Lunedì 8 giugno 2026
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Italia. Ancora risposte di segno opposto alla richiesta di Welby

U.E. - ITALIA
Notizia ·
'Se Welby fosse un mio paziente, e io avessi accertato la situazione di gravita' e la volonta' del paziente di rifiutare la terapia, staccherei la spina'. Lo ha dichiarato Mario Sabatelli, responsabile del Centro sclerosi laterale amiotrofica del Policlinico 'Gemelli' di Roma, in un'intervista a 'Il Tempo'.
'Allo stato attuale - ha spiegato - il vero pericolo e' l'eventuale insorgenza di infezioni che aggraverebbero notevolmente il quadro clinico. Ecco perche' penso che sia doveroso, da parte dei medici che lo hanno in cura, staccare il respiratore. Non si e' di fronte a un caso di eutanasia ma di accanimento terapeutico. Vivere imprigionati nel proprio corpo, questo e' quello che sta vivendo Welby. Davanti a cio' il medico deve prenderne atto e per quanto possa essere difficile prendere una decisione, chiaramente sempre assieme al paziente'.
'E' chiaro - ha continuato il responsabile del Centro sclerosi laterale amiotrofica del Policlinico 'Gemelli' di Roma - che il medico studia il caso, cerca anche di persuadere il paziente, offre magari altre alternative. Ma e' solo il paziente che che puo' dire se le cure prestategli sono o no accanimento: alcuni pazienti tollerano condizioni anche estreme, come quelle di Welby. Altri considerano invece intollerabile la vita legata a una macchina. Solo il paziente puo' e deve decidere'.
'Nella vita di un medico - ha aggiunto - capitano spesso situazioni difficili da affrontare e verso cui prendere una decisione.
Da medici cattolici quello che facciamo e' subito un confronto con il centro di bioetica, per noi fondamentale. C'e' una riunione collegiale tra tutte le parti: oltre al medico, gli esperti del centro di bioetica e lo psicologo. Si arriva cosi' a una decisione tutti insieme, il medico non deve mai essere solo in situazioni di questo tipo. Quello che deve essere chiaro e' che non e' Welby che decide della sua vita ma e' la sua malattia ad averlo gia' fatto per lui'.
'Spero - ha concluso Sabatelli - che si arrivi a colmare anche questo vuoto legislativo. Non c'e' un vuoto etico, perche' le posizioni sono ben chiare. E allora si tratta di superare questo gap, per noi medici sarebbe davvero un passo importante e di grande aiuto per il nostro lavoro quotidiano'.

"Da medico dico: su Welby sarebbe eutanasia". Lo afferma in una intervista all'Avvenire, Marco Maltoni, medico specialista in cure palliative, intervenendo sul dibattito se staccare o meno la spina che mantiene in vita Piergiorgio Welby. "E' evidente - sottolinea l'esperto - che la sofferenza di quest'uomo è a un grado estremo. Ma ci sono tante altre persone che stanno affermando, nelle stese condizioni, la positività della vita. In Welby la gravità oggettiva della situazione si somma a una disperazione e a un'assenza di senso della vita. In più - prosegue Maltoni - le persone che gli stanno attorno fano di lui una bandiera ideologica".
Il caso Welby ha aperto il dibattito sulla possibilità di una legge pro-eutanasia. "Pensare a una legislazione basata su questo singolo caso, in effetti - ribatte il medico - non mi pare giusto, per l'aspetto di emotività che esso ha scatenato". Per il medico Maltoni, dunque, "se il tribunale si pronunciasse per il sì al distacco del respiratore, si verificherebbe un soffocamento" e "sarebbe necessaria una sedazione massiccia preventiva per impedirgli di soffrire, operazione dunque comparabile all'eutanasia".

Sandro Bondi dedica a Piergiorgio Welby una poesia. Nella rubrica pubblicata oggi su 'Vanity Fair', il coordinatore di Forza Italia si rivolge a Welby 'che si trova - solo - sulla soglia della vita, e che ci pone domande terribilmente umane alle quali anche la nostra umana compassione sa di non poter trovare una risposta rassicurante'. E gli dedica questa poesia.
'Abissi celesti.
Sconfinate armonie.
Angoscia della vita: pensare il limite inesistente.
L'amore e' speranza Prova del mistero'.

