: se il signor Wel­by fosse in grado di staccare i fili delle macchine che lo tengono in vita e di lasciare questo mon­do senza soffrire ulteriormente, probabilmente l'avrebbe già fatto".

Si sarebbe suicidato senza che il mondo se ne accorgesse?
"Un tempo in molte legislazioni il suicidio era considerato un reato. Chi cercava di togliersi la vita e falliva nel suo intento, era perseguito pe­nalmente. Almeno su questa terra, direbbe qualcuno. Oggi non è più così, anche in Italia: il suici­da mancato non è riconosciuto giuridicamente colpevole".

Da qui la contraddizione?

"E' come tra il "sì" all'aborto e il "no" alle cellu­le staminali embrionali: "si" a chi cerca di suicidarsi, "no" a chi chiede di essere aiutato a morire perché da solo non ce la fa. La nostra legge trat­ta in modo diverso i disgraziati che non hanno la forza o le braccia per lasciare questa vita".

Una contraddizione soltanto giuridica?
"Queste contraddizioni sono dovute al fatto che siamo in Italia e che qui i principi della Chie­sa cattolica hanno un peso che altrove non han­no. La Chiesa non può che essere un'istituzione di carattere politico. Indubbiamente la sua intenzione è quella di rispettare la laicità dello Stato, ma oggettivamente ha una vocazione teo­cratica. E in questo, sia chiaro, la Chiesa fa il suo mestiere. Spetta poi allo Stato fare il suo".

Vale a dire?

"Votare la legge più democratica possibile. E' giusto il discorso cattolico: se una maggioranza cattolica vota una legge che va bene alla Chiesa, non c'è nulla da dire sulla liceità di questa legge. Rispetta le regole della maggioranza e quindi della democrazia. Se non che la democraticità di una legge è quantificabile. E io penso che su argomenti su cui c'è discussione - dall'eutana­sia all'aborto, dal divorzio alla fecondazione as­sistita - la legge più democratica è quella che permette a ognuno di agire come crede".

Dunque il rispetto del volere di ciascuno de­ve avere più peso del voto di una maggioranza?
"Anche se la minoranza è rappresentata da un solo uomo. Non dico che la democrazia è ve­rità assoluta. Ho grande stima di Luigi Einaudi, Einaudi che diceva che la democrazia è un mito. Ma in questo contesto io preferisco le regole della democrazia. E più democratica è una legge che tiene conto (sottolineo, su questi temi) di quello che il sin­golo vuole".

Dunque il suo "sì" va dal caso Welby al testamento biologico, dall'eutanasia al suicidio assi­stito?
"Io sono per la libertà di scelta. Sono convin­to che già oggi, se entro in un ospedale e chiedo di non essere oggetto di accanimento terapeuti­co, trovo ascolto. Certo, se non ho questa fortuna ma le gambe mi funzionano, me ne vado altrove. La tragedia è quando le gambe non mi funzionano".

Partiamo dall'eutanasia.
"Se viene appurato che una persona ha que­sta volontà, la volontà di morire senza soffrire ol­tre un certo limite, la legge deve riconoscerle il diritto a lasciare questo mondo. Dignitosamen­te. Senza nascondersi. Tanto più che spesso ba­sta solo l'astensione da un certo tipo di azioni e un aiuto a non soffrire".

E il suicidio assistito?

"Tra eutanasia e suicidio assi­stito non vedo una differenza so­stanziale. In un caso come nell'altro se un individuo esprime il desiderio di morire deve poter contare su una struttura pubblica che lo aiuti a raggiungere il suo intento".

Una priorità su tutte che si sente di indicare al governo?

"Cancellare le contraddizioni presenti nella nostra legislazione, la soluzione la lascio agli esperti. Se poi la classe politica chiamata a deci­dere è legata alla Chiesa al punto da non riusci­re a prendere una decisione, è finito tutto. An­che l'autonomia dello Stato, riconosciuta dalla stessa Chiesa".

