Italia. Distrofia muscolare, speranze dalle staminali
Nuove prospettive per la cura della distrofia muscolare potrebbero nascere da una ricerca italiana, che ha messo a punto armi sperimentali per ridare vitalita' ai muscoli atrofici in topi da laboratorio affetti dalla malattia. La ricerca, pubblicata sulla rivista Science, e' stata condotta da scienziati di Centri diversi (l'Universita' di Roma, il Policlinico e il San Raffaele di Milano, il San Matteo di Pavia) coordinati da Giulio Cossu, direttore dell'Istituto per le cellule staminali del San Raffaele, che il 10 luglio ha illustrato il lavoro fatto, insieme ai colleghi che hanno collaborato e a Peter Stern, senior editor di Science.
Proprio le cellule staminali sono infatti protagoniste del lavoro, che e' stato finanziato in massima parte da Telethon, organizzazione che ha annunciato di aver stanziato ancora 1.300.000 euro in tre anni per altri cinque progetti coordinati da Cossu e legati sempre alla distrofia muscolare. Questa e' una malattia neuromuscolare di origine genetica per la quale ancora non c'e' soluzione: interessa i giovani e causa il progressivo e inesorabile indebolimento di tutti i muscoli del corpo. Si conoscono almeno 30 tipi di distrofie, la forma piu' grave e comune e' la distrofia di Duchenne, che colpisce un bambino ogni 3500 maschi e porta alla morte entro i trent'anni. Oggi, in Italia, sono circa 30-40.000 le persone colpite da malattie neuromuscolari e circa 10-15.000 soffrono di distrofinopatie.
Nella loro ricerca, gli scienziati coordinati da Cossu hanno preso come modello topi di laboratorio affetti dalla 'distrofia dei cingoli', che colpisce i muscoli delle spalle e delle anche, e sono partiti dalla conoscenza che in questa malattia il danno muscolare e' causato da un gene difettoso che impedisce la produzione di una proteina, alfa-sarcoglicano, capace di rendere elastica la membrana delle fibre muscolari. Senza questa proteina, la membrana, rigida, tende a rompersi indebolendo il muscolo.
Cossu e colleghi hanno pensato pero' che cellule staminali sane potessero dare origine a cellule muscolari sane dotate di alfa-sarcoglicano, capaci di sostituirsi a quelle atrofizzate dalla malattia. In particolare hanno individuato particolari cellule staminali, denominate mesoangioblasti, in grado di attraversare il circolo ematico e raggiungere il tessuto muscolare.
L'approccio prefigurato dagli scienziati implica dunque il prelievo dei mesoangioblasti dai vasi sanguigni del paziente (Cossu ha affermato che oggi e' possibile ricavarle da piccole biopsie muscolari in un individuo adulto), la loro manipolazione genetica con l'inserimento di un gene sano e la riproduzione delle cellule in laboratorio prima della loro reimmissione nel circolo ematico del paziente, attraverso l'arteria femorale. Questo e' stato il percorso seguito nella sperimentazione sui topi affetti dalla malattia.
E quando l'equipe di Cossu, in particolare Roberto Bottinelli del Dipartimento di Medicina sperimentale dell'Universita' di Pavia, ha esaminato i topi dopo l'infusione dei mesoangioblasti, ha riscontrato che le staminali si erano diversificate in cellule muscolari sane e che i muscoli trattati contenevano fibre muscolari piu' grandi e numerose e apparentemente normali. Gli animali trattati erano in grado di camminare su una ruota girevole per un periodo di tempo significativamente piu' lungo di quelli non trattati, anche se non tanto quanto quelli sani.
"Sono convinto dell'importanza di questi risultati -ha osservato Cossu- anche se non e' ancora la terapia, ne' per i topi (che non guariscono del tutto) ne' per i pazienti". Almeno tre sono i problemi che ancora devono essere risolti: i risultati, oltre a non essere definitivi, sono stati ottenuti in topi molto piccoli e su muscoli circa mille volte piu' piccoli di quelli di un paziente adolescente. Quindi, prima di poter pensare a una sperimentazione sull'uomo, bisognera' verificarne i risultati su un animale piu' grande. In secondo luogo -ha spiegato Cossu- bisogna sapere che far crescere in coltura le cellule del topo e' piu' facile che fare la stessa cosa con cellule umane. Infine, sono necessarie ulteriori ricerche anche per la fase di 'manipolazione genetica' della terapia, che implica l'inserimento della versione sana di un gene nella cellula staminale. Infatti, nello studio sui topi, il lentivirus utilizzato per trasportare il gene nei mesoangioblasti si e' dimostrato efficiente come auspicato dai ricercatori, ma pone seri problemi di sicurezza per gli esseri umani.
