Italia. I cervelli in fuga non rientrano
Dall'Opinione online del 15 novembre 2007, di Serena Stampi
Il recente conferimento del premio Nobel all'italiano Mario Capecchi ha portato alla ribalta l'annoso problema della partenza dei nostri migliori ricercatori verso altri paesi. In questo specifico caso, comunque, non si può propriamente parlare di fuga di cervelli: il nostro illustre scienziato, dopo una infanzia difficilissima (orfano di padre, madre arrestata e deportata dai nazisti) raggiunge gli Usa all'età di 10 anni e si laurea in Chimica e Fisica a 24 anni con James Watson, lo scopritore del DNA. Da li in avanti svolge una carriera eccezionale che lo porta fino al massimo riconoscimento soprattutto per il lavoro pionieristico sullo sviluppo del 'gene targeting' nelle cellule staminali di embrioni di topo. I cervelli in fuga, invece, sono tutti uomini e donne nati e vissuti in Italia almeno fino all'età di 30 anni che dopo la laurea, la specializzazione ed eventualmente qualche dottorato, hanno accettato borse di studio da Paesi esteri e poi offerte di lavoro sempre più competitive rispetto alla patria. Sono 1796 gli scienziati italiani che lavorano all'estero in prestigiose istituzioni: 353 quelli impegnati nella ricerca medica (51 in Gran Bretagna, 145 negli USA, il resto si trova sparso nel Nord Europa e persino in Asia, Sudamerica e Medio oriente).
Questa cifra ufficiale, tra l'altro, sarebbe solo il 30% di quella reale perché riguarda soltanto i ricercatori che volontariamente si sono registrati sul database Da Vinci. Cosa che, ad esempio, non ha fatto Carlo Croce, tra i maggiori oncologi del mondo. Gli scienziati italiani all'estero dovrebbero essere 6-7 mila e circa un migliaio i ricercatori medici; di questi, 36% e 24% hanno scelto rispettivamente Stati Uniti e Gran Bretagna. Perché in Italia la sensibilità per la ricerca è cosi limitata? Per la nostra tradizione religiosa che, dal tempo di Galilei, ha guardato con sospetto al progresso scientifico, soprattutto in ambito biochimico e genetico, come dice Galimberti? O è per le scarsissime risorse che lo stato destina alla ricerca? Sarebbe indispensabile uno slancio nella direzione dell'aumento dei fondi con finanziamenti alla ricerca scientifica adeguati agli standard europei e nordamericani cosi come l'aggiornamento del livello salariale dei giovani ricercatori ai parametri dei sistemi stranieri. Tuttavia il problema non è rappresentato solo dai soldi e l'argomento merita alcune considerazioni.
1- di per sé, il fatto che i ricercatori italiani desiderino andare all'estero e vincano concorsi in tutti i paesi più avanzati è un dato confortante. All'estero, nella maggior parte dei casi i ricercatori vengono scelti in base al curriculum e non per conoscenze. Vuol dire che la formazione che si impartisce in Italia è buona e che i giovani ricercatori sonodinamici e appassionati al proprio lavoro da essere pronti a emigrare per fare ricerca nelle migliori condizioni. 2- la mobilità: altrove chi è bravo viene spinto a girare il mondo. Negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia è prassi comune cambiare sede tra laurea e dottorato, tra dottorato e il primo post-doc, fino al posto da ricercatore. L'idea è che il giovane studioso, durante la sua formazione, debba entrare in contatto con il maggior numero possibile di persone, di metodi, di idee, con l'obiettivo di diventare autonomo. In Italia, invece, accade l'esatto contrario ed il mercato delle intelligenze difetta: si tende a premiare chi si mette fedelmente in coda ed è impossibile uscire dai binari delle carriere di anzianità e delle baronie universitarie. Di fatto, ogni professore universitario o direttore di istituto di ricerca ha la propria "fila" di studenti per un posto.