I bollettini medici di Piergiorgio Welby 'denunciano una situazione di sofferenza che e' indicativa di un cattiva assistenza. Sono stupito che in una condizione come questa, non vengano applicate cure palliative adeguate: questo si configura non come accanimento, ma abbandono terapeutico'. Lo afferma Adriano Pessina, direttore del centro di bioetica dell'Universita' Cattolica di Roma, a margine della giornata di studio sul testamento biologico, in corso al Policlinico Gemelli.
In situazioni come quella in cui si trova Welby 'solitamente si effettuano - sostiene Pessina - interventi mirati che permettono di migliorare la qualita' della vita della persona prima della morte. Mi auguro che a Welby non venga fatto mancare nulla di tutto questo e soprattutto non gli sia negato per sollecitare una battaglia ideologica'.
Secondo il bioeticista, il respiratore a cui e' attaccato l'esponente dell'associazione Coscioni 'non puo' essere interpretato come accanimento. Ha la funzione - spiega - di un polmone: e' un'integrazione di un'attivita' corporea, come un bypass. Quindi la sofferenza non e' dovuta al respiratore, che gli permette appunto di respirare, ma alla condizione clinica generale'.
Nel caso di Welby, Pessina ha affermato che il respiratore polmonare al quale e' collegato 'non puo' essere interpretato come una forma di accanimento terapeutico poiche' fa la funzione di un polmone, e cioe' un' integrazione di un' attivita'. Quindi - ha proseguito - la sofferenza non e' dovuta al respiratore, che gli permette appunto di respirare, ma della condizione clinica generale'.
La vera questione, per Pessina, e' che 'non esiste un diritto a morire, perche' la morte non e' un bene che la societa' possa mettere a disposizione dei cittadini; la morte non e' un valore e quindi non puo' determinare alcun diritto'.
C'e', invece, un duplice diritto, ha affermato Pessina: 'quello di essere accompagnati nella fase del morire e quello di non essere sottoposti ad accanimento terapeutico'. Se ci fosse un 'rapporto adeguato medico-paziente - ha commentato l' esperto - si sceglierebbe la via piu' adeguata per venire incontro a questi due principi fondamentali, ma tutto questo non puo' avvenire attraverso un dibattito mediatico che, al contrario, impedisce di prendere una decisione serena'. Bisogna invece essere in grado, ha rilevato di garantire una assistenza umana, medica ed un supporto adeguato alle famiglie in queste condizioni difficili.
'Si puo' capire il disagio esistenziale in simili condizioni, ma non e' detto che cio' debba portare ad accettare una richiesta di morte. Oggi - ha concluso Pessina - il messaggio non puo' essere quello che l' unico intervento che possiamo augurarci e' di sospendere qualcosa, ovvero un messaggio puramente in negativo'.

'Non esiste il diritto a morire: se una persona si suicida lo fa sotto la propria autonomia decisionale, ma se si e' sottoposti a garanzia di medici, per questi ultimi scatta l'obbligo di salvare la vita'. Lo afferma una nota di 'Medicina e Morale', rivista ufficiale dell'Universita' Cattolica, firmata dal direttore Angelo Fiori.
Secondo la rivista 'togliere il respiratore a Welby non e' un atto medico: lo potrebbe fare chiunque, anche un familiare, ma non si puo' negare l'evidenza che si tratta di ucciderlo'.
Nell'articolo il prof. Fiori, che e' docente emerito di medicina legale presso l'ateneo fondato da padre Gemelli, contesta l'opinione che nel caso Welby staccare la spina non sarebbe eutanasia: 'ma allora - si chiede - cos'e'?'. 'Il caso di Terry Schiavo, alla quale ad un certo punto non hanno dato piu' da mangiare e da bere, ci insegna - ricorda il medico legale - che staccare la spina significa uccidere una persona: gli esseri viventi hanno bisogno di tre elementi per vivere: l'ossigeno, l'acqua e l'alimentazione. Togliere uno di questi elementi e' un atto di soppressione della vita'. Per Medicina e Morale, 'si puo' capire il desiderio di Welby di non soffrire piu', ma e' anche vero che ci sono migliaia di disabili che morirebbero se non venissero curati ed imboccati. Se s'interrompesse nei loro confronti quello che potremmo definire 'atto medico' o di 'sopravvivenza' sarebbe mostruoso'.
Nella nota, anticipata dal Servizio Informazione Religiosa della Chiesa Italiana, il prof. Fiori ricorda che 'ci sono tante persone come Piergiorgio Welby che soffrono, ma di cui nessuno parla. E' chiaro - conclude - che attraverso il suo caso si vuole ottenere un risultato politico e c'e' una evidente strumentalizzazione'.