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Il rispetto della volontà di Welby è il primo dei nostri valori
da Il Riformista del 5 dicembre 2006, pag. 1

Piergiorgio Welby continua a vivere. Quindi a soffrire. E continua a chiedere che si ponga fine alla sua vita, quella di un uomo colpito da una distrofia muscolare che non può più regredire, che non è tanto lontana dal concetto di tortura. Ce ne sono, eccome, di "casi Welby" in Italia. E ce ne sono stati prima che l'intervento di Giorgio Napolitano abbattesse la grande barriera tra la politica, le istituzioni e le persone come Piergiorgio. Ha ragione Fausto Bertinotti quando dice che "il caso Welby dimostra che c'è un vuoto che deve essere colmato" e che "la politica deve avere la capacità di rispettare scelte di vita, ma poi deve intervenire nella realtà senza lasciare grandi vuoti". Parole sagge, cui si potrebbe dar seguito discutendo di testamento biologico, del rapporto tra etica e politica, di individui e dei famosi "valori" con cui molti si riempiono la bocca.
Discutere per cercare di colmare il grande vuoto è necessario. Ma per farlo serve un tempo che Piergiorgio Welby e la sua sofferenza quotidiana non possono aspettare. Per la sua richiesta di mettere fine alle proprie sofferenze stanno scioperando in 250. Tra questi c'è anche il ministro Emma Bonino. E ieri Fabio Mussi, ha dichiarato: "Non ci si può accanire a tenere in vita il dolore".
Eppure, c'è chi di fronte alle sofferenza di Welby la "butta" nella solita caciara dell'eterno scontro tra laici e cattolici. Ieri, ad esempio, Livia Turco ha insediato la commissione sulla terapia del dolore, le cure palliative e la dignità del fine vita. Una decisione che, tanto per dirne una, l'uddiccino Luca Volontè ha accolto con queste parole: "I laicisti tacciono sui pericoli di un governo che si arroga il potere di decidere quale vita valga la pena di essere vissuta. A noi non sfugge la tentazione totalitaria del ministro Turco".
Per fortuna, non tutti i cattolici la pensano come Volontè. "Staccare la spina? Penso che sarebbe una scelta giusta. Welby non ha nessuna possibilità di migliorare, dobbiamo rispettare la persona, altrimenti ne prolunghiamo solo la sofferenza", ha detto il cattolico a Repubblica Ignazio Marino, trapiantologo e (diessino) presidente della Commissione Sanità del Senato. "In questo caso, come in altri - ha aggiunto Marino - staccare la spina non significa uccidere ma accettare che non c'è più nulla da fare". È così difficile, aggiungiamo noi, accettare questa realtà e decidere, prima di qualsiasi altra discussione, di rispettare l'ultima volontà di Piergiorgio Welby? Ci dicono che c'è sempre la speranza. E che la speranza è sempre l'ultima a morire. È così difficile rendersi conto che nel caso di Welby è "il morire" l'ultima speranza?

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Il diritto di Welby a staccare la spina
da La Repubblica del 5 dicembre 2006, pag. 1
di Adriano Sofri

Prima di dire di qualcuno che è felice, bisogna aspettarne l?ultimo giorno. Così, più o meno, Ovidio, e tanti sapienti antichi. Premeva loro di avvertire gli umani cui sembrasse arridere la fortuna: non se ne sentissero al sicuro, e gli altri non li invidiassero, fino all?ora della morte, e anzi alle esequie avvenute. Montaigne cita Plutarco. A uno che invidiava il re di Persia, arrivato così giovane su un così gran trono, lo spartano Agesilao rispose: "Già, ma nemmeno Priamo era stato infelice a suo tempo". E che cosa penseremo del contrario? Piergiorgio Welby è dannato alla sua malattia da più di quarant?anni. L?ultima ora, che ha tanto invocato, non gli sarà felice, benchè si sia spinto, poco fa, a immaginarla così: "Morire dev?essere come addormentarsi dopo l?amore, stanchi, tranquilli e con quel senso di stupore che pervade ogni cosa". Non gli sarà felice, non riscatterà i troppi anni, ma che almeno non lo sprofondi nell?offesa e nel dolore supremo. L?ha già percorso a ritroso, il cammino degli umani, come racconta lui: "gattonare, muovere i primi passi, camminare correre.", e invece: "da claudicante a paraplegico, da paraplegico a tetraplegico, fino all?ultimo stadio: respiro con un ventilatore polmonare, mi nutro con un alimento artificiale, parlo con l?ausilio di un computer". Fino ai 60 anni. Non ha resistito abbastanza? Non l?ha protratto abbastanza, il suo dolore, da meritare una mano fraterna? Dimenticate per un momento le parole grosse, che servono a spaventare e affascinare, e a rimuovere la cosa. La cosa è questa: c?è un uomo che ne ha abbastanza. La sua vita, che lui stesso, pienamente lucido, non chiama vita, dura solo grazie a un?efficienza di macchinari che sarebbe ammirevole, a condizione d?esser voluta.

