Italia. Convegno 'Ospedale e territorio contro il dolore: quali prospettive?'
'Ospedale e territorio contro il dolore: quali prospettive?' e' il tema di un convegno nazionale svoltosi ieri a Catelfranco Veneto e i cui relatori hanno sottolineato lo scarso interesse di medici e sanitari per le pratiche che riducono il dolore fisico in ospedale e nelle malattie croniche.
Il 90% del dolore fisico secondo l'Organizzazione mondiale della Sanita' -e' stato rilevato- e' eliminabile eppure ancora piu' del 50% dei pazienti ricoverati lamenta dolori. Spesso il dolore e' sottovalutata da infermieri e medici oppure ritenuto un indicatore importante del decorso della patologia o della cura. In piu' del 50% dei casi, secondo gli studi, e lo conferma anche una ricerca condotta su quasi duemila pazienti nell'Ulss 8 dalla rete Hph del Veneto, il dolore del paziente non viene adeguatamente riconosciuto.
'Si tratta di cambiare la cultura del medico", ha detto la dottoressa Annette Welshman della Sue Ryder Foundation. "Noi cominciamo i nostri corsi di formazione con questa indicazione: sentire cosa dice il paziente e credere a cosa dice. Nei paesi latini a questa scarsa formazione sul dolore fisico si aggiunge una specie di discriminazione rispetto ai farmaci che riducono il dolore. La morfina ad esempio e' accostata ad immagini di morte. Nei paesi anglosassoni si usa per tutto, spesso anche per semplici interventi dentistici. Non esistono controindicazioni.
Occorre far capire al paziente come funziona il farmaco e tranquillizzarlo rispetto a molti preconcetti'.
In effetti la morfina - hanno ribadito i partecipanti all'incontro -, come molti oppiacei, non presenta pericoli, neppure problemi di dipendenza; le percentuali di insorgenza di dipendenza in questi casi e' a livelli infinitesimali: lo 0,03%.
La diffidenza verso gli analgesici e la morfina in particolare, e' stata confermata anche dal dottor Charles-Henri Rapin dell'Istituto universitario Kurt Bosch di Ginevra, un geriatra che proprio dall'uso di questi farmaci nei pazienti anziani e terminali ha rilevato la loro innoquita' e il forte miglioramento della qualita' della vita.
'Cosi' - ha detto Rapin - non abbiamo fatto altro che trasferire questa esperienza negli altri settori.
Particolarmente efficaci siamo risultati nella cura del dolore post-operatorio, ovvero il dolore 'provocato' dal medico per la cura. Purtroppo questa esperienza non e' ancora adeguatamente utilizzata se nel nostro reparto di geriatria con cento ricoveri di media utilizziamo la stessa quantita' di morfina che usano gli altri reparti su cui insistono pero' mille ricoveri'.
Rapin ha evidenziato elementi di accanimento terapeutico quando in fase terminale invece di utilizzare adeguate terapie contro il dolore si prescrivono ulteriori esami, che servono solo ad accentuare il dolore e i cui risultati molte volte sono noti solo dopo il decesso del paziente. Una forte richiesta a intervenire sul dolore e' arrivata da Anna Comacchio del Comitato diritti del malato di Castelfranco Veneto: 'Medici non arrendetevi mai di fronte al dolore'. Particolarmente toccante la ricerca presentata al convegno condotta con malati non comunicanti: costoro invitati a comunicare per iscritto nel 60% dei casi hanno scritto come prima fase: 'Aiutatemi!'.
'Si parla molto di eutanasia -ha detto il dott. Simone Tasso, coordinatore della Rete Veneta Hph-, di chi stacca la spina. Non si parla invece abbastanza di cure palliative, di alleviare il dolore. Se la qualita' della vita di chi e' ammalato migliora, se anche nelle fasi terminali della malattia si puo' evitare il dolore e vivere con dignita' e qualita', il problema dell'eutanasia assume ben altre proporzioni. Quella che stiamo cercando di avviare con questi progetti e' una rivoluzione culturale. Il dolore non necessario va eliminato e questo compito spetta prioritariamente al medico che deve formarsi su questa nuova frontiera'.