"E' necessario che il Parlamento intervenga per colmare un evidente vuoto legislativo e per impedire che si verifichino casi in cui l'accanimento terapeutico si trasformi in una vera tortura. E' un provvedimento doveroso per salvaguardare la dignita' di ogni persona ed evitare inutili sofferenze". Lo afferma il presidente dei Verdi e ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. "Il caso sollevato da Piergiorgio Welby con i suoi ripetuti appelli - prosegue Pecoraro - deve far riflettere la politica. E' importante varare una norma contro l'accanimento terapeutico e per la tutela della liberta' di cura. Il dibattito su un argomento cosX delicato va affrontato evitando le contrapposizioni ideologiche che di certo non aiutano chi si trova in condizioni di grave ed irreversibile sofferenza. Si devono evitare altri casi di insopportabile accanimento terapeutico".

"Pur condividendo la coraggiosa battaglia condotta dal Piergiorgio Welby non aderisco all`appello per la veglia in suo sostegno perché la ritengo un`iniziativa inadeguata, utile ad alleggerire le nostre coscienze, rispetto alla tragica complessità della vicenda che assomma questioni di grandissima rilevanza umana e lotte politiche importanti che hanno difficoltà a sfuggire dalle strumentalità contingenti". Lo afferma in una nota Enrico Buemi, responsabile giustizia dello Sdi.
"Piuttosto - conclude il parlamentare della RnP - davanti a una sofferenza così grande e irreversibile sarebbe necessario un impegno straordinario ed immediato del Parlamento, con il concorso indispensabile del mondo scientifico, per arrivare ad approvare una normativa efficace e ragionevole sul tema dell`accanimento terapeutico e sull`eutanasia".

Il caso Welby 'prima di tutto e' un caso medico, poi diventa subito un caso morale'. E' quanto osserva Enzo Biagi, intervistato a 'Tg3 Primo Piano'. Il giornalista sottolinea che 'i medici sanno che quest'uomo non ha futuro. Lo sa anche lui. E' una sofferenza continua. La carita' vuole che il dolore vada avanti ancora a lungo? -si chiede- Non c'e' nessuna speranza.
Welby non tornera' nella famiglia, non rivedra' i suoi amici. Allora io credo che lasciarlo vivere cosi', solo perche' non chiude gli occhi, e' una crudelta'. Non un grande rispetto per la vita umana'.

'Sta sempre male ed e' sempre piu' deciso nelle sue convinzioni, le cure sono inutili ed e' sempre stanco. Appena potra' fara' quello che ha deciso, e' stanco ma cosciente'. Lo ha detto Francesco Lioce, cugino di Piergiorgio Welby, uscendo dalla casa del quartiere Tuscolano dove gli ha fatto visita.
Lioce, che sta seguendo un dottorato all'universita' di Tor Vergata di Roma, ha parlato di come la moglie di Welby vive questa situazione: 'Mina ha un carattere forte e sta vivendo con compostezza questa vicenda'.
'Ho portato a Piergiorgio una rivista letteraria, 'Linfera' - ha detto Lioce - dove Piergiorgio ha pubblicato due brani del suo romanzo inedito'.
Il cugino ha quindi detto: 'Piergiorgio si sta sacrificando per chi e' nelle sue condizioni, la sua e' una scelta etica'.

"E' urgente una decisione legislativa del Parlamento e della politica, come suggerito dal Presidente della Repubblica. Davanti alle atroci sofferenze di Welby, e di tanti come lui, non si può rimanere immobili e far finta di niente". E' quanto afferma Pino Sgobio, capogruppo dei Comunisti Italiani alla Camera.

"Il valore della vita non puo' essere concepito se non insieme a quello della morte, che ogni vivente e' destinato ad affrontare". L'avvocato Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, interviene cosi' sul caso Welby e, piu' in generale, nel dibattito sull'eutanasia.
Per Raffi, "la richiesta di Welby di poter scegliere di morire interrompendo le cure che attualmente gli vengono somministrate, ma che non hanno alcun fine se non quello di tenerlo artificialmente in vita, richiede e merita rispetto e comprensione. In questo caso, se ai medici spetta di scegliere e somministrare le cure necessarie, al malato spetta il diritto di decidere di accettarle o rifiutarle. Sono, infatti, decisioni che rientrano nell'ambito della vita dell'uomo e della sua dignita', e che non possono essere demandate a soggetti esterni o a teologie".
"Ogni e qualsiasi riflessione di ordine etico e morale - aggiunge il Gran Maestro - non puo' che inchinarsi alla liberta' del singolo, a quello che proprio la teologia ha definito 'libero arbitrio'. Il dramma umano che vive in queste ore Piergiorgio Welby chiede ad ognuno di rimettere l'uomo al centro di ogni riflessione critica, di ogni decisione e di ogni intervento. La dignita' di vivere va quindi estesa a quella di morire: atto supremo di conoscenza e di consapevolezza al quale ogni libero muratore cerca di prepararsi per tempo".