3 - Questo sistema causa problemi gravissimi al sistema dei reclutamenti. Quasi mai il merito è il criterio principale per essere ammessi alla coda: entrano in gioco fattori personali, e l'anzianità rimane un criterio importante. I ricercatori non sono incentivati a sviluppare la propria ricerca in maniera autonoma:ci si affida al capo, con l'idea che tanto sarà lui a decidere della propria carriera. Il fatto di collaborare con molti docenti spesso è mal visto. Se il numero di reclutamenti di giovani ricercatori fosse significativamente più elevato, la situazione di impasse attuale molto probabilmente non si porrebbe. 4- la quasi totale assenza di ricercatori stranieri. Tutti i paesi avanzati reclutano ricercatori dall'estero, ad esempio dai paesi asiatici o sudamericani. Gli Stati Uniti e la Francia hanno approfittato del crollo dell'URSS per arruolare i migliori ricercatori ex-sovietici. In Italia, niente di tutto ciò, anche se è di questi giori la notizia che il Rettore dell'Università di Bologna desidera ingaggiare giovani ricercatori indiani. Per concludere: da un certo punto di vista la fuga dei cervelli non è del tutto negativa e risulta indispensabile per acquisire competenze che solo in certi centri di ricerca all'estero si possono ottenere.
Il problema dunque non è la "fuga dei talenti", ma piuttosto l'assenza totale di un flusso inverso, ovvero l'impossibilità per i nostri ricercatori di rientrare dopo un periodo trascorso fuori. E' necessario che il giovane scienziato abbia la possibilità di valutare le proprie opportunità di carriera nel quadro di un sistema di reclutamenti chiaramente programmati. Ovviamente bisogna creare in Italia le condizioni per il rientro dei talenti istituendo cattedre, attrezzando laboratori e premiando la meritocrazia rispetto alla baronia universitaria più incline a premiare parenti e amici rispetto ai veri competenti. Qualcosa si è tentato di fare, a partire dal 2002, con il provvedimento ministeriale "rientro dei cervelli" che prevede l'assunzione all'università, come professori associati, dei nostri ricercatori eccellenti provenienti dall'estero. Come spesso accade da noi, i programmi sono buoni sulla carta ma, per logiche di potere e le solite file da rispettare, non vengono portati a termine. Per esempio, solo a Bologna sono rientrati dall'estero 24 ricercatori: di questi, solo uno è stato assunto stabilmente e gli altri, o sono già ripartiti o meditano di farlo in seguito alle vantaggiose offerte fatte da chi dà importanza alla bravura ed al curriculum.
Il recente conferimento del premio Nobel all'italiano Mario Capecchi ha portato alla ribalta l'annoso problema della partenza dei nostri migliori ricercatori verso altri paesi. In questo specifico caso, comunque, non si può propriamente parlare di fuga di cervelli: il nostro illustre scienziato, dopo una infanzia difficilissima (orfano di padre, madre arrestata e deportata dai nazisti) raggiunge gli Usa all'età di 10 anni e si laurea in Chimica e Fisica a 24 anni con James Watson, lo scopritore del DNA. Da li in avanti svolge una carriera eccezionale che lo porta fino al massimo riconoscimento soprattutto per il lavoro pionieristico sullo sviluppo del 'gene targeting' nelle cellule staminali di embrioni di topo. I cervelli in fuga, invece, sono tutti uomini e donne nati e vissuti in Italia almeno fino all'età di 30 anni che dopo la laurea, la specializzazione ed eventualmente qualche dottorato, hanno accettato borse di studio da Paesi esteri e poi offerte di lavoro sempre più competitive rispetto alla patria. Sono 1796 gli scienziati italiani che lavorano all'estero in prestigiose istituzioni: 353 quelli impegnati nella ricerca medica (51 in Gran Bretagna, 145 negli USA, il resto si trova sparso nel Nord Europa e persino in Asia, Sudamerica e Medio oriente).
Questa cifra ufficiale, tra l'altro, sarebbe solo il 30% di quella reale perché riguarda soltanto i ricercatori che volontariamente si sono registrati sul database Da Vinci. Cosa che, ad esempio, non ha fatto Carlo Croce, tra i maggiori oncologi del mondo. Gli scienziati italiani all'estero dovrebbero essere 6-7 mila e circa un migliaio i ricercatori medici; di questi, 36% e 24% hanno scelto rispettivamente Stati Uniti e Gran Bretagna. Perché in Italia la sensibilità per la ricerca è cosi limitata? Per la nostra tradizione religiosa che, dal tempo di Galilei, ha guardato con sospetto al progresso scientifico, soprattutto in ambito biochimico e genetico, come dice Galimberti? O è per le scarsissime risorse che lo stato destina alla ricerca? Sarebbe indispensabile uno slancio nella direzione dell'aumento dei fondi con finanziamenti alla ricerca scientifica adeguati agli standard europei e nordamericani cosi come l'aggiornamento del livello salariale dei giovani ricercatori ai parametri dei sistemi stranieri. Tuttavia il problema non è rappresentato solo dai soldi e l'argomento merita alcune considerazioni.