Il 90% del dolore fisico secondo l'Organizzazione mondiale della Sanita' -e' stato rilevato- e' eliminabile eppure ancora piu' del 50% dei pazienti ricoverati lamenta dolori. Spesso il dolore e' sottovalutata da infermieri e medici oppure ritenuto un indicatore importante del decorso della patologia o della cura. In piu' del 50% dei casi, secondo gli studi, e lo conferma anche una ricerca condotta su quasi duemila pazienti nell'Ulss 8 dalla rete Hph del Veneto, il dolore del paziente non viene adeguatamente riconosciuto.
'Si tratta di cambiare la cultura del medico", ha detto la dottoressa Annette Welshman della Sue Ryder Foundation. "Noi cominciamo i nostri corsi di formazione con questa indicazione: sentire cosa dice il paziente e credere a cosa dice. Nei paesi latini a questa scarsa formazione sul dolore fisico si aggiunge una specie di discriminazione rispetto ai farmaci che riducono il dolore. La morfina ad esempio e' accostata ad immagini di morte. Nei paesi anglosassoni si usa per tutto, spesso anche per semplici interventi dentistici. Non esistono controindicazioni.
Occorre far capire al paziente come funziona il farmaco e tranquillizzarlo rispetto a molti preconcetti'.
In effetti la morfina - hanno ribadito i partecipanti all'incontro -, come molti oppiacei, non presenta pericoli, neppure problemi di dipendenza; le percentuali di insorgenza di dipendenza in questi casi e' a livelli infinitesimali: lo 0,03%.
La diffidenza verso gli analgesici e la morfina in particolare, e' stata confermata anche dal dottor Charles-Henri Rapin dell'Istituto universitario Kurt Bosch di Ginevra, un geriatra che proprio dall'uso di questi farmaci nei pazienti anziani e terminali ha rilevato la loro innoquita' e il forte miglioramento della qualita' della vita.
'Cosi' - ha detto Rapin - non abbiamo fatto altro che trasferire questa esperienza negli altri settori.
Particolarmente efficaci siamo risultati nella cura del dolore post-operatorio, ovvero il dolore 'provocato' dal medico per la cura. Purtroppo questa esperienza non e' ancora adeguatamente utilizzata se nel nostro reparto di geriatria con cento ricoveri di media utilizziamo la stessa quantita' di morfina che usano gli altri reparti su cui insistono pero' mille ricoveri'.
Rapin ha evidenziato elementi di accanimento terapeutico quando in fase terminale invece di utilizzare adeguate terapie contro il dolore si prescrivono ulteriori esami, che servono solo ad accentuare il dolore e i cui risultati molte volte sono noti solo dopo il decesso del paziente. Una forte richiesta a intervenire sul dolore e' arrivata da Anna Comacchio del Comitato diritti del malato di Castelfranco Veneto: 'Medici non arrendetevi mai di fronte al dolore'. Particolarmente toccante la ricerca presentata al convegno condotta con malati non comunicanti: costoro invitati a comunicare per iscritto nel 60% dei casi hanno scritto come prima fase: 'Aiutatemi!'.
'Si parla molto di eutanasia -ha detto il dott. Simone Tasso, coordinatore della Rete Veneta Hph-, di chi stacca la spina. Non si parla invece abbastanza di cure palliative, di alleviare il dolore. Se la qualita' della vita di chi e' ammalato migliora, se anche nelle fasi terminali della malattia si puo' evitare il dolore e vivere con dignita' e qualita', il problema dell'eutanasia assume ben altre proporzioni. Quella che stiamo cercando di avviare con questi progetti e' una rivoluzione culturale. Il dolore non necessario va eliminato e questo compito spetta prioritariamente al medico che deve formarsi su questa nuova frontiera'.
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