Un appello a medici ed esperti, affinche' sul caso Welby ci sia 'un momento di riflessione e di pausa, per evitare il rischio di creare troppa confusione nei cittadini' . A rivolgerlo e' Rodolfo Proietti, anestesista e rianimatore dell'Universita' Cattolica di Roma e componente del nuovo Comitato nazionale di bioetica, a margine della giornata di studio sul testamento biologico, in corso al Policlinico Gemelli di Roma.
'Quando si verificano casi come quello di Pier Giorgio Welby -afferma- l'amplificazione mediatica e' tale che si crea un'enorme confusione sullo stesso significato delle parole, per esempio che cos'e' l'accanimento terapeutico. Se non si torna a parlare un linguaggio comune rischiamo di fare grossi danni'. Da qui l'appello rivolto agli esperti 'che hanno la responsabilita' di comunicare ai cittadini. Ho l'impressione che in questo momento il cittadino sia confuso da un'enorme massa di informazioni'. Proietti preferisce non entrare nel merito della vicenda di Welby, limitandosi a sottolineare che 'e' rischioso in questi casi trarre conclusioni parlando linguaggi diversi'.

"Perche' Welby non viene trasportato dalla propria casa in un ospedale attrezzato, in un reparto gestito da sanitari e personale competente? Perche' la cura di questa sofferenza intollerabile non viene affidata a medici capaci e personale preparato?". Lo chiede l'onorevole Riccardo Pedrizzi (An) secondo cui "gli esperti nel campo delle cure palliative e della terapia del dolore, ci dicono che la sofferenza puo' essere alleviata in maniera elevatissima, oltre il 90%; ed e' chiaro che la componente depressiva incide pesantemente sul vissuto di pazienti come Welby".
"Quindi, le alternative efficaci all'eutanasia, fatte anche di mezzi di sostegno e di supporto psicologico, non mancano". Quanto alla decisione caldeggiata dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti, di varare un'indagine conoscitiva sull'eutanasia clandestina, Pedrizzi si chiede: "A che serve? Se qualcuno e' al corrente di casi di eutanasia praticata nelle strutture sanitarie italiane, vada dal magistrato e denunci chi, come, dove e quando. Altrimenti taccia".
"Si punisca chi, praticando l'eutanasia, commette il reato di omicidio". "Sostenere che, siccome gia' la si pratica in maniera diffusa, allora occorre legalizzarla, non ha senso; sarebbe come sostenere- spiega- che occorre legalizzare l'assassinio, il furto, l'evasione fiscale e la violenza sessuale, perche' si tratta di reati gia' praticati in maniera diffusa".
"Insomma-conclude Pedrizzi- se esiste una pratica eutanasica clandestina, questa va perseguita, non legalizzata".

Sedare il malato e interrompere l'alimentazione artificiale e indurre cosi' il paziente ad un sonno che non gli permetta di sentire dolore nonostante il respiratore attaccato.
E' questa la soluzione proposta da Giuseppe Casale, oncologo dell'associazione Antea e medico curante di Welby, al microfono del Tg1. Mentre in un'intervista pubblicata oggi su 'Il Sole 24 Ore' Casale afferma di non voler diventare un 'dottor eutanasia', la richiesta di Welby 'al momento e' una richiesta formale di eutanasia'. 'Qui - aggiunge - mi si chiede un preciso atto: staccare la spina a un malato che non e' in fase terminale'.
Secondo Casale questo tipo di sedazione non sarebbe una forma di eutanasia mascherata, 'perche' la situazione e' qualcosa che puo' essere fermata in qualsiasi momento dal medico che la applica e quindi non porta a un processo di irreversibilita' e quindi non porta alla morte, ma porta soltanto il paziente a dormire'. 'In alcuni casi - spiega - accade anche che muoia naturalmente'.
'Sono circa 20 anni - ha sottolineato inoltre Casale - che ci occupiamo di cure palliative mediante la terapia del dolore e quando non e' piu' possibile sedare il dolore del paziente una sedazione a un malato terminale comporta al paziente di poter dormire, non accorgersi di nulla e non soffrire assolutamente'.

