Italia. Avellino: secondini introducevano in prigione droghe per i clan camorristi?
Sono 9 complessivamente le ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip del Tribunale di Napoli nell'ambito dell'operazione condotta dalla Squadra Mobile di Avellino, insieme con appartenenti al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, e riguardante la condotta di agenti di polizia penitenziaria del carcere di Bellizzi Irpino accusati, tra gli altri reati, di aver introdotto nella struttura droga e telefonini per affiliati al clan Genovese. Quattro provvedimenti riguardano agenti di polizia penitenziaria, uno e' destinato ad un poliziotto in servizio presso la Questura irpina, gli altri sono relativi ad esponenti ed affiliati del clan Genovese.
I provvedimenti restrittivi costituiscono il risultato di indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Le investigazioni hanno consentito, in particolare, di accertare che alcuni agenti si erano resi disponibili al trasporto, all'interno del carcere, di quantitativi, anche di considerevole entita', di cocaina e hashish, nonche' di apparecchi telefonici cellulari con relative schede e batterie. I beneficiari erano affiliati al clan Genovese, attivo ad Avellino e nella zona di Serino.
L'inchiesta, secondo quanto si e' appreso, e' nata sulla scorta delle dichiarazioni di un pentito in base alle quali gli inquirenti avrebbero trovato riscontri. Perquisizioni sono state effettuate anche nelle abitazioni di agenti penitenziari mentre nel corso della notte, 150 agenti del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria hanno perquisito a tappeto il carcere di Bellizzi Irpino, diretto da Cristina Mallardo. Alcuni degli agenti arrestati risiedono a Monteforte Avellino, un altro vive in un quartiere popolare del capoluogo irpino.
Gli elementi raccolti, fa sapere il procuratore aggiunto Felice Di Persia, descrivono un quadro di "particolare allarme, in considerazione della fattiva disponibilita'" mostrata dai pubblici ufficiali coinvolti "nei confronti degli affiliati detenuti e di quelli in liberta'". Insomma le condotte degli agenti, oltre a rendere agevole l'introduzione in carcere di droga, costituivano, secondo l'accusa, "un prezioso canale comunicativo attraverso il quale avveniva lo scambio di informazioni fra affiliati, indispensabile per mantenere invariato il livello di operativita' del sodalizio camorristico pur in costanza di detenzione di alcuni associati". Va aggiunto, sottolinea la Dda, che nel corso delle investigazioni si riusciva, per opera della polizia penitenziaria, a giungere al ritrovamento, ed al sequestro, di telefoni cellulari nascosti all'interno dell'istituto di pena.
Secondo l'accusa, inoltre, il poliziotto in servizio presso la Questura di Avellino "consentiva, stabilmente, al clan Genovese di ottenere notizie in ordine alle iniziative investigative e agli spostamenti delle pattuglie".
Il quadro complessivo che emerge dall'attivita' di indagine -fa sapere il procuratore aggiunto Di Persia, rileva "il carattere sistematico, organizzato e diffuso che aveva raggiunto tale criminale alleanza tra pubblici ufficiali, deputati al controllo delle condotte in carcere ed al contrasto delle attivita' criminali sul territorio ed il sodalizio camorristico irpino".
I provvedimenti restrittivi costituiscono il risultato di indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Le investigazioni hanno consentito, in particolare, di accertare che alcuni agenti si erano resi disponibili al trasporto, all'interno del carcere, di quantitativi, anche di considerevole entita', di cocaina e hashish, nonche' di apparecchi telefonici cellulari con relative schede e batterie. I beneficiari erano affiliati al clan Genovese, attivo ad Avellino e nella zona di Serino.
L'inchiesta, secondo quanto si e' appreso, e' nata sulla scorta delle dichiarazioni di un pentito in base alle quali gli inquirenti avrebbero trovato riscontri. Perquisizioni sono state effettuate anche nelle abitazioni di agenti penitenziari mentre nel corso della notte, 150 agenti del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria hanno perquisito a tappeto il carcere di Bellizzi Irpino, diretto da Cristina Mallardo. Alcuni degli agenti arrestati risiedono a Monteforte Avellino, un altro vive in un quartiere popolare del capoluogo irpino.
Gli elementi raccolti, fa sapere il procuratore aggiunto Felice Di Persia, descrivono un quadro di "particolare allarme, in considerazione della fattiva disponibilita'" mostrata dai pubblici ufficiali coinvolti "nei confronti degli affiliati detenuti e di quelli in liberta'". Insomma le condotte degli agenti, oltre a rendere agevole l'introduzione in carcere di droga, costituivano, secondo l'accusa, "un prezioso canale comunicativo attraverso il quale avveniva lo scambio di informazioni fra affiliati, indispensabile per mantenere invariato il livello di operativita' del sodalizio camorristico pur in costanza di detenzione di alcuni associati". Va aggiunto, sottolinea la Dda, che nel corso delle investigazioni si riusciva, per opera della polizia penitenziaria, a giungere al ritrovamento, ed al sequestro, di telefoni cellulari nascosti all'interno dell'istituto di pena.
Secondo l'accusa, inoltre, il poliziotto in servizio presso la Questura di Avellino "consentiva, stabilmente, al clan Genovese di ottenere notizie in ordine alle iniziative investigative e agli spostamenti delle pattuglie".
Il quadro complessivo che emerge dall'attivita' di indagine -fa sapere il procuratore aggiunto Di Persia, rileva "il carattere sistematico, organizzato e diffuso che aveva raggiunto tale criminale alleanza tra pubblici ufficiali, deputati al controllo delle condotte in carcere ed al contrasto delle attivita' criminali sul territorio ed il sodalizio camorristico irpino".
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