La ragione e la stessa Costituzione gli riconoscono il diritto di rifiutarne la prosecuzione. I congegni che, contro la sua volontà inequivocabilmente espressa, gli prolungano il tormento sono l?esempio nitido di quell?accanimento terapeutico che tutti proclamano di non volere, salvo rifiutarsi di vederlo quando si compie. Le macchine che ora lo torturano a oltranza, Welby avrebbe potuto rifiutarle, come ha fatto il suo predecessore nella carica che sta onorando, Luca Coscioni: dunque quale patto diabolico e irreversibile gli vieterebbe di rinunciare a esse dopo tanta pena? Tante, troppe voci si alzano a intimare o a scongiurare che le macchine non siano spente, che "la spina non sia staccata" - che lui vi resti attaccato, come il prigioniero al filo elettrico nel quale è incappato fuggendo. Ma attenzione: che quei congegni possano essere revocati qualcuno è disposto a riconoscerlo. Altre formule sono pronte per inquadrare quel gesto perfino ovvio: il Consenso informato, il Testamento biologico. Però Welby, esosamente, non si accontenta di chiedere d?esser staccato dal meccanismo che vive per lui e contro di lui - ci provò del resto, si è saputo, con le sue sole, irrisorie forze... Chiede che al suo commiato sia risparmiata l?atrocità di un?agonia strozzata e bestiale, che i suoi sensi siano sedati, come si deve contro la sopraffazione del dolore. Lo chiede con la meticolosità e l?osservanza che si deve alle pratiche d?ufficio: "Il sottoscritto Piergiorgio Welby chiede al Dott (.) il distacco dal ventilatore polmonare sotto sedazione terminale se possibile orale". Ecco, è questa richiesta, la dose minima di umanità, che si infrange contro la voracità della legge, e lo scandalo dell?ipocrisia, anche la più accorata, dunque più difficile da debellare. Ci sono persone che hanno troppa compassione per sè, per la severità inflessibile di cui si sentono investite, per riservarne ancora un po? al proprio prossimo. L?anestesia che Welby chiede sarebbe omicidio, dicono. Ma che omicidio sarebbe, se il distacco dalle macchine è il suo diritto, e se la conseguenza automatica ne è la morte? Si chiama omicidio una fine meno storta dalla convulsione e dall?asfissia, che si chiamerebbe dunque morte naturale se si compisse lentamente negli spasimi del dolore. L?eutanasia: mai - si proclama. Si è appena imparata quella vecchia nuova parola, per esorcizzarla. Ma si accetti allora di proclamarne il complemento, il contrario auspicato e imposto di prepotenza: non so, la cacotanasia, la morte cattiva e incattivita, ma la cercherete invano nel dizionario dei contrari, perché la cattiveria degli umani non è arrivata a escogitarla. Il nome no, il fatto sì. Eutanasia è il dare la morte a chi la implora - salvo che diventi, tradendosi, l?assassinio del debole o dell?inconsapevole, che non vuole o non può autorizzare a niente, e che è di peso o superfluo al mondo. L?eutanasia è pietosa. Ma non occorre ammetterla: e che il cielo esima dalla prova dei fatti chi la mette al bando per sé e per gli altri. Ma la morte a Welby non sarebbe inflitta dal farmaco che chiede, bensì soltanto dalla rinuncia alla dipendenza artificiale dalle macchine. Dunque, che battaglia stiamo combattendo, se non quella ennesima della clandestinità contro la lealtà?