"La decisione sul caso Welby sara' valida solo per il singolo caso e non potra' essere generalizzata". Il giorno dopo la prima riunione del Comitato di presidenza del Consiglio superiore di sanita', chiamato dal ministro Livia Turco ad esprimere un parere sul caso Welby -contro di lui si sta consumando accanimento terapeutico?, il quesito da sciogliere-, il presidente del Comitato, Franco Cuccurullo, rettore dell'Universita' d'Annunzio di Chieti-Pescara, non si sbilancia sul pronunciamento finale. La risposta alla richiesta se ci sia o meno accanimento terapeutico su Piergiorgio Welby, che ha chiesto di morire, arrivera' il 20 dicembre. Piu' in generale, pero', Cuccurullo spiega le sua opinione sulla vicenda. "Non si puo' individuare nel trattamento di una certa situazione una regola assoluta- afferma nel colloquio con la Dire il rettore, che e' anche ordinario di Medicina interna-. La specificita' del paziente e' diversa da caso a caso".
Sul caso Welby, Cuccurullo ricorda che "in termini di empatia siamo molto vicini a questo paziente, che abbiamo imparato a conoscere attraverso le fotografie e i richiami dei giornali".
Qualche perplessita', invece, la nutre su come sia stato gestito: "Forse il diritto alla privacy di Welby avrebbe potuto essere tenuto in maggiore considerazione, ma capisco che c'e' anche il diritto all'informazione".
"La decisione sul caso Welby sara' valida solo per il singolo caso e non potra' essere generalizzata". Il giorno dopo la prima riunione del Comitato di presidenza del Consiglio superiore di sanita', chiamato dal ministro Livia Turco ad esprimere un parere sul caso Welby -contro di lui si sta consumando accanimento terapeutico?, il quesito da sciogliere-, il presidente del Comitato, Franco Cuccurullo, rettore dell'Universita' d'Annunzio di Chieti-Pescara, non si sbilancia sul pronunciamento finale. La risposta alla richiesta se ci sia o meno accanimento terapeutico su Piergiorgio Welby, che ha chiesto di morire, arrivera' il 20 dicembre. Piu' in generale, pero', Cuccurullo spiega le sua opinione sulla vicenda. "Non si puo' individuare nel trattamento di una certa situazione una regola assoluta- afferma nel colloquio con la Dire il rettore, che e' anche ordinario di Medicina interna-. La specificita' del paziente e' diversa da caso a caso".
Sul caso Welby, Cuccurullo ricorda che "in termini di empatia siamo molto vicini a questo paziente, che abbiamo imparato a conoscere attraverso le fotografie e i richiami dei giornali".
Qualche perplessita', invece, la nutre su come sia stato gestito: "Forse il diritto alla privacy di Welby avrebbe potuto essere tenuto in maggiore considerazione, ma capisco che c'e' anche il diritto all'informazione".
Soprattutto, il presidente del Comitato di presidenza del Consiglio superiore di sanita' si chiede "come altri pazienti affetti dalla stessa patologia" di Welby "abbiano potuto vivere discussioni di questo genere". In particolare, si domanda "se questo possa avere suscitato maggiori sicurezze in loro, oppure maggiori preoccupazioni". Anche perche', prosegue Cuccurullo, questi pazienti "sono stati portati a focalizzare in maniera molto penetrante questo problema", che ha quindi acquisito "grande attenzione".
Per quanto riguarda le modalita' di lavoro del Comitato di presidenza del Consiglio superiore di sanita', Cuccurullo sottolinea: "Stiamo procedendo a tappe forzate, quella di ieri non e' stata l'unica riunione. Abbiamo cominciato ad abbozzare i termini del problema nella riunione del 3 dicembre scorso". Si e' lavorato sui temi concordati con scambio di posta elettronica, "abbiamo esaminato la bozza di documento provvisorio- spiega il presidente- continueremo ancora a scambiarci documenti in questi giorni e il 20 dicembre porteremo in assemblea quello finale, che sottoporremo all'attenzione dei 50 componenti, quelli nominati dal ministro piu' quelli di diritto". Il comitato ha assunto in questo caso la funzione istruttoria "in proprio", invece di affidarla alla sezione delegata, per poi portarla all'assemblea generale. "Abbiamo ritenuto giusto saltare la fase intermedia perche' questo avrebbe allungato i tempi", precisa Cuccurullo.
Quella del 20 dicembre "sara' una riunione molto importante- prosegue Cuccurullo- per cui abbiamo ritenuto giusto iniziare nella mattinata, alle 10, invece che nel pomeriggio, per lasciare ampio spazio al dibattito, che sara' molto articolato".
Il pneumologo che cura Welby, Federico Sciarra, e' parso al presidente del Comitato di presidenza del Consiglio superiore di sanita' "un collega estremamente preparato, con il quale c'e' stato un colloquio molto fruttuoso, che ci ha permesso di avere informazioni precise e sicure su quella che e' l'anamnesi del paziente". Qualsiasi decisione venga presa, il dibattito sull'eutanasia che seguira' alla vicenda Welby, secondo Cuccurullo si intensifichera'. "Si sviluppera' anche alla luce di situazioni gia' affrontate negli altri Paesi- dice il rettore, che e' un cattolico non praticante- queste possono essere dense e importanti, da analizzare in chiave critica. Non vanno esaminate in maniera preconcetta, bensi' rapportate alla cultura". In ogni caso, conclude, nella decisione finale "saro' su posizioni laiche, questo e' importante", ma essa "nascera' dal confronto e analisi con gli altri componenti dell'assemblea".