In definitiva, i risultati ottenuti dallo studio sono certamente importanti, ma, secondo Cossu, bisognera' attendere "almeno ancora tre-quattro anni, se tutto va bene, prima di poter arrivare a cominciare una sperimentazione clinica".
Proprio le cellule staminali sono infatti protagoniste del lavoro, che e' stato finanziato in massima parte da Telethon, organizzazione che ha annunciato di aver stanziato ancora 1.300.000 euro in tre anni per altri cinque progetti coordinati da Cossu e legati sempre alla distrofia muscolare. Questa e' una malattia neuromuscolare di origine genetica per la quale ancora non c'e' soluzione: interessa i giovani e causa il progressivo e inesorabile indebolimento di tutti i muscoli del corpo. Si conoscono almeno 30 tipi di distrofie, la forma piu' grave e comune e' la distrofia di Duchenne, che colpisce un bambino ogni 3500 maschi e porta alla morte entro i trent'anni. Oggi, in Italia, sono circa 30-40.000 le persone colpite da malattie neuromuscolari e circa 10-15.000 soffrono di distrofinopatie.
Nella loro ricerca, gli scienziati coordinati da Cossu hanno preso come modello topi di laboratorio affetti dalla 'distrofia dei cingoli', che colpisce i muscoli delle spalle e delle anche, e sono partiti dalla conoscenza che in questa malattia il danno muscolare e' causato da un gene difettoso che impedisce la produzione di una proteina, alfa-sarcoglicano, capace di rendere elastica la membrana delle fibre muscolari. Senza questa proteina, la membrana, rigida, tende a rompersi indebolendo il muscolo.
Cossu e colleghi hanno pensato pero' che cellule staminali sane potessero dare origine a cellule muscolari sane dotate di alfa-sarcoglicano, capaci di sostituirsi a quelle atrofizzate dalla malattia. In particolare hanno individuato particolari cellule staminali, denominate mesoangioblasti, in grado di attraversare il circolo ematico e raggiungere il tessuto muscolare.
L'approccio prefigurato dagli scienziati implica dunque il prelievo dei mesoangioblasti dai vasi sanguigni del paziente (Cossu ha affermato che oggi e' possibile ricavarle da piccole biopsie muscolari in un individuo adulto), la loro manipolazione genetica con l'inserimento di un gene sano e la riproduzione delle cellule in laboratorio prima della loro reimmissione nel circolo ematico del paziente, attraverso l'arteria femorale. Questo e' stato il percorso seguito nella sperimentazione sui topi affetti dalla malattia.
E quando l'equipe di Cossu, in particolare Roberto Bottinelli del Dipartimento di Medicina sperimentale dell'Universita' di Pavia, ha esaminato i topi dopo l'infusione dei mesoangioblasti, ha riscontrato che le staminali si erano diversificate in cellule muscolari sane e che i muscoli trattati contenevano fibre muscolari piu' grandi e numerose e apparentemente normali. Gli animali trattati erano in grado di camminare su una ruota girevole per un periodo di tempo significativamente piu' lungo di quelli non trattati, anche se non tanto quanto quelli sani.
"Sono convinto dell'importanza di questi risultati -ha osservato Cossu- anche se non e' ancora la terapia, ne' per i topi (che non guariscono del tutto) ne' per i pazienti". Almeno tre sono i problemi che ancora devono essere risolti: i risultati, oltre a non essere definitivi, sono stati ottenuti in topi molto piccoli e su muscoli circa mille volte piu' piccoli di quelli di un paziente adolescente. Quindi, prima di poter pensare a una sperimentazione sull'uomo, bisognera' verificarne i risultati su un animale piu' grande. In secondo luogo -ha spiegato Cossu- bisogna sapere che far crescere in coltura le cellule del topo e' piu' facile che fare la stessa cosa con cellule umane. Infine, sono necessarie ulteriori ricerche anche per la fase di 'manipolazione genetica' della terapia, che implica l'inserimento della versione sana di un gene nella cellula staminale. Infatti, nello studio sui topi, il lentivirus utilizzato per trasportare il gene nei mesoangioblasti si e' dimostrato efficiente come auspicato dai ricercatori, ma pone seri problemi di sicurezza per gli esseri umani.
In definitiva, i risultati ottenuti dallo studio sono certamente importanti, ma, secondo Cossu, bisognera' attendere "almeno ancora tre-quattro anni, se tutto va bene, prima di poter arrivare a cominciare una sperimentazione clinica".
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