La lucidità di Welby, che lui sente forse come la peggior condanna, dovrebbe almeno impedire di compiacersi delle accuse di strumentalizzazione ai suoi amici e compagni radicali. È lui che dedica la sua vita e la sua morte a una causa. Mi figuro quanto caro gli sia costato e gli costi - ma si smette presto di figurarsi una simile prova. È un fatto che il suo estremo desiderio personale coincide con la sua convinzione solidale. Welby non chiede a nessun altro di fare come lui. Chiede a tutti che chi lo voglia possa fare come lui. Ho ascoltato parole impensabili. Un parlamentare cristiano, per il quale non avevo che ragioni di simpatia, ha detto: "Lo stesso Welby sa benissimo che le leggi dello Stato italiano non consentono, se non attraverso il suicidio, di decidere personalmente di morire, quindi se lui ritiene di voler dare un taglio alla propria vita può suicidarsi con l?aiuto della moglie". Oltretutto, le leggi dello Stato italiano mandano in galera per molti anni la moglie di Welby che sapesse aiutarlo. Si discute accanitamente (ci sono accanimenti retorici assurdi quasi quanto le terapie) di questioni proprietarie. La vita non ci appartiene, eccetera. Dunque io non sarei padrone del mio corpo? Certo che lo sono. Però anche in questa ovvietà - senza chiamare in causa le definizioni giuridiche - entrano un paio di complicazioni. La prima è la separazione fra il soggetto e il complemento, che la sintassi verbale consente ma la realtà no. Chi sono "io" fuori dal "mio corpo"? La seconda è nell?intrusione quasi inavvertita del piacere della proprietà privata: "padrone" del "mio" corpo. Si capisce che sia la naturale replica a chi pretende di espropriarmi del mio corpo e sottoporlo a una proprietà altrui - dello Stato, della società, di Dio, e Dio sarebbe il più offeso di tutti di una supposizione così patrimoniale. Forse si può licenziare l?idea che io sia padrone del mio corpo, o il suo vendicativo reciproco, che io finisca prigioniero del mio corpo, e dire più semplicemente che io sono il mio corpo. Temiamo di mancare di riguardo all?anima, o alla mente, o allo spirito, e a qualunque altro battito che non si esaurisca nel corpo e magari gli sopravviva: e tuttavia anche la mia anima e la mia mente e il mio spirito esistono nel mio corpo vivo, e solo in esso sono i miei, sono me. Le donne, che dell?espropriazione del corpo, anche senza il pretesto della malattia, anzi con l?attribuzione di una debolezza naturale, sono specialmente esperte, lo vollero rivendicare, contro i maschi e lo Stato (maschio) e le presunte ragioni della collettività dichiarando: "Io sono mia". Bello slogan, per il momento: alla lunga, per così dire, è più bello rinunciare al possessivo. "Io sono io" - piuttosto che mia e mio. Io sono io, e la manomissione della mia libertà non è solo l?appropriazione indebita di uno Stato, di una Chiesa, di un Partito e di una Ragione collettiva, bensì la violazione sacrilega della mia persona.

È questa violenza, tanto più penosa quando è più inavvertita e anzi scandalizzata e ispirata, a suggerire la messa al bando dei "casi singolari" come irrilevanti alla definizione della norma, e la superstizione delle parole, come "eutanasia". Nel primo caso si dice: non si può commisurare la legge a un caso particolare - dunque la legge deve passar sopra, alla lettera, al caso particolare, e schiacciarlo. Nel secondo si proclama: mai, anzi, MAI, ammetteremo anche solo di prendere in esame l?accettabilità dell?eutanasia - dunque la categoria generale, un nome, basterà a escludere il caso particolare, la sua povera carne e le sue ossa rotte, e a schiacciarlo. "Rivoglio la mia morte, niente di più, niente di meno!" Così Welby: abbiamo già sentito questa cosa, no? "... E nell?ora della nostra morte". Della nostra, dunque. E così sia.
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