'E' ora di finirla con queste continue illazioni da parte di esponenti della sinistra radicale secondo cui una eutanasia clandestina verrebbe praticata in strutture ospedaliere sul territorio italiano'. E' quanto afferma in una nota Domenico Di Virgilio responsabile nazionale del Dipartimento Sanita' di Forza Italia.
'Da molto tempo sto chiedendo a chi sa qualcosa, di avere il coraggio di fare nomi e cognomi ed io sono pronto a denunciare i medici che praticherebbero l'eutanasia - prosegue - e' superfluo avviare una indagine conoscitiva perche', ammesso e non concesso che in Italia venisse praticata una eutanasia clandestina, dubito che gli autori di tali atti si autodenuncino, pena la denuncia per reato di omicidio e la radiazione dall'albo professionale. E poi chi pratica l'eutanasia, cosi' come chi pratica l'accanimento terapeutico e' condannato dall'art. 36 del codice deontologico dei medici'.
'E' eticamente e umanamente scorretto strumentalizzare cosi' il dolore di tanti malati che si trovano nella fase terminale della propria vita, - ribadisce Di Virgilio - e inoltre la cittadinanza e' confusa e sconvolta dalle notizie contrastanti che si alternano su queste vicende. Nel caso di Piergiorgio Welby, a cui va senza ombra di dubbio tutta la nostra comprensione e solidarieta' - afferma Di Virgilio - se vi fosse sofferenza, essa potrebbe essere legata ad una non adeguata gestione dei segni e dei sintomi della sua patologia. Il medico ha l'obbligo di lenire il dolore senza usare mezzi straordinari e sproporzionati ma impegnandosi per un sapiente utilizzo della terapia contro il dolore.'

'Si deve vivere fino al momento in cui si muore e godere ogni minuto del miracolo di essere vivi'.
Cita una frase del Nobel Rita Levi Montalcini, il dottore-paziente Mario Melazzini, affetto da sclerosi laterale amiotrofica (Sla) e presidente dell'associazione in difesa dei diritti di questi malati. Parole di un Nobel che esprimono i suoi stessi sentimenti, ha affermato oggi intervenendo ad un convegno sulle direttive di fine vita promosso dal Centro di bioetica dell'Universita' Cattolica del Sacro Cuore.
In carrozzella, ma in grado di parlare, ha esposto le sue ragioni in difesa di una vita che, ha detto, 'vale sempre la pena di essere vissuta, anche in queste condizioni'. Un'analisi lucida della patologia che lo ha colpito ('la Sla nel giro di pochi anni porta alla morte per asfissia, poiche' impedisce i movimenti muscolari') e di come questa malattia gli ha cambiato la vita: 'Avevo 45 anni quando mi sono ammalato, una famiglia bellissima ed una carriera promettente. All'inizio, con un atteggiamento di presunzione, dovuto anche al fatto che sono un medico e conosco la malattia, volevo anch'io accelerare i tempi, perche' tutto finisse. Poi sono rinsavito. Oggi dico che questa malattia mi ha donato molto, mi sento ancora utile per la mia famiglia e per i miei pazienti'. Parole che hanno colpito la platea di esperti, medici e studenti riuniti in un'aula del Policlinico 'Gemelli' e che hanno strappato un forte, calorosissimo applauso. Parole in antitesi a quelle di Piergiorgio Welby che, invece, in queste condizioni non vuole vivere. E proprio accennando al caso Welby, il paziente-esperto Melazzini, come ama definirsi, non ha nascosto una certa rabbia: 'Come cittadino e malato - ha detto - sono indignato per l'informazione non chiara che viene data; si dice che Welby soffra di apnea notturna, ma esistono farmaci e procedure per alleviare, e notevolmente, tali disturbi e questo la gente deve saperlo. Molto di questo caso - commenta - viene strumentalizzato'. Il punto, afferma, 'e' che e' piu' facile ascoltare chi chiede di morire che chi chiede di vivere, perche' vivere implica dei costi alti, perche' sono 'malattie per ricchi', in cui l'assistenza 24 ore su 24 e' onerosissima'. Se, sottolinea, 'avessi dovuto predisporre un testamento biologico anni fa su cosa avrei voluto, non coinciderebbe assolutamente con cio' che voglio ora: oggi voglio portare fino alla fine la mia voglia di vivere'. Il piu' delle volte, conclude Melazzini, 'e' l'abbandono terapeutico a spingere il malato a chiedere la morte; bisogna dare gli strumenti per poter vivere'.