1- di per sé, il fatto che i ricercatori italiani desiderino andare all'estero e vincano concorsi in tutti i paesi più avanzati è un dato confortante. All'estero, nella maggior parte dei casi i ricercatori vengono scelti in base al curriculum e non per conoscenze. Vuol dire che la formazione che si impartisce in Italia è buona e che i giovani ricercatori sonodinamici e appassionati al proprio lavoro da essere pronti a emigrare per fare ricerca nelle migliori condizioni. 2- la mobilità: altrove chi è bravo viene spinto a girare il mondo. Negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia è prassi comune cambiare sede tra laurea e dottorato, tra dottorato e il primo post-doc, fino al posto da ricercatore. L'idea è che il giovane studioso, durante la sua formazione, debba entrare in contatto con il maggior numero possibile di persone, di metodi, di idee, con l'obiettivo di diventare autonomo. In Italia, invece, accade l'esatto contrario ed il mercato delle intelligenze difetta: si tende a premiare chi si mette fedelmente in coda ed è impossibile uscire dai binari delle carriere di anzianità e delle baronie universitarie. Di fatto, ogni professore universitario o direttore di istituto di ricerca ha la propria "fila" di studenti per un posto.
3 - Questo sistema causa problemi gravissimi al sistema dei reclutamenti. Quasi mai il merito è il criterio principale per essere ammessi alla coda: entrano in gioco fattori personali, e l'anzianità rimane un criterio importante. I ricercatori non sono incentivati a sviluppare la propria ricerca in maniera autonoma:ci si affida al capo, con l'idea che tanto sarà lui a decidere della propria carriera. Il fatto di collaborare con molti docenti spesso è mal visto. Se il numero di reclutamenti di giovani ricercatori fosse significativamente più elevato, la situazione di impasse attuale molto probabilmente non si porrebbe. 4- la quasi totale assenza di ricercatori stranieri. Tutti i paesi avanzati reclutano ricercatori dall'estero, ad esempio dai paesi asiatici o sudamericani. Gli Stati Uniti e la Francia hanno approfittato del crollo dell'URSS per arruolare i migliori ricercatori ex-sovietici. In Italia, niente di tutto ciò, anche se è di questi giori la notizia che il Rettore dell'Università di Bologna desidera ingaggiare giovani ricercatori indiani. Per concludere: da un certo punto di vista la fuga dei cervelli non è del tutto negativa e risulta indispensabile per acquisire competenze che solo in certi centri di ricerca all'estero si possono ottenere.
Il problema dunque non è la "fuga dei talenti", ma piuttosto l'assenza totale di un flusso inverso, ovvero l'impossibilità per i nostri ricercatori di rientrare dopo un periodo trascorso fuori. E' necessario che il giovane scienziato abbia la possibilità di valutare le proprie opportunità di carriera nel quadro di un sistema di reclutamenti chiaramente programmati. Ovviamente bisogna creare in Italia le condizioni per il rientro dei talenti istituendo cattedre, attrezzando laboratori e premiando la meritocrazia rispetto alla baronia universitaria più incline a premiare parenti e amici rispetto ai veri competenti. Qualcosa si è tentato di fare, a partire dal 2002, con il provvedimento ministeriale "rientro dei cervelli" che prevede l'assunzione all'università, come professori associati, dei nostri ricercatori eccellenti provenienti dall'estero. Come spesso accade da noi, i programmi sono buoni sulla carta ma, per logiche di potere e le solite file da rispettare, non vengono portati a termine. Per esempio, solo a Bologna sono rientrati dall'estero 24 ricercatori: di questi, solo uno è stato assunto stabilmente e gli altri, o sono già ripartiti o meditano di farlo in seguito alle vantaggiose offerte fatte da chi dà importanza alla bravura ed al curriculum.
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