Italia. Acli: diritto di voto agli immigrati e lavoro nel settore pubblico
Integrazione, diritto di voto amministrativo riconosciuto al di la' della cittadinanza, possibilita' di impiego nella pubblica amministrazione. Questi, secondo le Acli, alcuni degli aspetti da tenere in considerazione per una nuova legge sull'immigrazione. Proposte che l'associazione cattolica avanza dopo il pubblico dibattito di ieri, con il confronto a Roma tra i ministri Amato (Interni) e Ferrero (Solidarieta' sociale) e le associazioni impegnate su questo tema.
"E' positiva la fase di ascolto e di dialogo con le associazioni inaugurata dai ministri dell'Interno e della Solidarieta' sociale- spiegano le Acli in una nota- e della riforma in via di elaborazione riconoscono l'obiettivo nuovo e culturalmente rilevante: trasformare il rapporto dello straniero con la Pa da un modello ispirato al controllo ad un altro ispirato piuttosto alla cittadinanza".
La nuova legge, secondo le Acli, deve essere 'fondata' sulle politiche di integrazione. Queste devono occupare finalmente il primo posto nell'azione governativa e non l'ultimo, "come normalmente accade". Indicano la necessita' di politiche d'integrazione 'bidirezionali', orientate cioe' non solo agli immigrati ma anche ai cittadini italiani, e "coniugate con le politiche sociali". In primo piano pongono le questioni della famiglia e del lavoro.
"Bisogna far leva sulle prime generazioni di immigrati- spiegano le Acli- che oggi rappresentano ancora la maggioranza, perche' possano integrarsi compiutamente, a partire dalla vita delle famiglie nei territori, nella scuola, nell'ambiente di lavoro. Bisogna evitare, finche' siamo in tempo, il rischio della deriva delle seconde generazioni, come e' accaduto in altri Paesi". Chiedono, poi, che siano tenuti in considerazione i problemi legati alla lingua, l'accesso al lavoro e all'alloggio. "Sono questi- sottolineano le associazioni dei lavoratori cattolici- gli ambiti in cui si verificano le maggiori situazioni di discriminazione e di sfruttamento". Le Acli chiedono di tener conto, in particolare, "delle professionalita' acquisite dagli immigrati sia in patria che durante il percorso migratorio", ipotizzando delle banche dati sul modello degli Stati Uniti. E che venga concessa la possibilita' ai lavoratori stranieri di trovare impiego presso la Pubblica amministrazione, abbattendo una barriera ritenuta "inutile e incomprensibile".
Sul diritto di voto amministrativo, le Acli propongono che sia finalmente concesso agli immigrati stabilmente residenti, a prescindere dal riconoscimento della cittadinanza. "Il possesso della carta di soggiorno- dicono- appare un requisito sufficiente per la concessione del diritto di voto, una misura dovuta per chi stabilmente partecipa alla vita della collettivita', e con il suo lavoro e la sua cultura vi conferisce risorse vitali".
Quanto alla questione degli ingressi degli immigrati nel nostro Paese, le Acli indicano che vengano moltiplicate le vie legali di accesso, coniugando l'entrata in Italia "con la sicurezza" e non con la repressione. "Spostare le frontiere e la 'repressione' del movimento migratorio in Stati terzi, come sembra suggerire l'Unione europea- sottolineano le Acli- significa soffocare la voce e l'attesa di tanta gente ma anche accettare che non siano garantiti i diritti umani".
Infine, le associazioni dei lavoratori cattolici vogliono "un maggiore coinvolgimento e responsabilizzazione del ministero degli Affari esteri per la cooperazione tra gli Stati, al fine di stipulare accordi con i Paesi di provenienza dei cittadini immigrati".
"E' positiva la fase di ascolto e di dialogo con le associazioni inaugurata dai ministri dell'Interno e della Solidarieta' sociale- spiegano le Acli in una nota- e della riforma in via di elaborazione riconoscono l'obiettivo nuovo e culturalmente rilevante: trasformare il rapporto dello straniero con la Pa da un modello ispirato al controllo ad un altro ispirato piuttosto alla cittadinanza".
La nuova legge, secondo le Acli, deve essere 'fondata' sulle politiche di integrazione. Queste devono occupare finalmente il primo posto nell'azione governativa e non l'ultimo, "come normalmente accade". Indicano la necessita' di politiche d'integrazione 'bidirezionali', orientate cioe' non solo agli immigrati ma anche ai cittadini italiani, e "coniugate con le politiche sociali". In primo piano pongono le questioni della famiglia e del lavoro.
"Bisogna far leva sulle prime generazioni di immigrati- spiegano le Acli- che oggi rappresentano ancora la maggioranza, perche' possano integrarsi compiutamente, a partire dalla vita delle famiglie nei territori, nella scuola, nell'ambiente di lavoro. Bisogna evitare, finche' siamo in tempo, il rischio della deriva delle seconde generazioni, come e' accaduto in altri Paesi". Chiedono, poi, che siano tenuti in considerazione i problemi legati alla lingua, l'accesso al lavoro e all'alloggio. "Sono questi- sottolineano le associazioni dei lavoratori cattolici- gli ambiti in cui si verificano le maggiori situazioni di discriminazione e di sfruttamento". Le Acli chiedono di tener conto, in particolare, "delle professionalita' acquisite dagli immigrati sia in patria che durante il percorso migratorio", ipotizzando delle banche dati sul modello degli Stati Uniti. E che venga concessa la possibilita' ai lavoratori stranieri di trovare impiego presso la Pubblica amministrazione, abbattendo una barriera ritenuta "inutile e incomprensibile".
Sul diritto di voto amministrativo, le Acli propongono che sia finalmente concesso agli immigrati stabilmente residenti, a prescindere dal riconoscimento della cittadinanza. "Il possesso della carta di soggiorno- dicono- appare un requisito sufficiente per la concessione del diritto di voto, una misura dovuta per chi stabilmente partecipa alla vita della collettivita', e con il suo lavoro e la sua cultura vi conferisce risorse vitali".
Quanto alla questione degli ingressi degli immigrati nel nostro Paese, le Acli indicano che vengano moltiplicate le vie legali di accesso, coniugando l'entrata in Italia "con la sicurezza" e non con la repressione. "Spostare le frontiere e la 'repressione' del movimento migratorio in Stati terzi, come sembra suggerire l'Unione europea- sottolineano le Acli- significa soffocare la voce e l'attesa di tanta gente ma anche accettare che non siano garantiti i diritti umani".
Infine, le associazioni dei lavoratori cattolici vogliono "un maggiore coinvolgimento e responsabilizzazione del ministero degli Affari esteri per la cooperazione tra gli Stati, al fine di stipulare accordi con i Paesi di provenienza dei cittadini immigrati".
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