"Se e' considerata una opinione strettamente personale, sa qual e' la mia difficolta'? Parlando come Livia Turco, la mia difficolta' - e l'immensa gratitudine che provo per lui - e': come si fa a staccare la spina ad una persona cosi' vitale?". Lo ha detto il ministro della sanita' Livia Turco intervenendo alla trasmissione "Otto e Mezzo", dedicata al Caso Welby.
Inoltre, ha spiegato piu' tardi il ministro, "forse non e' poi cosi' chiaro che si tratti di un caso di accanimento terapeutico". Su questa materia, ha aggiunto respingendo le accuse di Marco Cappato riguardanti un presunto vuoto legislativo, "la legislazione italiana e' chiara", ed e' contraria. Ma a far sorgere qualche dubbio sul caso Welby e' proprio il fatto che ci siano medici dubbiosi sulla legittimita' di staccare la spina al malato.

'Se la sedazione richiesta da Welby e' quella definitiva cio' significa in pratica 'uccidere' e' questo sarebbe eutanasia': lo ha affermato il presidente dell'Unione Giuristi Cattolici, Francesco D'Agostino, nel corso della trasmissione Otto e Mezzo. La volonta' di Welby secondo D'Agostino sono 'ambigue': 'si vuole l'eutanasia o una sedazione? Un medico ha il dovere di fare la palliazione dal dolore e non c'e' alcun rischio di fare questa pratica ma altra cosa e' se questa ha l'obiettivo di uccidere. La finalita' della palliazione infatti e' solo quella di non far soffrire ma non provocare morte'.

'E' difficile rispondere in astratto ma penso che ci siano alcuni paletti: certo non si puo' dare a nessuno il diritto di morte per qualcun'altro. Se questa e' l'eutanasia sono contrario ma il caso Welby e' un altro'. Cosi' a 'Telecamere' il segretario Ds, Piero Fassino, risponde al problema etico riaperto dal caso del co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni.
'Me lo sono chiesto tante volte - ammette il leader della Quercia - e non sono in grado di darmi una risposta esaustiva.
Certo il tema e' complesso ed e' meglio guardarsi da certezze assolute'. "Se si parla di accelerazione" nell'iniziativa del governo "vorrei non si riducesse a temi come l'eutanasia, i pacs o la legge elettorale". Ospite di 'Porta a porta', il vice premier Francesco Rutelli torna sulla questione della necessita' di una nuova fase dell'esecutivo e spiega che seppure temi come l'eutanasia, "rispettabilissimi dal punto di vista umano, non e' possibile che gli si dedichino mesi di dibattito". Insomma, "se una fase 2 non ci deve essere a gennaio e' su questi temi, tutti importantissimi - sottolinea Rutelli - ma la priorita' del paese oggi e' un'altra: la ripresa economica".

"Il primo atto della Federazione Dc sara' la costituzione di un Comitato trasversale contro provvedimenti e proposte di legge che vadano nella direzione di una legittimazione delle coppie di fatto e di pratiche propedeutiche all'eutanasia". Lo ha dichiarato Publio Fiori, segretario di Rif.
Dc e promotore della Federazione di centro.
"E' necessario- ha aggiunto Fiori- far emergere con chiarezza quel sottile filo conduttore che unisce settori di entrambi i poli che, dietro il paravento di dichiarazioni formali a difesa dei valori cattolici, puntano ad intese trasversali su posizioni liberal-radicali". E' pertanto "doveroso" secondo Fiori, "che ciascuna forza politica metta da parte l'ipocrisia di facciata e dica chiaramente da che parte si collochi in questo scontro sui temi etici".

