Lunedì 8 giugno 2026
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Italia. Droga in carcere grazie alla polizia penitenziaria

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"Qui e' come un villaggio vacanze. E c'e' pure l'animatore". Cosi' un detenuto descriveva durante una telefonata, intercettata dai carabinieri, il clima festaiolo nella sezione G8 del carcere romano di Rebibbia grazie all'ingresso di droga, favorito dalla connivenza di tre agenti della polizia penitenziaria.
Il "villaggio carcere" non era solo nel principale istituto di pena della capitale. Anche a Regina Coeli, hanno verificato i militari della compagnia S. Pietro, alcuni detenuti spacciavano sostanze stupefacenti che entravano in carcere nascoste nei posti piu' impensabili, dai tacchi delle scarpe alle forme di pecorino "scavate" per far posto a cocaina ed eroina. La droga entrava in alcuni settori dei due istituti di pena in media ogni 5-10 giorni, e per i quattro agenti penitenziari arrestati, di eta' compresa tra i 30 e i 40 anni e con un'anzianita' di 15-20 anni, era diventato un vero lavoro che serviva per arrotondare lo stipendio. Secondo un tariffario, stabilito dai poliziotti e noto a chi faceva entrare droga in carcere, il passaggio di cinque grammi di cocaina costava circa 300 euro (e si arrivava anche a due consegne al mese), e lo stesso "pedaggio" era pagato per far entrare nelle celle telefonini cellulari. Telefonini con i quali i detenuti tenevano fitte conversazioni con i familiari, che da fuori ricaricavano la scheda telefonica, e in alcuni casi gestivano l'organizzazione di rapine. Come nel caso di Roberto Boschetti, 35 anni, soprannominato "l'animatore" del G8 di Rebibbia proprio perche' grazie al provento delle rapine commissionate ai complici permetteva l'ingresso di sostanze stupefacenti in carcere.
E' stata proprio una telefonata di Boschetti a un uomo della banda, il cui telefono era sotto controllo, a far partire circa un anno fa l'indagine che ha portato all'arresto di 35 persone, tra cui 17 gia' in carcere, 5 donne, i 4 agenti penitenziari e un dipendente di banca che aveva fatto da "talpa" per una rapina avvenuta nel dicembre scorso in una filiale di banca. Risulta al momento irreperibile la trentaseiesima persona nei confronti della quale e' stata emessa l'ordinanza di custodia cautelare.
Gli stratagemmi fantasiosi, adottati da familiari e agenti penitenziari per favorire l'ingresso della droga, permettevano di "bucare" il muro dei controlli: marijuana e hashish nascosti nei tacchi o nelle suole delle scarpe, cocaina attaccata su cartoline delle vacanze, ecstasy incastonata in forme di pecorino bucherellate allo scopo.
"La droga -ha spiegato il comandante della compagnia S.Pietro, il capitano Salvatore Altavilla- serviva sia ad uso personale sia per lo spaccio. I detenuti usavano lo stupefacente per distrarsi dal clima carcerario". Uno svago facilitato anche dal possesso del telefonino cellulare, in genere molto piccolo, che consentiva ai detenuti di chiacchierare ogni volta che ne avevano voglia, invece di sottoporsi al regolamento penitenziario che autorizza quattro telefonate di dieci minuti al mese.
"E' ferma convinzione dell'amministrazione penitenziaria fare piena luce nel caso esistano mele marce". Prendono le distanze dai quattro colleghi arrestati e sottolineano la collaborazione offerta all'indagine dalla polizia penitenziaria il comandante della Casa circondariale di Regina Coeli, Daniele Ferazzoli, e il vicecomandante di Rebibbia, Antonio Reni. Presenti alla conferenza stampa dei carabinieri, i due dirigenti hanno spiegato che l'amministrazione penitenziaria avviera' un'azione disciplinare a seguito dell'indagine penale nei confronti dei colleghi corrotti. Ferazzoli e Reni hanno spiegato che l'amministrazione penitenziaria ci tiene a sottolineare come si tratti di una piccola minoranza di agenti coinvolti e che esiste la ferma intenzione di fare piena luce su quanto e' successo.
Due degli agenti penitenziari arrestati erano gia' finiti in manette nel dicembre scorso perche' sorpresi ad introdurre droga all'interno degli istituti di pena. Ad uno erano stati poi concessi gli arresti domiciliari, l'altro era invece rientrato in servizio. In particolare, un agente era stato colto in flagrante dentro il carcere di Regina Colei con indosso una quantita' di stupefacente che superava i limiti della cosiddetta dose personale: per questo motivo era stato allontanato dal carcere e sospeso dal servizio.
Gli arrestati, secondo quanto si e' appreso da chi lavorava con loro, prestavano servizio all'interno delle sezioni carcerarie e operavano a stretto contatto con i detenuti. In particolare, uno degli arrestati lavorava all'ufficio posta: si occupava di ritirare le lettere e i pacchi in uscita e consegnare la posta in entrata. Due degli arrestati erano addirittura capi posto, ovvero coordinavano gruppi di agenti addetti alle sezioni e le loro mansioni riguardavano il ritiro delle domande dei detenuti per un allungamento del tempo dei colloqui e le richieste per il cosiddetto sopravitto.
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