Forse e' meglio provvedere legislativamente alle dichiarazioni anticipate di volonta' piuttosto che a una legge sull'eutanasia. Lo ha detto il vice sindaco del comune di Roma Mariapia Garavaglia sulla vicenda Welby, a margine dell'incontro che si e' svolto nell'unita' di neonatologia del policlinico Umberto I alla presenza di Clio Napolitano, moglie del presidente della Repubblica.
La Garavaglia parlando del dibattito che si e' sviluppato sul caso Welby ha espresso 'amarezza perche' lo stanno strumentalizzando politicamente' e 'commozione e partecipazione al dolore della famiglia'. La Garavaglia ha ricordato che Welby puo' solo 'aggravarsi, peggiorare e morire'. Secondo il vice sindaco alla famiglia e al paziente 'bisognava spiegare prima se voleva la tracheotomia' perche', ha concluso, 'bisogna far morire le persone con dignita' e senza dolore'.

LA STORIA, MALATO COME WELBY MA IO VOGLIO VIVERE

A quanto si apprende da fonti del Quirinale, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha gia' risposto alla lettera inviatagli nei giorni scorsi da Cesare Scoccimarro, da 12 anni affetto da sclerosi laterale amiotrofica e da 8 anni attaccato a un respiratore, nella quale esprimeva il suo convinto desiderio di continuare a vivere fino al naturale compimento della sua vita.
Nella lettera, come del resto nelle risposte ad altre missive ricevute sull'analogo tema relativo alle cure per i malati terminali e al cosiddetto accanimento terapeutico, il capo dello Stato ha mostrato la medesima comprensione e l'identico rispetto espressi nel caso sollevato da Piergiorgio Welby.
Napolitano, in particolare, ha ribadito al tempo stesso il suo massimo rispetto per le diverse opinioni nonche' per le posizioni che potranno emergere nel dibattito tra le forze politiche in Parlamento, che per il capo dello Stato meritano tutte di essere prese tutte in considerazione.
Nella lettera indirizzata al capo dello Stato, e rasa nota oggi nel corso di un convegno sul testamento biologico al Policlinico Gemelli di Roma, Scoccimarro racconta il suo 'percorso parallelo' a quello di Piergiorgio Welby. L'uomo di 45 anni gia' nell'aprile del 2006 aveva scritto all'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Di Welby, scrive, 'mi ha colpito molto la sua definizione di morte 'opportuna', che condivido pienamente, perche' la morte, a volte, e se invocata, puo' solo essere opportuna'. 'Io sono nelle sue stesse condizioni, il respiratore mi accompagna non da qualche mese -sottolinea nella lettera a Napolitano- ma da piu' di otto anni', anni senza il piu' piccolo movimento e nessuna parola.
'Uguali, fisicamente, forse. Ma io e Piergiorgio -sottolinea- abbiamo una profonda differenza: la posizione riguardo a questa nostra vita, uguale nei fatti, diversa nell'anima'. 'Io voglio vivere -e' il messaggio di Scoccimarro- la mia battaglia e' quella di far capire alle persone, al mondo, alle istituzioni che la Sclerosi laterale amiotrofica non e' una malattia che uccide dopo una media di tre anni.
O meglio lo farebbe pure, ma c'e' chi come me glielo impedisce. La Sla -insiste Scoccimarro- ti uccide se glielo concedi, ti uccide se i medici non ti informano che puoi continuare a vivere, ti uccide se non puoi scegliere consapevolmente cosa davvero vuoi fare'.
Scoccimarro rispetta la scelta di Luca Coscioni o di Piergiorgio Welby, 'ma, altrettanto, chiedo che venga rispettata la mia scelta di vivere dignitosamente, a casa mia'. Nella sua casa di Milano, da dove chiede che gli venga garantita l'assistenza domiciliare a carico dello Stato. 'Ecco il senso: morte opportuna o vita dignitosa'. E una vita dignitosa ha un costo 'molto elevato'. Per questo Scoccimarro chiede che le istituzioni 'rispondano ai miei bisogni e a quelli delle persone che, come me, vogliono continuare a vivere. Abbiamo diritto di vivere nella nostra casa, tra le nostre cose e i nostri affetti. Il mio silenzioso urlo rivendica la vita, e non la pura sopravvivenza, tecnica e in condizioni spesso precarie, come molti sono costretti a subire'.
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